Inosservato testimonio di questa scena, un uomo semplice all'aspetto,
di mezzana statura, dai capegli già misti di bigio, e trasandato
anzichè no del vestire, aveva udite, non volendo, le loro parole;
aveva veduto quel figlio baciar con affetto la mano materna. Facendosi
innanzi, si volse al giovine artista, e:--Siete voi, disse, che avete
fatto questo quadro?... E l'atto, e il mite suono di voce, ma più
ancora il lampo degli occhi intenti e gravi additavano in quel nuovo
venuto l'uomo grande e modesto che conosce e sente, l'uomo di genio
che sempre cerca le impronte della bellezza, che ovunque ne scopra
alcuna, si rallegra e tiensi felice d'aver vissuto un giorno di più.
Non lo avevano mai veduto; ma Damiano sentì batter forte il suo cuore
appena incontrò, levando la testa, lo sguardo dello sconosciuto. Oh!
che sentimento sarebbe stato il suo, se alcuno avesse detto allora a
Damiano il nome di quell'uomo onorevole e illustre; nome ch'io taccio
per riverenza alla più bella virtù degli uomini grandi.
Il giovine stette un poco sopra di sè; poi, vinto dall'impero di
quello sguardo che non si staccava da lui:--Sì, rispose, con voce
sicura: questo è il primo mio quadro.
--Voi siete nato pittore, o giovine! riprese lo sconosciuto: datemi la
mano. Io non so chi siate, ma ho sentito le vostre parole, e già vi
sono amico.
Una gioja inesprimibile balenò negli occhi di Damiano, nell'atto che
stese la destra: l'altro la strinse fortemente nella sua,
dicendogli:--No, non è vero che l'arte nostra sia morta, come grida
una generazione d'egoisti, la quale si rassegna troppo facilmente a
rinnegar patria, religione, famiglia e tutto! Noi Italiani siamo
ancora qualche cosa, per dio! se pur da noi stessi non ci condanniamo
a morir per sempre; la fiamma de' nostri antichi non è spenta del
tutto; ma l'arte, questa patria del pensiero che cerca la bellezza, ha
bisogno di figliuoli che facciano sagrifizio per essa. O giovine, non
temere! Ascolta la voce che ti chiama, va pur dietro all'inspirazione
del cielo: ma ti guarda da que' tristi che gelosi della buona
coscienza degli altri, e d'animo imbecille, vorranno soffocarti nel
cuore la divina scintilla. Vivi oscuro ed umile, studia lungamente;
non istancarti del pensare; non andare in cerca dell'applauso, e non
rider mai, nè da te nè con altri, dell'antica fede dell'arte. La via
che cominci è dolorosa e lunga più che non pensi; ma se cammini di
buon passo per tempo, se non hai sete troppo presto di un nome, se non
vuoi dell'oro, tu potrai giungere là, dove a pochi è concesso....
Soffri, sii misero e forte; e un dì, forse, sarai grande!
A tali meste e solenni parole, la gioja che irradiava il volto di
Damiano, disparve: le due donne, l'abate, e con essi Costanzo, s'erano
discostati un poco e non osavano più aprir bocca, compresi da
rispetto; cosicchè i due artisti rimasero soli in faccia al quadro.
Allora lo sconosciuto, avvicinatosi lentamente alla tela, con voce
pacata e sommessa, disse, e fece toccar al giovine ad uno ad uno i
difetti che l'acuto suo sguardo vi aveva distinto: non erano molti,
degni i più di scusa, e facili a venir tolti via; tali anzi che
rivelavano una mente viva e ardita, la quale non aveva cercato ajuto
che a sè medesima. Prontamente Damiano conobbe, a parte a parte,
quelle mende che dapprima non aveva saputo trovar fuori; ed era
appunto ciò che il faceva così malcontento dell'opera sua. Dopo
questo, si fece lo sconosciuto a lodare la semplice invenzione, la
forza del disegno, una certa naturale purezza di forme, un'armonia di
colori, una buona temperanza di tinte e di gradazioni di luce; sopra
tutto la verità e l'affetto che spiravano dalle due belle figure di
Erminia e di Tancredi, nelle quali si poteva leggere quella
espressione che inutilmente cercava sull'altre tele.
--Tu vedi, amico mio, conchiuse, ch'io son sincero con te: quelle due
teste bastarono a rivelarmi ciò che un dì potrà fare il tuo pennello,
o piuttosto l'anima tua. Queste care figure le hai vedute nella
fantasia; le ha trovate, indovinate il tuo cuore; son due tipi, come
diciam noi, che nessun maestro ti avrebbe potuto insegnare, fuorchè il
miglior de' maestri, quello che vive qui dentro, l'amore. Ma ascoltami
bene: io non so se tutti vedranno e giudicheranno al par di me; molti
pregi, e pregi massimamente di studio e di scuola, spiccano negli
altri quadri che ne stanno in giro; ma, te lo ripeto, nessuno ha ciò
ch'io veggo nel tuo. Dove il giudizio toccasse a me, penso che tua
sarebbe la corona: ma se mai la schizzinosa servilità al precetto e la
pedanteria ci mettessero la coda; se mai ci fiatasse sopra
l'ingiustizia ch'è losca, o l'intrigo che di soppiatto guasta le cose
migliori, non ti smarrir dell'animo, o mio giovine; anzi fanne augurio
per la vita penosa dell'artista che hai cominciata: perchè il genio
costa dolore.
--Grazie, o signore! le sue parole io le terrò scritte qui dentro:
rispose Damiano, fu un premio anche troppo grande per me quello che
oggi ho udito dalla sua bocca.... Io non dimenticherò mai, che ho
potuto stringere questa mano, come la mano d'un amico....
Il signor Costanzo s'avvicinò al nostro giovine, e gli disse in
segreto il nome di quell'uomo con cui aveva parlato; nome ch'egli
stesso era riuscito a sapere, domandandone un vecchio inserviente che
di là passava. Damiano arrossì; le parole che cominciavano a uscirgli
del cuore, a un tratto, gli mancarono; ma ebbe coraggio
d'accostarglisi di nuovo, dicendo:--Questo giorno sarà uno de' più
belli di tutta la mia vita!
Si lasciarono; e Damiano, partendosi con la famiglia, aveva l'anima
rapita da lieti pensieri, e fra sè diceva:--Egli è il vero artista,
egli è grande e buono!
Mentre così apparecchiavasi Damiano al cammino della vita e alle
difficili prove che l'accompagnano, la sciagura che troppo presto
aveva cominciato a seguitarlo, non s'era già perduta per via, e lo
teneva d'occhio di lontano, come fa la tigre del deserto colla sua
preda. Colui che una fatalità gli aveva suscitato contro, forse per
mettere a prova la sua virtù e il suo coraggio, quel signor Omobono da
lui temuto insieme ed abborrito, maturava in segreto il modo di tirar
nelle sue mani la sorte della povera famiglia. Il genio del male,
pareva averlo inspirato. Forse, se Damiano fin dal principio si fosse
mostrato a lui devoto, se avesse accolto le sue profferte d'amicizia,
il lievito dell'odio non sarebbesi diffuso nel cuor di quell'uomo.
Nessuno poteva dire quali tristi pensieri egli covasse; perchè si
fosse accanito così contro di quelle oneste creature. Fatto sta, che
in quel tempo, quantunque non si fosse lasciato vedere, egli sapeva
tutto ciò ch'era successo nella loro casa.
I nostri buoni amici intanto s'eran forse di lui dimenticati; però che
i buoni, quasi sempre, credono troppo poco al male. Ma ciò che aveva
voluto, che voleva ancora, egli il sapeva. E se i cattivi ponessero,
per ritornare al bene, la più piccola parte dello studio che fanno per
camminare spediti nella via del male, le ragioni del serpente non
sarebbero ancora così spesso ascoltate; e l'animo sarebbe pago di quel
conforto che viene dalla sperienza della virtù.
Era passato alcun tempo; e Damiano, pensando all'incerta riuscita del
concorso, non sapeva por mente a nessuna cosa, non aveva pace un
momento. Pure, per non so quale alterezza, fors'anche pel timore di
mutare il dubbio che l'agitava in una trista certezza, non volle
parlarne con nessuno, non volle neppur sapere il giorno nel quale la
sua sorte dovevasi decidere; e fece forza a sè stesso per non
pensarci. Ma il signor Costanzo non poteva star nella pelle; e se
proprio in que' dì non fosse sopravvenuta una grossa febbre a
inchiodarlo nel letto, non sarebbe stato cheto per certo, fino a che
non avesse saputo di buon canale che la corona era posta al quadro del
suo Damiano. Chi sa che appunto il dispetto di non saperlo di subito,
non gli abbia tenuto addosso quella febbre una settimana di più.
Una mattina però, Damiano, partendosi dalla casa del pittore, andò
quasi involontariamente e per non so quale presentimento verso la via
di Brera. La maggior frequenza di gente che a quella parte
incamminavasi, gli mise un ribrezzo nella persona; e confuso nella
folla s'affrettò anch'esso verso l'antico e severo palazzo, dal quale
era uscito l'ultima volta, pieno di così alta e bella speranza.
Entrando nell'ampio cortile, parevagli che tutti gli occhi fossero
sopra di lui; tremava e sudava al tempo stesso; forse l'anima sua
sentiva già tutta la verità.
Pure, salì insieme cogli altri, che non gli ponevano mente, nè gli
risparmiavano, in passando, qualche urto; attraversò la prima e la
seconda sala già tutte piene di giovani allievi, di persone curiose o
indifferenti: messo appena il piede nell'altro salone, vide pendere in
faccia a sè sulla parete a destra un quadro, a capo del quale era
attaccata la corona d'alloro!... E quel quadro non era il suo!
Altro non seppe, non vide; gli si annebbiò la vista, sentì una fitta
nel cuore; e sarebbe forse caduto a terra, dove non si fosse
appoggiato al piedestallo d'un monco colosso di scultura greca, a cui
per caso trovavasi vicino. Nessuno s'accorse di ciò ch'egli pativa
dentro di sè; anzi nel passare, un buon ambrogiano che voleva vedere,
sapere, e non perdere il proprio tempo per nulla, se gli accostò, e
additando il quadro incoronato, gli chiese ingenuamente:--Mi saprebbe
dire che cosa sia quel quadro là, e perchè abbia quella corona?...
Il giovine risensò a quella voce, rialzò l'avvilita fronte, ma non
potè lasciar di volgere un'occhiata al suo povero quadro confinato in
un angolo, sotto una scarsa luce. Poi, con tutta la calma possibile,
fece contento quell'ambrogiano dabbene, spiegandogli l'argomento della
pittura, e dicendogli che il quadro colla corona, fra i molti mandati
al concorso, era il più bello.
Uscì di quelle sale; ma non ebbe il coraggio di tornar subito a casa,
di rivedere sua madre e sua sorella: rifatta la via fino alla dimora
del pittore Costanzo, andò a sedere di nuovo al letto di lui; là,
senza dir nulla, appoggiati i gomiti ai cuscini, chinò la testa nelle
mani; e volle, ma non potè piangere.