Capitolo Ventesimo

Inosservato testimonio di questa scena, un uomo semplice all'aspetto,

di mezzana statura, dai capegli già misti di bigio, e trasandato

anzichè no del vestire, aveva udite, non volendo, le loro parole;

aveva veduto quel figlio baciar con affetto la mano materna. Facendosi

innanzi, si volse al giovine artista, e:--Siete voi, disse, che avete

fatto questo quadro?... E l'atto, e il mite suono di voce, ma più

ancora il lampo degli occhi intenti e gravi additavano in quel nuovo

venuto l'uomo grande e modesto che conosce e sente, l'uomo di genio

che sempre cerca le impronte della bellezza, che ovunque ne scopra

alcuna, si rallegra e tiensi felice d'aver vissuto un giorno di più.

Non lo avevano mai veduto; ma Damiano sentì batter forte il suo cuore

appena incontrò, levando la testa, lo sguardo dello sconosciuto. Oh!

che sentimento sarebbe stato il suo, se alcuno avesse detto allora a

Damiano il nome di quell'uomo onorevole e illustre; nome ch'io taccio

per riverenza alla più bella virtù degli uomini grandi.

Il giovine stette un poco sopra di sè; poi, vinto dall'impero di

quello sguardo che non si staccava da lui:--Sì, rispose, con voce

sicura: questo è il primo mio quadro.

--Voi siete nato pittore, o giovine! riprese lo sconosciuto: datemi la

mano. Io non so chi siate, ma ho sentito le vostre parole, e già vi

sono amico.

Una gioja inesprimibile balenò negli occhi di Damiano, nell'atto che

stese la destra: l'altro la strinse fortemente nella sua,

dicendogli:--No, non è vero che l'arte nostra sia morta, come grida

una generazione d'egoisti, la quale si rassegna troppo facilmente a

rinnegar patria, religione, famiglia e tutto! Noi Italiani siamo

ancora qualche cosa, per dio! se pur da noi stessi non ci condanniamo

a morir per sempre; la fiamma de' nostri antichi non è spenta del

tutto; ma l'arte, questa patria del pensiero che cerca la bellezza, ha

bisogno di figliuoli che facciano sagrifizio per essa. O giovine, non

temere! Ascolta la voce che ti chiama, va pur dietro all'inspirazione

del cielo: ma ti guarda da que' tristi che gelosi della buona

coscienza degli altri, e d'animo imbecille, vorranno soffocarti nel

cuore la divina scintilla. Vivi oscuro ed umile, studia lungamente;

non istancarti del pensare; non andare in cerca dell'applauso, e non

rider mai, nè da te nè con altri, dell'antica fede dell'arte. La via

che cominci è dolorosa e lunga più che non pensi; ma se cammini di

buon passo per tempo, se non hai sete troppo presto di un nome, se non

vuoi dell'oro, tu potrai giungere là, dove a pochi è concesso....

Soffri, sii misero e forte; e un dì, forse, sarai grande!

A tali meste e solenni parole, la gioja che irradiava il volto di

Damiano, disparve: le due donne, l'abate, e con essi Costanzo, s'erano

discostati un poco e non osavano più aprir bocca, compresi da

rispetto; cosicchè i due artisti rimasero soli in faccia al quadro.

Allora lo sconosciuto, avvicinatosi lentamente alla tela, con voce

pacata e sommessa, disse, e fece toccar al giovine ad uno ad uno i

difetti che l'acuto suo sguardo vi aveva distinto: non erano molti,

degni i più di scusa, e facili a venir tolti via; tali anzi che

rivelavano una mente viva e ardita, la quale non aveva cercato ajuto

che a sè medesima. Prontamente Damiano conobbe, a parte a parte,

quelle mende che dapprima non aveva saputo trovar fuori; ed era

appunto ciò che il faceva così malcontento dell'opera sua. Dopo

questo, si fece lo sconosciuto a lodare la semplice invenzione, la

forza del disegno, una certa naturale purezza di forme, un'armonia di

colori, una buona temperanza di tinte e di gradazioni di luce; sopra

tutto la verità e l'affetto che spiravano dalle due belle figure di

Erminia e di Tancredi, nelle quali si poteva leggere quella

espressione che inutilmente cercava sull'altre tele.

--Tu vedi, amico mio, conchiuse, ch'io son sincero con te: quelle due

teste bastarono a rivelarmi ciò che un dì potrà fare il tuo pennello,

o piuttosto l'anima tua. Queste care figure le hai vedute nella

fantasia; le ha trovate, indovinate il tuo cuore; son due tipi, come

diciam noi, che nessun maestro ti avrebbe potuto insegnare, fuorchè il

miglior de' maestri, quello che vive qui dentro, l'amore. Ma ascoltami

bene: io non so se tutti vedranno e giudicheranno al par di me; molti

pregi, e pregi massimamente di studio e di scuola, spiccano negli

altri quadri che ne stanno in giro; ma, te lo ripeto, nessuno ha ciò

ch'io veggo nel tuo. Dove il giudizio toccasse a me, penso che tua

sarebbe la corona: ma se mai la schizzinosa servilità al precetto e la

pedanteria ci mettessero la coda; se mai ci fiatasse sopra

l'ingiustizia ch'è losca, o l'intrigo che di soppiatto guasta le cose

migliori, non ti smarrir dell'animo, o mio giovine; anzi fanne augurio

per la vita penosa dell'artista che hai cominciata: perchè il genio

costa dolore.

--Grazie, o signore! le sue parole io le terrò scritte qui dentro:

rispose Damiano, fu un premio anche troppo grande per me quello che

oggi ho udito dalla sua bocca.... Io non dimenticherò mai, che ho

potuto stringere questa mano, come la mano d'un amico....

Il signor Costanzo s'avvicinò al nostro giovine, e gli disse in

segreto il nome di quell'uomo con cui aveva parlato; nome ch'egli

stesso era riuscito a sapere, domandandone un vecchio inserviente che

di là passava. Damiano arrossì; le parole che cominciavano a uscirgli

del cuore, a un tratto, gli mancarono; ma ebbe coraggio

d'accostarglisi di nuovo, dicendo:--Questo giorno sarà uno de' più

belli di tutta la mia vita!

Si lasciarono; e Damiano, partendosi con la famiglia, aveva l'anima

rapita da lieti pensieri, e fra sè diceva:--Egli è il vero artista,

egli è grande e buono!

Mentre così apparecchiavasi Damiano al cammino della vita e alle

difficili prove che l'accompagnano, la sciagura che troppo presto

aveva cominciato a seguitarlo, non s'era già perduta per via, e lo

teneva d'occhio di lontano, come fa la tigre del deserto colla sua

preda. Colui che una fatalità gli aveva suscitato contro, forse per

mettere a prova la sua virtù e il suo coraggio, quel signor Omobono da

lui temuto insieme ed abborrito, maturava in segreto il modo di tirar

nelle sue mani la sorte della povera famiglia. Il genio del male,

pareva averlo inspirato. Forse, se Damiano fin dal principio si fosse

mostrato a lui devoto, se avesse accolto le sue profferte d'amicizia,

il lievito dell'odio non sarebbesi diffuso nel cuor di quell'uomo.

Nessuno poteva dire quali tristi pensieri egli covasse; perchè si

fosse accanito così contro di quelle oneste creature. Fatto sta, che

in quel tempo, quantunque non si fosse lasciato vedere, egli sapeva

tutto ciò ch'era successo nella loro casa.

I nostri buoni amici intanto s'eran forse di lui dimenticati; però che

i buoni, quasi sempre, credono troppo poco al male. Ma ciò che aveva

voluto, che voleva ancora, egli il sapeva. E se i cattivi ponessero,

per ritornare al bene, la più piccola parte dello studio che fanno per

camminare spediti nella via del male, le ragioni del serpente non

sarebbero ancora così spesso ascoltate; e l'animo sarebbe pago di quel

conforto che viene dalla sperienza della virtù.

Era passato alcun tempo; e Damiano, pensando all'incerta riuscita del

concorso, non sapeva por mente a nessuna cosa, non aveva pace un

momento. Pure, per non so quale alterezza, fors'anche pel timore di

mutare il dubbio che l'agitava in una trista certezza, non volle

parlarne con nessuno, non volle neppur sapere il giorno nel quale la

sua sorte dovevasi decidere; e fece forza a sè stesso per non

pensarci. Ma il signor Costanzo non poteva star nella pelle; e se

proprio in que' dì non fosse sopravvenuta una grossa febbre a

inchiodarlo nel letto, non sarebbe stato cheto per certo, fino a che

non avesse saputo di buon canale che la corona era posta al quadro del

suo Damiano. Chi sa che appunto il dispetto di non saperlo di subito,

non gli abbia tenuto addosso quella febbre una settimana di più.

Una mattina però, Damiano, partendosi dalla casa del pittore, andò

quasi involontariamente e per non so quale presentimento verso la via

di Brera. La maggior frequenza di gente che a quella parte

incamminavasi, gli mise un ribrezzo nella persona; e confuso nella

folla s'affrettò anch'esso verso l'antico e severo palazzo, dal quale

era uscito l'ultima volta, pieno di così alta e bella speranza.

Entrando nell'ampio cortile, parevagli che tutti gli occhi fossero

sopra di lui; tremava e sudava al tempo stesso; forse l'anima sua

sentiva già tutta la verità.

Pure, salì insieme cogli altri, che non gli ponevano mente, nè gli

risparmiavano, in passando, qualche urto; attraversò la prima e la

seconda sala già tutte piene di giovani allievi, di persone curiose o

indifferenti: messo appena il piede nell'altro salone, vide pendere in

faccia a sè sulla parete a destra un quadro, a capo del quale era

attaccata la corona d'alloro!... E quel quadro non era il suo!

Altro non seppe, non vide; gli si annebbiò la vista, sentì una fitta

nel cuore; e sarebbe forse caduto a terra, dove non si fosse

appoggiato al piedestallo d'un monco colosso di scultura greca, a cui

per caso trovavasi vicino. Nessuno s'accorse di ciò ch'egli pativa

dentro di sè; anzi nel passare, un buon ambrogiano che voleva vedere,

sapere, e non perdere il proprio tempo per nulla, se gli accostò, e

additando il quadro incoronato, gli chiese ingenuamente:--Mi saprebbe

dire che cosa sia quel quadro là, e perchè abbia quella corona?...

Il giovine risensò a quella voce, rialzò l'avvilita fronte, ma non

potè lasciar di volgere un'occhiata al suo povero quadro confinato in

un angolo, sotto una scarsa luce. Poi, con tutta la calma possibile,

fece contento quell'ambrogiano dabbene, spiegandogli l'argomento della

pittura, e dicendogli che il quadro colla corona, fra i molti mandati

al concorso, era il più bello.

Uscì di quelle sale; ma non ebbe il coraggio di tornar subito a casa,

di rivedere sua madre e sua sorella: rifatta la via fino alla dimora

del pittore Costanzo, andò a sedere di nuovo al letto di lui; là,

senza dir nulla, appoggiati i gomiti ai cuscini, chinò la testa nelle

mani; e volle, ma non potè piangere.

Damiano: Storia di una povera famiglia · 第 26 / 64 题