Capitolo Decimonono

Al principiar dell'agosto, furono aperte al pubblico le sale del

palazzo di Brera. Fra i molti quadri mandati al concorso, uno ve n'era

sul quale, più che sugli altri, fissavano gli occhi gl'intelligenti

dell'arte, e que' che avevano il difficile carico di giudicare le

opere del concorso e di attribuir l'onore della corona.

Quel quadro non era, per verità, un capolavoro: anzi i maestri vi

avevano notate non lievi mende, parendo all'uno alquanto trasandata la

composizione, all'altro poco accademico il gruppo delle figure, a un

terzo male accurate le gradazioni de' toni nel colorire, che danno

prova del giovine studioso. Ma, a rincontro e quasi in ammenda di tali

difetti di scuola, i meglio avveduti, in quel quadro che sulle prime

non faceva maraviglia alcuna, scorgevano il sentimento dell'arte,

vergine ancora, ma libero e schietto, non meno che lo studio ingenuo

del bello e del vero; nulla d'esagerato, di metodico nelle linee e nel

colore; non risalti improvvisi, nè leziosi movimenti; ma pôse

naturali, disegno gentile insieme e franco, armonia e purità di

pennello; e sopra tutto, ciò che può essere soltanto dono

d'inspirazione, lampo d'idea, una singolar verità nella espressione

del dolore sulle belle sembianze del ferito cavaliero e della donna

innamorata.

Era questo quadro il primo lavoro del nostro Damiano. Fra i tanti che

lo videro, coloro che lo giudicarono, sopra gli altri, degno della

corona furono i pochi e i buoni: vi scorgevano l'espressione d'un

ingegno non inaridito dai precetti, ma ritemprato dalla naturale

coscienza del bello; v'intravedevano un'anima compresa della serietà

dell'arte, una capacità che faceva prova di sè, e meglio prometteva

per lo avvenire. La maggior parte però, e quei che dell'arte fanno

mercato, vivendo della gloriuzza accademica, delle rinomanze di

gazzette, rimbeccandosi lodi e critiche, sguisciando fra i piccoli

intrighi e le sorde invidie del mestiere, non vedevano nulla di raro o

di bello nel quadro lodato; e forse, perchè lodato da' buoni, facevano

studio di trovarlo cattivo. Così per lo più avviene, anche in ogni

altra cosa; anche dove si tratti della virtù e dell'onore di chi

appena si levi sopra il comune.

Delle altre opere mandate al concorso, e portanti al piede ciascuna un

motto diverso, secondo l'uso, si nominava, o s'indovinava, l'autore:

amici e compagni d'ogni concorrente, allievi di questo o di quel

pittore in fama, se la intendevano, facevan crocchio, cominciavano una

guerricciuola di brighe, d'impegni, di raccomandazioni; sono le solite

armi con cui a questo mondo si procura di stuzzicar la giustizia nelle

grandi e nelle piccole cose. Ma nessuno mai era riuscito a poter

sapere di chi fosse l'ultimo quadro venuto, che fino allora, massime

nella opinione de' giovani, pareva vincerla sul merito degli altri.

Costanzo, quantunque appena capisse in sè dalla gioja, argomentando

l'immancabile trionfo del suo allievo, non gli mancò di parola; non

essendosi lasciato andare a fiatar con persona viva il segreto del

giovine pittore. E siccome Damiano tenne sempre nascosta la sua tela,

e finita che l'ebbe non ne fece mai parola con nessuno; così neppure

sua madre, neppure sua sorella sapevano imaginare che appunto in que'

dì, pensieroso, distratto, indifferente com'era, aspettasse un

giudizio che poteva decidere per sempre di lui.

Intanto il giorno solenne avvicinavasi. Ottimo e degno d'una civiltà

che rispetta e onora nell'arte l'espressione della grandezza del

popolo e certamente il beneficio della legge che assolve dal servigio

delle armi il giovine cittadino, il quale, vincendo nell'arduo

sperimento dell'accademia, promette di render alla patria quella

corona dell'arte che ottenne per sè; ma, appunto perchè giusto e

grande è il beneficio, imparziale e severa debb'essere la mano che lo

comparte. Il modesto sentimento di sè, il dubbio di quel che aveva

fatto, il veder colla mente qualcosa di meglio, tutto ciò atterriva

Damiano, e gli esagerava le difficoltà del riuscire. Ma pure, non osò

staccar gli occhi da quel lume di speranza, non osò d'interrogare la

sorte che l'attendeva, ove quest'ultimo raggio fosse venuto a morire.

Pochi dì innanzi a quello in cui sogliono essere aperte le grandi sale

dell'Esposizione, Damiano, per via d'una raccomandazione avuta dal

pittore Costanzo, potè condurre la sua famiglia al palazzo di Brera.

Le donne, quantunque sapessero ch'egli aveva cominciato a lavorar di

pittura nello studio del signor Costanzo, non potevano figurarsi

quella mattina che venissero a vedere un gran quadro fatto da Damiano,

quel quadro ch'egli stesso aveva, quindici dì prima, caricato sulle

spalle di Rocco, per mandarlo di nascosto al concorso. E già prima, il

signor Costanzo avrebbe voluto darsi attorno, fare, dire, gridare: ma

Damiano gli fece giurare di non fare solo un passo; e il galantuomo

tacque.

Entrata appena la famiglia nella sala ov'erano disposti qua e là, sui

cavalletti, i quadri de' concorrenti, ecco che la Stella mette un

grido di gioja e riconosce, sulla prima tela che le si offre alla

vista, il proprio volto in quello della bellissima giovinetta ivi

dipinta. Allora comprese il segreto di suo fratello; e correndo con

impeto ingenuo, affettuoso nelle braccia di lui, disse:--Oh perchè,

Damiano, perchè fino ad oggi non hai voluto a parte de' tuoi pensieri

quelli che ti vogliono tanto bene?

--Mia cara, buona sorella, le rispose il giovine, tenendola stretta al

cuore; non dir nulla, per carità; tu mi vuoi bene, e vedi tutto bello;

ma non sai che il bello dell'arte è quel fuoco che uccise chi lo rapì,

come credevano gli antichi. Io non ho fatto nulla ancora... e, dentro

di me, gelo e tremo.

Intanto anche la signora Teresa, avvicinatasi al quadro, domandava una

cosa o l'altra, ora al signor Costanzo, al quale non pareva vero di

poter dir quel che sentiva, ora al suo Celso, che dopo lungo tempo era

venuto dalla solitudine dello studio a passar quel giorno presso la

madre. La buona famiglia, da un solo affetto raccolta intorno al

quadro, in quel momento sentiva una gioja ineffabile e santa, che

brillava nel volto sereno di ciascuno. Era in verità una scena gentile

e così vera che avrebbe commosso ogni cuore.

--Oh! spiegami un po', Damiano, come la è andata: a lui diceva sua

madre, col volto sereno e con le lagrime negli occhi: dunque un quadro

così bello, così grande, sei tu, proprio tu, che l'hai fatto?... E

come hai potuto, il mio caro figliuolo, lavorar tanto in così poco

tempo, fra gli studj della scuola e i travagli della nostra povera

vita?

--Oh mamma, rispondeva, era il mio spasso, la mia consolazione!

--Capisco bene adesso, la Teresa ripigliava; capisco il mistero che ti

teneva tutti i dì lontano dalla tua mamma per ore ed ore.... E io,

vedete un po', andava imaginando certe ragioni, certe storie.... che

il Signore me le perdoni!

--Madre mia, tornava a dir Damiano: la povertà e l'amore insegnano di

grandi cose. Io, sì, ve lo confesso, nella mia fatica pensava più a

voi che a me; e mi pareva di veder nell'avvenire que' giorni che forse

avrei potuto farvi; a voi una vita meno angustiosa, meno grama; a

me... Poi, bisognava proprio che io provassi: era una fiamma che io mi

sentiva qui dentro! Con tutto questo, vedete, forse è un sogno, è

sperar l'impossibile!

--Ecco, sei sempre quello! lo interruppe malinconicamente la Stella.

--Non parlar così a traverso, disse il signor Costanzo, facendo la

voce grossa e severa: mi fai proprio rabbia!... la tua modestia è una

bella cosa.... ma, quando è chiaro, come due e due fan quattro, che tu

sei nato pittore.... Oh vorrei vederla!... capisco già che la va

sempre di quel trotto; i buoni stanno allo scuro, e i nani si credono

giganti. Ma qui, non c'è che dire.... tu devi vincerla su tutti: ho un

par d'occhi anch'io.... e, al caso, mi sentiranno.

--Eh! voi mi volete bene, forse troppo! dicevagli il giovine.

--Sì: ma il ben che ti voglio non mi benda gli occhi, e posso

dichiararti tondo che la tua Erminia vale lei sola tutte l'altre

insieme che stanno qui attorno.... e se que' signori non hanno la

vista d'una spanna....

--Guarda, mamma, com'è bella ed espressiva la faccia smorta di quel

cavaliere che sembra proprio appena tornare in sè.... quello è

Tancredi: non è vero, Damiano?--Così domandava la Stella, appoggiata

al braccio del fratello, con amorevole compiacenza levando la piccola

mano verso il quadro:--Me la ricordo bene la sua storia.... mi ricordo

quell'amore della bella Erminia, che tu m'hai letto un dì nel

Tasso.... Oh! que' versi mi facevan piangere.

--Buon Damiano! così anche Celso diceva il sentimento del proprio

cuore al fratello. Dio ti fece un gran dono, e tu hai saputo metterlo

a frutto. È impossibile che il tuo merito, adesso oscuro, non abbia ad

essere, quando che sia, conosciuto e compensato. Sì, tu farai onore a'

tuoi, al nome di nostro padre; e noi sarem fortunati di appartenerti.

--O miei buoni! il giovine esclamò: Che Dio vi protegga. Ma non mi

parlate, non mi parlate così!--e s'era fatto severo in viso--So che il

conforto di quelli che ci tengono in cuore val meglio della pubblica

lode, la quale tante volte si vende e si compra a buon mercato: e il

veder questa gioja sui vostri volti, e quelle lagrime di mia madre e

di mia sorella, son per me un premio più grande della mia speranza. Ma

se tutti v'ingannaste? Se fosse il bene che mi volete quello che vi fa

vedere sulla mia fronte ciò che il Signore non vi ha messo, una luce

ch'egli dà a ben pochi su questa terra!.... Allora, addio ai sogni del

giovine, addio alle fantasie di tanto tempo, addio a' begli anni

gettati via per nulla; per quanto io mi faccia non potrò più arrivare

a quell'altezza dove il cuore libero respira!... E al destarmi, mi

troverei tuttora al principio del cammino, senza più tempo, senza più

lena di fare quello che avrei dovuto far prima... quello che tutti gli

altri fanno.

--Vedi, come sei tu! mio povero fratello! lo riprendeva amorosa la

Stella: questi sono i pensieri che ti facevano tristo e taciturno; e

in vece di guardare il bene....

--Sì, aggiungeva la madre: in vece di sperare, tu vuoi togliermi la

contentezza e la consolazione che m'avevi date. Ma no! è impossibile

che quando si ha quel cuore e quel pensare che tu hai, non si riesca a

tutto quel che si vuole. Ed io, intanto, ringrazio il Signore che

m'abbia dato un figliuolo come il mio Damiano: sì, che Lui ti

benedica.

A queste parole, il giovine sollevò la fronte rasserenata come prima;

e parve, la sua mesta sembianza rischiararsi di quella luce interiore,

che viene da un'anima pura e contenta. S'avvicinò alla madre; e

chinandosi un poco, prese con riverenza la mano di lei, e la baciò.

Damiano: Storia di una povera famiglia · 第 25 / 64 题