Al principiar dell'agosto, furono aperte al pubblico le sale del
palazzo di Brera. Fra i molti quadri mandati al concorso, uno ve n'era
sul quale, più che sugli altri, fissavano gli occhi gl'intelligenti
dell'arte, e que' che avevano il difficile carico di giudicare le
opere del concorso e di attribuir l'onore della corona.
Quel quadro non era, per verità, un capolavoro: anzi i maestri vi
avevano notate non lievi mende, parendo all'uno alquanto trasandata la
composizione, all'altro poco accademico il gruppo delle figure, a un
terzo male accurate le gradazioni de' toni nel colorire, che danno
prova del giovine studioso. Ma, a rincontro e quasi in ammenda di tali
difetti di scuola, i meglio avveduti, in quel quadro che sulle prime
non faceva maraviglia alcuna, scorgevano il sentimento dell'arte,
vergine ancora, ma libero e schietto, non meno che lo studio ingenuo
del bello e del vero; nulla d'esagerato, di metodico nelle linee e nel
colore; non risalti improvvisi, nè leziosi movimenti; ma pôse
naturali, disegno gentile insieme e franco, armonia e purità di
pennello; e sopra tutto, ciò che può essere soltanto dono
d'inspirazione, lampo d'idea, una singolar verità nella espressione
del dolore sulle belle sembianze del ferito cavaliero e della donna
innamorata.
Era questo quadro il primo lavoro del nostro Damiano. Fra i tanti che
lo videro, coloro che lo giudicarono, sopra gli altri, degno della
corona furono i pochi e i buoni: vi scorgevano l'espressione d'un
ingegno non inaridito dai precetti, ma ritemprato dalla naturale
coscienza del bello; v'intravedevano un'anima compresa della serietà
dell'arte, una capacità che faceva prova di sè, e meglio prometteva
per lo avvenire. La maggior parte però, e quei che dell'arte fanno
mercato, vivendo della gloriuzza accademica, delle rinomanze di
gazzette, rimbeccandosi lodi e critiche, sguisciando fra i piccoli
intrighi e le sorde invidie del mestiere, non vedevano nulla di raro o
di bello nel quadro lodato; e forse, perchè lodato da' buoni, facevano
studio di trovarlo cattivo. Così per lo più avviene, anche in ogni
altra cosa; anche dove si tratti della virtù e dell'onore di chi
appena si levi sopra il comune.
Delle altre opere mandate al concorso, e portanti al piede ciascuna un
motto diverso, secondo l'uso, si nominava, o s'indovinava, l'autore:
amici e compagni d'ogni concorrente, allievi di questo o di quel
pittore in fama, se la intendevano, facevan crocchio, cominciavano una
guerricciuola di brighe, d'impegni, di raccomandazioni; sono le solite
armi con cui a questo mondo si procura di stuzzicar la giustizia nelle
grandi e nelle piccole cose. Ma nessuno mai era riuscito a poter
sapere di chi fosse l'ultimo quadro venuto, che fino allora, massime
nella opinione de' giovani, pareva vincerla sul merito degli altri.
Costanzo, quantunque appena capisse in sè dalla gioja, argomentando
l'immancabile trionfo del suo allievo, non gli mancò di parola; non
essendosi lasciato andare a fiatar con persona viva il segreto del
giovine pittore. E siccome Damiano tenne sempre nascosta la sua tela,
e finita che l'ebbe non ne fece mai parola con nessuno; così neppure
sua madre, neppure sua sorella sapevano imaginare che appunto in que'
dì, pensieroso, distratto, indifferente com'era, aspettasse un
giudizio che poteva decidere per sempre di lui.
Intanto il giorno solenne avvicinavasi. Ottimo e degno d'una civiltà
che rispetta e onora nell'arte l'espressione della grandezza del
popolo e certamente il beneficio della legge che assolve dal servigio
delle armi il giovine cittadino, il quale, vincendo nell'arduo
sperimento dell'accademia, promette di render alla patria quella
corona dell'arte che ottenne per sè; ma, appunto perchè giusto e
grande è il beneficio, imparziale e severa debb'essere la mano che lo
comparte. Il modesto sentimento di sè, il dubbio di quel che aveva
fatto, il veder colla mente qualcosa di meglio, tutto ciò atterriva
Damiano, e gli esagerava le difficoltà del riuscire. Ma pure, non osò
staccar gli occhi da quel lume di speranza, non osò d'interrogare la
sorte che l'attendeva, ove quest'ultimo raggio fosse venuto a morire.
Pochi dì innanzi a quello in cui sogliono essere aperte le grandi sale
dell'Esposizione, Damiano, per via d'una raccomandazione avuta dal
pittore Costanzo, potè condurre la sua famiglia al palazzo di Brera.
Le donne, quantunque sapessero ch'egli aveva cominciato a lavorar di
pittura nello studio del signor Costanzo, non potevano figurarsi
quella mattina che venissero a vedere un gran quadro fatto da Damiano,
quel quadro ch'egli stesso aveva, quindici dì prima, caricato sulle
spalle di Rocco, per mandarlo di nascosto al concorso. E già prima, il
signor Costanzo avrebbe voluto darsi attorno, fare, dire, gridare: ma
Damiano gli fece giurare di non fare solo un passo; e il galantuomo
tacque.
Entrata appena la famiglia nella sala ov'erano disposti qua e là, sui
cavalletti, i quadri de' concorrenti, ecco che la Stella mette un
grido di gioja e riconosce, sulla prima tela che le si offre alla
vista, il proprio volto in quello della bellissima giovinetta ivi
dipinta. Allora comprese il segreto di suo fratello; e correndo con
impeto ingenuo, affettuoso nelle braccia di lui, disse:--Oh perchè,
Damiano, perchè fino ad oggi non hai voluto a parte de' tuoi pensieri
quelli che ti vogliono tanto bene?
--Mia cara, buona sorella, le rispose il giovine, tenendola stretta al
cuore; non dir nulla, per carità; tu mi vuoi bene, e vedi tutto bello;
ma non sai che il bello dell'arte è quel fuoco che uccise chi lo rapì,
come credevano gli antichi. Io non ho fatto nulla ancora... e, dentro
di me, gelo e tremo.
Intanto anche la signora Teresa, avvicinatasi al quadro, domandava una
cosa o l'altra, ora al signor Costanzo, al quale non pareva vero di
poter dir quel che sentiva, ora al suo Celso, che dopo lungo tempo era
venuto dalla solitudine dello studio a passar quel giorno presso la
madre. La buona famiglia, da un solo affetto raccolta intorno al
quadro, in quel momento sentiva una gioja ineffabile e santa, che
brillava nel volto sereno di ciascuno. Era in verità una scena gentile
e così vera che avrebbe commosso ogni cuore.
--Oh! spiegami un po', Damiano, come la è andata: a lui diceva sua
madre, col volto sereno e con le lagrime negli occhi: dunque un quadro
così bello, così grande, sei tu, proprio tu, che l'hai fatto?... E
come hai potuto, il mio caro figliuolo, lavorar tanto in così poco
tempo, fra gli studj della scuola e i travagli della nostra povera
vita?
--Oh mamma, rispondeva, era il mio spasso, la mia consolazione!
--Capisco bene adesso, la Teresa ripigliava; capisco il mistero che ti
teneva tutti i dì lontano dalla tua mamma per ore ed ore.... E io,
vedete un po', andava imaginando certe ragioni, certe storie.... che
il Signore me le perdoni!
--Madre mia, tornava a dir Damiano: la povertà e l'amore insegnano di
grandi cose. Io, sì, ve lo confesso, nella mia fatica pensava più a
voi che a me; e mi pareva di veder nell'avvenire que' giorni che forse
avrei potuto farvi; a voi una vita meno angustiosa, meno grama; a
me... Poi, bisognava proprio che io provassi: era una fiamma che io mi
sentiva qui dentro! Con tutto questo, vedete, forse è un sogno, è
sperar l'impossibile!
--Ecco, sei sempre quello! lo interruppe malinconicamente la Stella.
--Non parlar così a traverso, disse il signor Costanzo, facendo la
voce grossa e severa: mi fai proprio rabbia!... la tua modestia è una
bella cosa.... ma, quando è chiaro, come due e due fan quattro, che tu
sei nato pittore.... Oh vorrei vederla!... capisco già che la va
sempre di quel trotto; i buoni stanno allo scuro, e i nani si credono
giganti. Ma qui, non c'è che dire.... tu devi vincerla su tutti: ho un
par d'occhi anch'io.... e, al caso, mi sentiranno.
--Eh! voi mi volete bene, forse troppo! dicevagli il giovine.
--Sì: ma il ben che ti voglio non mi benda gli occhi, e posso
dichiararti tondo che la tua Erminia vale lei sola tutte l'altre
insieme che stanno qui attorno.... e se que' signori non hanno la
vista d'una spanna....
--Guarda, mamma, com'è bella ed espressiva la faccia smorta di quel
cavaliere che sembra proprio appena tornare in sè.... quello è
Tancredi: non è vero, Damiano?--Così domandava la Stella, appoggiata
al braccio del fratello, con amorevole compiacenza levando la piccola
mano verso il quadro:--Me la ricordo bene la sua storia.... mi ricordo
quell'amore della bella Erminia, che tu m'hai letto un dì nel
Tasso.... Oh! que' versi mi facevan piangere.
--Buon Damiano! così anche Celso diceva il sentimento del proprio
cuore al fratello. Dio ti fece un gran dono, e tu hai saputo metterlo
a frutto. È impossibile che il tuo merito, adesso oscuro, non abbia ad
essere, quando che sia, conosciuto e compensato. Sì, tu farai onore a'
tuoi, al nome di nostro padre; e noi sarem fortunati di appartenerti.
--O miei buoni! il giovine esclamò: Che Dio vi protegga. Ma non mi
parlate, non mi parlate così!--e s'era fatto severo in viso--So che il
conforto di quelli che ci tengono in cuore val meglio della pubblica
lode, la quale tante volte si vende e si compra a buon mercato: e il
veder questa gioja sui vostri volti, e quelle lagrime di mia madre e
di mia sorella, son per me un premio più grande della mia speranza. Ma
se tutti v'ingannaste? Se fosse il bene che mi volete quello che vi fa
vedere sulla mia fronte ciò che il Signore non vi ha messo, una luce
ch'egli dà a ben pochi su questa terra!.... Allora, addio ai sogni del
giovine, addio alle fantasie di tanto tempo, addio a' begli anni
gettati via per nulla; per quanto io mi faccia non potrò più arrivare
a quell'altezza dove il cuore libero respira!... E al destarmi, mi
troverei tuttora al principio del cammino, senza più tempo, senza più
lena di fare quello che avrei dovuto far prima... quello che tutti gli
altri fanno.
--Vedi, come sei tu! mio povero fratello! lo riprendeva amorosa la
Stella: questi sono i pensieri che ti facevano tristo e taciturno; e
in vece di guardare il bene....
--Sì, aggiungeva la madre: in vece di sperare, tu vuoi togliermi la
contentezza e la consolazione che m'avevi date. Ma no! è impossibile
che quando si ha quel cuore e quel pensare che tu hai, non si riesca a
tutto quel che si vuole. Ed io, intanto, ringrazio il Signore che
m'abbia dato un figliuolo come il mio Damiano: sì, che Lui ti
benedica.
A queste parole, il giovine sollevò la fronte rasserenata come prima;
e parve, la sua mesta sembianza rischiararsi di quella luce interiore,
che viene da un'anima pura e contenta. S'avvicinò alla madre; e
chinandosi un poco, prese con riverenza la mano di lei, e la baciò.