Rocco era uno di quegli sventurati che sovente s'incontrano in mezzo
al popolo minuto, creature sconosciute che passano nel mondo, senza
casa, senza via, senza eredità d'affetti; anime innocenti, che
sembrano quaggiù dimenticate dalla Provvidenza: per loro la vita è una
catena di giorni consumati dalla fatica e dalla miseria; eppur durano
rassegnati e sereni, come se per essi fosse il dolore una cosa
naturale, il pane cotidiano, l'aria che respirano. Non trovano quaggiù
chi dia loro il nome di fratello, chi li compensi qualche volta, con
una buona e compassionevole parola, di quanto loro negò natura; chi li
sollevi dal fango in cui sono costretti a camminare, e li riconforti a
vivere, a soffrire. Figliuoli della sventura, allorchè sono in mezzo
alla gente e pensano a sè stessi, alla vita, alla felicità degli
altri, debbono sentire un vuoto nell'anima, accorgersi di portare il
peso d'una maledizione. Gli altri hanno una famiglia, una casa, il
nome de' loro vecchi, la storia del passato a raccontare; essi non
hanno che le memorie del pianto e dell'abbandono; non hanno che
silenzio nel cuore. Più che la fortuna o la grandezza sospirano il
conforto del domestico affetto, una famiglia che li conosca, che
apprenda da loro il nome di padre e di madre. Che se v'hanno non
pochi, venuti al mondo prima d'esserci chiamati, i quali sanno aprirsi
una via nella folla, e conquistare, coll'astuzia o col coraggio, onore
e ricchezza; se costoro ponno ridersi de' quarti di nobiltà e delle
vecchie pergamene, come i bruni paladini del medio evo, superbi di
sfoggiar sullo scudo la barra trasversale del bastardo; i moltissimi
passano sulla terra infelici, ripudiati, deserti: e con essi altri
infelici ne vanno, che nati di benedetta unione, nella casa de'
poveri, pur sono nel primo dì rinnegati dai parenti, per inopia e per
fame; povere anime, lasciate in mano al caso dell'altrui compassione!
Succhieranno lo scarso latte di donna venale, o penderanno dalle poppe
d'una capra; se non sono dalla morte mietuti nel primo anno, come
dalla roncola del villano le margheritine del prato, n'andranno qua e
là sperduti, per le campagne, per le officine, a stento guadagnandosi
il pane, fino a che venga l'ora di tornare al Padre di tutti!
Anche Rocco, povero figliuolo, non aveva conosciuto padre nè madre.
Appena si ricordava del tempo che, bambino ancora, nella casipola d'un
contadino aveva cominciato a piangere, per la paura dell'accanita
comare che lo batteva e malmenava, lasciandolo poi guajre tutto il dì
in un canto dell'aja, nella fanghiglia, tra il razzolar de' polli e
sotto la guardia del cane del pagliajo. Ma non si ricordava più che
nessuno l'avesse baciato mai, come vedeva fare con gli altri
fanciulli; che mai alla sua voce non si fosse volta la donna da lui
nomata la mamma; che sempre gli fosse toccato il tozzo raffermo di due
o tre dì, e l'avanzo de' panni smessi da' suoi fratelli di latte.
Appena ebbe cinque o sei anni, gli ponevano, ogni mattino, fra mano
una verghetta e il solito pan muffo, e il mandavano, quanto è lunga la
giornata, fuori per la vasta prateria, o lungo le rive solitarie, in
compagnia delle oche o de' porcellini; e guai se tornasse a casa,
prima che il sole fosse sparito dietro il campanile del paese. La sola
delizia, il solo sentimento di consolazione a lui rimasto di quel
tempo era la memoria della chiesa del villaggio, alla quale correva la
mattina della domenica, in frotta cogli altri fanciulletti. Com'era
bello quell'altare, quel luogo venerato e tranquillo, rischiarato dal
lume de' ceri, che parevangli tante stelle! Come stava attento alle
mistiche funzioni che ancora non avevano per lui nessun significato,
come pendeva dalle parole non comprese del curato, quando compariva
sul pulpito, adorno d'una stola d'oro!
Così era passata la sua fanciullezza. Ma, solo e come perduto in una
famiglia non sua, la quale, per la scarsa limosina d'un luogo pio,
aveva stentato a prendersi quel carico, egli crebbe ignaro, selvaggio,
come la nuda pianticella del deserto. Fino a cinque anni, non seppe
quasi balbettar parola; l'occhio suo muto e fisso, la nativa rozzezza
degli atti, la pigra usata postura, avrebbero dimostrato abbastanza in
quel tempo, a chiunque si fosse fermato a guardarlo, la tardanza del
sentimento e lo scarso lume del pensiero. Non provava nè piacer nè
dolore, non amava nulla ancora, altro che il sole, sorgente dietro le
lunghe file de' salici, che col tepido raggio gli sgranchiva le membra
irrigidite e seminude. Rideva allora e saltellava, mettendo un grido
di gioja che pareva un gemito e battendo le mani; povero
fanciulletto!--Unico amico suo era il cane del casolare che spesso
venivagli dietro, e sulla verde ripa accovacciavasi d'accanto a lui,
per riscaldarsi al sole. Aveva tocco i quattordici anni, nè sapeva
leggere; nessuno s'era sognato di dargli in mano l'abbecedario o
mandarlo cogli altri fanciulli alla scuola del Comune; a nessuno era
venuto in pensiero d'insegnargli a ripetere il nome del Signore;
ond'egli, ogni volta che tornasse alla chiesa, inginocchiavasi vedendo
gli altri far lo stesso, e piangeva non osservato, piangeva, senza
sapere il perchè. Era questa la sua preghiera.
Fu verso a quell'età che la sua mente, fino allora appannata, provò
per la prima volta un forte commovimento; fu allora che lo assalsero
ignoti e nuovi affetti, a cui non bastava il suo cuore: comprese, per
sola virtù, dell'intimo senso, il misero suo stato; e d'ogni intorno
mirando le cose belle e gli uomini lieti e felici, gettato uno sguardo
sopra sè medesimo, sentì nell'anima il primo dolore, dolore di morte.
Oh quanta necessità d'amare e di dire altrui ciò che pativa, quanta
forza d'incerto volere e quanta pietà di sè turbavano ad un tempo il
fanciullo abbandonato! Ma a chi poteva domandare il perchè di tante
cose che appena cominciava a conoscere e che gli opprimevano l'anima
desta appena da un barlume di ragione?... Errava per le campagne
correndo, ansando; parlava agli alberi, ai sassi, ai fiori della
prateria, all'acqua fuggente; ogni oggetto prendeva vita agli occhi
suoi; e nella sua rozza e ingenua aspirazione, invocava la nube che
passa, il vento che spira tra le foglie, il baleno che solca il cielo.
A poco a poco, il suo spirito, troppo fortemente agitato, incominciò a
divenir giuoco di uno strano delirio. Ora si credeva un arbusto
solitario; e, come fa il giunco acquidoso, l'avresti veduto tutto il
dì inchino sulla riva del palude, mirando cader nell'acqua le lagrime
che gli stillavano dagli occhi: ora si figurava d'essere un sasso, e
colle braccia serrate al petto e le pupille fisse a terra, se ne
stava, per lunghe ore, ritto a' piè della costiera, senza rispondere
nè dar segno di vita a chi, per caso, passandogli avesse detto una
parola. Ma, un giorno, fermatosi all'entrata del villaggio, per udir
un mendicante, il quale di porta in porta andava canticchiando una
canzone che finiva così:
Del tuo figlio ascolta il pianto;
Madre mia, dove sei tu?
L'han portata al campo santo;
Non verrà mai più, mai più!
quel giorno, egli pure uscì a piangere dirottamente: e d'allora in
poi, impossessato forse della idea di trovar sua madre nel seno
dell'ampia natura, dov'era vissuto sempre, ogni fiato d'aria, ogni
brezza la più sottile parevagli una voce melodiosa che lo chiamasse
per nome, e diceva ch'era la voce della madre sua. E levatosi dal
terreno, n'andava là, donde l'aria spirava, dietro a quella voce; si
perdeva nella foresta, sentendo tremare il cuore di gioja, a ogni
stormir di foglia; e camminava dì e notte, senza stancarsi mai, senza
cercar riposo; ma quando il vento taceva e facevasi l'aere tranquillo
come prima, allora tutta la lena l'abbandonava, e sfinito di fame e di
fatica, l'infelice cadeva, come corpo morto, nel mezzo della via.
In questa malinconica e dolorosa follìa, il povero figliuolo
dell'aria, non vegliato mai da coloro che per carità lo ricoveravano
ancora, dopo alcun tempo si smarrì lontano lontano dal paesello
ov'erano trascorsi pieni d'amarezza i suoi primi anni. Raccolto una
sera semivivo da due carrettaj sulla strada maestra, fu consegnato
all'ufficio del comune più vicino, dove nessuno lo conosceva; e il
deputato politico del luogo, non avendo riuscito a cavargli di bocca
altro che il suo nome di Rocco, mandollo al Commissario. Costui,
intrigato dagli affari, non se ne pigliò soverchio fastidio; e
dichiaratolo, alla prima, imbecille e vagabondo, lo fece tradurre alla
regia pretura. In tutto il viaggio, quel meschino non diè mai segno di
pazzia; e senza dir nulla si lasciò strascinare come e dove volevano;
nè un solo lamento uscì della sua bocca. E di colà lo trasportarono
nella città, sopra una carretta, colla scorta di due guardie
campestri. Gettato a passar la notte dentro un camerotto, in compagnia
d'una dozzina di malviventi che lo accolsero con motti villani e
sconce risa, quell'innocente si sentì soffocar l'anima nell'aria
fetente del carcere; e ruppe d'improvviso in furiosi trasporti, in
orribili strida. Vaneggiò per gran tempo, miseramente sbattuto da
brividi e da convulsioni che facevano pietà e spavento. Fu subito
condotto ad un ospizio di carità: dove stette per mesi, tra la vita e
la morte, senza aver mai una lucida ora di ragione.
Finalmente, quando a Dio piacque, risanò: e parve che a poco a poco,
col ridestarsi della vita, andasse morendo in lui tutta la memoria del
passato. I medici dell'ospizio e gl'inservienti avevangli dimostrato
un po' d'amore; ed egli seppe trovar parole di riconoscenza e lagrime
di tenerezza, per esprimere la gratitudine sua a quella attenzione.
D'allora in poi, sempre obbediente e rispettoso, adoperò modi ingenui
e miti; parve un agnello. Parlava poco, era d'ogni cosa contento;
cresciuta in guisa strana la sua fisica vigoria, voleva fare egli solo
i più gravi e ruvidi servigi della casa. Ma colla forza del corpo,
vedevasi invece rimpiccolirsi e mancare in lui il lume dell'anima;
cosicchè sarebbesi detto inaridito già nel suo cuore il natural
sentimento. Ora, passati parecchi mesi, un di que' signori del luogo
pio, giudicandolo risanato, gli pose in mano poche lire, un
certificato, come lo dicono, di miserabilità, e mandollo con Dio.
Raccomandato da un buon ecclesiastico, aveva da prima trovato
d'allogarsi come fattorino presso di un venditor di legnami; ma, non
sapendo leggere nè scrivere, fu licenziato; e passò due o tre anni
nella bottega d'un arrotino a girar la mola per dieci ore al giorno;
pure in codesto duro mestiere, egli andava cantarellando, senza
pensiero, ritornelli e brani di bizzarre canzoni campagnuole che già
aveva udite o forse inventate, tanto per rallegrare la sua schiavitù.
Alla fine, da quella bottega, passò al fondaco del droghiere, sulla
piazza Fontana, dove ora lo ritroviamo; e già da tre anni vi stava,
ultimo de' famigli di quel negoziante straricco ed avaro.
Tutti, dunque lo chiamavano il Matto di piazza Fontana: benchè, per
certo, allora non fosse più matto di chi gli dava un tal nome; ma
poichè nella sua innocenza del pensare, e nella semplicità di veder le
cose, usciva a dir certe lampanti verità proprie tali quali sono, e
faceva certe bizzarre osservazioni, di rado ben comprese, ma però
significanti; le donne del contorno e i pochi che gli davan mente,
dicevano che aveva spigionato il pian di sopra; o per dir com'esse,
ch'era tocco nel _nomine patris_.
Rocco, sull'entrata dell'antico fondaco, armato il cucuzzolo d'una
berretta d'incerato, rimboccate le maniche della camicia, rimestando
col pestello nel sonoro mortajo, era il tipo vivente di quella figura
di garzone che sullo sfianco delle imposte di ogni bottega di
droghiere e d'ogni fabbrica di cioccolatte vedesi dipinto da qualche
Michelangelo da colombaie. Non c'era nessuno fra le pratiche del
negozio che, capitando per la libbra del zucchero o del caffè, per
l'oncia del pepe o del ginepro, non dicesse passando un motto a Rocco;
il quale, dove appena gli facesse un cattivo quarto di luna,
rispondeva per le rime, proverbiando ognuno a sua posta.--Buon dì,
matto; che novità?
--Novità vecchie; il galantuomo suda; miseria e povertà son sorelle; e
a piuma a piuma l'oca si spenna.
--Eh, cosa vuoi dire?
--Niente: non c'è che i poveri diavoli che possan toccarsi la mano.
--Dammi, Rocco, i numeri del lotto: i matti la indovinano.
--Giuoca gli anni tuoi, il dì che sei nato, e quello che ti cascò in
mente di vincere.
--Matto, ti saluto.
--Ti saluto, savio, che fai ammattire.
Così l'ignorante garzone faceva stare a segno i tristi che, senza
compassione e per non so quale maligna abitudine, solevan pigliarsi
giuoco di lui.
Ma Rocco, da qualche tempo, aveva mutato costume. Dove alcuno gli
parlasse, più non rispondeva con quella sua arguta semplicità:
scrollando il capo, sorrideva appena, e da indifferente e sospettoso
ch'egli era, mostravasi tutto rassegnato, com'era stato nella sua
fanciullezza. Non passava mai dinanzi una chiesa, non udiva il tocco
d'una campana, che non si facesse il segno della croce; e se prima non
perdeva mai lena per qualunque dura fatica, adesso invece ben sovente
smetteva il lavoro; lasciandosi cadere sovra uno sgabello, chinava fra
le mani il capo; e senza saperlo, trovavasi gli occhi pieni di pianto.
Il suo principale, che fino allora l'aveva tenuto come una bestia da
soma, un bel dì minacciò licenziarlo; ma il poveraccio mostravasi così
compunto, così atterrito alla sola idea di trovarsi di nuovo solo in
terra, che bisognò veramente promettergli di lasciarlo in pace presso
al suo mortajo, sul limitare dell'antica bottega. Allora tornò a
lavorare, a cantare come prima. Se non che, di tanto in tanto,
rimaneva a un tratto immobile, come incantato, e troncava a mezzo i
ritornelli delle sue canzoni.
Codesto singolar mutamento era dal tempo che i suoi giovani vicini, la
bella ricamatrice e il fratel suo, vedendolo ogni dì e passandogli
vicino, avevano cominciato a rispondere al suo saluto, a dirgli
qualche parola, con quella sincerità che insegna ad amare i nostri
fratelli sventurati come noi. Essendosi Damiano incontrato con lui,
una mattina, in lontana parte della città, lo aveva fermato; e
venutogli in compagnia lo domandò de' casi della sua vita. Era il
primo in tanti anni che si fosse accorto della miseria di Rocco, che a
lui chiedesse la sua storia, a lui che l'aveva da così lungo tempo
dimenticata. Allora potè finalmente effondersi nel cuore d'un altro,
dire tante cose che gli pesavano da tutta la vita sull'anima, e dirle
senza vedere il sogghigno di chi l'ascoltava, Da quel dì, fu Damiano
per lui più che amico, più che benefattore; tanto vale una dolce
parola, tanto può un'occhiata di fraterno amore. Da quel dì, il primo
pensiero del matto dabbene fu per i suoi due angioli custodi, come
egli chiamava Damiano e la Stella. Per loro sarebbe corso nel fuoco:
per loro, avrebbe dato libertà e vita. La sua gioja era quella di
contemplare di lontano, come un'apparizione, la fanciulla, quando, col
primo raggio dell'alba, usciva alla finestra, o quando stanca del
ricamare, chinavasi sul davanzale e, aperta la gabbia, chiamava il
canarino sulle sue dita.
Un dì, l'uccelletto fece capolino dall'usciolino socchiuso della sua
prigione, e saltellando qua e là sull'aperta finestra, spiccò
d'improvviso un bel volo, e andò a posarsi sul parapetto d'un'altana
della casa di fronte. Appena se ne fu accorta, la fanciulla mise un
grido; e tutta turbata correndo alla finestra, richiamava il suo
canarino, imitandone colla voce il pigolio, e agitando nell'aria il
fazzoletto bianco; ma poi che il fuggitivo non le rispondeva, anzi
volava più alto, cominciò a piangere. E già credeva perduto per sempre
il suo piccolo amico; quand'ecco su quel tetto, dal vano d'un abbaìno,
vede spuntar fuori una testa, poi due braccia robuste che s'aggrappano
alle travi e ai correnti, poi tutta la persona. Era Rocco.
Un freddo mortale la prese, pensando al pericolo che correva per lei
quel giovine; e gli occhi pieni di spavento, il cuor tremante, senza
respirare, seguiva ogni passo, ogni moto di quell'uomo, che di momento
in momento le pareva vedere da tanta altezza precipitar nella via. Ma
l'ardito Rocco, usando l'accortezza del gatto, camminava sugli
obbliqui fianchi dei tetti, fin quasi al margine delle gronde, e
arrampicandosi grado grado a' fumajuoli, di soppiatto seguiva lo
svolazzar del canarino or su questo or su quel comignolo. E quando gli
fu presso, strisciando dietro l'altana, s'attaccò a' bastoni
dell'inferriata, arrischiò un salto che fece mettere uno strido
d'orrore a tutte le donne intente a guardarlo da' balconi del
vicinato; e ghermì il ribelle uccelletto. Se lo nascose in seno, tra
le pieghe della camicia, e rivolto uno sguardo alla finestra di
Stella, per la via ond'era venuto, calò.
Non si può ridir la festa della fanciulla, quando Rocco venne a
riportarle il canarino. Egli non seppe dirle nulla, come se fatto
avesse una cosa la più naturale; ma Stella, tuttora sbigottita del
pericolo in cui lo vide, nel ringraziarlo con ingenuità affettuosa, lo
rimproverò perchè si fosse posto a quel rischio per così poco: egli
sorrise e non seppe dirle nulla ancora.
Ma, dopo questo caso, la conoscenza loro si fece più stretta, divenne
la buona amicizia come c'è tra la povera gente, la più schietta di
tutte l'amicizie. La vedova e la figliuola dovevano valersi del Rocco
in ogni premura, in ogni occorrenza: appena avesse a far qualche cosa
per loro, era felice, e si dava attorno con una contentezza da non
credere. Di tanto in tanto, anche non chiamato, si faceva coraggio di
venire a trovarle; e alla domenica, nell'ore libere del dopo pranzo,
essendo in casa Damiano, egli non mancava mai di salire a tener
compagnia a' suoi amici. La Stella lo aspettava, e qualche volta lo
garriva un poco, se avesse tardato: poichè ella s'era messa
all'impegno d'insegnargli a leggere; e il povero garzone pensava già
di toccar il cielo col dito, vedendo che riuscivagli di cucire insieme
qualche parola, quando studiava sul libro di preghiere della sua
giovine maestra.