Capitolo Decimottavo

Rocco era uno di quegli sventurati che sovente s'incontrano in mezzo

al popolo minuto, creature sconosciute che passano nel mondo, senza

casa, senza via, senza eredità d'affetti; anime innocenti, che

sembrano quaggiù dimenticate dalla Provvidenza: per loro la vita è una

catena di giorni consumati dalla fatica e dalla miseria; eppur durano

rassegnati e sereni, come se per essi fosse il dolore una cosa

naturale, il pane cotidiano, l'aria che respirano. Non trovano quaggiù

chi dia loro il nome di fratello, chi li compensi qualche volta, con

una buona e compassionevole parola, di quanto loro negò natura; chi li

sollevi dal fango in cui sono costretti a camminare, e li riconforti a

vivere, a soffrire. Figliuoli della sventura, allorchè sono in mezzo

alla gente e pensano a sè stessi, alla vita, alla felicità degli

altri, debbono sentire un vuoto nell'anima, accorgersi di portare il

peso d'una maledizione. Gli altri hanno una famiglia, una casa, il

nome de' loro vecchi, la storia del passato a raccontare; essi non

hanno che le memorie del pianto e dell'abbandono; non hanno che

silenzio nel cuore. Più che la fortuna o la grandezza sospirano il

conforto del domestico affetto, una famiglia che li conosca, che

apprenda da loro il nome di padre e di madre. Che se v'hanno non

pochi, venuti al mondo prima d'esserci chiamati, i quali sanno aprirsi

una via nella folla, e conquistare, coll'astuzia o col coraggio, onore

e ricchezza; se costoro ponno ridersi de' quarti di nobiltà e delle

vecchie pergamene, come i bruni paladini del medio evo, superbi di

sfoggiar sullo scudo la barra trasversale del bastardo; i moltissimi

passano sulla terra infelici, ripudiati, deserti: e con essi altri

infelici ne vanno, che nati di benedetta unione, nella casa de'

poveri, pur sono nel primo dì rinnegati dai parenti, per inopia e per

fame; povere anime, lasciate in mano al caso dell'altrui compassione!

Succhieranno lo scarso latte di donna venale, o penderanno dalle poppe

d'una capra; se non sono dalla morte mietuti nel primo anno, come

dalla roncola del villano le margheritine del prato, n'andranno qua e

là sperduti, per le campagne, per le officine, a stento guadagnandosi

il pane, fino a che venga l'ora di tornare al Padre di tutti!

Anche Rocco, povero figliuolo, non aveva conosciuto padre nè madre.

Appena si ricordava del tempo che, bambino ancora, nella casipola d'un

contadino aveva cominciato a piangere, per la paura dell'accanita

comare che lo batteva e malmenava, lasciandolo poi guajre tutto il dì

in un canto dell'aja, nella fanghiglia, tra il razzolar de' polli e

sotto la guardia del cane del pagliajo. Ma non si ricordava più che

nessuno l'avesse baciato mai, come vedeva fare con gli altri

fanciulli; che mai alla sua voce non si fosse volta la donna da lui

nomata la mamma; che sempre gli fosse toccato il tozzo raffermo di due

o tre dì, e l'avanzo de' panni smessi da' suoi fratelli di latte.

Appena ebbe cinque o sei anni, gli ponevano, ogni mattino, fra mano

una verghetta e il solito pan muffo, e il mandavano, quanto è lunga la

giornata, fuori per la vasta prateria, o lungo le rive solitarie, in

compagnia delle oche o de' porcellini; e guai se tornasse a casa,

prima che il sole fosse sparito dietro il campanile del paese. La sola

delizia, il solo sentimento di consolazione a lui rimasto di quel

tempo era la memoria della chiesa del villaggio, alla quale correva la

mattina della domenica, in frotta cogli altri fanciulletti. Com'era

bello quell'altare, quel luogo venerato e tranquillo, rischiarato dal

lume de' ceri, che parevangli tante stelle! Come stava attento alle

mistiche funzioni che ancora non avevano per lui nessun significato,

come pendeva dalle parole non comprese del curato, quando compariva

sul pulpito, adorno d'una stola d'oro!

Così era passata la sua fanciullezza. Ma, solo e come perduto in una

famiglia non sua, la quale, per la scarsa limosina d'un luogo pio,

aveva stentato a prendersi quel carico, egli crebbe ignaro, selvaggio,

come la nuda pianticella del deserto. Fino a cinque anni, non seppe

quasi balbettar parola; l'occhio suo muto e fisso, la nativa rozzezza

degli atti, la pigra usata postura, avrebbero dimostrato abbastanza in

quel tempo, a chiunque si fosse fermato a guardarlo, la tardanza del

sentimento e lo scarso lume del pensiero. Non provava nè piacer nè

dolore, non amava nulla ancora, altro che il sole, sorgente dietro le

lunghe file de' salici, che col tepido raggio gli sgranchiva le membra

irrigidite e seminude. Rideva allora e saltellava, mettendo un grido

di gioja che pareva un gemito e battendo le mani; povero

fanciulletto!--Unico amico suo era il cane del casolare che spesso

venivagli dietro, e sulla verde ripa accovacciavasi d'accanto a lui,

per riscaldarsi al sole. Aveva tocco i quattordici anni, nè sapeva

leggere; nessuno s'era sognato di dargli in mano l'abbecedario o

mandarlo cogli altri fanciulli alla scuola del Comune; a nessuno era

venuto in pensiero d'insegnargli a ripetere il nome del Signore;

ond'egli, ogni volta che tornasse alla chiesa, inginocchiavasi vedendo

gli altri far lo stesso, e piangeva non osservato, piangeva, senza

sapere il perchè. Era questa la sua preghiera.

Fu verso a quell'età che la sua mente, fino allora appannata, provò

per la prima volta un forte commovimento; fu allora che lo assalsero

ignoti e nuovi affetti, a cui non bastava il suo cuore: comprese, per

sola virtù, dell'intimo senso, il misero suo stato; e d'ogni intorno

mirando le cose belle e gli uomini lieti e felici, gettato uno sguardo

sopra sè medesimo, sentì nell'anima il primo dolore, dolore di morte.

Oh quanta necessità d'amare e di dire altrui ciò che pativa, quanta

forza d'incerto volere e quanta pietà di sè turbavano ad un tempo il

fanciullo abbandonato! Ma a chi poteva domandare il perchè di tante

cose che appena cominciava a conoscere e che gli opprimevano l'anima

desta appena da un barlume di ragione?... Errava per le campagne

correndo, ansando; parlava agli alberi, ai sassi, ai fiori della

prateria, all'acqua fuggente; ogni oggetto prendeva vita agli occhi

suoi; e nella sua rozza e ingenua aspirazione, invocava la nube che

passa, il vento che spira tra le foglie, il baleno che solca il cielo.

A poco a poco, il suo spirito, troppo fortemente agitato, incominciò a

divenir giuoco di uno strano delirio. Ora si credeva un arbusto

solitario; e, come fa il giunco acquidoso, l'avresti veduto tutto il

dì inchino sulla riva del palude, mirando cader nell'acqua le lagrime

che gli stillavano dagli occhi: ora si figurava d'essere un sasso, e

colle braccia serrate al petto e le pupille fisse a terra, se ne

stava, per lunghe ore, ritto a' piè della costiera, senza rispondere

nè dar segno di vita a chi, per caso, passandogli avesse detto una

parola. Ma, un giorno, fermatosi all'entrata del villaggio, per udir

un mendicante, il quale di porta in porta andava canticchiando una

canzone che finiva così:

Del tuo figlio ascolta il pianto;

Madre mia, dove sei tu?

L'han portata al campo santo;

Non verrà mai più, mai più!

quel giorno, egli pure uscì a piangere dirottamente: e d'allora in

poi, impossessato forse della idea di trovar sua madre nel seno

dell'ampia natura, dov'era vissuto sempre, ogni fiato d'aria, ogni

brezza la più sottile parevagli una voce melodiosa che lo chiamasse

per nome, e diceva ch'era la voce della madre sua. E levatosi dal

terreno, n'andava là, donde l'aria spirava, dietro a quella voce; si

perdeva nella foresta, sentendo tremare il cuore di gioja, a ogni

stormir di foglia; e camminava dì e notte, senza stancarsi mai, senza

cercar riposo; ma quando il vento taceva e facevasi l'aere tranquillo

come prima, allora tutta la lena l'abbandonava, e sfinito di fame e di

fatica, l'infelice cadeva, come corpo morto, nel mezzo della via.

In questa malinconica e dolorosa follìa, il povero figliuolo

dell'aria, non vegliato mai da coloro che per carità lo ricoveravano

ancora, dopo alcun tempo si smarrì lontano lontano dal paesello

ov'erano trascorsi pieni d'amarezza i suoi primi anni. Raccolto una

sera semivivo da due carrettaj sulla strada maestra, fu consegnato

all'ufficio del comune più vicino, dove nessuno lo conosceva; e il

deputato politico del luogo, non avendo riuscito a cavargli di bocca

altro che il suo nome di Rocco, mandollo al Commissario. Costui,

intrigato dagli affari, non se ne pigliò soverchio fastidio; e

dichiaratolo, alla prima, imbecille e vagabondo, lo fece tradurre alla

regia pretura. In tutto il viaggio, quel meschino non diè mai segno di

pazzia; e senza dir nulla si lasciò strascinare come e dove volevano;

nè un solo lamento uscì della sua bocca. E di colà lo trasportarono

nella città, sopra una carretta, colla scorta di due guardie

campestri. Gettato a passar la notte dentro un camerotto, in compagnia

d'una dozzina di malviventi che lo accolsero con motti villani e

sconce risa, quell'innocente si sentì soffocar l'anima nell'aria

fetente del carcere; e ruppe d'improvviso in furiosi trasporti, in

orribili strida. Vaneggiò per gran tempo, miseramente sbattuto da

brividi e da convulsioni che facevano pietà e spavento. Fu subito

condotto ad un ospizio di carità: dove stette per mesi, tra la vita e

la morte, senza aver mai una lucida ora di ragione.

Finalmente, quando a Dio piacque, risanò: e parve che a poco a poco,

col ridestarsi della vita, andasse morendo in lui tutta la memoria del

passato. I medici dell'ospizio e gl'inservienti avevangli dimostrato

un po' d'amore; ed egli seppe trovar parole di riconoscenza e lagrime

di tenerezza, per esprimere la gratitudine sua a quella attenzione.

D'allora in poi, sempre obbediente e rispettoso, adoperò modi ingenui

e miti; parve un agnello. Parlava poco, era d'ogni cosa contento;

cresciuta in guisa strana la sua fisica vigoria, voleva fare egli solo

i più gravi e ruvidi servigi della casa. Ma colla forza del corpo,

vedevasi invece rimpiccolirsi e mancare in lui il lume dell'anima;

cosicchè sarebbesi detto inaridito già nel suo cuore il natural

sentimento. Ora, passati parecchi mesi, un di que' signori del luogo

pio, giudicandolo risanato, gli pose in mano poche lire, un

certificato, come lo dicono, di miserabilità, e mandollo con Dio.

Raccomandato da un buon ecclesiastico, aveva da prima trovato

d'allogarsi come fattorino presso di un venditor di legnami; ma, non

sapendo leggere nè scrivere, fu licenziato; e passò due o tre anni

nella bottega d'un arrotino a girar la mola per dieci ore al giorno;

pure in codesto duro mestiere, egli andava cantarellando, senza

pensiero, ritornelli e brani di bizzarre canzoni campagnuole che già

aveva udite o forse inventate, tanto per rallegrare la sua schiavitù.

Alla fine, da quella bottega, passò al fondaco del droghiere, sulla

piazza Fontana, dove ora lo ritroviamo; e già da tre anni vi stava,

ultimo de' famigli di quel negoziante straricco ed avaro.

Tutti, dunque lo chiamavano il Matto di piazza Fontana: benchè, per

certo, allora non fosse più matto di chi gli dava un tal nome; ma

poichè nella sua innocenza del pensare, e nella semplicità di veder le

cose, usciva a dir certe lampanti verità proprie tali quali sono, e

faceva certe bizzarre osservazioni, di rado ben comprese, ma però

significanti; le donne del contorno e i pochi che gli davan mente,

dicevano che aveva spigionato il pian di sopra; o per dir com'esse,

ch'era tocco nel _nomine patris_.

Rocco, sull'entrata dell'antico fondaco, armato il cucuzzolo d'una

berretta d'incerato, rimboccate le maniche della camicia, rimestando

col pestello nel sonoro mortajo, era il tipo vivente di quella figura

di garzone che sullo sfianco delle imposte di ogni bottega di

droghiere e d'ogni fabbrica di cioccolatte vedesi dipinto da qualche

Michelangelo da colombaie. Non c'era nessuno fra le pratiche del

negozio che, capitando per la libbra del zucchero o del caffè, per

l'oncia del pepe o del ginepro, non dicesse passando un motto a Rocco;

il quale, dove appena gli facesse un cattivo quarto di luna,

rispondeva per le rime, proverbiando ognuno a sua posta.--Buon dì,

matto; che novità?

--Novità vecchie; il galantuomo suda; miseria e povertà son sorelle; e

a piuma a piuma l'oca si spenna.

--Eh, cosa vuoi dire?

--Niente: non c'è che i poveri diavoli che possan toccarsi la mano.

--Dammi, Rocco, i numeri del lotto: i matti la indovinano.

--Giuoca gli anni tuoi, il dì che sei nato, e quello che ti cascò in

mente di vincere.

--Matto, ti saluto.

--Ti saluto, savio, che fai ammattire.

Così l'ignorante garzone faceva stare a segno i tristi che, senza

compassione e per non so quale maligna abitudine, solevan pigliarsi

giuoco di lui.

Ma Rocco, da qualche tempo, aveva mutato costume. Dove alcuno gli

parlasse, più non rispondeva con quella sua arguta semplicità:

scrollando il capo, sorrideva appena, e da indifferente e sospettoso

ch'egli era, mostravasi tutto rassegnato, com'era stato nella sua

fanciullezza. Non passava mai dinanzi una chiesa, non udiva il tocco

d'una campana, che non si facesse il segno della croce; e se prima non

perdeva mai lena per qualunque dura fatica, adesso invece ben sovente

smetteva il lavoro; lasciandosi cadere sovra uno sgabello, chinava fra

le mani il capo; e senza saperlo, trovavasi gli occhi pieni di pianto.

Il suo principale, che fino allora l'aveva tenuto come una bestia da

soma, un bel dì minacciò licenziarlo; ma il poveraccio mostravasi così

compunto, così atterrito alla sola idea di trovarsi di nuovo solo in

terra, che bisognò veramente promettergli di lasciarlo in pace presso

al suo mortajo, sul limitare dell'antica bottega. Allora tornò a

lavorare, a cantare come prima. Se non che, di tanto in tanto,

rimaneva a un tratto immobile, come incantato, e troncava a mezzo i

ritornelli delle sue canzoni.

Codesto singolar mutamento era dal tempo che i suoi giovani vicini, la

bella ricamatrice e il fratel suo, vedendolo ogni dì e passandogli

vicino, avevano cominciato a rispondere al suo saluto, a dirgli

qualche parola, con quella sincerità che insegna ad amare i nostri

fratelli sventurati come noi. Essendosi Damiano incontrato con lui,

una mattina, in lontana parte della città, lo aveva fermato; e

venutogli in compagnia lo domandò de' casi della sua vita. Era il

primo in tanti anni che si fosse accorto della miseria di Rocco, che a

lui chiedesse la sua storia, a lui che l'aveva da così lungo tempo

dimenticata. Allora potè finalmente effondersi nel cuore d'un altro,

dire tante cose che gli pesavano da tutta la vita sull'anima, e dirle

senza vedere il sogghigno di chi l'ascoltava, Da quel dì, fu Damiano

per lui più che amico, più che benefattore; tanto vale una dolce

parola, tanto può un'occhiata di fraterno amore. Da quel dì, il primo

pensiero del matto dabbene fu per i suoi due angioli custodi, come

egli chiamava Damiano e la Stella. Per loro sarebbe corso nel fuoco:

per loro, avrebbe dato libertà e vita. La sua gioja era quella di

contemplare di lontano, come un'apparizione, la fanciulla, quando, col

primo raggio dell'alba, usciva alla finestra, o quando stanca del

ricamare, chinavasi sul davanzale e, aperta la gabbia, chiamava il

canarino sulle sue dita.

Un dì, l'uccelletto fece capolino dall'usciolino socchiuso della sua

prigione, e saltellando qua e là sull'aperta finestra, spiccò

d'improvviso un bel volo, e andò a posarsi sul parapetto d'un'altana

della casa di fronte. Appena se ne fu accorta, la fanciulla mise un

grido; e tutta turbata correndo alla finestra, richiamava il suo

canarino, imitandone colla voce il pigolio, e agitando nell'aria il

fazzoletto bianco; ma poi che il fuggitivo non le rispondeva, anzi

volava più alto, cominciò a piangere. E già credeva perduto per sempre

il suo piccolo amico; quand'ecco su quel tetto, dal vano d'un abbaìno,

vede spuntar fuori una testa, poi due braccia robuste che s'aggrappano

alle travi e ai correnti, poi tutta la persona. Era Rocco.

Un freddo mortale la prese, pensando al pericolo che correva per lei

quel giovine; e gli occhi pieni di spavento, il cuor tremante, senza

respirare, seguiva ogni passo, ogni moto di quell'uomo, che di momento

in momento le pareva vedere da tanta altezza precipitar nella via. Ma

l'ardito Rocco, usando l'accortezza del gatto, camminava sugli

obbliqui fianchi dei tetti, fin quasi al margine delle gronde, e

arrampicandosi grado grado a' fumajuoli, di soppiatto seguiva lo

svolazzar del canarino or su questo or su quel comignolo. E quando gli

fu presso, strisciando dietro l'altana, s'attaccò a' bastoni

dell'inferriata, arrischiò un salto che fece mettere uno strido

d'orrore a tutte le donne intente a guardarlo da' balconi del

vicinato; e ghermì il ribelle uccelletto. Se lo nascose in seno, tra

le pieghe della camicia, e rivolto uno sguardo alla finestra di

Stella, per la via ond'era venuto, calò.

Non si può ridir la festa della fanciulla, quando Rocco venne a

riportarle il canarino. Egli non seppe dirle nulla, come se fatto

avesse una cosa la più naturale; ma Stella, tuttora sbigottita del

pericolo in cui lo vide, nel ringraziarlo con ingenuità affettuosa, lo

rimproverò perchè si fosse posto a quel rischio per così poco: egli

sorrise e non seppe dirle nulla ancora.

Ma, dopo questo caso, la conoscenza loro si fece più stretta, divenne

la buona amicizia come c'è tra la povera gente, la più schietta di

tutte l'amicizie. La vedova e la figliuola dovevano valersi del Rocco

in ogni premura, in ogni occorrenza: appena avesse a far qualche cosa

per loro, era felice, e si dava attorno con una contentezza da non

credere. Di tanto in tanto, anche non chiamato, si faceva coraggio di

venire a trovarle; e alla domenica, nell'ore libere del dopo pranzo,

essendo in casa Damiano, egli non mancava mai di salire a tener

compagnia a' suoi amici. La Stella lo aspettava, e qualche volta lo

garriva un poco, se avesse tardato: poichè ella s'era messa

all'impegno d'insegnargli a leggere; e il povero garzone pensava già

di toccar il cielo col dito, vedendo che riuscivagli di cucire insieme

qualche parola, quando studiava sul libro di preghiere della sua

giovine maestra.

Damiano: Storia di una povera famiglia · 第 24 / 64 题