Capitolo Decimosettimo

Intanto nella povera famiglia si pativa. Allorchè la troppo confidente

e buona Teresa cominciò a tremare nel suo cuore, allorchè cominciò a

capire che cosa siano i cattivi, ad aprir gli occhi sui pericoli della

sua innocente creatura, ella prese a sospettare di tutto e di tutti.

In poco tempo, la voce di quel ch'era successo, portata attorno dalle

curiose donnicciuole, travestita dalla malignità o dalla scempiaggine

altrui, creduta al di là del vero anche da' buoni che spesso han

troppo paura del male, fece metter molti occhi addosso alle due donne,

e brulicare sul conto loro sospetti. Chi disse, chi ripetè, rincarando

la dose; chi battezzò a dirittura la madre e la figliuola con nomi da

non dire; e vi fu perfino chi s'attentò di mettersi su per le buje

loro scale, battendo sfacciatamente a quell'uscio, su cui un modesto

cartello portava scritto in bel corsivo: _Ricamatrice e Cucitrice_.

Da quel dì, la Stella non fu più veduta così ilare, così contenta come

prima; da quel dì una nube di malinconia cominciò ad appannare il

sereno della sua fronte; e per la prima volta, il sentimento della

povertà e del disonore le turbò quella fede, nella quale era vissuta

fino allora senza temere, senza odiar nessuno su questa terra.

Damiano, ferito nel più vivo del cuore, andava meditando vendetta; ben

vedeva che, senza farsi ragione da sè, non sarebbe riuscito a nulla:

poichè vecchia è la commedia del mondo, ove il vizio titolato e

vestito d'oro grida più forte della virtù coperta di poveri panni e

senza nome. E poi, superbo com'era dell'onor di suo padre, Damiano

repugnava troppo a ripetere il nome di sua sorella in così trista

faccenda; e scorgeva la necessità di tirare un velo su quel ch'era

stato.

Ma, dopo fatta codesta risoluzione, tornava alle idee di prima;

sentiva più vivo l'insulto sofferto; pensava che l'unica via di

lavarlo era quella di forzare il giovine signore a stargli a fronte:

quantunque sapesse d'esporsi a quasi certa morte, si compiacque per

alcuni dì in tale consiglio; indifferente, se non pago, di togliersi

alla vita, la quale, allora più che mai, parevagli difficile a

portare. Non ne volle dir nulla a sua madre; e divisava il modo di

costringere il nobile seduttore a battersi con lui.

Poi, dopo una notte vegliata nel tormento dell'anima, ripensando a sua

madre, alla Stella, a Celso, sentì mancarsi il coraggio di morire.

Venuta la mattina, andò a cercar del fratello e per buona ventura il

trovò solo. Alle parole confuse, concitate di Damiano, il giovine

cherico, già a parte dell'avvenuto, seppe leggergli negli occhi il suo

progetto; e tanto disse e così affettuoso parlò che Damiano,

gittandosegli al collo, pentito come d'un fallo commesso, gli promise

che, come lui stesso aveva detto, lascierebbe al Signore il castigo

de' cattivi.

Con tutto questo, il dì seguente tornò sopra a quel pensiero;

tormentato dentro di sè da tanta incertezza, volle confidarsi col

signor Lorenzo, come col solo suo protettore; persuaso che il vecchio

soldato, non uso a pigliar mai in ischerzo nessuna cosa, l'avrebbe

soccorso colla severa sua esperienza. E in verità; quando seppe il

caso, quell'antico della guardia reale lasciò scapparsi di bocca certe

negre bestemmie che non aveva scagliate fuor che a' cosacchi; e

giurava d'aggiustar lui a ogni modo la cosa, come si doveva. Ma,

ponderando seriamente, cominciò a dubitare, e poi vide che, se anche

il nobiluzzo birbone si fosse degnato di battersi, Damiano poteva

giuocare con lui un mal giuoco; pensò che alla fin fine egli doveva

tenergli luogo di padre, e in tuono risoluto conchiuse che per allora

bisognava rinunziare a quel proposito; soggiungendo con un cotal gesto

misterioso: --Fidatevi pure di quel che vi dico io, non mancherà il

momento di rendere pane per focaccia a quel cattivo mobile non

solamente, ma a molti altri del suo stampo.

Quel che tagliò fuori ogni dubbio fu il sapere, quasi subito, che il

signor cavaliere aveva stimato prudente di mutar aria per alcun tempo.

Poi, di lì a pochi mesi, fatto che fu il matrimonio del quale abbiam

parlato, nel cuor di Damiano, a quell'avanzo d'ira che vi stagnava,

successe compassione e disprezzo; che se prima gli bolliva dentro la

smania di vederlo diffamato come sel meritava, allora sentì quasi che

avrebbe potuto perdonargli.

Così, tornato in pace con sè, la buona volontà di adempiere, come

meglio sapeva, il suo dovere, nel momento del maggior bisogno, era in

lui rinata più viva che mai. E come, finite allora le scuole del

liceo, egli toccava ormai i vent'anni, si mise a pensar seriamente

alla via che gli conveniva di scegliere.

Il buon mercante, presso il quale continuava quasi da due anni a

regolare i libri di cassa, gli profferse in quel torno di tenerlo nel

proprio fondaco, in qualità di commesso, raddoppiandogli

l'assegnamento mensuale e dandogli di più speranza di qualche

provvigione sugli utili del negozio. Ma Damiano sentiva che non

avrebbe potuto piegare il collo con rassegnazione ad una vita così

diversa dalla vita vagheggiata e sognata per tanto tempo; e rifiutò.

La Teresa e la Stella dal canto loro lo consigliavano d'allogarsi in

qualche ufficio, credendo che in pochi mesi avrebbe potuto

coll'ingegno e colla buona volontà ottenere anche lui un impiego, come

tanti altri. E Damiano, sebben vedesse la meschina prospettiva

dell'avvenire, comechè egli non potesse fare gli studj superiori, già

stava per appigliarsi a codesta determinazione; allorchè il vecchio

pittore Costanzo venne in mezzo a guastare ogni cosa.

Egli non poteva patire che il giovine gittasse via così il più santo

dono del cielo, l'inspirazione della bellezza. Una mattina che Damiano

gli parlava del proprio avvenire, egli tirò in campo tutti gli

argomenti possibili per dissuaderlo. Gli fece toccare le difficoltà,

le spine della via sulla quale voleva mettersi; gli fece vedere

impossibile d'ottenere, prima di tre o quattro anni, un impiego

stabile; intanto egli era all'età della coscrizione, nè senza miracolo

avrebbe potuto schivarla; che il miracolo lui stesso lo farebbe, dando

ascolto al suo vecchio amico. E qui si spiegò chiaro, che avesse a

finire ben presto il quadro del concorso a cui aveva lavorato parecchi

mesi nell'inverno, e a mandarlo all'Esposizione: quel quadro, senza

dubbio, doveva essere il più bello; e il suo giovine autore, coll'onor

della corona, avrebbe goduto il privilegio legale di andar esente dal

servigio militare.

Queste ragioni, scossero non poco i pensieri di Damiano. E sopra tutto

l'idea della coscrizione che lo avrebbe potuto da un dì all'altro

strappare a' suoi, questa spina che da un pezzo eragli fitta nel cuore

senza che nemanco avesse osato parlarne con sua madre, fu quello che

il vinse. Una timida ma calda speranza, che fino allora non aveva

ardito confessare a nessuno, quasi neppure a sè stesso, e che poteva

forse decidere il destino di tutta la sua vita, si rianimò in quel

giorno; e già nel cuore egli dava volentieri ragione al vecchio

Costanzo. Era la speranza di riuscire, quella che dà vita a tutte le

cose grandi e belle. Pure, la sua mente dubitava ancora.

--Ascolta, amico mio, dicevagli il buon pittore, con voce così

commossa che ben mostrava la verità di quel che sentiva. Ascolta; tu

sei giovine e padrone della tua vita. Il Signore ti ha dato quel che a

pochi egli dà, il fuoco dell'anima; ma guai se questo fuoco lo lasci

morire!... Ama la pittura, amala com'io, quest'arte sublime.... Ma

fatti coraggio, vinci gli uomini e il tempo, e avrai quello che non

seppi trovar io, un nome. Io, vedi, fui un povero disgraziato; mi fece

spavento il cammino che bisognava salire, e mi misi a sedere al basso.

Ora son vecchio, ho perduto tutto; nè posso che rimpiangere il

passato, come i vecchi fanno.

--Anima nobile e onesta! pensava il giovine, intanto che l'amico suo,

ragionando, gli serrava con affetto la destra.

--Ma tu, seguiva Costanzo, hai la mente serena e la volontà calda; tu

devi levarti, chè il puoi, sopra a questa gente che ti circonda e

vorrebbe soffocarti collo spauracchio del bisogno, colla tirannia

dell'impossibile; due cose che fanno morire quanto v'è di generoso, di

vero. Soffri ancora per poco, e verrà giorno, te lo prometto io, che

la moltitudine sarà costretta ad ammirarti, a ripetere con riverenza

il tuo nome; e diranno: Vedete quel giovine? è un gran pittore, è

l'allievo del vecchio Costanzo!... Oh! ch'io li possa sentire a dir

così!...

--Ascolta, amico, lo interruppe Damiano; e chi mi darà tempo e libertà

ch'io mi ponga a studiare?... Chi penserà intanto a mia madre?...

--Dammi ascolto, figliuolo, riprese il vecchio, e fa quel che dico;

metti insieme una cinquantina di scudi.... a tua madre, a tua sorella

penserò io... quel poco che posso.... e poi, la Provvidenza non c'è

per niente. Fa dunque così; non dir nulla agl'ignoranti, i quali

ridono sempre del povero che combatte e spera; va con Dio, va fino a

Roma, e domanda il tuo avvenire a Raffaello, a Michelangiolo, a Guido

e a quegli altri pochi loro fratelli. Se puoi piangere dinanzi a que'

miracoli degli uomini, se il cuore ti batte più forte e la mano non ti

trema, segui pure la via: potrà esser lunga e difficile, ma è certa. E

quando il tuo cuore onesto ti dirà che sei degno del voto dei buoni e

della parola di quelli che sanno, ritorna allora dal pellegrinaggio, a

consolare tua madre, a rallegrare il tuo amico Costanzo.... Oh sì! io

spero esserci ancora, quando sarà menzionato il tuo nome fra quelli

per cui non va a morire l'onore della povera Italia nostra.

Così con ardore parlava il vecchio maestro; e per verità, non aveva

parlato mai a Damiano con tanta persuasione, con tanta semplicità e

grandezza d'affetto. Nè a lui pareva vero che un uomo dato al

mestiero, costretto, da che viveva, a lottare colla povertà, sentisse

ancora così altamente di quell'arte ch'eragli stata ben poco liberale

de' doni suoi: forse per questo, ne pigliava maggior conforto e

coraggio; e sentivasi commosso, ammirando quest'anima ingenua e buona,

alla quale forse, in altro tempo, era mancato ciò che egli stesso

andava allora cercando, forza e volontà.

Quel colloquio mutò il proposito di Damiano. Il dì appresso, tornò al

suo quadro che aveva prima condotto quasi alla metà, e che rimaneva da

un pezzo abbandonato e polveroso in un canto dello studio. Tornò al

suo quadro, e promise all'amico che non avrebbe smesso di lavorare

finchè non lo vedesse finito. Il termine del concorso era vicino; non

aveva più d'un mese di tempo.

Dimenticato ogni rancore e sopito il malcontento che gli aveva fino

allora avvelenato i pensieri, s'era messo con lena a lavorare, e vi

stava quasi tutto il dì, non distolto da nessun'altra cura. In breve,

quella vita solitaria, tutta occupata, tutta assorta in un'idea, in

una speranza, divenne per lui una consolazione, un bisogno dell'anima.

Passò di tal maniera quel mese; e Damiano finì il suo quadro. Ma

allora, come avviene del corpo dopo lunga fatica, egli ricadde quasi

subitamente in uno spossamento strano, in una tristezza più profonda

di prima; trovava pessimo quanto aveva fatto; e se un dì voleva

ricominciare, l'altro era tentato di distruggere la prima creazione

della sua mente e del suo pennello: diceva che il quadro non era suo,

le figure tutt'altre da quelle che per tanto tempo aveva contemplato.

Il buon Costanzo invece andava in estasi dinanzi a quella tela; e

mentre il suo giovine amico sentivasi il prurito di farvi col

mestichino un largo squarcio, egli lo preconizzava come il capo

d'opera della Esposizione.

Intanto la Stella, sempre in casa, sempre al fianco della madre, che

al cader della buona stagione cominciava a intristire, non soleva più

imitare gorgheggiando il suo canarino, saltellante nella pulita gabbia

sul davanzale; aveva scordate le semplici e allegre canzoni d'una

volta. Ricamava, cuciva, per sè e per la mamma; la quale, essa pure,

crucciavasi, vedendo venir meno il lavorìo, e diradarsi le pratiche a

una a una: era questa una coperta vendetta della pegnataria, che, non

avendo potuto riuscire a tirar nella rete la giovine ricamatrice,

studiavasi a disfar quel poco avvantaggio che dapprima ella stessa,

sotto impostura del bene, aveva procacciato alle due donne. E poco ci

volle; perchè è più facile fare il male che il bene.

Dalla finestra, a cui stava seduta la Stella, vedevasi a dilungo la

via, e una gran parte della piazza Fontana. Allorchè la fanciulla,

smettendo un poco dal ricamo, affacciavasi al balcone, distratta a

guardar la gente che passava, li fermava quasi involontariamente sulla

casa situata all'angolo della piazza. Era la casa di quel ricco e

avaro droghiere, suo parente, il quale fin da quando sua madre e lei,

ne' primi dì della disgrazia, vennero a presentarsegli, non le volle

riconoscere, comechè fossero i soli parenti che gli restavano.

Fissando gli occhi su quella casa, le veniva in pensiero esser meglio

patire in vita onesta, che marcire nell'oro che ammorba il cuore, se

l'uomo il quale avrebbe potuto sollevarli, non s'era più ricordato di

loro, come non fossero al mondo. E si persuadeva che bisogna esser

povero per compatire sinceramente a chi è povero.

In questi pensieri, gli occhi della Stella cadevano talora sopra un

uomo, il quale, ritto sulla larga porta del fondaco del droghiere,

stava tutto il dì quanto è lungo, pestando e rimestando a due braccia

scorze e spezie diverse nel capace mortajo, o rigirando sul fornello

con paziente lena il tamburetto del caffè. Colui, che il monello

ardito salutava col soprannome di _Pestapepe_, aveva reso più d'una

volta de' piccoli servigi alla nostra fanciulla, facendo per lei

qualche commissioncella all'una o all'altra bottega, portandole su

fino in casa un fardelletto, una bracciata di legne e non so che

altro; nè mancava mai di salutarli, tanto lei che Damiano, quando

passavano. Così tutti e due avevan preso a volergli bene, e di buon

cuore rispondevano al suo saluto e se lo tenevano amico e lo

chiamavano buon Rocco. Tutti gli altri del quartiere solevano invece

chiamarlo Rocco il matto, o anche il Matto di piazza Fontana.

Damiano: Storia di una povera famiglia · 第 23 / 64 题