Mentre le tre vecchie potenze mettevano così in comune importanti
segreti, tirando pe' capegli que' principii che, secondo loro,
dovrebbono essere i cardini del mondo, la povera famiglia, che s'eran
degnate di prendere sotto la lor protezione, non sapeva i pericoli che
più davvicino la minacciavano.
--Sentite, Teresa: diceva, la sera di quel dì stesso, la vecchia
pegnataria alla vicina, lieta di averla trovata sola: domani ci sarà
qualche cosa a spartire; ho fatto consegnare al palazzo di quel
signore, di quel cavaliere che sapete, il corredo della biancheria,
della quale fra me e voi s'era pigliata la commissione; una bellezza,
vi dico niente, una bellezza!
--Lo credo bene; fra me e la figliuola vi abbiam spesi dietro gli
occhi.
--Ma c'è de' guai, sapete: quel signore ha arricciato il naso sul
conto.... figuratevi! che cosa ne sanno gli uomini? ho avuto bel dire,
che non si stava in sul tirato, che c'era appena da vivere.... non
l'ha voluta capire.... Per dir tutto in una parola, s'è concluso che
quel conto l'avrebbe saldato la sua signora zia, e che si tornasse, o
s'avesse a mandare per questa faccenda. Che cosa volete? Siamo stati
in quest'accordo; e domani...
--Ci tornate voi?...
--Così potessi! Ma ho che fare fin sopra i capegli; andateci voi,
Teresa; mandate la Stella, se non volete andar voi...
--Ma io, vedete, non so trovarci nè via nè verso, quando si tratta di
conti.
--Mandateci la Stella, che l'è una piccola strega, e saprà fare... Già
si tratta di parlare con una gran dama... e ci vuol proprio lei. Io e
voi, Teresa, non sapremmo farcela valere; ma le ragazze l'han sempre
la ragione, n'è vero?...
Quando la Teresa fece alla figliuola la commissione della signora
Emerenziana, la fanciulla, senza esitare, acconsentì a recarsi, la
mattina seguente, al palazzo di cui la vecchia aveva lasciato
l'indirizzo.
Venuta la mattina, si preparava ad uscire; ma, forse per caso, Damiano
si trattenne più dell'usato; ond'ella, per non parlarne con lui, che
nulla ne sapeva, aspettò: tanto più che l'aveva veduto mordersi le
labbra dispettoso, al solo udir menzionare dalla mamma la signora
Emerenziana. Se non che il giovine notò qualche imbarazzo nella
sorella, e stette pensoso; indi, preso il cappello, senz'altro dire,
uscì di casa. Partito lui, la Stella s'acconciò il velo, un piccolo
scialle di lana quadrettato, salutò con un bacio la mamma, e dicendole
che n'andava per quel conto della signora Emerenziana, disparve. Appiè
delle scale, non s'accorse di Damiano che, non visto, l'aveva
aspettata, e che lasciatala avanzare un poco nella via, le si mise
dietro.
Suonava per la città il mezzodì. Il cavalier Lodovico, approffittando
d'una breve assenza di don Ambrogio, così chiamavasi il padre suo,
aveva pensato d'invitare appunto quella mattina i più intimi amici
suoi ad una splendida colezione. Stava da ben tre ore aspettando la
piccola ricamatrice, e s'indispettiva che non fosse venuta ancora.
Questa tardanza metteva sossopra il suo piano; e ci aveva studiato
sopra non poco. Gli ordini i più precisi eran dati; e pensando di
sbrigarsi in poco d'ora della sua nuova conquista, compiacevasi tutto
di poter serbarne il racconto agli amici, in quella colezione, la
quale doveva esser quasi un commiato dalla sua vita di scapolo.
Ma suonato il mezzodì, alcuni degl'invitati già capitavano; e la
fanciulla non s'era veduta. Il dispetto del giovine cavaliere era al
colmo: da mezz'ora andava masticando l'unica bestemmia inglese, ch'era
tutto il saper suo di quella lingua.
Il conte Achille, quel suo fido Acate, che solo era a parte del
segreto, entrando nel salottino a rincontro dell'amico, gli lesse in
volto il malcontento; argomentò fra sè potesse essere per la mala
riuscita del suo intrigo; ma, per allora, si tacque
In compagnia del barbuto conte ne venivano altri due signori; l'uno un
giovinotto sulla trentina, il quale alla sfoggiata cravatta, all'abito
stringato, mostrava ancora la pretensione d'uno zerbino di primo pelo;
l'altro, uno smilzo giovincello che, avanzandosi a dondoloni, diè una
forte stretta di mano all'amico, e cominciò a ridere di quel fatuo
riso che spesso tien luogo del bello spirito. Costui, erede di un gran
casato, e tronfio del suo nome e della fama de' suoi cavalli inglesi,
era da poco tempo entrato nel gran mondo sotto l'egida d'una facile
matura beltà.
Questi signori stavano in aspettazione nel salotto, sdrajati ne'
seggioloni presso la tavola su cui erano sciorinati non pochi disegni
di caricature equivoche, e parecchi volumi degli ultimi romanzi di
fattura parigina; e, mentr'essi sbadigliavano beatamente, guardando
gl'intagli rappresentanti i più famosi cavalli da corsa del Regno
Unito che pendevano incorniciati dalle pareti, framezzo a fioretti
sciabole e stocchi, a guanti di difesa e visiere e corazze imbottite,
indispensabile fornitura d'ogni elegante spadaccino; il padron di casa
andava e veniva inquieto, turbato, sfogando la sua bile or sull'uno or
sull'altro de' servitori. Tornò poi nel salotto, e sdrajatosi in
compagnia degli amici:--Chi manca ancora? domandò.
--Tu lo saprai, rispose Achille, lisciandosi col palmo della destra
inguantata la colta barba: io, per me, quando prometto, son puntuale
così coll'amico come coll'amante.
--Ben dici, bell'uomo! aggiunse uno de' colleghi: anch'io, dove si
tratti di pranzo o colezione, sono esatto come un creditore.
--Chi dunque s'aspetta?... chiese il terzo.
--Oh vedete! ripigliò Lodovico: me n'era scordato; quella buona lana
del Martigny, il nostro allegro maestro.
--E credi che verrà?
--Sì, per tenerci allegri, se vi sarà bisogno.
--Ma chi gl'insegna la creanza di farsi aspettare? interrogò il
barbuto conte.
--Eccolo, eccolo qui, dissero gli altri: proprio all'ora del buon
tuono.
Un servitore annunziava monsieur Martigny. Era costui nè grande nè
piccolo di statura, di faccia sinistra e fatta ancor più brutta da due
singolarità: era monocolo e bucherato dal vajuolo. Si fece innanzi,
franco il volto e più franco il passo in mezzo alla elegante comitiva;
il vecchio cappello, la grossa mazza che portava e lo sdruscito
soprabito turchino abbottonato fino alla gola, facevano strano
contrasto coll'attillatura di quello scelto giovenile drappello.
Eppure egli era caro a tutti, e gli si facevano intorno, salutandolo
col nome di maestro. Nessuno sapeva la sua vera storia, nè dove fosse
nato, nè tutti i mestieri da lui assaggiati al mondo: c'era perfino
chi diceva ch'egli già fosse un frate; che in altri tempi, gittata via
la tonaca, imbracciò l'archibugio ne facesse d'ogni stampo, girando
mezza l'Europa; finchè, infraciosato alla meglio il suo nome dozzinale
in quel di Martigny, aveva raccapezzato non so che fortuna; e capitato
a Milano, in fama di valente schermitore, era riuscito a mettere alla
moda la scherma col bastone, quell'arte poco cavalleresca di bene
accarezzar le spalle al prossimo.
Un servo diè la nuova che la colezione era pronta; e gli amici
immantinente si precipitarono nell'attigua sala, sedettero intorno
alla tavola, coperta di peregrine bottiglie e di squisiti manicaretti;
e cominciarono l'attacco, pronti dal primo all'ultimo a far tutto
l'onore possibile agli scudi del vecchio barbogio così bene spesi in
anticipazione dal figliuol suo.
Ma ben si vedeva che il padroncino di casa aveva perduto il gajo
umore. Gli amici o non s'erano, o fingevano non essersene accorti;
solo il barbuto conte, di quando in quando, sogghignava e guardava di
sottecchi l'amico, per fargli capire ch'egli a ragione non aveva mai
creduto alle sue rodomontate amorose.
Quand'ecco uno de' servi, venuto dall'anticamera, si china
all'orecchio del cavaliere, per dirgli qualche cosa in segreto.
Lodovico si fa di bragia, a un tratto balza in piede; poi, battendo il
pugno sulla tavola, in atto d'aver presa un'eroica risoluzione si
volge al servo e dice:--Che passi pure.
--Entrate, bella tosa! grida il servo, aprendo la porta.
Era la Stella.
Appena l'ingannata fanciulla si trova in mezzo a tanta gente, in mezzo
a quel romore, a quelle risa smodate, appena vede que' signori balzare
in frotta dalla tavola e venirle incontro, e serrarle il passo alla
fuga, gettando un grido di terrore si copre colle mani la faccia. Ma
pur riconosce, in quel suo primo spavento, i due che tante volte le
erano venuti dietro per la via; sente un gelo in tutte le vene; ma non
trovando forza di difendersi o di fuggire, si lascia cadere sulle
ginocchia.
Allora fu udito uno strepito, un'arrabattarsi di gente
nell'anticamera; e facendosi la via frammezzo a' servi con una forte
strappata, un giovine si precipitò in furia nella stanza. Accorrere
alla caduta fanciulla, sollevarla dal terreno, schiudersi il passo con
un gesto disperato fra quei che gli stavano d'attorno, ancora non
rinvenuti dal primo stupore, fu cosa d'un momento.
Il cavalier Lodovico, a quest'improvvisa apparizione, aveva perduto il
coraggio, nè sapeva trovar parola. Solo fra tutti quel tristo arnese
del Martigny, che di botto credè d'indovinare ogni cosa, si fece
innanzi; e presumendo che l'intrigo potesse pigliar mala piega, pensò
di mettere alla ragione quel giovine disperato col fargli paura. Ma
nell'atto ch'egli stese la mano per abbrancarlo, Damiano (poi ch'era
desso) gli volse le spalle; e tirandosi verso la porta:--Questa è mia
sorella, disse: guai al primo che la tocca!....
Poi fissò in volto al giovinetto cavaliere gli occhi pieni di furore,
e pesando ogni parola, in modo che udissero tutti:--Io ti conosco,
disse; tu sei un nobile, un ricco, ma ben puoi toccar su la mano al
birbante, all'assassino. Io non so tenere spada o pistola, ma non ho
paura di te, nè degli amici tuoi. Ciò che tu hai tentato, lo so bene!
vuol altro che parole; però intanto nessuno ti torrà via il titolo
d'infame ch'io ti getto in faccia. Che m'importa? se ti degnassi di
voler ragione da me, non la ricuso: sono il figlio d'un soldato.
Così Damiano, condotto da una inspirazione del cielo sulle traccie
della sorella, era giunto appena in tempo a salvarla dall'insulto e
dalla vergogna. Egli in cuore sentiva che Stella era innocente, e che,
per certo, doveva essere vittima di qualche scelerata macchinazione:
ond'ebbe coraggio di parlare, e quelle poche sue parole animose
bastarono a sbigottire l'insolente giovine e i suoi amici.
Ma, nell'atto che Damiano si mosse per uscire, parve che l'ira
soffocata scoppiasse a un tratto dal petto del cavaliere: cacciato da
subitaneo furore, al sentirsi sfidare da colui, impugnando il bastone
del Martigny che primo gli venne alla mano, corse sopra a Damiano; e
l'avrebbe percosso, se gli amici, più teneri dell'onor suo ch'egli non
parve, non si fossero gettati in mezzo per trattenerlo. Il giovine,
vedendolo diventar pallido, e sbuffar per la rabbia, lo guardò
un'altra volta in faccia, e:--Non ho altro a dire! riprese: andiamo,
sorella! l'uomo che si lascia calpestare, lo merita. Ma... non sono io
quello.
Ciò detto, prese per mano la fanciulla e uscì, senza che alcuno osasse
più attraversargli la via. Stella aveva lasciato cadere sulla faccia
il velo, sotto il quale silenziosamente piangeva.
Partito il giovine popolano, non ci volle meno delle otto braccia di
que' fedeli amici per tenere costretto a gran forza l'inferocito
cavaliere, che tuttavia andava tempestando e imprecando da disgradarne
il suo cozzone, e gridava di volere correr dietro e romper l'ossa a
quell'audace pitocco, se non per altro, per punirlo d'avergli gittato
una sfida. Come si riebbe un poco da codesta furia, per verità non del
tutto cavalleresca, e come potè a suo agio vuotare un sacco
d'improperii dietro al nostro Damiano, dandogli del matto,
dell'imbecille e dell'asino, a ufo, Lodovico si fece serio e domandò
a' compagni, a sgravio di coscienza, se mai potesse essere il caso
eccezionale di battersi con quel _manant_. Grave era il problema;
tennero tra di loro consiglio; molti e diversi, ma tutti del paro
strani e burleschi furono i pareri, o piuttosto i dispareri, messi in
campo. Il losco Martigny, quel solo di loro ch'essendo venuto dal
fango anche lui, sentiva muoversi un fondigliuolo di bile per gli
smargiassi che gli bravavan d'attorno, e s'era anzi un poco
compiaciuto del coraggio di Damiano, senza però lasciarne trapelare
indizio, tenne duro per l'affermativa; gli altri finirono a unirsi nel
voto del giovine marchesino Roberto, l'ultimo che parlò: non potere un
gentiluomo avere _un affar d'onore_ con uno della canaglia; e tanto
più non trattandosi che di una tapina, d'una sgualdrinella. L'uno
opinava che il cavalierino avendo, come si dice, apparecchiato un bel
tiro a quel pazzo, si sarebbe messo al torto col dargli soddisfazione;
un altro che l'unico guaio fu il contrattempo per cui andò vuoto lo
stratagemma; e il terzo che la sarebbe stata cosa da ridere un duello
così fatto, non potendosi le ingiurie della bassa gente pagar d'altro
che d'una buona bastonatura, col braccio di persone della loro
portata. Infine, convenivano che se mai si fosse buccinata la cosa in
una certa sfera di persone, ciascun di loro avrebbe messo al coperto
il credito e il nome del cavaliere.
--Voi siete proprio i miei amici, conchius'egli allora. Qua la mano; e
vuotiam da bravi un altro paio di bottiglie.
E si rimisero a tavola, come se nulla fosse avvenuto.
Ma la fama, che non apprese ancora a discernere le cose delle quali
sia meglio tacer che dire, divulgò in pochi giorni di caffè in caffè,
da questa a quella conversazione, la curiosa avventura. Se ne menò
abbastanza romore; chi la disse a un modo, chi a un altro; ciascuno vi
fece la propria giunta, il proprio commento; i fedeli amici del
cavaliere soffiarono a più d'un orecchio lo spiritoso fatterello, come
cosa genuina; l'avventura fu colorita, ingrossata; poco mancò non si
facesse di don Lodovico un Cesare Borgia, un don Giovanni. Quel buon
zazzerone di don Ambrogio, e i parenti illustri gridarono un poco allo
scandalo; poi, per non mandare a monte lo sposalizio già bell'e
accordato, battezzarono la cosa una scappatella di cervello balzano. I
genitori della sposina, non augurando un gran bene da ciò ch'era
stato, tentennarono il capo; ma, per amore e rispetto di quel
galantuomone di don Ambrogio, non osarono ritirar la promessa; sibben
vegliarono che non si fiatasse di nulla con la giovine, per non
mettere una nube in quell'anima di quindici anni che ancora non sapeva
che cosa fosse il mondo.
Il cavalierino però ebbe, tra sè e sè, a tremare per settimane
parecchie: egli almeno in segreto rendeva giustizia a sè medesimo.
Trovò buon consiglio di mutar aria per alcun tempo; e un viaggetto di
piacere, fatto col consenso della famiglia della sposa, lungo le
romantiche sponde del Reno fino a Baden, e due misere migliaia di
franchi lasciati colà sul tavoliere a un conte russo e a un baronetto
inglese, cancellarono dalla sua memoria tutto quel ch'era stato.
Ritornato fra le braccia paterne, verso la metà dell'autunno, fece una
visita di cerimonia a' parenti della sposa, i quali andarono in
visibilio per l'eleganza de' suoi modi, e per quel gergo mezzo
francese e mezzo inglese che in così breve tempo gli aveva dato un
fare distintissimo.
Indi a poco, le sue sponsalizie con la baronessina Amalia furono
celebrate, soddisfatissimo tutto il nobile parentado. Poi il viaggio
di rigore de' due sposi a Roma e a Napoli, le feste del carnevale, il
palchetto al teatro, la stemmata carrozza al Corso, e alcuni pranzi
d'invito fecero salire in alto, fra i nomi più chiari del bel mondo
milanese, quello del giovine e galante marito.
Allora, ne' circoli delle belle signore e ne' pranzetti cogli amici,
s'arrischiò egli stesso a menzionar fra le sue giovenili conquiste
quella della piccola ricamatrice, e la seppe colorire in modo che le
dame anziane, scandolezzate, gli davano sulla voce; l'altre
pudicamente sorridevano; e i compagni allegri gli battevan le mani.
Chinandosi frattanto in leggiadra postura sulla spalliera del canapè
ove sedeva la sposa dell'amico, il conte Achille le susurrava
all'orecchio:--Ah! signora, bisogna vendicarsi, e presto, de' galanti
tradimenti che le fa quello sventato di suo marito: bisogna dargli una
lezione.... si fidi, si fidi di me!...
E la sposina arrossiva; nè osando riguardare il suo chiomato
adoratore, mordeva co' labbruzzi gli orli dorati del ventaglio.