Capitolo Decimosesto

Mentre le tre vecchie potenze mettevano così in comune importanti

segreti, tirando pe' capegli que' principii che, secondo loro,

dovrebbono essere i cardini del mondo, la povera famiglia, che s'eran

degnate di prendere sotto la lor protezione, non sapeva i pericoli che

più davvicino la minacciavano.

--Sentite, Teresa: diceva, la sera di quel dì stesso, la vecchia

pegnataria alla vicina, lieta di averla trovata sola: domani ci sarà

qualche cosa a spartire; ho fatto consegnare al palazzo di quel

signore, di quel cavaliere che sapete, il corredo della biancheria,

della quale fra me e voi s'era pigliata la commissione; una bellezza,

vi dico niente, una bellezza!

--Lo credo bene; fra me e la figliuola vi abbiam spesi dietro gli

occhi.

--Ma c'è de' guai, sapete: quel signore ha arricciato il naso sul

conto.... figuratevi! che cosa ne sanno gli uomini? ho avuto bel dire,

che non si stava in sul tirato, che c'era appena da vivere.... non

l'ha voluta capire.... Per dir tutto in una parola, s'è concluso che

quel conto l'avrebbe saldato la sua signora zia, e che si tornasse, o

s'avesse a mandare per questa faccenda. Che cosa volete? Siamo stati

in quest'accordo; e domani...

--Ci tornate voi?...

--Così potessi! Ma ho che fare fin sopra i capegli; andateci voi,

Teresa; mandate la Stella, se non volete andar voi...

--Ma io, vedete, non so trovarci nè via nè verso, quando si tratta di

conti.

--Mandateci la Stella, che l'è una piccola strega, e saprà fare... Già

si tratta di parlare con una gran dama... e ci vuol proprio lei. Io e

voi, Teresa, non sapremmo farcela valere; ma le ragazze l'han sempre

la ragione, n'è vero?...

Quando la Teresa fece alla figliuola la commissione della signora

Emerenziana, la fanciulla, senza esitare, acconsentì a recarsi, la

mattina seguente, al palazzo di cui la vecchia aveva lasciato

l'indirizzo.

Venuta la mattina, si preparava ad uscire; ma, forse per caso, Damiano

si trattenne più dell'usato; ond'ella, per non parlarne con lui, che

nulla ne sapeva, aspettò: tanto più che l'aveva veduto mordersi le

labbra dispettoso, al solo udir menzionare dalla mamma la signora

Emerenziana. Se non che il giovine notò qualche imbarazzo nella

sorella, e stette pensoso; indi, preso il cappello, senz'altro dire,

uscì di casa. Partito lui, la Stella s'acconciò il velo, un piccolo

scialle di lana quadrettato, salutò con un bacio la mamma, e dicendole

che n'andava per quel conto della signora Emerenziana, disparve. Appiè

delle scale, non s'accorse di Damiano che, non visto, l'aveva

aspettata, e che lasciatala avanzare un poco nella via, le si mise

dietro.

Suonava per la città il mezzodì. Il cavalier Lodovico, approffittando

d'una breve assenza di don Ambrogio, così chiamavasi il padre suo,

aveva pensato d'invitare appunto quella mattina i più intimi amici

suoi ad una splendida colezione. Stava da ben tre ore aspettando la

piccola ricamatrice, e s'indispettiva che non fosse venuta ancora.

Questa tardanza metteva sossopra il suo piano; e ci aveva studiato

sopra non poco. Gli ordini i più precisi eran dati; e pensando di

sbrigarsi in poco d'ora della sua nuova conquista, compiacevasi tutto

di poter serbarne il racconto agli amici, in quella colezione, la

quale doveva esser quasi un commiato dalla sua vita di scapolo.

Ma suonato il mezzodì, alcuni degl'invitati già capitavano; e la

fanciulla non s'era veduta. Il dispetto del giovine cavaliere era al

colmo: da mezz'ora andava masticando l'unica bestemmia inglese, ch'era

tutto il saper suo di quella lingua.

Il conte Achille, quel suo fido Acate, che solo era a parte del

segreto, entrando nel salottino a rincontro dell'amico, gli lesse in

volto il malcontento; argomentò fra sè potesse essere per la mala

riuscita del suo intrigo; ma, per allora, si tacque

In compagnia del barbuto conte ne venivano altri due signori; l'uno un

giovinotto sulla trentina, il quale alla sfoggiata cravatta, all'abito

stringato, mostrava ancora la pretensione d'uno zerbino di primo pelo;

l'altro, uno smilzo giovincello che, avanzandosi a dondoloni, diè una

forte stretta di mano all'amico, e cominciò a ridere di quel fatuo

riso che spesso tien luogo del bello spirito. Costui, erede di un gran

casato, e tronfio del suo nome e della fama de' suoi cavalli inglesi,

era da poco tempo entrato nel gran mondo sotto l'egida d'una facile

matura beltà.

Questi signori stavano in aspettazione nel salotto, sdrajati ne'

seggioloni presso la tavola su cui erano sciorinati non pochi disegni

di caricature equivoche, e parecchi volumi degli ultimi romanzi di

fattura parigina; e, mentr'essi sbadigliavano beatamente, guardando

gl'intagli rappresentanti i più famosi cavalli da corsa del Regno

Unito che pendevano incorniciati dalle pareti, framezzo a fioretti

sciabole e stocchi, a guanti di difesa e visiere e corazze imbottite,

indispensabile fornitura d'ogni elegante spadaccino; il padron di casa

andava e veniva inquieto, turbato, sfogando la sua bile or sull'uno or

sull'altro de' servitori. Tornò poi nel salotto, e sdrajatosi in

compagnia degli amici:--Chi manca ancora? domandò.

--Tu lo saprai, rispose Achille, lisciandosi col palmo della destra

inguantata la colta barba: io, per me, quando prometto, son puntuale

così coll'amico come coll'amante.

--Ben dici, bell'uomo! aggiunse uno de' colleghi: anch'io, dove si

tratti di pranzo o colezione, sono esatto come un creditore.

--Chi dunque s'aspetta?... chiese il terzo.

--Oh vedete! ripigliò Lodovico: me n'era scordato; quella buona lana

del Martigny, il nostro allegro maestro.

--E credi che verrà?

--Sì, per tenerci allegri, se vi sarà bisogno.

--Ma chi gl'insegna la creanza di farsi aspettare? interrogò il

barbuto conte.

--Eccolo, eccolo qui, dissero gli altri: proprio all'ora del buon

tuono.

Un servitore annunziava monsieur Martigny. Era costui nè grande nè

piccolo di statura, di faccia sinistra e fatta ancor più brutta da due

singolarità: era monocolo e bucherato dal vajuolo. Si fece innanzi,

franco il volto e più franco il passo in mezzo alla elegante comitiva;

il vecchio cappello, la grossa mazza che portava e lo sdruscito

soprabito turchino abbottonato fino alla gola, facevano strano

contrasto coll'attillatura di quello scelto giovenile drappello.

Eppure egli era caro a tutti, e gli si facevano intorno, salutandolo

col nome di maestro. Nessuno sapeva la sua vera storia, nè dove fosse

nato, nè tutti i mestieri da lui assaggiati al mondo: c'era perfino

chi diceva ch'egli già fosse un frate; che in altri tempi, gittata via

la tonaca, imbracciò l'archibugio ne facesse d'ogni stampo, girando

mezza l'Europa; finchè, infraciosato alla meglio il suo nome dozzinale

in quel di Martigny, aveva raccapezzato non so che fortuna; e capitato

a Milano, in fama di valente schermitore, era riuscito a mettere alla

moda la scherma col bastone, quell'arte poco cavalleresca di bene

accarezzar le spalle al prossimo.

Un servo diè la nuova che la colezione era pronta; e gli amici

immantinente si precipitarono nell'attigua sala, sedettero intorno

alla tavola, coperta di peregrine bottiglie e di squisiti manicaretti;

e cominciarono l'attacco, pronti dal primo all'ultimo a far tutto

l'onore possibile agli scudi del vecchio barbogio così bene spesi in

anticipazione dal figliuol suo.

Ma ben si vedeva che il padroncino di casa aveva perduto il gajo

umore. Gli amici o non s'erano, o fingevano non essersene accorti;

solo il barbuto conte, di quando in quando, sogghignava e guardava di

sottecchi l'amico, per fargli capire ch'egli a ragione non aveva mai

creduto alle sue rodomontate amorose.

Quand'ecco uno de' servi, venuto dall'anticamera, si china

all'orecchio del cavaliere, per dirgli qualche cosa in segreto.

Lodovico si fa di bragia, a un tratto balza in piede; poi, battendo il

pugno sulla tavola, in atto d'aver presa un'eroica risoluzione si

volge al servo e dice:--Che passi pure.

--Entrate, bella tosa! grida il servo, aprendo la porta.

Era la Stella.

Appena l'ingannata fanciulla si trova in mezzo a tanta gente, in mezzo

a quel romore, a quelle risa smodate, appena vede que' signori balzare

in frotta dalla tavola e venirle incontro, e serrarle il passo alla

fuga, gettando un grido di terrore si copre colle mani la faccia. Ma

pur riconosce, in quel suo primo spavento, i due che tante volte le

erano venuti dietro per la via; sente un gelo in tutte le vene; ma non

trovando forza di difendersi o di fuggire, si lascia cadere sulle

ginocchia.

Allora fu udito uno strepito, un'arrabattarsi di gente

nell'anticamera; e facendosi la via frammezzo a' servi con una forte

strappata, un giovine si precipitò in furia nella stanza. Accorrere

alla caduta fanciulla, sollevarla dal terreno, schiudersi il passo con

un gesto disperato fra quei che gli stavano d'attorno, ancora non

rinvenuti dal primo stupore, fu cosa d'un momento.

Il cavalier Lodovico, a quest'improvvisa apparizione, aveva perduto il

coraggio, nè sapeva trovar parola. Solo fra tutti quel tristo arnese

del Martigny, che di botto credè d'indovinare ogni cosa, si fece

innanzi; e presumendo che l'intrigo potesse pigliar mala piega, pensò

di mettere alla ragione quel giovine disperato col fargli paura. Ma

nell'atto ch'egli stese la mano per abbrancarlo, Damiano (poi ch'era

desso) gli volse le spalle; e tirandosi verso la porta:--Questa è mia

sorella, disse: guai al primo che la tocca!....

Poi fissò in volto al giovinetto cavaliere gli occhi pieni di furore,

e pesando ogni parola, in modo che udissero tutti:--Io ti conosco,

disse; tu sei un nobile, un ricco, ma ben puoi toccar su la mano al

birbante, all'assassino. Io non so tenere spada o pistola, ma non ho

paura di te, nè degli amici tuoi. Ciò che tu hai tentato, lo so bene!

vuol altro che parole; però intanto nessuno ti torrà via il titolo

d'infame ch'io ti getto in faccia. Che m'importa? se ti degnassi di

voler ragione da me, non la ricuso: sono il figlio d'un soldato.

Così Damiano, condotto da una inspirazione del cielo sulle traccie

della sorella, era giunto appena in tempo a salvarla dall'insulto e

dalla vergogna. Egli in cuore sentiva che Stella era innocente, e che,

per certo, doveva essere vittima di qualche scelerata macchinazione:

ond'ebbe coraggio di parlare, e quelle poche sue parole animose

bastarono a sbigottire l'insolente giovine e i suoi amici.

Ma, nell'atto che Damiano si mosse per uscire, parve che l'ira

soffocata scoppiasse a un tratto dal petto del cavaliere: cacciato da

subitaneo furore, al sentirsi sfidare da colui, impugnando il bastone

del Martigny che primo gli venne alla mano, corse sopra a Damiano; e

l'avrebbe percosso, se gli amici, più teneri dell'onor suo ch'egli non

parve, non si fossero gettati in mezzo per trattenerlo. Il giovine,

vedendolo diventar pallido, e sbuffar per la rabbia, lo guardò

un'altra volta in faccia, e:--Non ho altro a dire! riprese: andiamo,

sorella! l'uomo che si lascia calpestare, lo merita. Ma... non sono io

quello.

Ciò detto, prese per mano la fanciulla e uscì, senza che alcuno osasse

più attraversargli la via. Stella aveva lasciato cadere sulla faccia

il velo, sotto il quale silenziosamente piangeva.

Partito il giovine popolano, non ci volle meno delle otto braccia di

que' fedeli amici per tenere costretto a gran forza l'inferocito

cavaliere, che tuttavia andava tempestando e imprecando da disgradarne

il suo cozzone, e gridava di volere correr dietro e romper l'ossa a

quell'audace pitocco, se non per altro, per punirlo d'avergli gittato

una sfida. Come si riebbe un poco da codesta furia, per verità non del

tutto cavalleresca, e come potè a suo agio vuotare un sacco

d'improperii dietro al nostro Damiano, dandogli del matto,

dell'imbecille e dell'asino, a ufo, Lodovico si fece serio e domandò

a' compagni, a sgravio di coscienza, se mai potesse essere il caso

eccezionale di battersi con quel _manant_. Grave era il problema;

tennero tra di loro consiglio; molti e diversi, ma tutti del paro

strani e burleschi furono i pareri, o piuttosto i dispareri, messi in

campo. Il losco Martigny, quel solo di loro ch'essendo venuto dal

fango anche lui, sentiva muoversi un fondigliuolo di bile per gli

smargiassi che gli bravavan d'attorno, e s'era anzi un poco

compiaciuto del coraggio di Damiano, senza però lasciarne trapelare

indizio, tenne duro per l'affermativa; gli altri finirono a unirsi nel

voto del giovine marchesino Roberto, l'ultimo che parlò: non potere un

gentiluomo avere _un affar d'onore_ con uno della canaglia; e tanto

più non trattandosi che di una tapina, d'una sgualdrinella. L'uno

opinava che il cavalierino avendo, come si dice, apparecchiato un bel

tiro a quel pazzo, si sarebbe messo al torto col dargli soddisfazione;

un altro che l'unico guaio fu il contrattempo per cui andò vuoto lo

stratagemma; e il terzo che la sarebbe stata cosa da ridere un duello

così fatto, non potendosi le ingiurie della bassa gente pagar d'altro

che d'una buona bastonatura, col braccio di persone della loro

portata. Infine, convenivano che se mai si fosse buccinata la cosa in

una certa sfera di persone, ciascun di loro avrebbe messo al coperto

il credito e il nome del cavaliere.

--Voi siete proprio i miei amici, conchius'egli allora. Qua la mano; e

vuotiam da bravi un altro paio di bottiglie.

E si rimisero a tavola, come se nulla fosse avvenuto.

Ma la fama, che non apprese ancora a discernere le cose delle quali

sia meglio tacer che dire, divulgò in pochi giorni di caffè in caffè,

da questa a quella conversazione, la curiosa avventura. Se ne menò

abbastanza romore; chi la disse a un modo, chi a un altro; ciascuno vi

fece la propria giunta, il proprio commento; i fedeli amici del

cavaliere soffiarono a più d'un orecchio lo spiritoso fatterello, come

cosa genuina; l'avventura fu colorita, ingrossata; poco mancò non si

facesse di don Lodovico un Cesare Borgia, un don Giovanni. Quel buon

zazzerone di don Ambrogio, e i parenti illustri gridarono un poco allo

scandalo; poi, per non mandare a monte lo sposalizio già bell'e

accordato, battezzarono la cosa una scappatella di cervello balzano. I

genitori della sposina, non augurando un gran bene da ciò ch'era

stato, tentennarono il capo; ma, per amore e rispetto di quel

galantuomone di don Ambrogio, non osarono ritirar la promessa; sibben

vegliarono che non si fiatasse di nulla con la giovine, per non

mettere una nube in quell'anima di quindici anni che ancora non sapeva

che cosa fosse il mondo.

Il cavalierino però ebbe, tra sè e sè, a tremare per settimane

parecchie: egli almeno in segreto rendeva giustizia a sè medesimo.

Trovò buon consiglio di mutar aria per alcun tempo; e un viaggetto di

piacere, fatto col consenso della famiglia della sposa, lungo le

romantiche sponde del Reno fino a Baden, e due misere migliaia di

franchi lasciati colà sul tavoliere a un conte russo e a un baronetto

inglese, cancellarono dalla sua memoria tutto quel ch'era stato.

Ritornato fra le braccia paterne, verso la metà dell'autunno, fece una

visita di cerimonia a' parenti della sposa, i quali andarono in

visibilio per l'eleganza de' suoi modi, e per quel gergo mezzo

francese e mezzo inglese che in così breve tempo gli aveva dato un

fare distintissimo.

Indi a poco, le sue sponsalizie con la baronessina Amalia furono

celebrate, soddisfatissimo tutto il nobile parentado. Poi il viaggio

di rigore de' due sposi a Roma e a Napoli, le feste del carnevale, il

palchetto al teatro, la stemmata carrozza al Corso, e alcuni pranzi

d'invito fecero salire in alto, fra i nomi più chiari del bel mondo

milanese, quello del giovine e galante marito.

Allora, ne' circoli delle belle signore e ne' pranzetti cogli amici,

s'arrischiò egli stesso a menzionar fra le sue giovenili conquiste

quella della piccola ricamatrice, e la seppe colorire in modo che le

dame anziane, scandolezzate, gli davano sulla voce; l'altre

pudicamente sorridevano; e i compagni allegri gli battevan le mani.

Chinandosi frattanto in leggiadra postura sulla spalliera del canapè

ove sedeva la sposa dell'amico, il conte Achille le susurrava

all'orecchio:--Ah! signora, bisogna vendicarsi, e presto, de' galanti

tradimenti che le fa quello sventato di suo marito: bisogna dargli una

lezione.... si fidi, si fidi di me!...

E la sposina arrossiva; nè osando riguardare il suo chiomato

adoratore, mordeva co' labbruzzi gli orli dorati del ventaglio.

Damiano: Storia di una povera famiglia · 第 22 / 64 题