Capitolo Decimoquarto

Nel cuor di Damiano era dunque nascosta una passione. Ma avrebbe avuto

bisogno di tutt'altro uomo che del dabben Costanzo, per tentar quel

volo a cui si credeva creato. Avrebbe avuto bisogno d'alcuno che

nell'estasi e nella tristezza, nei patimenti, ne' dubbii e terrori

dell'animo, avesse di buon ora preveduto il lampo dell'idea che

tormenta sè medesima, e che spesso più forte della mente in cui vive,

non può uscire senza spezzarne il sigillo. L'idea può esser la vita,

può esser la morte. Nessuno aveva letto negli occhi di quel giovine,

sul pallido e contemplativo suo viso, il segreto del cuore; nessuno

mai gli aveva detta una parola rivelatrice, una di quelle parole che

possono mutare il destino d'un uomo. Egli sentiva, amava, studiava,

per sola coscienza di fare alcuna cosa che lo togliesse fuor della

bassa sfera ove respirava a fatica; perchè, leggendo i prediletti

poeti, disegnando, abbozzando testine e figure, gli pareva di esser

meno infelice, e nulla più.

Pure, il momento decisivo di tutta la sua vita poteva esser quello. Il

pensiero unico, fisso, che da un pezzo il tormentava, di far prova una

volta di quella forza intima che voleva operare, era una vocazione,

una necessità. Di quanta gioja e dolore fosse commosso dentro di sè,

quanto patisse nell'entusiasmo e nello sconforto, nella fede e nel

dubbio, è cosa che non può esser detta o compresa fuor da coloro i

quali sanno come si possa vivere e morire per un pensiero.

Non già che Damiano fosse persuaso d'aver ricevuto da Dio il dono

doloroso del genio, nè ch'egli ponesse gran fede al dir del suo amico

Costanzo; il quale, superbo dell'unico suo allievo, andava già

almanaccando che dove Damiano si fosse fatto un bel nome, anche il suo

forse non sarebbe morto con lui. Vedeva il giovine questa fanciullesca

compiacenza, e gli era, piuttosto che buon presagio, sorgente di

maggior dubitanza e di nuovo scoramento. Sulle prime, aveva promesso

di mettersi all'opera tanto per satisfare alla piccola boria del

maestro, e rispondere così in qualche modo all'affezione del buon

vecchio. Ma appena si vide innanzi quella tela che aspettava dalla sua

mano la vita, appena cominciò a vagheggiar col pensiero l'argomento, e

aperse il volume su cui aveva pianto fin da' suoi primi anni, sognando

le care visioni dell'amore e della bellezza, Damiano comprese che non

avrebbe trovato più pace fino a che quel quadro non fosse fatto.

Così passarono alcuni mesi; e i forti pensieri che gli travagliavano

lo spirito, e quelle immagini d'Erminia, di Tancredi e del loro

cantore che notte e dì l'assediavano, l'avevano prostrato in tale

profonda e taciturna contemplazione, che la madre e la sorella, ignare

di ciò ch'era chiuso dentro al suo cuore, vedevano in quel misterioso

contegno il presagio d'un gran male. Alla fine, quand'esso, dopo

lunghe incertezze, ebbe sentito come snebbiarsi nella mente il proprio

concetto, allora cominciò a provare un po' di calma, a farsi più

sereno. Talvolta non somigliava più quello: con improvviso slancio di

gioja, correva affettuosamente tra le braccia della madre, baciava con

insolita tenerezza la Stella; ond'esse lo riguardavano, non sapendo

che pensare, più atterrite quasi da codeste strane dimostrazioni

d'amore che dall'abituale sua tristezza.

Ma egli tremava ancora di rivelare il suo segreto; e fino ad opera

finita giurò di serbarlo gelosamente. E però volle da Costanzo la

promessa che non avrebbe detto mai nulla a persona viva; e il

brav'uomo gli tenne parola. Egli intanto, la notte, nel silenzio della

cameretta, rileggeva il Goffredo, disegnava, schizzava di nascosto la

sua composizione. E quando fu venuto il momento, s'accinse al lavoro

col medesimo affetto, colla medesima religione che fecero più grandi i

nostri pittori del tempo antico.

In que' giorni della settimana santa, ai quali torna adesso il nostro

racconto, erano chiuse le scuole del liceo; cosicchè Damiano potè in

breve vedere abbozzata la sua tela. Costanzo maravigliava,

considerando la rapidità e il semplice modo con cui il giovine a grado

a grado disponeva le parti del proprio lavoro; e cominciando anch'esso

a comprenderne il concetto, gongolava, andava quasi in visibilio. Che

più? una mattina, dimenticatosi del malaugurato ritratto del mercante

d'olii e saponi che ritoccava da tre mesi con pazienza fiamminga, egli

lasciossi andare a sgorbiar, fra bocca e naso di quel tondo visaccio,

una bionda lanugine pari a quella che il suo giovine amico segnava

intorno al pallido viso del cavalier crociato.

Ma corsi appena que' pochi dì felici, ne' quali il cuor di Damiano era

diviso da questa terra, le dure bisogne della vita ripiombavano più

gravi sopra di lui; la necessità, con mano di ferro, lo riconduceva

tutte le sere allo scrittojo del negoziante di pannine, per mettere su

que' grossi registri del dare e dell'avere cifre sopra cifre, polizze,

sconti, cambiali: era il suo martirio. Ma il sagrificio gli era

compensato quando, sul finir del mese, poneva in mano di sua madre un

venti lire, scarso frutto della sua fatica: e già andava pensando che

presto, uscito della scuola, o avrebbe potuto dedicarsi tutto all'arte

così amata; ovvero gli sarebbe riuscito d'allogarsi in qualche

cantuccio oscuro d'un ufficio, con un profitto modesto ma certo.

Intanto, combattuto ed incerto, continuava l'incominciato lavoro; il

primo sole lo trovava dinanzi al suo quadro, da cui non toglievasi

fino al toccar delle nove; a quell'ora, gittati da parte pennelli e

tavolozza, correva a precipizio verso le scuole del liceo, e qualche

fiata colle lagrime negli occhi. Ma in questa guerra continua del

sentimento col dovere, del quotidiano bisogno colle grandi aspirazioni

dell'anima, il povero giovine dimagrava, immalinconiva. Né la Teresa

nè la Stella potevano ancora comprendere l'interno suo patimento; nel

silenzio della casa, esse vedevano passare giorni e settimane,

rassegnate al lavoro monotono, assiduo, con quella paziente speranza

de' cuori fatti l'uno per l'altro.

Era la Teresa, come l'avrete a quest'ora ben conosciuta, una buona

donna; ma niente di più. Il bene che le portava il suo Vittore, un

bene per verità un po' fiero, un po' soldatesco, era stato per

tant'anni l'unica gloria di lei: ma ora, lui perduto, benchè le fosse

cresciuta la tenerezza per i tre figliuoli, non sapeva trovare in sè

stessa forza bastante da sostenere sola i colpi della sventura. Gli

anni della vecchiezza venivano, e il suo cuore, debole per natura e

infiacchito dal tempo, sentiva il peso de' nuovi travagli a cui

crescevano gravezza le memorie antiche e le antiche abitudini. Amava i

figliuoli, si compiaceva in quel fior di grazia della Stella; avrebbe

dato per Damiano, e più ancora per Celso, que' pochi dì che le

restavano a vivere; ma nell'inesperienza d'una ingenua vita, non

conosceva i profondi dolori del sagrificio, i quali pesavano

sull'anima di Damiano, forte ma costretta ad umiliarsi; nè i pericoli

che circondano la giovinezza abbandonata nella povertà. Religiosa e

pia, essa aveva accettato senza rimpianto la sua condizione qual era;

e poi, vissuta a lungo in condizione angusta sì ma non logorata dal

continuo bisogno, non imaginava ancora la povertà che cosa fosse.

Intanto la nobile costanza di Damiano e la serenità della Stella

tenevano vivo il suo coraggio; e poi consolavasi collo sperare di

riunirsi fra pochi anni al suo amato Celso, ch'ella già s'imaginava di

vedere coadjutore, o curato. Il più caro de' suoi sogni era di tornare

a star di casa in quelle parti di Milano che l'avevano veduta giovine

e felice; di andare ogni mattina a sentir la messa del suo figliuolo,

all'altare della Madonna di san Celso; e poi, di morire là in

Quadronno, per essere portata al campo santo del Gentilino, non

lontana dal suo Vittore.

Ma la Stella, co' suoi sedici anni, colla sua fede innocente e sicura,

andava incontro alla vita, senza sgomento, senza dolore. Essa, nel

segreto, indovinava ciò che doveva passare in cuor di sua madre, e

qualche cosa sospettava anche dell'angoscia di Damiano. Pure,

l'affettuoso costume di lei, quell'antiveggenza che solo appartiene a'

cuori semplici e buoni, le avevano insegnato come far meno gravi e

meno lunghi alla madre e al fratello l'ore della fatica, come

rallegrare la muta alternativa del lavoro e della povertà. Spesso,

seduta al telajo, cantava con limpida voce qualche canzone; la canzone

d'una gioja che non era nel suo animo.

La prim'alba la vedeva levarsi sollecita dal picciol letto; e pian

piano, aprendo un poco la finestra, inginocchiarsi in un canto, e

pregare; mentre un raggio di luce, penetrando per il sottile

spiraglio, scendeva a illuminarla. Poi, si poneva al telajo, intanto

che la mamma riposava ancora; e per guadagnar l'ore, ricamava fiori,

festoni e ghirlande in que' trasparenti tessuti che rapivano gli

occhi, e de' quali nessuno doveva esser per lei. E non di rado, per

risparmiare alla mamma il lavoro, si affrettava a finir di rimendare

di sua mano le biancherie su cui l'aveva veduta, la sera innanzi,

lasciar cadere il capo grave di sonno. Oh come se ne compiaceva la

fanciulla, quando la povera madre, senza accorgersene, si rallegrava

con sè stessa, di trovar finito ciò che parevale avere smesso

cominciato appena!

Talvolta passava nell'altra stanza a salutar Damiano, innanzi che

uscisse; e quando lo vedesse un poco più sereno, si faceva animo a

dirgli che per certo egli le nascondeva qualche cosa, e che essa un dì

o l'altro lo voleva proprio sapere. Parlavano sommesso, per non farsi

udir dalla madre; ma Damiano non volle rivelare nemmeno a lei il gran

tentativo al quale s'era accinto; cosicchè quand'essa, una mattina,

sorridendo insieme e arrossendo, gli chiese se mai fosse innamorato,

che sì poco dormiva e usciva prima del sole:--Sì, mia Stella! le

risponse, e d'una bellezza così grande, che mi farà diventar pazzo o

morire.--Ma subito aggiungeva non avesse a dargli mente, chè non era

vero, e ch'egli invece usciva per leggere i suoi libri di studio

all'aria aperta. E così dicendo, contemplava fiso la sorella; avresti

detto ne studiasse i puri lineamenti, gli occhi azzurri, i leggeri

sopraccigli, le sottili labbra più vive del corallo, e l'ovale così

perfetto del viso. Era il pensier del pittore che cercava,

nell'espressione di quel caro volto, il modello delle sembianze

d'Erminia.

Partito il fratello, la fanciulla si dava attorno a ripulire, a

rassettare ogni cosa nella camera; poi, udita tintinnir la campanella

del cavalluccio d'un lattivendolo, scendeva alla porta di casa e

comperava, per la colezione, una mezzina di latte, tepido ancora.

Intanto la Teresa era anch'essa in piede; in poco d'ora, tutto tornava

all'ordine; e le due stanzette parevan sì monde e pulite che avrebber

fatto amare quella povertà onesta e decente. Rientrato Damiano, si

faceva colezione tutti insieme, parlavasi del povero papà, di Celso,

del signor Lorenzo, di tutti i piccoli fatti e discorsi che tessevano

la loro ignota vita; poi Damiano alla scuola, le donne all'ago o al

telajo, fino all'ora del desinare, di cui la Teresa voleva per sè la

cura. Al dopopranzo, il giovine s'incamminava al banco del negoziante,

le donne rimettevansi a lavorare presso la finestra; e fatta sera,

Damiano, quando poteva essere in libertà, seduto in mezzo di loro,

leggeva ad alta voce qualche volume vecchio della nostra storia, o

disegnava strafori e ricami per la Stella. Così si succedevano, tutti

eguali, i loro giorni, umili sì ma tranquilli; e n'era la gioja

quell'amore che univa i loro cuori nel soffrire e nello sperare.

Fuor di qualche vicina che veniva talvolta a frastornar la Teresa

nelle cure casalinghe, pettegoleggiando i fatti degli altri, volesse o

no saperli, nessuno capitava in quella povera casa. Anche il signor

Lorenzo lasciavasi veder più di rado, sia che gli acciacchi e il

trovarsi solo a finir la strada degli anni, gli avessero messo il

tedio addosso, sia che tenesse ancora il broncio, fin da quando s'era

deciso di Celso, contro il suo sentimento. Non aveva mai potuto

dirsela l'antico tenente nè con preti nè con frati; quantunque fosse

vicino al far de' conti, c'era de' momenti in cui si ricordava con un

cotal gusto selvaggio i murelli de' conventi scalati in altro tempo, e

in altro paese, le cantine de' priori a cui aveva dato il secco

coll'ajuto di pochi camerati, e qualche lampada d'argento e qualche

turibolo ghermiti come preda di buona guerra. E poi, il vecchio

soldato aveva anch'esso certe idee sui due figliuoli dell'amico: e da

che s'era voluto fare e dire senza di lui, aveva giurato di lavarsene

le mani. Ma non sentivasi cuor di farlo, pensando che quelle tre

creature le aveva vedute venir su a poco a poco; e ricordandosi

quell'ultima notte del moribondo suo fratello d'armi, e la promessa

che non avrebbe abbandonati mai più que' figliuoli.

Così l'onesta famiglia di Vittore, alla quale eran rimasti l'onore e

la virtù, unica ricchezza, viveva aspettando dall'avvenire un po' di

bene. Ma la loro umile sorte non era abbastanza oscura ed ignota allo

sguardo de' tristi. Coloro che van dietro al male vegliano nell'ombra;

i buoni non sospettano; e sopra di essi non c'è che l'occhio di Dio.

Il signor Omobono non aveva dimenticato la povera ricamatrice, nè

smessi i suoi scelerati disegni: ma ignorava che un altro, se non più

astuto, più audace di lui, stava per attraversargli la via. Era costui

il cavalier Lodovico; il quale, come volle il caso, spesso meno

incomprensibile che nol sia la cattiveria degli uomini, s'era, come

l'Omobono, giovato della vecchia pegnataria, per riuscire a far

conoscenza colla bella fanciulla.

La vecchia pegnataria, la quale soleva chiudere un occhio sopra tal

sorta di negozii, e compativa le fanciulle che avessero dato

un'inciampatella, volle tener a bada tanto l'Omobono che il bel

signorino; e si guardò bene dal parlar coll'uno o coll'altro di ciò

che sapeva. Di più, con quel gusto maligno dell'intrigo, ch'era la sua

politica, andava pensando che il vecchio o il giovane ci poteva cascar

seriamente, e che la ragazza, non essendo sciocca, aveva trovato il

bandolo della fortuna.

L'Emerenziana era, fra le donne del vicinato, quella che veniva più

spesso a visitar la Teresa, a recarle del lavoro per le sue pratiche.

Non passavan due giorni senza che tornasse, come la febbre quartana, a

far la dottora colla vedova, che le dava troppo facile orecchio.

Bisognava udirla cornacchiare i segreti di tutto il quartiere, dame o

pedine, mercantesse od operaie che fossero; lasciar trasparire con

certe reticenze, e sempre come in confessione i garbugli, i rigiri in

cui si era invischiata ma per amor del bene, diceva certi imbrogli,

certi coperchielle e matasse distrigate da lei sola: rigattiera e

pegnataria ne sapeva, per verità, di belle; e il darla a bere era per

essa l'arte di non lasciarsi metter di sotto dagli altri.

Capitava nell'ore che le due donne eran sole. S'era accorta, al primo

veder Damiano, in quella sera del carnovale quando venne in casa sua,

ch'egli non si sarebbe facilmente lasciato accalappiare, e volontieri

schivava di rincontrarsi con lui. Anche la Stella, benchè tuttora

senza sospetto, non era abbagliata dalle grandezze che andava

cianciando quell'eterna promettitrice; ma ignara degli artificj e

delle piccole infamie della vecchia scaltrita, si lasciò andare, quasi

non volendo, a creder vero e sincero, in parte se non del tutto, ciò

che udiva, ingannata da quell'aria di rozza bontà che traspariva dagli

atti e dalle parole dell'Emerenziana.

Per la Teresa d'altra parte, la ragione migliore, la miglior prova

d'amicizia e di premura era il lavorìo che per suo mezzo di giorno in

giorno le andava crescendo, non pagato a stento, nè colla solita

gretterìa; comechè il guadagno non si facesse mai aspettare, e la

vedova in que' pochi mesi avesse potuto già metter da parte un

gruzzolo di dugento lire. Poco piacque a Damiano, quando venne a

saperla, quella pratica avviata da sua madre. Ma la Teresa non voleva

essere persuasa; e un dì che il figliuolo le diede un po' sulla voce,

perchè avesse consentito a Stella d'andarne in casa della pegnataria,

si mise a piangere di cruccio, e disse a Damiano di quelle parole,

ch'egli non pensava potessero mai uscir di bocca a sua madre. Gli

disse ch'era un visionario, un cuor cattivo, e che se voleva così

comandare e far tutto a modo suo, pensasse lui, più che non avesse

fatto fin allora, alla famiglia.

Queste cose fecero dolore a Damiano. Chinò il capo e tacque; e da quel

dì il nome della pegnataria più non venne sulle sue labbra. Usciva di

casa col primo sole, come prima; ma non tornava che al far della

notte; mangiando a quell'ora il poco che la sorella avevagli messo in

serbo. Più increscioso e taciturno che per lo addietro non fosse,

evitava lo sguardo della mamma, che ne pativa: e così se n'era ita da

lui quella poca gioja, onde le giovenili speranze e i primi ardori

dell'arte cominciavano a rallegrarlo. Ma poi, il disgusto fece luogo

alla ragione; una sera si gettò nelle braccia di sua madre, e volle

essere perdonato e benedetto.

Capitolo Decimoquinto.

Nel mondo fu veduto per secoli combattere il forte contro il debole;

ora è cominciata la guerra del ricco e del povero, la quale potrà

durare quanto il mondo stesso. La continua vicenda delle cose

traveste, non muta, le umane passioni; ma riguardando il lor mesto

spettacolo, ed è questa una delle più care consolazioni de' buoni,

contempliamo con maggiore affetto la bontà che la grandezza. E chi non

sa ch'è più facile conservar l'innocenza nella povertà della vita che

la giustizia nella grandigia e nel fasto? La ricchezza, benchè

onorata, invidiata dagli uomini, bisogna dire abbia in sè medesima un

germe di sazietà e di corruzione; perchè, veramente, il ricco pare, ma

di rado è felice. Certo che la virtù e la contentezza ponno essere

quaggiù compagne dell'uom fortunato e grande, come di chi vive

contento del poco; anzi, non v'ha, direi quasi, cosa più celeste della

vera virtù nella grandezza: chi sparge il beneficio e l'esempio della

bontà sulla terra, sarà sempre benedetto e amato. Ci sono molti che

comprendono la parola recata da Colui, il quale disse gli uomini

eguali e fratelli: ma pur troppo noi veggiamo tuttora quanto sia

facile così d'abusare d'ogni più santa verità, come di creder lecito e

giusto ciò ch'è soltanto conseguenza del pregiudizio umano e di quel

misto di vero e di falso che forma quasi tutte le leggi del mondo.

Se nell'umile storia ch'io vo tessendo, voi vedete l'uom povero ed

onesto a fronte del ricco vizioso e potente, non dite ch'io rinneghi

per questo la virtù di chi siede in alto, o getti la maledizione sul

capo di coloro che il mondo chiama felici. Il bene è la parte di

tutti, e la virtù sulla terra è come l'aria pura che si respira più

vicino al cielo. Ma fu veduto più d'una volta versarsi per beneficio

il danaro di Giuda; e la stessa pietà disseccata dal fiato sottile

dell'egoismo e della ipocrisia, far più tristi que' mali ch'essa

pretendeva di sanare. Io non presumo di dipingere la società del mio

tempo; scrivo la storia di povera e buona gente.

Alla porta d'un vecchio palazzo, situato in una parte solitaria di

Milano, fermossi un dì, sull'ora del dopopranzo, una carrozza d'antica

data, dalla quale, fatte tra loro non poche cerimonie, furono vedute

scendere due persone, che dovevano essere, come suol dirsi, due pesci

grossi, fattone giudizio dall'ampio cappello a triangolo equilatero e

dalla cappa dell'uno, come dalla incipriata zazzera o dal pettoruto

portamento dell'altro. Attraversato, il deserto cortile, salirono per

uno scalone trionfale, adorno di statue polverose e monche,

rappresentanti gli Dei dell'Olimpo, alle spaziose anticamere; l'unico

servo, che vi dormicchiava da quattr'ore, si levò su dalla cassapanca,

spaventato dal loro comparire; ma appena li ebbe riconosciuti, corse

innanzi a spalancar le porte degl'interni appartamenti; e,

annunziatili, mise dentro al segreto gabinetto della nobilissima sua

padrona il consigliere Zebedia e il padre Apollinare.

La contessa Cunegonda, sorella dell'Illustrissimo, quella dama potente

ch'egli stesso, se vi ricorda, teneva quasi in conto d'un ministro di

stato, mosse dignitosamente verso i due venuti e con un gesto quasi

regale invitolli a sedere. E i due, fatta di nuovo qualche cerimonia e

qualche riverenza, obbedirono.

--Io vi aspettava, signori miei, cominciò la contessa: voi ben sapete

quanto mi stia a cuore la buona e santa opera nella quale voi mi date

mano. Se c'è molti ostacoli, c'è molto merito a vincerli; e....

--La signora contessa è donna incomparabile, si fece a dire il padre;

la sua alta ed esemplar religione, i suoi sentimenti cristiani, le sue

ricchezze consacrate al trionfo della buona morale, le sue grandi

aderenze....

--Eh! padre, la dama l'interruppe; siamo ancora ben addietro; bisogna

battere e ribattere; gli inciampi crescono ogni dì, e i frutti son

pochi.

--Qualche cosa però s'è fatto, qualche cosa s'è guadagnato: disse, con

sussiego, il consigliere.

--Sì, sì! ma ci vuol altro: con un po' di stizza repressa, aggiunse il

padre.

--Vedete, per esempio, o signori, quel degnissimo mio signor fratello!

ripigliò la dama. Non ci fu modo di persuaderlo ad assumere la carica

che si voleva dargli; ho tentato parecchie volte; fu come parlare a un

sordo.

--Peccato, considerò il padre: peccato veramente! il suo nome ci

voleva.

--Per me, vi confesso, tornò a dire la dama, che sebbene io abbia

fatti, in obbedienza a' vostri savii consigli, presso di lui que'

passi che credeste necessarii, pure non era niente persuasa della sua

buona e coscienziosa cooperazione. Lasciate ch'io lo dica senza

riguardi: mio fratello è un buon uomo; ma non è fatto per noi. Egli ha

certe idee, certi principii..... per dir la verità, all'età sua poco

convenienti.... Vedete ch'io vi parlo schietta; facciamo senza di lui.

--Sia pur com'ella vuole, signora contessa disse inchinandosi il

consigliere.

--Ma!... soggiunse il collega: io spero almeno che il capitale

promesso non mancherà.... Ella sa bene gl'impegni che ci siamo

addossati.... crescono tutti i dì: il Ritiro non ha guari fondato

dalla specchiata carità di lei, ha bisogno di protezione e di

soccorso....

--State pur tranquillo, buon padre, che noi non mancheremo al nostro

dovere... finchè il Signore ci dà la grazia: disse lentamente la

contessa Cunegonda, con un accento che balzò a un tratto dall'albagìa

alla compunzione, come il tono musicale dal maggiore al minore.

--A proposito, ripres'ella indi a poco: E che c'è di nuovo del vostro

protetto, del giovine chierico che tenete in casa?

--Del mio protetto? rispondeva il padre Apollinare: dica del suo,

signora contessa! Io per me, non avrei potuto fargli quel poco di bene

che gli fo, senza il sussidio di lei....

--Eh via! la piccola pensione che vi ho fissa per questo, è una vera

inezia, non vale il tesoro ch'egli ha trovato in voi....

--Non mi mortifichi, per carità!

--Voi lo sapete, credo bene, consigliere: si spiegò coll'altro, a lui

rivolgendosi. Il nostro buon padre, che Dio ce lo conservi sempre, si

trova in un mar d'affari e d'angustie; è naturale, vorrebbe fare il

bene per tutti. Ora ha pensato ch'egli avrebbe bisogno d'un

segretario, d'una persona di confidenza, fatta a suo modo, di quelle

che raramente si trovano; il caso gli mise proprio innanzi, alcun

tempo fa, un giovine che promette bene di sè, che può e deve riuscire;

questo giovine è povero, egli lo tirò con sè, e pensa a dargli un

avvenire; io, com'è giusto, supplisco con quella pensioncella di che

vi diceva; e così si fa due beni in uno.

--Qualche cosa ne sapeva, rispose il consigliere; ma mi consolo

sempre, ogni volta che sento parlar d'una buona azione.

--Le dirò, signora contessa, prese allora la parola il padre

Apollinare, che nella famiglia di quel giovine c'è ancora del bene a

fare. È una di quelle famiglie, e so quel che dico, le quali, al pari

di mille e mille del popolo, cominciano pur troppo a sentire in sè una

specie di marasmo, di dissoluzione morale, che sono il frutto di certe

dottrine sovvertitrici, spaventose, diffuse da più di un mezzo secolo

per tutta Europa; zizzania sociale che va pigliando ogni dì più

terreno e radice. Coloro che si sagrificano alla conservazione delle

potestà costituite; coloro che posero le inconcusse incontrovertibili

batterie dell'ordine contro le bande infellonite del moderno

progresso, hanno combattuto e combatteranno.... Essi sanno che bisogna

prevedere e provvedere....

La dama e il consigliere pendevano in estatico atteggiamento dalle

parole pioventi, come rivi di mele, da quell'autorevole campion del

partito dell'inerzia; e l'una scrollando la cuffia piramidale, l'altro

l'incipriato cucuzzolo, ne accompagnavano le cadenze, a battuta.

--Ma per combattere che si faccia, seguitava vieppiù rinfiammandosi il

padre, il nemico non si stanca e trova sempre armi ed offese. Molto

avanza ancora del lievito infernale che bulicò sì fattamente sul finir

del secolo passato: tutto ciò ch'era perduto non è riconquistato

ancora.... il male sussiste; e guai, se ingangrenisce!... E per non

dilungarmi in così trista via, eccovene in piccolo nella famiglia

della quale si parlava, un palmare esempio. Un vecchio militare, mezzo

rinnegato, amico del padre defunto, vuol governarla a suo capriccio:

già ha guasto il cervello al maggiore de' figliuoli, un capo scarico

da cui non si può cavarne nulla; per fortuna del cielo, si fu a tempo

di salvare il minore, quel giovinetto del quale la degnissima signora

contessa degna prendersi pensiero.... Ma non ci volle poco a venirne a

fine, e per un filo quell'avanzo di giacobino non rovesciò tutto! Nè

basta: c'è una figliuola, la quale tocca appunto l'età pericolosa; e

in mezzo a una madre debole, a uno sventato fratello, a un vecchio

peccatore, non c'è a garantire uno spillo per l'onestà sua. Ma noi non

ci stancheremo nell'opera buona, noi veglieremo nell'ora che il leone

rugge; non è vero, signora contessa?... Ricordiamoci quello ch'è stato

detto.... Noi pure dobbiam essere pescatori d'uomini.

--Veramente, ora si tratterebbe di pescare una donna: non potè tenersi

dai dire il consiglier Zebedia, il quale, con tutto il suo zelo e

sussiego, nutriva certa predilezione per i motti piccanti e le

freddure.

Rise, muta, a fior di labbra, la dama; il padre tacque e si fe' serio.

--Oh! ad altre cose e più importanti, soggiunse allora la contessa;

passiamo, se non vi dà incomodo, nel mio gabinetto di studio, signori,

e vi mostrerò il risultato delle corrispondenze di qui e di fuori,

intavolate per il fine che voi sapete, sopra le quali mi bisogna il

vostro prudentissimo avviso.

Ciò detto, si levò dal canapè; e attraversando con imperturbata

dignità parecchie stanze, seguìta da' suoi due accoliti, il laico e il

cherco, disparve ne' recessi del palagio.

Damiano: Storia di una povera famiglia · 第 21 / 64 题