Capitolo Decimoterzo

Se non t'incresca, o lettore, di scendere e salire per le anguste

scale de' poveri, di entrar nelle nude soffitte; se ti conforti il

vedere i sacrificj della virtù non conosciuta, e l'impeto dell'anime

oneste e generose; seguiamo i passi di Damiano, che, al far del

giorno, se ne va alacre e contento allo studio del pittore Costanzo.

Ma per quale segreta aspettazione tornavano a Damiano quella gioja,

quell'ardore di vita e di volontà che da gran tempo più non sentiva?

Pochi dì innanzi, non era vivere il suo, ma agitarsi in cupi e

riluttanti pensieri; gli uomini, le cose che lo circondavano, erangli

cagione d'ira o di tristezza; pensava ch'era solo, negletto, incerto

del dove andare, stanco, oppresso dalla povertà da cui credeva

impossibile di poter sollevare la famiglia sua. Ma ora, il mondo più

non era per lui, come prima, un'immensa e misteriosa ingiustizia; ogni

cosa gli pareva mutata; tutto prendeva agli occhi suoi un significato,

una ragione; e per la prima volta, nella coscienza di sè medesimo,

sentiva la pienezza della vita. Ora, egli non avrebbe dato, per

qualunque tesoro al mondo, quell'affetto che gli scaldava il cuore.

Povero e onesto Damiano! Ciò che tanti altri, a vent'anni come lui,

provano per forza di una prima passione d'amore, Damiano lo sentiva

allora per un sentimento più alto e più puro, che acceso da gran tempo

nell'anima sua, aveva alla fine trovato, dopo i lunghi sogni della

fantasia, una espressione di bellezza, una forma viva e vera. Era un

amore solitario e forte, una ispirazione di fiamma, che a lui dava per

la prima volta il senso dell'infinito.

Camminava con passo leggiero; le vie, le case vedute tutti i giorni,

che prima gli sembraron monotone, uggiose, che già gli stillarono

l'angustia ne' pensieri, avevano agli occhi suoi in quella mattina

quasi una novella apparenza, le trovava belle, ariose, allegre; tanto

è vero che i luoghi vestono sempre il colore de' nostri pensieri.

Vedeva un amico in ognuno che incontrasse; e sentivasi in cuore come

una volontà di stringer la mano e raccontar la sua gioja a tutti i

manovali e artigiani che passavangli a fianco, camminando alla

fabbrica o alla bottega. Pensava che quella buona gente era, per la

maggior parte, più povera di lui; eppure tutti erano come lui allegri

e sereni, tutti suoi fratelli.

Salito al quinto piano della casa del pittore, lo trovò già in piedi,

vestito del suo camiciotto di tela, e col fedele berretto di carta

azzurrina sulla calva nuca, ritto presso la spalancata finestra, tutto

inteso a macinare colori, a preparar la tavolozza. Dalla finestra, che

rispondeva sur una lunga fila di tetti, si vedevano i comignoli di

mezza la città; e fra quella moltitudine di altane, d'abbajni, di

torricelle e campanili che somigliavano in lontananza una mano di

soldati dispersi in un terreno selvatico e ineguale, dardeggiavano con

singolare riflesso di luce gli obbliqui e vivissimi raggi del sole

sorto appena sull'orizzonte. Un'aria freschetta, sottile, aveva

cacciato da ogni parte del cielo i vapori della notte; e il primo

sorriso del sole era per lo studio del povero pittore.

Quel buon Costanzo, al comparir del giovine, si fece più sereno in

viso, e stringendogli con amorevolezza la destra:--Eccoti qui, gli

disse, in compagnia del sole che mi saluta in questo momento. Bravo

giovinotto! tu hai cuore e volontà, sai che tesoro sia il tempo, e nol

getti, perdio! Così riuscirai a qualche cosa, e farai la tua via

meglio che non abbia fatto io.... Vieni, vieni; la tua gran tela ti

aspetta.

--Io ti voglio bene, come ti voleva bene il tuo povero figliuolo, o

Costanzo: rispose il giovine. Tu solo sei stato il mio maestro; il

poco ch'io so, è cosa tua.--E mettendosi sul cuore la mano di lui, con

tenerezza profonda lo riguardava; poi, dopo una pausa:--Credi tu,

soggiunse, credi tu.... che io....

--Per l'anima mia! son certo, com'è vero che vivo, che tu hai qui, e

qui--e portava la destra prima al cuore, poi alla fronte--una cosa

ch'io non so... ma che viene di lassù; in me l'ho cercata sempre e non

l'ho trovata mai!... Perchè, io son sincero, vedi! non mi stimo più

del giusto; i miei cinquantanove anni, se non altro, m'hanno insegnata

questa verità.

--Non dir così, buon Costanzo; la fortuna ti fece sempre la smorfia; e

per questo....

--E per questo, sto al pian de' gatti, più vicino al paradiso:

sorridendo l'interruppe il pittore.

--Ma sei onesto e generoso; sei un buon artista; e i pochi che ti

conoscono, ti amano, che più non si potrebbe.

--Oh! per me la è finita; son vecchio; tutti i miei ritratti e quelle

teste di santi, sgorbiate in tanti anni, non m'han fatto un nome più

famoso di quello del tabaccajo che sta qui sotto; ma n'ho cavato di

che campare.... e poi tanto d'andar fino a Roma. Oh sì! per me adesso,

posso morir contento.... Le ho vedute anch'io quelle glorie dell'arte

italiana, dell'arte nostra! e ho potuto contemplar la faccia di quei

quadri che sono stati il sogno di tutta la mia vita. Ma tu sei

giovine, Damiano; tu li vedrai a tempo, amico! e se il pellegrinaggio

dell'artista a me tolse l'ultima speranza, a te darà l'ispirazione e

l'amore.

--Oh! che cosa potrò far io, Costanzo? Oggi son contento, pieno di

buona fiducia; ma troppo di spesso, un certo presentimento, che mi sta

in fondo del cuore, mi mette una nebbia nella mente e mi rompe la

forza; in mezzo alla gioja, nell'ora più santa, una voce ironica e

maligna par dirmi: Non pensare all'impossibile! È lo stesso, tutto è

inutile!

--Ah giovine, giovine! la tua anima è di fuoco; e bruci l'avvenire,

perchè non l'hai in pugno. Ma io ho l'esperienza; e mettendo al

paragone quel ch'io ho fatto con quel che fai tu, col cuore in mano,

ti dico: Io sono un pover'uomo, tu sei un pittore!

--Tu mi vuoi bene, onde parli così: ma nessuno dirà quel che tu dici.

Io lo sento dentro di me; l'arte è troppo grande e le mie forze son

troppo piccole; eppure, son questi i soli pensieri che mi possano

confortar la vita. Lo seguirò quest'incantesimo che mi strascina; e se

cadrò a mezzo del cammino, almeno potrò dire che non era vile la

speranza, e che ho voluto anch'io!...

--Così, così forse avranno parlato, un dì, que' tali, al cui nome

bisogna adesso cavare il cappello e abbassare il capo. Pure, tu non

insuperbire per questo. La via è lunga, e costa spesso la vita. Ma tu

sei il mio figliuolo d'adozione, e non dimenticherai il nome del

vecchio Costanzo! Vieni qui, figliuolo.--E il buon uomo volle, quasi

per forza, stringerlo fra le braccia, baciarlo sulla fronte. Poi

ripigliò:--Non perdiam tempo, l'ore volano e ci rubano i pensieri e

gli anni. Su dunque! al lavoro.

--Sì, maestro, amico mio! al lavoro, e Dio ci guardi! rispose Damiano.

E i due amici, raccolti i pennelli e prese l'asticciuole e le

tavolozze si posero al cavalletto; Costanzo da un lato della finestra,

innanzi a una tela vecchia su cui l'abbozzo d'un sant'Andrea Avellino

andava sparendo sotto un ritratto di commissione, un volto rubicondo e

grassoccio, due occhi piccoli, bigi e senza sopraccigli, una bocca

atteggiata a melenso riso, e un mento sotto il mento, proprio la

fisionomia d'un arricchito mercante d'olii e saponi; dall'altro lato,

Damiano s'allogò dinanzi d'un'ampia tela sulla cui fresca imprimitura

vedevasi delineata a franchi contorni la bella creazione ch'egli aveva

da tanto tempo vagheggiata nell'ardente pensiero. Parecchi abbozzetti

di quel medesimo quadro, con forza coloriti e con viva espressione

d'affetto, erano sparsi vicino a lui, su d'una seggiola e d'una rozza

tavola; e un volume scompagnato del Tasso stava aperto sullo sgabello

a' suoi piedi.

Ma il giovine non riguardò a quegli abbozzi, ch'erano stati i primi

arditi tentativi d'una mano inesperta e forse di soverchio commossa

dallo entusiasmo; si raccolse tacitamente, direi quasi con religioso

sgomento, dinanzi alla tela; contemplò, studiò coll'anima piuttosto

che con gli occhi quelle linee leggermente tracciate, i profili, le

teste, le movenze delle figure, che sovra il fondo non apparivano

ancora se non come larve nella nebbia, ma che nella sua mente egli

vedeva già spiranti e vive; trasse un sospiro, poi con mano tremante

diede il primo tocco di pennello al suo quadro.

Il qual suo quadro, come ben lo indicava il libro lasciato a' piè del

cavalletto, figurava uno dei più belli e commoventi episodii del poema

di Torquato; l'innamorata Erminia che, pellegrinando con lo scudiero

in deserta parte, ritrova morente il suo Tancredi. Il volume era

aperto alla pagina che ha codeste bellissime stanze, le quali, lette

una volta, non si partono dal cuore:

«Raccogli tu l'anima mia seguace,

Drizzala tu dove la tua sen gìo:

Così parla gemendo e si disface

Quasi per gli occhi, e par conversa in rio.

Rivenne quegli a quell'umor vivace,

E le languide labbra alquanto aprio;

Aprì le labbra e con le luci chiuse

Un suo sospir con que' di lei confuse.»

«Sente la donna il cavalier che geme:

E forza è pur che si conforti alquanto.

Apri gli occhi, Tancredi, a queste estreme

Esequie, grida, ch'io ti fo col pianto:

Riguarda me che vo' venirne insieme

La lunga strada, e vo' morirti accanto;

Riguarda me, non ten fuggir sì presto:

L'ultimo don ch'io ti domando è questo.»

«Apre Tancredi gli occhi, e poi gli abbassa

Torbidi e gravi: ed ella pur si lagna.

Dice Vafrino a lei: Questi non passa;

Curisi dunque prima, e poi si piagna.

Egli il disarma; ella tremante e lassa

Porge la mano all'opere compagna.

Mira e tratta le piaghe; e di ferute

Giudice esperta, spera indi salute.»

«Vede che il mal dalla fiacchezza nasce,

E dagli umori in troppa copia sparti.

Ma non ha fuor che un velo onde gli fasce

Le sue ferite, in sì solinghe parti.

Amor le trova inusitate fasce,

E di pietà le insegna insolite arti.

Le asciugò con le chiome e rilegolle

Pur con le chiome che troncar si volle.»

Era quest'episodio l'argomento proposto in quell'anno al pubblico

concorso del premio di pittura.

Damiano, costretto dalla povertà e dalla necessità di trovar presto un

pane certo, per poterlo spartire con sua madre e con sua sorella, aveva

dovuto fino allora rinunziare alla naturale sua inclinazione per la

pittura, alla quale, in altra fortuna, poteva forse del tutto

consacrarsi. Non avendo mai frequentate le pubbliche scuole di belle

arti, era stato fino a quel dì sconosciuto allievo di sconosciuto

pittore; aveva dato allo studio del disegno le poche ore rubate a' libri

di scuola, a' registri del mercante, al riposo della notte. Eppure lo

faceva più per quel semplice e forte amore che il traeva all'arte, che

per la fiducia di riuscire. Ma intanto, coll'applicazione solitaria e

tranquilla, con quella volontà intensa e segreta che procede da un

ingenito sentimento del bello, e che matura nella disgrazia, il giovine

s'iniziava a poco a poco, senza quasi saperlo, ai misteri dell'arte

sublime.

Un'inquietudine, un desiderio prepotente lo agitavano, gli facevano

battere il cuore; il grande spettacolo del cielo, l'aspetto

malinconico o sereno della pianura che circonda la vasta città; il

verde degli alberi e delle irrigue praterie; gli sparsi casolari e i

pochi avanzi della grandezza passata sorgenti ancora nel cerchio delle

mura; le chiese più antiche, e l'opere famose de' pennelli della

scuola lombarda, maraviglia di chi torna a visitare qualche deserta

cappella, qualche abbandonato monastero; e quel miracolo dell'arte del

medio evo, il Duomo, ove il buon giovine andava a meditare nell'ore

della sua tetra malinconia; e la stessa infinita varietà della vita

che, sempre e senza ch'egli lo volesse, gli dava affetti e pensieri,

nella pace della famiglia, nel tumulto della piazza, nell'agitarsi del

popolo, in mezzo al quale sentivasi superbo d'esser nato e d'andar

perduto; in fine, tutto quanto gli stava d'intorno, avevagli a grado a

grado insegnato l'unica scienza che può esser maestra dell'artista,

l'armonia e la diversità della natura, mistero di bellezza. Perchè, il

linguaggio della natura non è mai muto per l'anime commosse dall'alito

divino: l'arte è figlia della natura; e per questa sola via essa

traduce, per così dire, la verità.

Damiano: Storia di una povera famiglia · 第 20 / 64 题