Capitolo Duodecimo

Era venuto il giovedì santo.

In quel giorno che rinnova le divine memorie alla fede e al dolore

cristiano, la vedova, in compagnia della figliuola, secondo il pio

costume del popolo nel quale vivono intatte le sante tradizioni del

passato, compiva essa pure l'umile pellegrinaggio alle sette chiese,

accompagnando nel consueto giro per la città la processione de'

popolani che recitavano divote orazioni alla visita de' Sepolcri;

avevano innalzato i loro cuori al Dio degli umili e de' credenti,

implorando rassegnazione e speranza, la benedizione ne' travagli, e la

contentezza dell'innocenza. Quel giorno d'austera solennità, quella

continua schiera di donne, di fanciulle, d'intere famiglie seguenti la

stessa via; le chiese affollate di popolo inginocchiato e pregante; e

la stessa fatica del cammino e il conforto della preghiera e della

sacra costumanza adempiuta, tutto aveva destato nelle loro anime buone

una quieta gioja che da lungo tempo non erano avvezze a gustare.

Uscite del Duomo, poco innanzi che si facesse la sera, tornavano a

casa, parlando fra loro di Damiano, il quale da parecchi dì erasi

fatto assai più sereno e mite che prima non fosse. A un tratto, la

Stella s'avvide che le seguitavano due sconosciuti, i quali da un

pezzo si erano messi dietro a lei, di via in via, ed ora le stavano

alle spalle, ora le camminavano dinanzi, e la guardavano

sfacciatamente, discorrendo intanto fra loro, senza rispetto di farsi

udire. Anche nel tempio, mentr'essa pregava a lato della madre, un di

coloro le s'era accostato, facendole intoppo e susurrando non so quali

parole da lei non intese. E intanto che quello l'aveva seguita nel

Duomo, l'altro s'era fermato sotto l'arco del Coperto de' Figini: poi,

all'uscir delle donne, s'erano riuniti e se n'andavano al braccio

l'uno dell'altro. Ciò che prima la Stella aveva notato appena, le

fissò i pensieri, quando intese dietro a sè lo scroscio d'una risata,

e i discorsi di coloro le ferirono l'orecchio. Tremò come una foglia,

e sentendosi quasi mancare si strinse alla madre: la quale, credendola

affaticata dal camminare, e nulla sospettando, le disse: --Animo,

Stella, chè siam quasi a casa.

Se la fanciulla non avesse indovinato che que' due le stavano alle

calcagna a fine di vedere dov'ella fosse per entrare, le parole che

correvan tra loro gliel'avrebbero chiarito. Erano due giovani signori,

vestiti con eleganza alla moda del giorno, due di quegli attillati che

camminano in aria di conquistatori lungo le frequenti nostre corsie,

di su, di giù, all'ore consuete del passeggio, e più spesso

sull'imbrunire, aspettando che la buona ventura mandi loro incontro

qualche galante o misteriosa bellezza; studiosi d'andar segnati a dito

da chi voglia o non voglia saperne di loro, accorti e leggiadri

trovatori di lepidezze e passatempi; di quelli che pigliano le cose

con buon gusto e capriccio; che si credono, essi soli nel genere

umano, persone _comme il faut_, per dirla con una loro favorita

espressione; senza curarsi mai di pensare, prima o dopo di fare; chè

il pensare per essi è un di più.

--Ma, caro Lodovico! diceva l'uno, camminando lungo la muraglia, come

seguisse a dispetto l'amico: Ma, caro Lodovico! bisogna proprio dire

che tu metti da banda il buon genere.

Ed era veramente un tipo del _bon ton_ d'allora colui che parlava;

dico d'allora, comechè tutti sappiano il buon tuono mutar vezzo e

legge, trasformarsi come il Proteo della mitologia. All'arricciata

capigliatura, a' lucidi mustacchi attorti sulla punta, allo studiato

nodo della cravatta, all'abito fino che gli serrava il busto, a'

guanti gialli, e più di tutto all'aria burbanzosa e al passo

trionfale, si ravvisava in lui il giovine semideo del nostro tempo; il

quale non ha ancora fra noi trovato il suo poeta che gl'insegni, come

già fece il buon Parini a quello di settant'anni fa, l'arte

d'ingannare

«....... questi nojosi e lenti

«Giorni di vita, cui sì lungo tedio

«E fastidio insoffribile accompagna;

e così di tutto si ride al mondo, e anche di sè medesimo.

--Ascolta un po', conte: disse l'altro, vestito anch'esso come

l'ultimo figurino delle mode, sebbene non apparisse in lui quella

scioperata arroganza che leggevasi a chiare note sul viso del

compagno. Se poi si era fatto ad apostrofar l'amico, così in aria tra

seria e scherzosa, con quel bel titolo di conte, n'aveva il perchè:

quel titolo era un dolce solletico all'orecchio del giovine paladino.

--E che puoi dirmi ch'io non sappia? Tu sei mortalmente annojato della

quaresima, e cerchi una distrazione....

--Sì, il far di madonnina di costei che tu vedi, mi va al cuore....

--E vorresti ch'io ti avessi a dar mano, eh? è per questo che m'hai

tirato a forza fin qui, proprio all'ora che sulla porta del caffè io

aspettava una persona, per accompagnarla alle prove del ballo nuovo.

--Una persona?... Gran che, conte Achille! per un amico puoi lasciare

ch'essa ti tiri gli orecchi qualche volta!

--Ma non che mi graffii!

--Ah! ah! tu sei proprio ingattito di que' quattr'ossucci di

ballerina.

--Ehi! come parli?

--Va via: come non si sappia che le vai appresso da tre anni, e che

fai il geloso, come fosse una gran dama! E sì, che per entrarle in

grazia devi andar giù chino, e non contarli... Va pure, che con le tue

pretensioni, fai la bella figura!

--Non capisci niente: non sai che il mio è il gran genere?

--Sì, sì, fare anticamera ogni dì alla portaccia; dare il braccio alla

ragazza da una parte, alla mamma bavosa dall'altra; fare il lacchè al

carrozzone del peccato, quando riconduce a casa quell'olla di ninfe, e

stare col servitor bisunto sulla predella del legno?...

--Matto, matto! rispondeva il conte, sganasciando dalle risa. So bene

ch'è l'invidia che ti fa parlare. Ma via, non vado in collera: ora di'

su, di codesta meschina che ne facciamo?

--Vienmi dietro, ch'io vegga dove sta di casa; poi ti dirò il resto.

Già sai che ho miglior gusto di te; amo i fiori di primavera io, i bei

bottoni di rosa....

--Te lo credo, se vuoi: ma sartorelle e cuffiarette non sono più in

moda. A Parigi, è mercanzia per gli studenti e pei giovinotti di

provincia: ce n'è a nugoli di questa roba: io per me, quando ci fui,

non ne volli sapere.

--Che diavolo? ciascuno ha i suoi capricci; a te la scena, a me la

bottega: così saremo sempre amici. Ma senti questa, conte mio.... Non

sai che mio padre....

--Che c'è di nuovo? non vuol più pagare i tuoi debiti?

--Manco male, se fosse: e' ci sarebbe il rimedio; farne degli altri.

--È vero: che ha dunque il reo genitore?...

--Vuol darmi moglie.

--Vecchio pedante!... E la prendi?

--Che fare? finora non dissi nè _sì_, nè _no_: perchè, lo sai bene, i

vecchi voglion fare a modo loro; e mio padre, che fin qui mi tenne

allo stecchetto, con quelle idee antidiluviane d'ordine, d'economia e

di sistema, mi rovina, mi tira all'etisia. Un matrimonio mi potrebbe

tornar bene, sarei padrone del mio: d'altronde, il partito è

magnifico, una figlia di buona casa, non brutta a quel che mi dicono,

e duecentomila lire alla mano. Vedi, che c'è da pensarci sopra.

--Ah! ah! ah! Lodovico che becca moglie!... Bravo lui! stasera, al

caffè, vo' far ridere gli amici.

--Per amor del cielo! giurami che non ne dirai parola, o me la piglio

sul serio.

--Poveraccio! te la fanno, e ci caschi. Va là che non t'invidio: io

sono libero, indipendente, non ho chi mi faccia il moralista, e posso

dire che mi godo la vita. Ma già, capisco: finchè ci sono questi padri

benedetti....

--Che vuoi farci? Il mio mi vuol troppo bene, nè pensa di lasciarmi

così presto. Dovrei dunque aspettare fino a quarant'anni a far le cose

a modo mio, continuando intanto, come ogni misero figlio di famiglia,

colla mia magra mesata che mi basta appena pei sorbetti e pei guanti?

--Ti compatisco; ma doversi ingollar una moglie....

--Che importa? alla fine non ci metto gran pensiero: anzi, ti dirò in

confidenza che sto per far contento il vecchio.

--Come? come, signorino? Prendete moglie, e avete come prima il grillo

delle sartorelle e delle piccole crestaie?

--Non porto ancora la cavezza matrimoniale; e senza un po' di

consolazione come andar incontro ai giorni della disgrazia?

--Si vede che sei proprio un cattivo soggetto. Ma chi è la sposa?

--La figliuola maggiore del barone Alberto, una baronessina,

capisci.... ma, non si deve saperlo da nessuno ancora.

--Capisco: quanto alla sposa, non c'è male, non è il diavolo. Anzi,

t'impegno fin d'adesso che mi presenti a lei; e ti prometto io di

confortarla, intanto che tu correrai dietro alle sottane di percallo

rigato.

--Sì, matto, vedremo. Ma intanto, non far ch'io perda la traccia di

questa....

--Oh! noi siam buoni bracchi; e poi, è selvaggina che si lascia

smacchiar facilmente.

--È il mio genere, la mia passione!

--Buona riuscita!

Di questo sconcio dialogo poco venne all'orecchio dell'innocente

fanciulla; ma bastò per farla accorta del pericolo che correva, e

rivelarle in confuso il perchè quei due le tenessero dietro. Fino a

quel dì, nella pura anima sua, non era penetrato mai uno sgomento

somigliante a quello. A sedici anni, il pudore, quel primo gemito

della virtù tremante di sè medesima, non aveva commosso ancora il suo

cuore d'angiolo; bastarono poche parole di que' due giovinastri alla

moda a strappare il velo a' suoi pensieri intemerati. E doveva essere

appunto in quel dì d'una religiosa e tremenda ricordanza! Povera

Stella!

Nel primo suo terrore, le sopravenne l'idea di dire alla mamma che,

prima di tornare a casa, entrassero un momento in una bottega non

lontana, per cercarvi non so che lavoro. E glielo disse, sperando che

i due smarissero intanto la sua traccia o si stancassero di seguirla.

Ma, come la fanciulla non trovava quasi la voce per dir chiaro ciò che

dentro sentiva, la madre non le diè ascolto; le parve un capriccio,

perchè non s'era avvista ancora di cosa alcuna; e poi, stanca com'era,

non vedeva l'ora di trovarsi in casa. Alla Stella bisognò rassegnarsi;

ed entrarono nella loro porta.

I due signorini si fermarono, alternando ciarle e sogghigni, e

segnando a dito la Stella, intanto che colla madre saliva le scale.

Appunto in quella, Damiano venendo dall'opposta parte della via

s'abbattè faccia a faccia ne' due giovani; i quali, strettasi la mano

e accennando del capo alla fanciulla, pareva facessero in quel momento

una scommessa fra loro.

D'un lampo egli indovinò; e, svoltando nel portone, urtò di proposito,

nel passare, uno de' due galanti ch'erano sulla soglia. Il signor

Lodovico, chè l'urtato era lui, si volse pieno di maraviglia e d'ira,

e:--Che fai, villano? gridò.

--E tu, rispose il giovine piantandosegli dinanzi: e tu, che cosa vuoi

qui?

--Oh bello! oh bello! esclamò il contino Achille.

--Tira dritto, esclamò il cavalier Lodovico, o te la insegno io!...

Ma il giovine, smorto in viso, l'afferrò per un braccio, e con voce

tremante ma cupa:--Quelle due donne, dissegli, sono mia madre e mia

sorella; e se qui ti trovo un'altra volta, guai a te!...

Così detto, lo guardò bene, poi salì prestamente dietro sua madre.

--È matto colui! diceva il contino.

--Matto e insolente: il compagno seguiva. Gli credi tu? sarà un asino

d'artigiano che fa all'amore con la fanciulla, e crede mettermi paura.

Me ne rido io; anzi, adesso mi ci provo di gusto; la è un'avventura

che stuzzica l'amor proprio. Oh! vogliam vederla; e tu, caro conte, mi

terrai parola.

I due amici, dopo un'altra stretta di mano, si separarono. L'uno se

n'andò fra le quinte del teatro, di cui gli schiudevano i penetrali il

suo patrizio nome e l'amicizia coll'impresario, ad ammirare la bella

figliuola dell'aria, com'egli soleva poeticamente chiamar la

ballerina. L'altro passò a fare una visita di cerimonia alla nobile

donzella, che doveva essere, di lì a poco tempo, sua sposa.

Damiano: Storia di una povera famiglia · 第 19 / 64 题