Capitolo Undecimo

Il tristo s'affatica sempre, disse già un sapiente, sia nel fabbricare

i mali a danno d'altrui, sia nella paura che altri a suo danno li

volti; cosicchè quanto va ruminando contro gli uomini, tanto paventa

gli uomini non abbiano a macchinar contro di lui. Ma, pur troppo, v'ha

di quelli che amano il male per il male; e mentre sudano per tender

nel bujo le loro reti, non veggono la fine della sorda guerra ch'e'

fanno ai buoni; perciocchè la malizia e il livore danno esca al

delitto.

Abbandoniamo per poco la casa della vedova, e penetrando in quella del

signor Omobono, che già incontrammo due volte alla sfuggita, potrem

forse sapere in qual modo costui avesse sopportato il freddo rifiuto

di Damiano all'offerta che gli fece della sua protezione, la sera

stessa del festino.

Una femmina imbacuccata in uno scialle di Francia, del quale nessuno

chimico avrebbe più saputo dire il colore, saliva le scale che

conducevano alla rimota abitazione di quell'uomo misterioso.

--Chi è?

--Amici.

--Cioè, chi?

--Son'io, l'Emerenziana; aprite pure.

--Ho capito: vengo,

E il signor Omobono, messa nella toppa una grossa chiavaccia, la

rigirò, alzando la bandella dall'arpione; poi cautamente aperse a

mezzo un de' battenti. Veduto ch'era di fatto la vecchia pegnataria,

si trasse indietro per lasciarla passare, e richiuse la porta. Dalla

buja anticamera entrarono in un salottino tappezzato di sbiadita carta

verdognola cadente a brandelli per l'umido delle pareti; ivi erano un

tavolino, due seggiole di pelle scoriata, e una cassa forte di ferro

incastonata nel muro, cui faceva difesa un paravento qua e là

bucherato di feritoje, come una casamatta.

Ravvolto in una zimarra imbottita, dal collare foderato di pelle di

gatto bigio, il signor Omobono si raccostò, strisciando le emerite

pianelle, al camminetto dove, non si può dir bruciavano, ma andavano

scoppiettando, due tizzoni umidicci e riarsi, posti in croce sopra un

monticello di cenere; acconciatosi a sedere a cavalcione del fuoco,

stese le calcagna su due mattoni messi là in vece d'alari; poi,

sbirciata la vecchia con una trista smorfia che quella comprese,

domandò a mezza voce:--E così?...

La madre Pelagia, che si era pure adagiata in un piccolo canapè a

canto del cammino, rispose prima con un sogghigno di mal augurio,

poi:--Bisogna vedere, continuò a mezza voce anch'essa: la cosa non è

facile, come pare a prima vista. Può essere un affar buono, un affar

d'oro, come suol dirsi; e si capisce che siete un buon segugio,

compare mio. N'ho vedute delle altre, io, a fare una eccellente

riuscita; perchè, m'intendo bene, voi pensate di trovarle un marito, a

quel che m'avete detto....

--Sicuro, sicuro, a suo tempo.... brontolò l'Omobono.

--Quand'è così, chiudo un occhio sul resto; poichè tutti sanno che io

sono una donna onesta.... E se non fosse per fin di bene....

--Eh via! me li avete già ricantati le cento volte questi vostri

scrupoli. Al fatto, al fatto. Avete dunque saputo quel che mi preme,

siete riuscita a fare un po' d'amicizia con la fanciulla?

--Adagio, signor Omobono; so e non so; c'è della buona disposizione,

ma c'è pur qualche intoppo.... gente onestissima però; e la fanciulla

non sa proprio niente di questo mondo.

--Tanto meglio! susurrò colui fra' denti.

--La madre è una povera bizzocca, la quale non vive che per un suo

beniamino, da lei mandato a prete fuor di casa; la figliuola, per

dirla, è una vera bellezzina; e quanto al giovine che avete visto in

casa mia, ne potete giudicar meglio di me.

--Sì, sì, costui è il solo che non mi va per il verso e che potrebbe

farmi qualche mal giuoco.

--È però un buon ragazzo, mi dicono.

--È un matto che non sa il proprio interesse, uno che non ha da vivere

fino a domani, e vuol far del grande e dello schifo, con me?... Oh,

verrà giù, ve lo dico io, verrà giù il figliuolo.

--Ma, intendiamoci: non vedo come mai... se avete delle buone

intenzioni, a quel che dite....

--Mi pare d'essermi già spiegato con voi; io non c'entro per nulla,

io. Non posso dir più di quanto ho già detto. Amo far del bene, dove

posso; purchè ne venga un po' di bene anche a me, ci s'intende. Ora

mettete che un gran personaggio, di quelli che hanno il gran niente da

fare e la borsa piena, abbia udito dir bene di questa famiglia;

mettete che gli stia a cuore d'ajutar la vedova, senza che voglia

farsi conoscere; mettete che abbia degli obblighi antichi, lontani...

ve ne può esser tanti e di tante sorta; mettete che questo personaggio

m'abbia detto:--Omobono, voi che siete un uomo prudente, e al tempo

stesso un uomo di mondo, cercate di vedere, di sapere.... il come, il

dove, il perchè.... e se mai bisogna, disponete pure, anche in

anticipazione, di qualche centinajo di lire....

A tali parole, la madre Pelagia rizzò gli orecchi e mostrò d'aver

inteso, quantunque lo scaltrito Omobono avesse ravviluppato il suo

dire in modo che la vecchia non ci avesse a veder chiaro.

--Lasciate fare a me, diss'ella alzandosi; ho capito, e farò quel che

si può. Già ho messo da banda gli scrupoli, posto che voi m'assicurate

che non c'è proprio niente di male, e che si tratta d'obbligazioni che

quel signore ha verso la famiglia della quale parliamo. E poi, in ogni

caso, mi garantite che avrò le spalle al muro?

--Andale là, andate franca che non si muoverà una mosca. Ma con

questo, non fate con troppa premura; pigliate le cose alla lunga,

quietamente, chè nessuno sappia, nè possa indovinar nulla; sopra tutto

che il mio nome per ora non sia pronunziato; non mostrate nemmeno

d'aver conoscenza di me.

--Non dubitate, siamo intesi; e quando ci sarà del nuovo mi lascierò

vedere.

--No, no, non v'incomodate; verrò io stesso da voi, è meglio così: già

sono di rado in casa, ho un diluvio d'affari addosso, e arrischiate dì

non trovarmi; passerò io da voi.

--Non occorr'altro, come volete; intanto, state bene.

--A rivederci, signora Emerenziana.

E l'accompagnò fino alla porta, la schiuse e la riserrò dietro a lei

con gran cautela. Quando si vide solo, lasciò fuggire una sonora e

sconcia risata; poi, fregandosi le mani, cominciò a passeggiare in su

e in giù per il salottino, ravvolgendo in mente cento pensieri che

mano mano gli si dipingevano ne' mutamenti strani della fisonomia; e

alcune parole gli scappavano come involontariamente di bocca:--Va pur

là, vecchia strega, chè l'Omobono sa il fatto suo, e anche tu bevi

grosso come gli altri.... Questa ragazza, questo fiore di cui non vidi

da un gran pezzo il compagno, che pare proprio una madonnina, è quella

che ci voleva.... essa deve fare in un modo o nell'altro la mia

fortuna. Io non perdo il giudizio, no; e non arrischio un pelo.... e

alla fin fine, se il mio giuoco non riesce, l'Illustrissimo finirà a

pagar lui per me anche questa volta.... Pensate un po', s'io son uomo

da fargli il cane da caccia, senza averne le mie ottime ragioni....

Ormai, tutti gli affari miei van bene, benone.... se il diavolo non ci

mette la coda, innanzi che passino due anni, l'Omobono, il mercantuzzo

fallito, si vedrà cavare il cappello da quei che adesso gli fanno fare

anticamera e lo tengono per un barattiero venuto al pelatojo....

poveri barbagianni!--

E passando dietro al paravento, aprì l'usciuolo della sua cassa

ferrata; facendo scattar la molla d'un ripostiglio segreto, ne trasse

alcuni fasci di carte vecchie, ripassò molti conti, annotò parecchi

chirografi bollati e non bollati, fece di molte somme e moltipliche,

sfogliazzò registri e polizze di ricevuta, sprofondandosi del tutto in

que' sogni di Mida.

Intanto, la famiglia della Teresa, abbastanza serena e benedetta in

mezzo alle disgrazie, menava una vita umile e buona, una vita a cui la

felicità non mancava, perchè non mancavano il lavoro e la speranza.

Solo Damiano, da qualche tempo, immalinconiva. La madre e la sorella

vedevanlo quasi sempre sopra pensiero; mangiava poco al desinare,

parlava meno; e se ne stava fuor di casa pressochè tutta la giornata.

Non sapevano però com'egli passasse l'ore libere della mattina nello

studio del vecchio pittore, al quale, dopo molto dubitare e molto

pentirsi, aveva confidato di voler tentare a ogni modo se la sua

vocazione per l'arte fosse vera, per riuscire a qualche cosa di bene o

guarire per sempre. In mezzo a questo però, non era men frequente alle

scuole del liceo; poichè avendo giurato di saper procurarsi, al più

presto, il bisognevole per la famiglia, non voleva chiudersi l'unico

sentiero a qualche onesto impiego. Intanto il poco che guadagnava

presso il negoziante di pannine, lo metteva al coperto dell'imminente

necessità e gli dava coraggio per l'avvenire.

Da lungo tempo la buona famiglia non aveva riveduto il signor Lorenzo,

l'unico suo protettore e amico. Sulle prime non aveva sentito il

vecchio soldato tutto il peso della perdita di Vittore; e le cure

prestate agli orfani del suo commilitone, e un resto di fierezza del

suo cuor da veterano gli avevano medicata per qualche mese la ferita.

Ma l'abitudine di tutta la vita, ma il vedersi sparire d'intorno a uno

a uno i pochi avanzi della gloria dell'Imperatore, coloro coi quali

aveva sfidata e vinta la morte le mille volte, i suoi compagni di

guerra, i suoi amici, che usava chiamare uomini d'uno stampo perduto;

e quel trovarsi tutti i dì solo, sconosciuto, l'ultimo di quegli eroi

che portavano scritto nella solcata fronte e nelle ferite del petto i

grandi fatti del loro tempo; tutto ciò metteva nell'anima di Lorenzo

una sdegnosa tristezza: e questa lo vinceva sì fattamente da tenerlo

ancora lontano da que' soli i quali ancora sapevano far sì che qualche

sorriso diradasse la sua serietà, e il frequente aggrottar de' suoi

bigi sopraccigli.

Non faceva più i consueti passeggi fuor della porta Ticinese, da lui

chiamata ancora porta Marengo, o lungo lo stradone di Mosca, o fuor

dell'Arco del Sempione; andava tutt'al più da casa sua, ch'era in via

di san Simone, a un piccolo e deserto caffè poco lontano, tenuto dalla

vedova d'un altro suo povero commilitone morto nei gorghi della

Beresina. E colà, sdrajato in un canto o ritto a guardar fuori della

porta vetriata, se ne stava ore ed ore; talvolta l'intero giorno. Le

sue visite alla Teresa divennero così meno frequenti; ma non già

perchè fosse scemato il bene che portava a que' buoni. La consuetudine

antica durava sì forte in lui, che talvolta vinceva l'unica affezione

pur viva nel suo cuore, e dopo che non abitavano più la campestre

casipola in Quadronno, ov'era andato per sedici anni tutti i dì

dell'anno, non sapeva ancora trovar la strada della loro nuova

abitazione. Ma il suo cuore non era cambiato; vivendo grettamente

colla sua scarsa pensione di cavaliere (e dal giorno della morte di

Vittore non s'era più veduto all'occhiello del suo sdruscito pastrano

il nastro di quella corona) l'onesto vecchio aveva trovato modo,

risparmiando qualcosa ogni mese, di cominciar a mettere insieme poche

centinaja di lire, le quali destinava ad accasar la figliuola

dell'amico, quando il momento fosse venuto. Era questo il suo segreto.

Pure, da qualche settimane, non usciva più. Seduto presso la finestra

della sua stanza, dopo bevuta una scodella di caldo latte la mattina,

rileggeva per la ventesima volta la _Storia di Carlo XII_, lasciando

scappar qualche muto riso e scrollando il capo alla descrizione di

quelle battaglie del secolo passato; poi, quando una vicina dabbene

veniva a portargli qualche cosa per il desinare, la tratteneva per

raccontarle le campagne del Grand'uomo, nelle quali aveva fatto

anch'esso la parte sua, e che ormai non poteva più raccontare a

nessuno. Bene spesso, a un tratto s'interrompeva; e una frase ardita,

un grido di guerra del tempo andato finivano in una sorda

imprecazione, in una bestemmia da soldataccio, che facevano scappar

via l'onesta vicina.

Dopo alcun tempo di questa vita monotona, solitaria e direi quasi

rabbiosa, il vecchio tenente cominciò a sentirsi mal disposto; poi

infermò. Damiano, che da lungo tempo non aveva più saputo nulla di

lui, venne per caso a visitarlo, e trovandolo malato, lo disse

subitamente alla madre; la quale, tornata la pace col suo burbero

amico, non lasciava passar giorno che non venisse con la figliuola ad

assisterlo, a riconfortarlo. Era Damiano istesso che le accompagnava

colà al mattino, e ritornava a prenderle, innanzi all'ora del

desinare. Così quella rinata corrispondenza di cure e d'affetti

ristorò in poco tempo la logora salute di Lorenzo, e fu per la nostra

famiglia e per lui una gran consolazione.

E per non mettere in mezzo nessuna cagione di dispiacenza, il vecchio

giacobino non parlò più di Celso, e di quel ch'era stato: chè ben

vedeva non sarebbe riuscito a far capire alla signora Teresa le sue

ragioni che credeva belle e buone. Se avesse saputo invece che il

destino del giovine abate era proprio in mano di tali che pensavano

far di lui ciò che nel suo rozzo buon senso egli medesimo antivedeva,

non l'avrebbe tenuta in gola, per certo, a costo di romperla del tutto

anche con la vedova del suo amico.

Così la Teresa, nell'aspettazione di un tempo migliore, viveva que'

giorni occupati e tutti uguali della sua nuova povertà. Sul finir

della quaresima, la signora Emerenziana, col pretesto di portarle a

racconciare non so che merletti per commissione d'una mercantessa di

mode, s'era trattenuta due buone ore colla vedova, e aveva saputo

farla cantare su tutti i tuoni, compassionandola, e facendo un'eco

infinita di _ohi!_ di _ahi!_ di _Signor'Iddio!_ alla litania di guai

che la credula donna le andava raccontando. Alcun tempo di poi, tornò

in compagnia d'un signore, un po' sugli anni, che la Teresa non

conosceva punto, ma che pure aveva l'aria d'una persona d'importanza.

Glielo presentò come un ricco privato, un negoziante ritirato dagli

affari, il quale aveva una superba commissione di lavori, nientemeno

che parecchie dozzine di fazzoletti, di cuffie, d'accappatoj e d'altre

simili finissime lingerie da ricamarsi per il corredo di nozze d'una

illustre damina.

La Teresa, rimpastata di buona fede com'era, la credè una grande

fortuna, e non rifiniva dal ringraziar quel signore, che intanto,

girando intorno alla sfuggita i suoi piccoli occhi di ramarro, pareva

studiasse nella rozza suppellettile di quelle stanze, nell'umile ma

decente povertà, il segreto della loro vita domestica e sconosciuta. E

facendo ballar colle dita la grossa catenella d'oro e il gruppetto di

ciondoli di che andava ornato il panciotto, aveva l'aria di pesar

sulla mano quanto potesse valere l'onestà di quelle abbandonate

creature.

Innanzi lasciarle, aveva già pigliato con loro una tal'aria di

confidenza e d'amichevole protezione, che la buona donna gli si

raccomandò con molta e viva preghiera; anzi non esitò un momento ad

invitarlo che ritornasse, per dare, se non altro, un'occhiata a'

ricami delle cifre e degli stemmi, quando il lavoro fosse

incominciato. Quel signore fece a simile invito un cotale atto

d'assentimento, che mostrava un'affettata degnazione; ma nel suo

sguardo, in tutta la sua persona appariva qualche cosa d'incerto e

strano; così che la giovine Stella, la quale intanto s'era tenuta

presso la finestra, al suo telajo, sentì nascere nel suo cuore,

quantunque fosse un cuor di colomba, un segreto senso d'antipatia per

quell'uomo.

Una settimana dipoi, costui lasciavasi vedere di nuovo; rimaneva colle

due donne più lungo tempo, e menava buone tutte le ragioni che

ripetevagli la Teresa; profferendosi a servirla dove potesse, per via

delle tante conoscenze ch'egli vantava, di duchi, di conti, di

marchesi, de' primi negozianti, e banchieri. E così egli soggiogò del

tutto il cuore della onesta donna. La quale già lo stimava il fior de'

galantuomini, una vera provvidenza: anzi, ell'andava fra sè imaginando

il come l'avrebbe pregato di procacciar qualche buon impiego al suo

Damiano, tanto che potesse anche lui vedersi una volta contento, con

un pane onesto e sicuro. Ma, per quel dì, non osò fargliene parola.

Fu nel partire che il sedicente negoziante s'abbattè al piè delle

scale in Damiano che se ne tornava a casa sua. Il giovine saliva, e

nel passare a lato di quel signore, si volse a riguardarlo; gli era

parso di riconoscere in lui quell'Omobono col quale s'era già

incontrato al festino del mercoledì grasso.

Ma il signor Omobono (ch'era ben lui) si tirò sugli occhi, più che

potè, il cappello; e mettendosi il fazzoletto alla faccia, come

sorpreso da un impeto improvviso di tosse, svoltò lestamente la spalla

del portone e si schermì dal curioso esame del giovine; il quale,

preoccupato da' suoi foschi pensieri, credè d'avere sbagliato, e

innanzi che fosse venuto alla sua porta, s'era già scordato di quella

faccia del mal augurio. La Teresa poi, per una delle solite ragioni

per cui le anime oneste credono di soverchio alle oneste intenzioni,

non aveva voluto dir nulla al figliuolo della nuova conoscenza fatta;

pensando di aspettare a raccontargli ogni cosa, allorchè le fosse

riuscito di poter dare a lui pure qualche buona notizia. Vedendo sulla

fronte della madre un'insolita serenità, anche la Stella non ardì

parlarne col fratel suo; e cominciò anzi a dubitare che la ripugnanza

provata dal suo cuore, alla sola vista di quell'uomo, poteva ben

essere un'ingiusta apprensione, una vana ombra, un capriccio.

Damiano: Storia di una povera famiglia · 第 18 / 64 题