Già la festa, interrotta un istante per la fragorosa entrata della
comitiva de' scolari, della bella ricominciò. I giovani suonatori,
tornati con maggior lena al lor posto, intuonarono un baccanale: altro
nome non poteva aver quella musica; comechè uno tempestasse con furia
sulla stridente spinetta; un altro facesse guaìre il clarinetto; il
terzo strimpellasse sulla scordata chitarra, e l'ultimo tenesse fronte
a tal confusione d'accordi col reboar monotono del suo corno da
caccia: era proprio una musica nuova, infernale. Ma i suonatori, che,
per non essere pagati, non volevano perdere i diritti della compagnia
di cui facevan parte, li avresti veduti, or l'uno or l'altro, metter
giù lo stromento e correre a mischiarsi al tumulto dei ballerini,
rubando a questo o a quello la sua silfide.
Le madri, le zie, le nonne facevano alla sala una corona di faccie
strane, rugose, ma pur liete; armate il capo di certe cuffie cadenti,
ravvolte ne' scialli di lana bigia, rossa o bruna; sicure poi, o
confidenti, nella virtù delle figliuole, chiudevano un occhio allorchè
passavano dinanzi a loro nei rapidi giri del vals o del galoppo; o si
intrattenevano alla cheta fra loro, ridendo, soffregandosi le mani,
facendo pettegolezzo or de' mariti, or de' padroni o che so io; e ad
ogni po' sbirciavano nell'altra stanza, per vedere se il momento della
cena fosse venuto.
I giovani ballavano senza posa; ciascuno s'era scelta la prediletta, e
quanto durava la lena dei suonatori, quella de' ballerini durava. Al
ricominciar d'ogni ballo, tornava ciascuno alla compagna di prima, e
rado era che la cedesse: chi mai lo facesse per generosità, non
ballando in quel giro, teneva l'occhio geloso sulla coppia che
trascorrevagli dinanzi. Ma tutti, giovani e fanciulle, erano animati
dalla medesima allegrezza; ballavano per la gioja di ballare, e la
fatica pareva farli più vivaci e più ardenti: non v'era invidia, nè
volontà di primeggiare, nè sospettar maligno, nè ipocondriaca
eleganza, come ne' balli di quel che si chiama il gran mondo. Era un
tramestìo, un parapiglia, una confusione; ma il tripudiare schietto,
vero e folle, la gioja popolana brillava nel viso e nel cuore di
tutti.
In mezzo a questa baldanzosa compagnia, alcuni uomini più maturi
facevan crocchio, o si pigliavan diletto del veder girare e saltare le
allegre fanciulle vestite di bianco, le quali a più d'uno mettevano i
grilli. E v'era fra loro chi ringalluzzito sporgeva il mento
dall'ampia cravatta e dimentico della sua quarantina e de' capegli
bigi, lanciava occhiate e complimenti alla briosa zitella che pronta
trascorrevagli innanzi, senza por mente a quest'omaggio. Eran costoro
i più stimabili vicini, mercanti e bottegai, conoscenti o amici
particolari della madre Pelagia.
Un d'essi, che si dava cert'aria d'importanza, quantunque si facesse
lecito di frastornar talvolta alcuna delle giovani coppie, non
peritandosi nemmanco d'allungar le mani, quasi per rubare in passando
qualche ballerina, pareva tener sugli altri non so quale superiorità;
parlava, sghignazzava più di tutti. Costui l'incontrammo una volta nel
gabinetto dell'Illustrissimo; era quella persona misteriosa, di cui
finora sappiamo appena che chiamavasi il signor Omobono. Sebbene qui
apparisse tutt'altro di quel d'allora, vestito com'era d'un fino
soprabito nero soppannato di velluto, e con ricca lattuga di merletti
allo sparato della camicia, su cui brillava appuntato un bel diamante;
pure metteva sospetto e ribrezzo il tetro e maligno suo sguardo, che
somigliava a quello del lupo, o piuttosto a quello d'una spia. Ma come
si trovasse frammezzo a quella credula e buona gente, raccolta a fare
un po' di mattìa e di bagordo, nè perchè ci fosse venuto, non è facile
indovinarlo.
Damiano, in quella stipata comitiva, stava come perduto. All'entrare,
Bernardone lo aveva presentato quale amico suo e compagno di scuola,
giovine di proposito; altri poi lo conoscevano e gli fecero buon viso,
perchè veniva sotto l'egida del caporione. Nè mancò un tale, che
battendogli su d'una spalla:--So, gli disse, che anche tu hai una
bella sorellina, perchè non l'hai condotta con te?... Vedi mo, la
Gigia, quella birbona, non ha voluto venire; e io sto qui in un
cantone come un fungo.... Animo, Damiano, va a pigliar tua sorella; è
un bel fiore, che manca al mazzo.
A queste parole, il giovine arrossì; e balbettando una mezza scusa, si
trasse in disparte. Ma quel signor Omobono, dall'occhio attento e
dall'orecchio fino, colse in aria le parole dello scolare, e
stuzzicando a diritta e a manca con isbadate inchieste l'amor proprio
delle vecchie sedute in circolo, venne ad informarsi di lì a poco del
nome del giovine, della famiglia, del come e del dove poveramente
vivessero la vedova e la figliuola; in breve tutto ciò che mostrava
non voler conoscere e forse gli premeva.
Intanto, fanciulle e giovani, continuavano i loro festevoli giri con
un tripudio, con una lena che faceva ballar con loro le fondamenta
della casa. E più d'un vicino dal pian di sotto aveva dovuto balzar
dal letto: e comparve colla berretta di notte e gli occhi fuor del
viso, all'uscio della vecchia, per tempestare contro di quel terremoto
che disturbava il quieto vivere di tutto il quartiere. Se non che,
messa appena la mano sul nottolino dell'uscio, di botto Bernardone era
corso a sostenere l'assalto; e il vicino, sbigottito dalla vociaccia e
dal possente gesto dello scolare, raccomandavasi alle gambe, rifacendo
gli scalini a quattro a quattro. Il baccano, l'infuriar de' ballerini
e de' suonatori ricominciava più forte, e un coro di risate e di
fischi accompagnava il notturno visitatore.
Più d'una volta Damiano tentò pian piano d'accostarsi alla porta, e
fumarsela inosservato; ma l'uno o l'altro de' compagni, e più di tutti
il signor Omobono che pareva avergli messa addosso particolar
attenzione, gli attraversarono il passo. E sebbene, per quanto a ogni
poco gli dicessero, non avesse mai voluto ballare, pure se lo tenevano
in mezzo quegli amici a cui aveva in cuor suo augurato cento volte il
malanno.
Ma già l'afa che regnava nel salotto, il polverio destato dalla furia
di quaranta piedi nell'onda del vals fuggitivo e delle saltanti
monferrine, avevano ridotto allo stremo stomachi e gole de' ballerini.
D'ogni parte si cominciava a gridare:--Madre Pelagia, siamo a
tempo?--Signora Emerenziana, è mezzanotte!--Oh che fame, madre
Pelagia!--Per carità!--All'assalto, alle padelle!---Viva noi! dalli!
dalli!--E le folleggianti coppie scioglievansi, giovani e fanciulle
facevano gruppo nel mezzo della sala, e si serravano appresso,
attirati dal profumo delle vivande, troppo lente a comparire. Indi si
precipitavano nella piccola antisala; dove la spietata padrona,
rialzato un lembo del bianco grembiale, e levata la destra armata
d'una gran mestola, in sembianza d'una strega interrotta nell'ora
arcana delle malie, minacciava chi ardisse avvicinarsi a' suoi
fornelli, che dalle brace crepitanti mandavano faville.
Appunto in quella, tambussano alla porta, la spalancano e balzan
dentro improvvisi due inaspettati compagnoni; e con essi le risa,
l'allegrezza, lo strepito raddoppiano. Chi erano? nessuno il sapeva,
fuor di Bernardone, al quale gli arrivati susurraron, passando, una
parola all'orecchio; ed egli rispose con un _Viva_ rimbombante, che
passò il tetto della casa. Que' due, mascherati com'erano l'uno in
abito di Puff, l'altro d'Arlecchino, incominciarono a far balzi,
scambietti e capriole in sì matta guisa, a mandar fuori sì acute grida
di gioja che tutti fecero cerchio a loro; e s'attaccò una guerra di
motti, di gesti e di follìe le più strane e curiose del mondo. Nè meno
ci volle della stridula voce della padrona che annunziava l'ora della
cena per mettere un po' di calma in quella babilonia carnevalesca.
In men che nol dico, giovinotti e zitelle corsero a pigliar luogo di
qua, di là, sulle seggiole vuote: e, come per incantesimo, formavansi
da ogni parte, in ogni angolo, ne' vani delle finestre, gruppi sparsi:
rimpetto a ciascuna fanciulla, ginocchio contro ginocchio, sedeva il
suo ballerino fedele, in guisa da far de' ginocchi tavolino. I pochi
che rimasero senza compagna n'andavano su e giù, malignando dietro i
più fortunati di loro, e in mezzo allo strisciar delle seggiole, al
bisbiglio, al cicalìo, distribuito a ogni coppia un piattello, una
posata di peltro e un bicchiero, cominciò una nuova gara di
piacevolezze e di risa, che facevano come per forza d'elettrico il
giro d'ogni crocchio; ma non si potrebbero raccontarli i segreti, le
arguzie, le matte risposte che si balestravano da un capo all'altro
della vivace e romorosa baraonda. Quella poca volta, dicevano,
volersela spassare per tutto il resto dell'anno; e tutti, ciò che
avevano in cuore l'avevan sulle labbra. Oh che gioja, che felicità per
quelle fanciulle senza pensieri mangiar nel piattello stesso, in
compagnia del bel giovine che faceva loro battere il cuore, colle
balde parole, colle misteriose promesse di fedeltà!
La stessa padrona di casa, e dietro a lei due brave comari entrarono a
un punto; portava quella una capace marmitta di fumante risotto, che
suol fare le delizie delle cene carnevalesche; e queste due gran
piatti, sull'uno de' quali un monte di salame e di salsiccie,
sull'altro un grosso pollo d'India arrostito: ne veniva a tutti
l'acquolina alla bocca, e poco mancò che al profumo ne sdilinquissero
nonne, zie e mammine. Quest'apparizione fu il segnal dell'assalto:
s'udì un altissimo viva, e cinquanta mani corsero all'attacco. In un
minuto, marmitta e piatti eran vuoti, netti come un deserto; a'
discorsi della brigata, al gridìo, alla musica successe una tempesta,
un battagliare di cucchiaj, di forchette sui tondi colmi d'ogni grazia
di Dio. Banditi e complimenti e ritrosie e smorfiette schifiltose:
ciascuno pensava a sè e alla compagna; un buon bicchiero di malvagìa,
bevuto mezzo per uno, nettava dalla polve il gorgozzule delle amiche
coppie. Nè i vecchi, nè le zitellone, rimaste tutta sera a veder
ballare, se ne stavano con le mani in mano, comechè i migliori
bocconi, i primi fiaschi strappati fosser per loro, e le ragazze e gli
amici, per tenersele buone, le lasciassero fare.
Così passava la lieta notte. Ma Damiano, trovandosi colà a suo
dispetto, attorniato da tanti pazzi nell'ora che avrebbe voluto esser
libero e solo nella sua cameretta, tenuto d'occhio da due o tre
maligni che gli pareva volessero pigliarsi gabbo di lui, si sentiva
crescere il malumore; in segreto malediceva quel festino, che forse in
altro dì gli sarebbe sembrato una delizia. Bestemmiò al carnevale,
agli amici, a sè stesso.
Il peggio fu quando, voltosi a caso, trovossi a fianco quell'importuno
che quasi sempre aveva tenuto gli occhi sopra di lui, il signor
Omobono. Costui, spolpando beatamente un'anca di pollo, gli venne a
brontolare all'orecchio:--E voi, caro giovinotto, non ballate? non
mangiate?
--No, rispose Damiano.
--Eh, non fate l'imbecille, o dirò a tutti che siete innamorato...
Damiano tacque.
--Io vi conosco, sapete? voi, vostra madre e vostra sorella....
cappita! è un bel bottone di rosa, e le posso far del bene, io. Non
dico per superbia, ma tratto i primi signori di Milano... Mi sembrate
un buon giovine, so che avete avuto delle disgrazie; ma confidatevi in
me e lasciate fare. Quando mi ci metto io nelle cose....
--Ma, signore.... cominciò tra iroso e superbo il giovine, che sentiva
ripugnanza di colui e delle parole che gli cadevan di bocca a una a
una, in tuono d'affettata compassione.
--Non occorr'altro; lasciate fare a chi tocca, verrò a farvi una
visita; so dove state di casa; e parleremo con comodo; la vostra
famiglia mi preme. Via, siate buono, il mio giovinetto! bevete questo
bicchiero, fra noi, da buoni amici. E fidatevi di me.
--Nè io, nè i miei, non abbiam bisogno di nulla, signore! replicò, con
mal celato disprezzo, Damiano. Si tolse dal crocchio che lo serrava;
il signor Omobono fece per afferrargli il braccio, ma egli con una
buona strappata, e con un urto a' vicini che gli eran d'impaccio, potè
farsi un po' di largo, e trovossi per sua ventura vicino alla porta.
Allora, un impensato caso venne ad ajutarlo. La triplice fiammella
dell'infiorata lucerna, che faceva la vece del lampadario, fumigava,
vacillava, scoppiettava giù presso a morire; il che vedendo, un
giovine magro e lungo il quale avanzava di tutto il capo i
compagni:--A me, a me! gridò; e scavalcate scranne e fanciulle, stese
la mano all'alta lampana; ma senza volerlo, e per far bene,
rovesciolla. Il fuoco s'appiccò alla ghirlanda di fiori che la
ornavano; e subito un gran bagliore, una fiamma rapida, fugace, poi
tutto buio; la sala non rimase più rischiarata che da un moccolo
dimenticato sulla spinetta. Le risate, le grida, lo spavento, la
confusione, il gran guai che fu conseguenza di una disgrazia onde non
venne male a nessuno, diedero tempo a Damiano con una pronta giravolta
d'uscire non visto: trovata la scala, corse giù a precipizio, e senza
por mente alla pioggia che s'era messa dirotta, camminò, respirando
con gioja, fino a casa sua.
Sua madre e la Stella, in gran pena di cuore lo aspettavano, assidue
tuttora al lavoro; l'una si lamentava di quando in quando della
insolita tardanza del figliuolo; l'altra, benchè temesse in cuore,
cercava soavi parole per rassicurarla. Egli le abbracciò con molto
affetto, dissipò quell'angustia raccontando come, mal suo grado,
alcuni compagni del liceo l'avessero trattenuto con loro, senza dir
però nè perchè nè dove; esse, alla prima parola, come fan l'anime
buone, si consolarono. Poi n'andarono chete a coricarsi; mentre
Damiano, tornato nella sua stanza, accese la lucernetta sul tavolino
di studio; e senza far romore, acciocchè lo credessero coricato,
aperse i suoi cari volumi, che tante volte gli avevano popolato
d'aeree, dolcissime visioni quella cameretta nuda, e fatto dimenticare
le tediose cure della giornata; volse e rivolse fogli e quadernetti in
cui era solito notar le più belle cose che leggeva e le memorie liete
o malinconiche della sua fantasia; pagine semplici o poetiche che
nessun cuore può intendere, altro che il cuore di chi le scrisse. Poi
tolse fuori una cartella di disegni a matita, di schizzi e figure che
a nessuno mai aveva ardito mostrare, e li fece scorrere lentamente,
quasi cercando per entro a quei confusi frammenti una nuova e migliore
inspirazione.
Nella solitudine della povertà, in quell'alto silenzio della notte,
l'anima sua dapprima immiserita, sbattuta dalla vista di gioje volgari
e sciocche che non sapeva più amare, era fatta leggera, libera; e
poteva, egli pure, sollevarsi ne' poetici spazii dell'infinito.
Contento di trovarsi solo, non arrossiva più degli affetti che gli
agitavano il cuore e che in faccia degli altri non sapeva esprimere.
Sentiva d'essere qualche cosa; e sollevando la fronte alla sgretolata
soffitta, sembrava interrogar colle ardenti pupille un genio ignoto,
l'angiolo che raccoglieva la sua preghiera e il suo sospiro, che gli
svelava le divine forme della bellezza, e prometteva di fargli aperto
a poco a poco il mistero dell'arte.
Fino a quel dì, Damiano non aveva osato confidare ad anima viva le
speranze che gli davano coraggio e vita, rendendogli cara persino la
volontà del soffrire. Parevagli che una voce potente lo chiamasse, una
voce che diceva:--Anche tu puoi essere artista!--Ma questo misterioso
ed unico amore, non doveva esser noto ad alcuno, neppure al suo
vecchio amico il pittore Costanzo, a colui che, senza saperlo, aveva
destata in esso la prima fiamma. Il buon uomo s'era fisso di dare un
mestiero onorato al povero giovine, ma Damiano sentivasi nato per
qualche cosa di più; amava l'arte, la bellezza, la verità, che gli
erano apparse qua e là, ne' pochi monumenti cittadini de' tempi
andati, nella maestà delle nostre chiese antiche, ne' sacri dipinti
delle solitarie cappelle; aveva interrogato le grandi opere del
passato, e voleva esser pittore. Mai nessuno sui primi tentativi della
sua mano aveva gettato gli occhi: facendo mostra di que' fogli
sgorbiati d'abbozzi strani, egli avrebbe creduto di profanar l'arte
che amava tanto, e li tenne per sè; nessuno seppe, nè rinfocò il
pensiero vitale di quelle bizzarre creazioni d'una giovine fantasia.
Però la coscienza del bello, la fiducia di riuscire, e un'idea
segreta, tormentosa, parlavano all'anima modesta di Damiano: cosicchè
ebbe risoluto alla fine di farsi conoscere, di tentar la fortuna. In
que' frastagli, in que' fogli tutti pieni di figure, andava da
parecchi mesi cercando l'espressione d'un alto concetto già maturo
nella sua mente, e che doveva essere il primo suo quadro.
Ma in quella notte, dopo un'ora d'entusiasmo, i pensieri più dolorosi
della vita ripiombavano sul suo cuore. Si mise a riandare i molti
affanni passati, chinò il capo sulla palma della mano; la sua fronte
era ardente, sentiva batter le arterie; una nube gli veniva sugli
occhi, e negli sparsi disegni onde aveva ingombro il tavolino non
distingueva più nè linee, nè contorni, nè figure. Avrebbe voluto
piangere, ma non poteva; la mente, instancabile tormentatrice,
sembrava compiacersi de' dolori del cuore. Oh! v'ha di tali pensieri
che non possiamo concepir due volte; v'ha un dolore necessario, il
dolore che inspira e crea.
--O mio Dio, così pregava Damiano in quella notte, che mi ponesti
nell'animo tale speranza, fa ch'io la nutra nell'umiltà e
nell'aspettazione; ma toglimi da questo martirio della volontà che si
stanca e trema al paragone dell'affetto; fa ch'io non senta dentro di
me questa voce che mi grida sempre:--Povero pazzo, che ti credi
qualche cosa e sei nulla!
E i suoi pensieri pigliavano un colore più cupo. Compiangeva sè
medesimo come uno scempio ingannato che corresse dietro a un fantasma;
poi, nella paura e nell'oppressione de' pensieri, sentiva un freddo
nel cuore, e temeva che questa idea fissa gli facesse un dì o l'altro
perdere il lume della ragione. E quella voce tornava a parlargli più
aspra e severa:--Che hai tu fatto, per riuscire a qualche cosa di
grande, in mezzo a tanti che nascono, vivono e muojono? Due anni di
sogni, che t'assediano la notte; e tempo sprecato a gittar vane linee
sopra la carta, a rimpastar colori su d'una disusata tavolozza, e
scombiccherar col pennello le tele fruste del povero tuo maestro, ecco
quel che facesti, l'arra del tuo avvenire!
Allora, agitandosi sotto il peso dello sconforto quasi mortale, diceva
a sè medesimo:--Dunque farò sagrifizio della vita a un'ombra vana?
Morirò col mio segreto, e porterò con me nella fossa questa febbre
dell'anima, intanto che mia madre e mia sorella hanno il diritto di
dire: Tu eri il solo che potevi salvarci dalla miseria, e non hai
fatto nulla, nulla per noi?... No! no! io vedo, che sebben m'abbia a
costar caro, pure bisogna ch'io soffochi in cuore queste illusioni.
Che importa?... se non sarò pittore, sarò garzon di bottega, commesso,
scritturale, qualche cosa come tutti gli altri. Ce n'è tanti che amano
e sentono e soffrono al mondo! E sono anche loro miei fratelli.
Lavorerò per il guadagno, alla giornata; e avrò il compenso di
sostenere la povera vita di queste sante creature che sono l'eredità
di mio padre, le sole anime che mi ameranno sulla terra.
L'indifferenza de' compagni, la compassione, peggiore ancora del
disprezzo, la necessità che viene innanzi, l'oggi e il domani, e la
grandezza del destino che tu scongiuri, e questa malinconia che t'ha
messo radice nel cuore, tutto non t'avverte che tu falli la via?... Se
fossi solo quaggiù! potrei abbandonarmi a questa forza che mi
strascina, come all'onda d'un torrente; tentar di riuscire, o morire!
nessuno piangerebbe. Ma così... oh no no! almeno un po' d'amore,
alcuno che mi sorrida, che mi dica una parola di cuore; e farò senza
lamento la vita sconosciuta, sempre eguale, del povero che va e viene
dalla soffitta alla bottega.... Esse mi benediranno; e tu, Signore, tu
mi darai la forza che mi manca, per essere buon figliuolo e buon
fratello!...
Pian piano si trasse alla finestra, l'aperse e guardò nel bujo;
pioveva ancora. Non si accorse del freddo che gli penetrava nell'ossa;
coll'anima vagheggiava tuttora le belle imagini che gli pareva veder
fuggire per sempre. E fra sè pensava a coloro che avevano cominciato
come lui, e col volere, colla fatica, colla ostinazione del coraggio
eran pur saliti al sommo del tempio misterioso; e persuadevasi che,
vinta la prima dolorosa prova, forse avrebbe trovato più facile il
cammino. Figuravasi la gioja santa della madre e della sorella, una
vita più tranquilla per loro, e una modesta fortuna, e una casa
abitata in pace.... Ma poi, contava gli anni che dovevano passare, e
vedeva ch'era pur forza vivere il domani.
--È impossibile, bisogna chinare il capo, è impossibile! Non ci
pensiamo più; e nessuno lo sappia questo martirio!
E seduto di nuovo accanto al letto, le idee gli si mischiavano monche
e aggruppate insieme nella mente: non era più meditare, era sentire e
soffrire, senza aver più coscienza di sè medesimo. Eppure non lasciò
sfuggirsi un lamento, non fece un sospiro, temendo che il più debole
suono avesse a turbare il riposo di sua madre o di Stella. Ma nel
cuore profondo, in quel centro del dolore, sopportava l'ineffabile
tormento della sua vita incerta e abbandonata, la lotta della ragione
contro l'amore.
Alla fine, non potè reggersi più sulla persona; per lo spasimo
convulsivo tremava in tutte le membra; e lasciando cadere la testa
arrovesciata da un lato sopra il tavolino, giacque in lungo e grave
assopimento.
Alla prima ora del mattino, una mano bianca e leggiera si posò sulla
sua spalla. Era la mano della Stella. Essa, vedendo il letto non
tocco, la lucernetta tuttora accesa, il tavolino pieno di carte, credè
che il fratello avesse vegliato tutta notte a studiare; e voleva
rimuoverlo con dolce atto da quella incomoda postura, perchè si
coricasse almeno per brev'ora.
Ma il giovine d'improvviso si riscosse, si alzò, e parve, al modo con
che guardava all'intorno, avesse perduta la memoria e la conoscenza.
Era pallidissimo, cerchiate di lividore le pupille; non rispose alle
amorevoli parole della sorella, ma contemplatala fissamente a lungo,
la baciò sulla fronte, poi scosse il capo. Di lì a poco, ripigliato il
cappello, e detto che aveva bisogno dell'aria viva della mattina, uscì
della povera stanzetta.