Era una notte d'inverno. Nella loro stanza solitaria e fredda, stavano
tuttavia al lavoro Stella e sua madre. Sedute nell'angolo vicino al
focolare, su cui morivano fra la cenere gli ultimi carboni, al lume
vacillante d'una candela di sego mezzo consunta, Stella al telaio
ricamava di pagliuzze e fogliettine d'argento la tunica di velo d'un
bel vestito da ballo, Teresa cuciva saldando gli ossicini d'un sottile
imbusto fatto sur un modello parigino: l'abito e l'imbusto dovevano il
domani cingere la snella persona d'una giovine deità del bel mondo.
Lavoravano da un pezzo, senza smettere solo un minuto; ma
interrompevano il frusciar del lavorìo di alcune rade e meste parole,
parole dolorose della madre, tenere e confortatrici della figliuola. I
pensieri di tutte e due eran però gli stessi.
Di tanto in tanto la Teresa, intirizzita dal freddo e dall'umido che
penetravano per le scommessure delle imposte e per gli spiragli della
porta, recavasi in grembo il caldanino, ne risvegliava il fuocherello,
per riscaldarsi un poco le mani; e Stella pure era corsa due o tre
volte a inginocchiarsi sul rialto del focolare, perchè sentiva gelare
le sue piccole dita tutte rosse, che ormai non potevano più reggere la
spola; e tornava poi più diligente e spedita al ricamo.
Bisogna entrare nelle case della povera gente, nelle soffitte, ne'
solaj, nelle catapecchie; dove sconosciute all'occhio degli uomini,
note a quello di Dio, tante madri con le abbandonate figliuole, tanti
disgraziati artigiani con una corona d'innocenti creature, trovano per
mezzo del lavoro, cui non misura giorno nè notte, abbastanza onde
stentare la vita, così che possa venire il domani, al quale non han
tempo di pensare. E là, meglio che altrove, ci potremo persuadere che
nel mondo il bene e la virtù non debbono morire. Bisogna aver udito i
poveri raccontare il segreto delle loro miserie; visitar quelle mura
ove sta di casa la disgrazia che ha vergogna di sè medesima, e dar
mente a que' timidi disegni arrischiati per migliorare un destino che
non muta mai; veder la costanza della fatica, la rassegnazione
coraggiosa che s'appaga di così poco, e diventa natura in quell'anime
buone; la perseveranza, l'ingenuità e sovente anche la gioja che
vengono a diradare il fosco dei dì penosi ed incerti; e imparare come
si possa adempiere in dura vita a' doveri della paternità, della
famiglia, dell'amore; bisogna, dico, vedere e saper tutto ciò per
adorare giustamente la virtù che si nasconde, e sopporta quasi una
condanna fatale. Non è giusto pretendere d'aver tocco il sommo della
grandezza civile, quando si disprezza il lamento di una moltitudine la
quale non ha la coscienza della propria forza.
Guai all'uomo che non ha fratello tra i poveri! Quando il poeta, il
filosofo, il politico, condotti dalla giustizia e dalla ragione, non
rifiuteranno la mano dell'ultimo degli uomini; quando, invece di porre
il dito nelle più sozze piaghe dell'umanità e di torre il velo alle
turpitudini della miseria, avranno sollevate dal fango le modeste e
solitarie virtù che ancora sono da troppi derise e calpestate; allora
forse la voce di chi parla il bene e difende la causa degli oppressi,
sarà, più che non sia, ascoltata e benedetta!--
Era in quei giorni la fine del carnevale; e dall'alta loro stanza, la
vedova e la figliuola udivano il sordo trepestìo delle carrozze
signorili che andavano e venivano per ogni parte della città. Quel
romor di ruote e di cavalli, dapprima cupo e confuso nell'aria
silenziosa, crescente poi mano mano, facevasi più vicino e più
distinto; ne tremavano le muraglie della casa, e traballavano ne'
telaj delle finestre i piccoli vetri; poi il romore diminuivasi a poco
a poco, facevasi quasi muto, finiva nella lontananza. E così, al pari
di quel frastuono che turbava la notte, dovevano finire i tripudj
della lieta stagione cittadina.
A quell'ora già tarda, Damiano non era ancora a casa; ma essendosi
intrattenuto presso il negoziante della piazza, di cui, come dicemmo,
teneva i registri, andavasene solo e pieno di pensieri per la corsia
del Duomo, colla intenzione di tornarne a tenere un po' di compagnia
alla madre e alla sorella; e voleva che passassero qualche ora più
lieta, facendo loro la lettura di quella cara storia de' Promessi
Sposi, di quel libro che porta il nome il più grande, il più bello del
nostro tempo, e che, venuto in luce qualche anni prima, era già così
popolare in tutta Italia. Quel nome, il nostro giovine e le due povere
donne l'amavano già tanto; e quel libro aveva fatto per lungo tempo,
nei giorni di libertà, tutta la loro gioja, la loro poetica festa, il
loro carnevale.
Piovigginava. Nello svoltare il canto della via de' Pattari, Damiano
s'imbattè faccia a faccia con un giovine, suo condiscepolo del liceo,
che riconobbe subito e cercò schivare: ma colui non gliene diè tempo,
e ravvisatolo al chiaror della lanterna della via che gli batteva
sopra, lo pigliò risoluto per un braccio, e:--Sei tu, Damiano? dove
vai?
--A casa: rispose asciutto il giovine, che non aveva voglia di legar
con esso, conoscendolo come uno de' più scioperati e smargiassoni di
tutta la scolaresca.
--Sei matto? replicò l'amico: vuoi andartene a letto all'ora de'
polli? Siamo in carnevale, per diana!
--Son già le undici, e mia madre....
--Eh! baie: non sono battute le dieci, non ho udito il campanone della
piazza de' Mercanti. E poi, che cosa importa? lascia che lei vada a
dormire, e tu vieni con me.
--Non potrei.... piove, non vedi?
--Andremo a tetto.
--Dove?
--Vieni con me, e non cercar altro; sarai contento. Oggi è il
mercoledì grasso, e un po' di gazzera vogliam farla anche noi: tu
n'hai proprio bisogno, te lo dico da buon figliuolo. Già da sette od
otto mesi, anzi, da che il tuo vecchio ti lasciò in libertà, sei
divenuto malinconico, misantropo; mi hai la faccia d'un primo amoroso
della Stadera. Io per me, non t'ho avuto mai per uno de' nostri
migliori compagni; ma per il passato eri più trattabile, eri anche tu
della legge, come si dice. Con tutto questo, io ti voglio bene ancora.
E stassera devi proprio farmi compagnia, chè mi ringrazierai poi...
--T'accerto che io....
--Non vo' scuse; ti sgranchirò fuori io, per dinci! Vorresti farmi il
pedantuzzo? aspetta alla quaresima, quando torneremo al maledetto
cortile del liceo: mancano quattro dì a finire il carnevale; e se non
l'annego in quattro solenni bevute del nostrano migliore, non
chiamarmi più Bernardone. Su dunque, non fare il ritroso, o ti giuoco
un brutto tiro. Piove, e sono stufo di pigliarla su così in mezzo
della via, per convertirti te. E ti giuro, per la cuffia di mia nonna,
che non avrei fatto tanto, se tu fossi stato un bel muso di ragazza.
E tenendolo ben saldo per l'abito, faceva forza per tirarselo dietro.
Il nostro giovine ebbe un bel dire; ma non riuscì a schermirsi di
seguitare i passi di Bernardone. Non volendo provare il mal talento di
quel disperato compagno e le beffe di tutti gli altri, si lasciò
strascinare, nè più fece parola; ma dato un pensiero a sua madre, a
quell'ora di placida gioja domestica che si era figurata, ed alle
segrete sue fantasie che da qualche tempo accarezzava più che mai, gli
andò dietro; facendo però a sè medesimo promessa di scampar più presto
che potesse dalle unghie dell'amico, del quale malediceva di cuore
l'inaspettato incontro.
Passarono due o tre strade, tenendosi l'un dietro l'altro rasente alle
muraglie, per ischermirsi alla meglio dalla pioggia fitta e sottile;
Damiano innanzi e Bernardone alle sue spalle, chè non voleva l'amico
gli uscisse di mano allo scantonar della via. Attraversato un
piazzaletto deserto, l'ardito scolare entrò in una di quelle anguste e
fumose botteguccie, ritrovo degli oziosi di vent'anni, dove, in onta
all'insegna cubitale di CAFFÈ, si fa spaccio di tabacchi e di liquori,
e si pongono innanzi a qualche mal capitato certe torbide aranciate e
limonee, che Dio ne scampi. Ingombrava la bottega una gran nube di
fumo, attraverso il quale potevansi a stento discernere sette od otto
persone sdrajate qua e là all'ingiro, e le accese punte de' cigarri,
su pei tavolini fiaschetti e bicchieri, la fiamma rossigna d'una
lampana che pendeva in mezzo alla stanza, il banco inverniciato a
strisce bianche e azzurrognole che volevano dir marmo venato; e dietro
al banco la floscia e ritonda sembianza d'una donnaccia, avvolta in
uno scialle rosso da vent'anni, con una cuffia avvizzita, e due enormi
ricci sulla fronte; la signora Rosina, padrona del caffè. Si rideva,
si dicevano storiaccie scipite o sconce, interrotte da qualche pugno
sulla tavola, o da qualche strillo di chi, vuotando d'un fiato il
bicchiere, voleva salutar con gioja più viva il carnevale.
Bernardone, dato uno sguardo all'ingiro, non trovando in mezzo a quel
denso fumo coloro che dovevano aspettarlo, attraversò la bottega, come
persona usata del luogo; e, pigliandosi stretto al braccio il
renitente amico, imboccò un usciolino nel fondo, poi da un andito bujo
scese per tre scalini in un camerotto dalla vôlta bassa e scalcinata,
più somigliante ad una cantina che ad una sala di bigliardo. Di
siffatti caffè pochi ne avanzano nella nostra Milano, che si rintonaca
rabbellita in ogni parte; ma gli scolari vagabondi preferiscono
codeste appartate e poco note botteghe, dove la ponno far da padroni
senza paura degli arghi del liceo.
In quella sala di bigliardo, frammezzo al fumo palpabile, erano cinque
o sei giovani, pressochè tutti discinti il collo e senz'abito,
quantunque l'inverno fosse aspro al di fuori; quale con un lungo
cigarro fra i denti, quale con una corta pipa di gesso, di quelle che
fanno la prima delizia degl'imberbi fumatori: i vestiti, i cappelli
ammucchiati in un angolo; e que' giovani compari raccolti intorno al
vecchio bigliardo, se ne stavano intenti ad una partita di sfida fra i
due campioni della serata.
--Viva noi, buoni amici! gridò Bernardone entrando nella tana
affumicata.
--Viva! risposero in coro tutti.
E l'un d'essi, levando il pugno:--Finalmente! si credeva che il vino
t'avesse inchiodato a quest'ora sopra o sotto le panche dell'osteria!
--Eh! malann'aggia, non son novizio come tu, Barello. E poi, non
abbiam per noi tutta la notte?
--Gli è che non sapevamo, gridò con voce di falsetto un altro
mariuolo, piantandosegli in faccia: non sapevamo ove sia il festino a
cui ne devi condurre; altrimenti t'avremmo piantato bell'e bene; e io
pel primo t'avrei forse rubata a quest'ora l'amorosa.
--Bada a quel che dici, anitrino spennato! ch'io ti fo rimbeccar le
parole con questa carezza.... E Bernardone levò in alto la destra, che
parve volesse di botto schiacciar l'incauto vantatore.
--Via, via! saltò a dire un altro: rispetto a Bernardone ch'è il
nostro capo, il fior degli amici! Andiamo, non si perda tempo.
E tre o quattro, cercando il proprio abito e il cappello nel mucchio
de' panni rincantucciati, vociarono insieme:--Alla festa, alla festa!
--Ohe! ohe! che diavolo vi serra addosso? un minuto! dissero i due che
giuocavano la partita di sfida: un minuto che abbiam finito.--E sopra
il capo mulinando le aste del bigliardo, minacciarono romperle sulle
schiene del primo che uscisse.
--A noi, Tita, gli ultimi colpi.
--Quindici alle bianche, venti alle nere.
--Marco non è a tiro di partita.
--Taci là, non parlarmi sul colpo!
--Bravo, bel raddoppio!
--Giù, alla maledetta: e diecinove.
--Gran Marchino! tengo per lui un da trentacinque.
--Vada, per Tita!
--Dalli, Tita!
--Tre punti, e fan ventitre.
--T'annega, a me che rileva? Ora, disse Marco, se il giro mi scappa,
mi scappi il naso.
--È un demonio il Marchino.
--Diecinove e sei.... la partita è mia.
Marco strillò di gioja; gittarono le aste sul bigliardo e
arrabattandosi alla disperata, uscirono in frotta dalla bottega per
correre al festino, dove Bernardone, il caporione, doveva presentarli
come amici suoi. A Damiano nessuno poneva mente: parecchi lo
conoscevano, gli altri non avrebbero osato domandar chi fosse, comechè
venisse sotto la scorta di Bernardone. Egli però avrebbe date le poche
lire che aveva nel borsello, per esser fuori del crocchio insolente e
trovarsi fra sua madre e sua sorella.
Non discosta era la casa a cui n'andavano; situata in un chiassuolo,
guardava altre uggiose abitazioni, addossate fra loro, nelle quali non
entrava mai sole nè luna. Quel viottolo fangoso era a mala pena
rischiarato dal barlume di due lampioni appiccati sopra di due porte:
l'uno portava scritto a lettere majuscole di vario colore: GRANDIOSO
PRESEPIO CON FIGURE e il resto; l'altro, collocato appunto all'entrata
della casa a cui la comitiva incamminavasi, da un lato mostrava
dipinta una mano nera coll'indice teso, e, di faccia, quell'insegna
tutta milanese: ANTICA FABBRICA DI TORTELLI.
Per l'andito bujo della porta, pigliarono a manca una scala erta e
sdrucciolevole per fango, e saliti rasente la muraglia grommata di
muffa, si fermarono sul pianerottolo del secondo piano; dove un
lumicino tremolante in un vetro a foggia di cipolla, e una porta mezzo
aperta, e il romorìo del di dentro, indicavano abbastanza che là era
la festa.
Già lo strepito del salire e il dar sulla voce degli urtati, e qualche
bestemmia di chi sentivasi camminar sulle calcagna, li avevano
annunziati. Parecchi corsero a rincontrarli sul pianerottolo o nella
stanza che serviva a un tempo d'antisala, di deposito de' pastrani e
degli ombrelli, di credenza e pasticceria del festino. Si vedeva in
fatto dall'un canto, una tavolaccia, dietro la quale una vecchia
comare stava spremendo il sugo d'una diecina di limoni in un gran
secchio d'acqua, la riversava in sette tazze già pronte a rinfresco
sulla sottocoppa di latta arruginita; sul parapetto della finestra
erano parecchie dozzine di piattelli e buon numero di bottiglie di
varia statura, fra cui primeggiavano due di que' panciuti boccioni
vestiti di paglia detti damigiane, e accatastati pani e panetti d'ogni
cotta e figura. Dall'altro canto, sopra un fornello cuocevano a lento
fuoco in due capaci casseruole certi capponi, che già col profumo
davan solletico all'appetito. In fondo, dietro un logoro paravento, si
poteva indovinare un letto, confinato là in quella sera di trambusto.
La comare, ch'era la stessa padrona di casa, la più famosa rigattiera
del contorno, andava e veniva dal tavolo al fornello e da quella
nell'altra stanza, tenendo l'occhio a ogni cosa, ascoltando questo e
quello, rimestando cesti, piatti e posate di peltro, gridando,
ridendo, maledicendo, ove fosse bisogno, per farsi udire.
Nella stanza appresso, era la sala del ballo, stavano raccolte da
quindici a venti fanciulle, gaje, piacevoli tutte, e alcune belle, di
quella bellezza che si rivela nelle aperte fisonomie, nella freschezza
dell'età, nella sincerità del sorriso; veri bottoni di rosa di un
semplice mazzo di fiori. Erano quasi tutte a un modo abbigliate, che
parevan sorelle: uno schietto vestitino di percallo o bianco o rosso,
il loro più bel vestitino d'estate; un galano di nastro verde o
azzurro alla cintura, un collaretto ricamato dalle loro mani, sottili
guanti di cotone lisci, lucidi i capegli spartiti sulla fronte; e poi
quelle sembianze così giovanili, così liete, supplivano a tutto ciò
che mancasse; e, più di ogni altra cosa, quegli occhi eloquenti e
sfavillanti d'una gioja quanto più di rado gustata, tanto più viva e
vera. Era il fior delle crestaje, sartorelle e cucitrici del vicinato,
venute colla madre, colla zia, colla nonna al festino del mercoledì
grasso in casa della signora Emerenziana, la vecchia rigattiera.
La signora Emerenziana, o piuttosto la madre Pelagia, per chiamarla
col nome significativo che le davano gli scolari e tutti del vicinato,
era una di quelle femmine che per malizia ponno stare a destra del
diavolo, e beccano per buono tutto quel che viene. Avendo molte
conoscenze nel quartiere, sapendo per il suo mestiero i fatti di mezza
la città, e facendo, oltre a questo, un poco la pegnataria, per amor
de' giovani dalla scarsella leggiera, era riuscita senza molta
difficoltà a compor quella festicciuola, in cui voleva che i suoi
conoscenti seppellissero nell'allegria il carnevalone. Due scolari,
amici del buon umore e delle belle fanciulle, vennero in deputazione
di tutta la comitiva alla madre Pelagia; e messogli in mano un
centinajo di lire ragranellate fra loro, le lasciarono la briga di
tutto ordinar per la festa. Ella se ne era pigliato il carico; e per
la sera stabilita promise sala da ballo, suonatori, ballerine,
rinfreschi, cena e tutto. Da tre dì non era stata un minuto con le
mani alla cintola; mise sossopra le vicine comari dello stesso piano,
a far trasportar mobili e roba, per porre in libertà le due camere del
suo appartamento, smorbarne il vecchio pavimento di mattonelle, e tor
via da' travicelli del salotto i ragnateli, che da un anno vi avevan
fatto cortina e padiglione. Le seggiole mancanti al salotto le pigliò
a prestanza dalle conoscenti, due o tre dall'una, cinque o sei
dall'altra, poco importando poi se fossero lucide o rozze, nane o
zoppe; il restante occorrevole trovollo, rimuginando qua e là le
sconficcate masserizie che da mesi e anni ammuffivano nel magazzino
terreno. In quella mattina però, volendo, come diceva, far le cose con
onore, corse fuori all'angolo della via di San Martino, e chiamò in
casa uno degli imbiancatori che colà stanno in aspettativa affinchè
desse di bianco, o, per dir com'essa, di color perlino alle pareti
della sala: a' palchetti superiori delle due finestre fece appiccare
certi lembi di vecchia tappezzeria damascata, cadenti in ricca e
bizzarra mostra, una a rabeschi verdi, l'altra a liste gialle e rosse.
Due ritratti patrizj del secolo passato (dio sa di chi) e due altri
quadri screpolati e neri, stanati fuori dalla sua bottega, sull'uno
de' quali spiccavano appena le punte della corona e la barba grigia
d'un re David, sull'altro le spalle ignude d'una Maddalena penitente,
adornavano nelle sconnesse cornici ancora mezzo dorate le pareti della
sala. Tutto all'ingiro poi, poco sotto della soffitta, pendeva a
festoni una lunga e polverosa ghirlanda di fiori e frastagli di carta;
cosicchè, al dir della vecchia, somigliava quella stanza un giardino
incantato, una primavera. E codesto giardino lo rischiarava una
lampada di latta, a tre becchi, che attaccata ad un arpione della
trave maestra della soffitta spandeva intorno un lume rossiccio e
guizzante, imbalsamando l'aria col profumo dell'olio riarso. In fine,
in un angolo del salotto, traballava sulle gambe sottili un'antica
spinetta, su cui erano posati gli stromenti degli altri suonatori, un
clarinetto, una chitarra e un corno da caccia. E di tutti e sì varii
apparecchi del festino e della cena, di tutte queste baldorie dovevano
far la spesa le cento lire raccolte dagli allegri scolari; sulle quali
la comare Pelagia contava anche far qualche avanzo, che sarebbe stato
il suo onesto guadagno; un bel napoleone d'oro almeno.