Capitolo Nono

Era una notte d'inverno. Nella loro stanza solitaria e fredda, stavano

tuttavia al lavoro Stella e sua madre. Sedute nell'angolo vicino al

focolare, su cui morivano fra la cenere gli ultimi carboni, al lume

vacillante d'una candela di sego mezzo consunta, Stella al telaio

ricamava di pagliuzze e fogliettine d'argento la tunica di velo d'un

bel vestito da ballo, Teresa cuciva saldando gli ossicini d'un sottile

imbusto fatto sur un modello parigino: l'abito e l'imbusto dovevano il

domani cingere la snella persona d'una giovine deità del bel mondo.

Lavoravano da un pezzo, senza smettere solo un minuto; ma

interrompevano il frusciar del lavorìo di alcune rade e meste parole,

parole dolorose della madre, tenere e confortatrici della figliuola. I

pensieri di tutte e due eran però gli stessi.

Di tanto in tanto la Teresa, intirizzita dal freddo e dall'umido che

penetravano per le scommessure delle imposte e per gli spiragli della

porta, recavasi in grembo il caldanino, ne risvegliava il fuocherello,

per riscaldarsi un poco le mani; e Stella pure era corsa due o tre

volte a inginocchiarsi sul rialto del focolare, perchè sentiva gelare

le sue piccole dita tutte rosse, che ormai non potevano più reggere la

spola; e tornava poi più diligente e spedita al ricamo.

Bisogna entrare nelle case della povera gente, nelle soffitte, ne'

solaj, nelle catapecchie; dove sconosciute all'occhio degli uomini,

note a quello di Dio, tante madri con le abbandonate figliuole, tanti

disgraziati artigiani con una corona d'innocenti creature, trovano per

mezzo del lavoro, cui non misura giorno nè notte, abbastanza onde

stentare la vita, così che possa venire il domani, al quale non han

tempo di pensare. E là, meglio che altrove, ci potremo persuadere che

nel mondo il bene e la virtù non debbono morire. Bisogna aver udito i

poveri raccontare il segreto delle loro miserie; visitar quelle mura

ove sta di casa la disgrazia che ha vergogna di sè medesima, e dar

mente a que' timidi disegni arrischiati per migliorare un destino che

non muta mai; veder la costanza della fatica, la rassegnazione

coraggiosa che s'appaga di così poco, e diventa natura in quell'anime

buone; la perseveranza, l'ingenuità e sovente anche la gioja che

vengono a diradare il fosco dei dì penosi ed incerti; e imparare come

si possa adempiere in dura vita a' doveri della paternità, della

famiglia, dell'amore; bisogna, dico, vedere e saper tutto ciò per

adorare giustamente la virtù che si nasconde, e sopporta quasi una

condanna fatale. Non è giusto pretendere d'aver tocco il sommo della

grandezza civile, quando si disprezza il lamento di una moltitudine la

quale non ha la coscienza della propria forza.

Guai all'uomo che non ha fratello tra i poveri! Quando il poeta, il

filosofo, il politico, condotti dalla giustizia e dalla ragione, non

rifiuteranno la mano dell'ultimo degli uomini; quando, invece di porre

il dito nelle più sozze piaghe dell'umanità e di torre il velo alle

turpitudini della miseria, avranno sollevate dal fango le modeste e

solitarie virtù che ancora sono da troppi derise e calpestate; allora

forse la voce di chi parla il bene e difende la causa degli oppressi,

sarà, più che non sia, ascoltata e benedetta!--

Era in quei giorni la fine del carnevale; e dall'alta loro stanza, la

vedova e la figliuola udivano il sordo trepestìo delle carrozze

signorili che andavano e venivano per ogni parte della città. Quel

romor di ruote e di cavalli, dapprima cupo e confuso nell'aria

silenziosa, crescente poi mano mano, facevasi più vicino e più

distinto; ne tremavano le muraglie della casa, e traballavano ne'

telaj delle finestre i piccoli vetri; poi il romore diminuivasi a poco

a poco, facevasi quasi muto, finiva nella lontananza. E così, al pari

di quel frastuono che turbava la notte, dovevano finire i tripudj

della lieta stagione cittadina.

A quell'ora già tarda, Damiano non era ancora a casa; ma essendosi

intrattenuto presso il negoziante della piazza, di cui, come dicemmo,

teneva i registri, andavasene solo e pieno di pensieri per la corsia

del Duomo, colla intenzione di tornarne a tenere un po' di compagnia

alla madre e alla sorella; e voleva che passassero qualche ora più

lieta, facendo loro la lettura di quella cara storia de' Promessi

Sposi, di quel libro che porta il nome il più grande, il più bello del

nostro tempo, e che, venuto in luce qualche anni prima, era già così

popolare in tutta Italia. Quel nome, il nostro giovine e le due povere

donne l'amavano già tanto; e quel libro aveva fatto per lungo tempo,

nei giorni di libertà, tutta la loro gioja, la loro poetica festa, il

loro carnevale.

Piovigginava. Nello svoltare il canto della via de' Pattari, Damiano

s'imbattè faccia a faccia con un giovine, suo condiscepolo del liceo,

che riconobbe subito e cercò schivare: ma colui non gliene diè tempo,

e ravvisatolo al chiaror della lanterna della via che gli batteva

sopra, lo pigliò risoluto per un braccio, e:--Sei tu, Damiano? dove

vai?

--A casa: rispose asciutto il giovine, che non aveva voglia di legar

con esso, conoscendolo come uno de' più scioperati e smargiassoni di

tutta la scolaresca.

--Sei matto? replicò l'amico: vuoi andartene a letto all'ora de'

polli? Siamo in carnevale, per diana!

--Son già le undici, e mia madre....

--Eh! baie: non sono battute le dieci, non ho udito il campanone della

piazza de' Mercanti. E poi, che cosa importa? lascia che lei vada a

dormire, e tu vieni con me.

--Non potrei.... piove, non vedi?

--Andremo a tetto.

--Dove?

--Vieni con me, e non cercar altro; sarai contento. Oggi è il

mercoledì grasso, e un po' di gazzera vogliam farla anche noi: tu

n'hai proprio bisogno, te lo dico da buon figliuolo. Già da sette od

otto mesi, anzi, da che il tuo vecchio ti lasciò in libertà, sei

divenuto malinconico, misantropo; mi hai la faccia d'un primo amoroso

della Stadera. Io per me, non t'ho avuto mai per uno de' nostri

migliori compagni; ma per il passato eri più trattabile, eri anche tu

della legge, come si dice. Con tutto questo, io ti voglio bene ancora.

E stassera devi proprio farmi compagnia, chè mi ringrazierai poi...

--T'accerto che io....

--Non vo' scuse; ti sgranchirò fuori io, per dinci! Vorresti farmi il

pedantuzzo? aspetta alla quaresima, quando torneremo al maledetto

cortile del liceo: mancano quattro dì a finire il carnevale; e se non

l'annego in quattro solenni bevute del nostrano migliore, non

chiamarmi più Bernardone. Su dunque, non fare il ritroso, o ti giuoco

un brutto tiro. Piove, e sono stufo di pigliarla su così in mezzo

della via, per convertirti te. E ti giuro, per la cuffia di mia nonna,

che non avrei fatto tanto, se tu fossi stato un bel muso di ragazza.

E tenendolo ben saldo per l'abito, faceva forza per tirarselo dietro.

Il nostro giovine ebbe un bel dire; ma non riuscì a schermirsi di

seguitare i passi di Bernardone. Non volendo provare il mal talento di

quel disperato compagno e le beffe di tutti gli altri, si lasciò

strascinare, nè più fece parola; ma dato un pensiero a sua madre, a

quell'ora di placida gioja domestica che si era figurata, ed alle

segrete sue fantasie che da qualche tempo accarezzava più che mai, gli

andò dietro; facendo però a sè medesimo promessa di scampar più presto

che potesse dalle unghie dell'amico, del quale malediceva di cuore

l'inaspettato incontro.

Passarono due o tre strade, tenendosi l'un dietro l'altro rasente alle

muraglie, per ischermirsi alla meglio dalla pioggia fitta e sottile;

Damiano innanzi e Bernardone alle sue spalle, chè non voleva l'amico

gli uscisse di mano allo scantonar della via. Attraversato un

piazzaletto deserto, l'ardito scolare entrò in una di quelle anguste e

fumose botteguccie, ritrovo degli oziosi di vent'anni, dove, in onta

all'insegna cubitale di CAFFÈ, si fa spaccio di tabacchi e di liquori,

e si pongono innanzi a qualche mal capitato certe torbide aranciate e

limonee, che Dio ne scampi. Ingombrava la bottega una gran nube di

fumo, attraverso il quale potevansi a stento discernere sette od otto

persone sdrajate qua e là all'ingiro, e le accese punte de' cigarri,

su pei tavolini fiaschetti e bicchieri, la fiamma rossigna d'una

lampana che pendeva in mezzo alla stanza, il banco inverniciato a

strisce bianche e azzurrognole che volevano dir marmo venato; e dietro

al banco la floscia e ritonda sembianza d'una donnaccia, avvolta in

uno scialle rosso da vent'anni, con una cuffia avvizzita, e due enormi

ricci sulla fronte; la signora Rosina, padrona del caffè. Si rideva,

si dicevano storiaccie scipite o sconce, interrotte da qualche pugno

sulla tavola, o da qualche strillo di chi, vuotando d'un fiato il

bicchiere, voleva salutar con gioja più viva il carnevale.

Bernardone, dato uno sguardo all'ingiro, non trovando in mezzo a quel

denso fumo coloro che dovevano aspettarlo, attraversò la bottega, come

persona usata del luogo; e, pigliandosi stretto al braccio il

renitente amico, imboccò un usciolino nel fondo, poi da un andito bujo

scese per tre scalini in un camerotto dalla vôlta bassa e scalcinata,

più somigliante ad una cantina che ad una sala di bigliardo. Di

siffatti caffè pochi ne avanzano nella nostra Milano, che si rintonaca

rabbellita in ogni parte; ma gli scolari vagabondi preferiscono

codeste appartate e poco note botteghe, dove la ponno far da padroni

senza paura degli arghi del liceo.

In quella sala di bigliardo, frammezzo al fumo palpabile, erano cinque

o sei giovani, pressochè tutti discinti il collo e senz'abito,

quantunque l'inverno fosse aspro al di fuori; quale con un lungo

cigarro fra i denti, quale con una corta pipa di gesso, di quelle che

fanno la prima delizia degl'imberbi fumatori: i vestiti, i cappelli

ammucchiati in un angolo; e que' giovani compari raccolti intorno al

vecchio bigliardo, se ne stavano intenti ad una partita di sfida fra i

due campioni della serata.

--Viva noi, buoni amici! gridò Bernardone entrando nella tana

affumicata.

--Viva! risposero in coro tutti.

E l'un d'essi, levando il pugno:--Finalmente! si credeva che il vino

t'avesse inchiodato a quest'ora sopra o sotto le panche dell'osteria!

--Eh! malann'aggia, non son novizio come tu, Barello. E poi, non

abbiam per noi tutta la notte?

--Gli è che non sapevamo, gridò con voce di falsetto un altro

mariuolo, piantandosegli in faccia: non sapevamo ove sia il festino a

cui ne devi condurre; altrimenti t'avremmo piantato bell'e bene; e io

pel primo t'avrei forse rubata a quest'ora l'amorosa.

--Bada a quel che dici, anitrino spennato! ch'io ti fo rimbeccar le

parole con questa carezza.... E Bernardone levò in alto la destra, che

parve volesse di botto schiacciar l'incauto vantatore.

--Via, via! saltò a dire un altro: rispetto a Bernardone ch'è il

nostro capo, il fior degli amici! Andiamo, non si perda tempo.

E tre o quattro, cercando il proprio abito e il cappello nel mucchio

de' panni rincantucciati, vociarono insieme:--Alla festa, alla festa!

--Ohe! ohe! che diavolo vi serra addosso? un minuto! dissero i due che

giuocavano la partita di sfida: un minuto che abbiam finito.--E sopra

il capo mulinando le aste del bigliardo, minacciarono romperle sulle

schiene del primo che uscisse.

--A noi, Tita, gli ultimi colpi.

--Quindici alle bianche, venti alle nere.

--Marco non è a tiro di partita.

--Taci là, non parlarmi sul colpo!

--Bravo, bel raddoppio!

--Giù, alla maledetta: e diecinove.

--Gran Marchino! tengo per lui un da trentacinque.

--Vada, per Tita!

--Dalli, Tita!

--Tre punti, e fan ventitre.

--T'annega, a me che rileva? Ora, disse Marco, se il giro mi scappa,

mi scappi il naso.

--È un demonio il Marchino.

--Diecinove e sei.... la partita è mia.

Marco strillò di gioja; gittarono le aste sul bigliardo e

arrabattandosi alla disperata, uscirono in frotta dalla bottega per

correre al festino, dove Bernardone, il caporione, doveva presentarli

come amici suoi. A Damiano nessuno poneva mente: parecchi lo

conoscevano, gli altri non avrebbero osato domandar chi fosse, comechè

venisse sotto la scorta di Bernardone. Egli però avrebbe date le poche

lire che aveva nel borsello, per esser fuori del crocchio insolente e

trovarsi fra sua madre e sua sorella.

Non discosta era la casa a cui n'andavano; situata in un chiassuolo,

guardava altre uggiose abitazioni, addossate fra loro, nelle quali non

entrava mai sole nè luna. Quel viottolo fangoso era a mala pena

rischiarato dal barlume di due lampioni appiccati sopra di due porte:

l'uno portava scritto a lettere majuscole di vario colore: GRANDIOSO

PRESEPIO CON FIGURE e il resto; l'altro, collocato appunto all'entrata

della casa a cui la comitiva incamminavasi, da un lato mostrava

dipinta una mano nera coll'indice teso, e, di faccia, quell'insegna

tutta milanese: ANTICA FABBRICA DI TORTELLI.

Per l'andito bujo della porta, pigliarono a manca una scala erta e

sdrucciolevole per fango, e saliti rasente la muraglia grommata di

muffa, si fermarono sul pianerottolo del secondo piano; dove un

lumicino tremolante in un vetro a foggia di cipolla, e una porta mezzo

aperta, e il romorìo del di dentro, indicavano abbastanza che là era

la festa.

Già lo strepito del salire e il dar sulla voce degli urtati, e qualche

bestemmia di chi sentivasi camminar sulle calcagna, li avevano

annunziati. Parecchi corsero a rincontrarli sul pianerottolo o nella

stanza che serviva a un tempo d'antisala, di deposito de' pastrani e

degli ombrelli, di credenza e pasticceria del festino. Si vedeva in

fatto dall'un canto, una tavolaccia, dietro la quale una vecchia

comare stava spremendo il sugo d'una diecina di limoni in un gran

secchio d'acqua, la riversava in sette tazze già pronte a rinfresco

sulla sottocoppa di latta arruginita; sul parapetto della finestra

erano parecchie dozzine di piattelli e buon numero di bottiglie di

varia statura, fra cui primeggiavano due di que' panciuti boccioni

vestiti di paglia detti damigiane, e accatastati pani e panetti d'ogni

cotta e figura. Dall'altro canto, sopra un fornello cuocevano a lento

fuoco in due capaci casseruole certi capponi, che già col profumo

davan solletico all'appetito. In fondo, dietro un logoro paravento, si

poteva indovinare un letto, confinato là in quella sera di trambusto.

La comare, ch'era la stessa padrona di casa, la più famosa rigattiera

del contorno, andava e veniva dal tavolo al fornello e da quella

nell'altra stanza, tenendo l'occhio a ogni cosa, ascoltando questo e

quello, rimestando cesti, piatti e posate di peltro, gridando,

ridendo, maledicendo, ove fosse bisogno, per farsi udire.

Nella stanza appresso, era la sala del ballo, stavano raccolte da

quindici a venti fanciulle, gaje, piacevoli tutte, e alcune belle, di

quella bellezza che si rivela nelle aperte fisonomie, nella freschezza

dell'età, nella sincerità del sorriso; veri bottoni di rosa di un

semplice mazzo di fiori. Erano quasi tutte a un modo abbigliate, che

parevan sorelle: uno schietto vestitino di percallo o bianco o rosso,

il loro più bel vestitino d'estate; un galano di nastro verde o

azzurro alla cintura, un collaretto ricamato dalle loro mani, sottili

guanti di cotone lisci, lucidi i capegli spartiti sulla fronte; e poi

quelle sembianze così giovanili, così liete, supplivano a tutto ciò

che mancasse; e, più di ogni altra cosa, quegli occhi eloquenti e

sfavillanti d'una gioja quanto più di rado gustata, tanto più viva e

vera. Era il fior delle crestaje, sartorelle e cucitrici del vicinato,

venute colla madre, colla zia, colla nonna al festino del mercoledì

grasso in casa della signora Emerenziana, la vecchia rigattiera.

La signora Emerenziana, o piuttosto la madre Pelagia, per chiamarla

col nome significativo che le davano gli scolari e tutti del vicinato,

era una di quelle femmine che per malizia ponno stare a destra del

diavolo, e beccano per buono tutto quel che viene. Avendo molte

conoscenze nel quartiere, sapendo per il suo mestiero i fatti di mezza

la città, e facendo, oltre a questo, un poco la pegnataria, per amor

de' giovani dalla scarsella leggiera, era riuscita senza molta

difficoltà a compor quella festicciuola, in cui voleva che i suoi

conoscenti seppellissero nell'allegria il carnevalone. Due scolari,

amici del buon umore e delle belle fanciulle, vennero in deputazione

di tutta la comitiva alla madre Pelagia; e messogli in mano un

centinajo di lire ragranellate fra loro, le lasciarono la briga di

tutto ordinar per la festa. Ella se ne era pigliato il carico; e per

la sera stabilita promise sala da ballo, suonatori, ballerine,

rinfreschi, cena e tutto. Da tre dì non era stata un minuto con le

mani alla cintola; mise sossopra le vicine comari dello stesso piano,

a far trasportar mobili e roba, per porre in libertà le due camere del

suo appartamento, smorbarne il vecchio pavimento di mattonelle, e tor

via da' travicelli del salotto i ragnateli, che da un anno vi avevan

fatto cortina e padiglione. Le seggiole mancanti al salotto le pigliò

a prestanza dalle conoscenti, due o tre dall'una, cinque o sei

dall'altra, poco importando poi se fossero lucide o rozze, nane o

zoppe; il restante occorrevole trovollo, rimuginando qua e là le

sconficcate masserizie che da mesi e anni ammuffivano nel magazzino

terreno. In quella mattina però, volendo, come diceva, far le cose con

onore, corse fuori all'angolo della via di San Martino, e chiamò in

casa uno degli imbiancatori che colà stanno in aspettativa affinchè

desse di bianco, o, per dir com'essa, di color perlino alle pareti

della sala: a' palchetti superiori delle due finestre fece appiccare

certi lembi di vecchia tappezzeria damascata, cadenti in ricca e

bizzarra mostra, una a rabeschi verdi, l'altra a liste gialle e rosse.

Due ritratti patrizj del secolo passato (dio sa di chi) e due altri

quadri screpolati e neri, stanati fuori dalla sua bottega, sull'uno

de' quali spiccavano appena le punte della corona e la barba grigia

d'un re David, sull'altro le spalle ignude d'una Maddalena penitente,

adornavano nelle sconnesse cornici ancora mezzo dorate le pareti della

sala. Tutto all'ingiro poi, poco sotto della soffitta, pendeva a

festoni una lunga e polverosa ghirlanda di fiori e frastagli di carta;

cosicchè, al dir della vecchia, somigliava quella stanza un giardino

incantato, una primavera. E codesto giardino lo rischiarava una

lampada di latta, a tre becchi, che attaccata ad un arpione della

trave maestra della soffitta spandeva intorno un lume rossiccio e

guizzante, imbalsamando l'aria col profumo dell'olio riarso. In fine,

in un angolo del salotto, traballava sulle gambe sottili un'antica

spinetta, su cui erano posati gli stromenti degli altri suonatori, un

clarinetto, una chitarra e un corno da caccia. E di tutti e sì varii

apparecchi del festino e della cena, di tutte queste baldorie dovevano

far la spesa le cento lire raccolte dagli allegri scolari; sulle quali

la comare Pelagia contava anche far qualche avanzo, che sarebbe stato

il suo onesto guadagno; un bel napoleone d'oro almeno.

Damiano: Storia di una povera famiglia · 第 16 / 64 题