--A voi, maggiordomo: che novità?--Così l'Illustrissimo: e intanto il
parrucchiere, dati gli ultimi tocchi all'edifizio della sua
capigliatura, vi faceva cader sopra un nembo di polvere cipria, per
velare il bigio di quella zazzera famosa: era codesta una sua vecchia
consuetudine aristocratica, un ultimo tributo al costume de' suoi
nonni. Le sue prime conquiste in amore egli le aveva fatte
coll'incipriato tuppè; e forse, nella virtù del suo tuppè, sperava di
vincere ancora.
--Illustrissimo: il maggiordomo rispose; aspetto gli ordini....
--La colezione, al solito, dopo la messa, nel salotto d'udienza:
intanto riceverò qualcuno fino alle tre.
--Benissimo. E il pranzo?....
--Al solito: oggi è sabbato; avete ordinato?
--Sì, Illustrissimo, per i soliti invitati del sabbato; dodici
coperti...
--È uno de' miei giorni di penitenza; ma che cosa fare? se non si
mette insieme una dozzina di costoro, vi gridan la croce addosso. Per
altro, un sistema ci vuole, e ciascuno cerca i pari suoi; ond'è che mi
par benissimo pensato di tener la domenica per le persone di riguardo,
e il martedì e il sabbato per l'altra gente. Io per me, dico il vero,
non ho pregiudizj di ceto; anzi mi compiaccio di veder questi buoni
diavoli farsi una festa di quella grazia di Dio che toccano due volte
la settimana; e so mettermi alla loro portata, senza però darmi troppo
fastidio. Via dunque, chi avremo oggi?
--Vossignoria lo sa: il dottor Durante: il signor Pino, ingegnere
della casa; l'avvocato Natali, i due signori canonici, il signor
coadiutore della parrocchia.
--Questi tre li digerisco, per riguardo a mia moglie. Poi?
--Poi il ragioniere Capra, il signor segretario, e il curato delle
Cascine Nuove, venuto a Milano stamattina e invitato per ordine
dell'illustrissima signora padrona. Anzi, egli aspetta il favore di
riverire vossignoria.
--Già, lui! è un livello perpetuo. Mi par di vederlo colla coda
dell'occhio spiare obliquamente il giro de' piatti, finchè non si
fermino alla sua sinistra. Ah! ah! e un buon uomo, lo compatisco; egli
porta con sè la memoria de' miei pranzi nella solitudine della sua
cucina, e ne parla pur un mese colla serva, ah! ah!....
--Eh! eh! eh!--fece eco, con un cotal riso di rispetto, il
maggiordomo.
--Via, delle scempiate d'oggi mi compenserò domani; chè almeno avrem
commensali degni del pranzo. I biglietti d'invito li avete mandati
tutti?
--Tutti, Illustrissimo.
--Non ebbi la risposta del conte Ippolito, e di sua moglie, nè quella
del marchesino Alfonso.... A proposito, l'ho fatta di conio: che dirà
la bella contessa, trovandosi col suo nuovo adoratore? Eh! via, in
cuore mi ringrazierà, la gentile donnina; ed io pregherò il marchesino
di servirla del braccio; è un fior di donna ancora la contessa!...
somiglia un pochino a quell'antica mia.... a quella Rosalbina; ten
ricordi, Rosso?
Questi commenti che l'Illustrissimo un po' faceva tra sè a mezza
bocca, un po' indirizzava al fedel servitore, che Rosso appunto aveva
nome, eran bevuti come oracoli dal parrucchiere e dai domestici. Il dì
appresso, la novella degli amori del marchesino con la bella contessa
doveva far le spese della conversazione nelle anticamere e nel
tinello.
--E chi altro avremo? seguitò il signore; ricapitoliamo, maggiordomo.
--Quel signor principe russo, arrivato martedì, il quale passò un'ora
fa, e lasciò i biglietti di visita per vossignoria....
--Bene.
--Il signor cavaliere Lavinio....
--Mi garba poco, ma compie il numero, L'abate Apollinare, e quel
signor visconte francese....
--Egregiamente. Pensate a tutto e fatevi onore.
--Non dubiti; arrivarono per l'appunto stamattina due casse di
bottiglie di Sauterne, due di Bordeaux, una d'Iohannisberg, due di
Champagne, una di....
--Sì, non mi rompete il timpano; tocca a voi a pensarci; e a suo tempo
darete le polizze all'amministrazione di casa.
Il maggiordomo s'abbottonò l'abito di fino panno color marrone, si
rassettò la cravatta di raso a rabeschi che non bastava a tenergli in
sesto il soggiogo del mento, e fregandosi le mani con un'involontaria
compiacenza, dati due passi a ritroso, n'andò pe' fatti suoi.
Ma già l'acconciatura dell'Illustrissimo era compiuta; e il
parrucchiere, il quale, diversamente da' suoi confratelli d'un secolo
addietro, non aveva osato entrare nel discorso, accontentandosi al più
d'accompagnarne le frasi con qualche _oh! ah! eh!_ ovvero con mezzi
sogghigni d'approvazione, raccolse gli strumenti dell'arte, li ripose
nella toeletta, e strisciando una riverenza partì.
Due altri stavano nel fondo del gabinetto in rispettosa e muta
attenzione. Era uno il cappellano della casa, pretazzuolo di mezzana
statura, aspro e cachetico all'aspetto, magro e angoloso della
persona; il suo volto col tarlo del vaiuolo pareva indizio del tarlo
del malumore che dentro il rodeva. Egli tentennavasi sugli smilzi
stinchi, fra cui dondolava la negra veste talare; teneva in mano il
largo cappello a tre punte, e sotto l'ascella un volume del Breviario.
Vedendolo agitar le labbra, si sarebbe potuto dire che andasse
masticando i salmi dell'uffizio; ma invece biascicava il suo cruccio
pensando all'indiscrezione di sua signoria che lo faceva tardare a dir
la messa quotidiana fino a un'ora dopo mezzodì; e si torceva le
nocchiute dita, e grattava la fodera del cappello, sentendosi lo
stomaco ne' talloni.
Bisogna credere che l'Illustrissimo ne avesse alla fine pietà, poichè
andandogli incontro e stendendogli con gran degnazione la mano:--Don
Aquilino, scusi un po', se lo feci aspettar questa piccola mezz'ora;
vada pure in sagrestia; e tu, Rosso, fa che si avvisi mia moglie. Una
parola, don Aquilino. Tenga queste carte (e gliele pose fra mano) sono
di certa donna venuta per il benefizio: finita che sia la messa, la si
pigli lei l'incomodo di mandarla via con qualche buona parola; io ho
tanto a fare! le dica che questa volta non posso dispor niente, che il
benefizio è già impegnato per un altro.... Capperi, lei lo sa, il
figliuolo d'uno de' miei fattori, ch'entra in sacris quest'anno....
Insomma, ci pensi lei, ne parli con mia moglie, colla contessa mia
sorella; è pasta per loro. Vada pure innanzi; io vengo fra cinque
minuti. Oggi poi, mi farà l'onore di sedere a tavola con me, don
Aquilino.
Il pretazzuolo a cui tenzonavano in cuore il dispetto da una parte,
dall'altra la paura di spiacere all'Illustrissimo, non seppe dir altro
che un sospiroso--Obbedirò. E stava per uscire, quando il Rosso gli si
fece accosto, per soffiargli nell'orecchio queste agre parole, che
furono per lui come una stilettata:--Caro don Aquilino, non faccia il
dispettoso; abbia giudizio! c'è un tal abate Pasquale che invidia il
suo posto; è un bel boccone, e vale una prebenda.
Il prete lo guardò in cagnesco, con un'occhiata di fuoco; ma si
tacque, e rivoltosi a fare un ultimo inchino all'Illustrissimo, uscì
fuori di là.
Intanto l'Illustrissimo s'era fatto vicino all'altra persona che stava
indifferente là, appoggiata ad uno stipite della porta. Costui, al
vestire, all'impassibile serietà lo avresti detto un procuratore, un
avvocato, un medico, ma era tutt'altro. Pareva come straniero a quanto
succedeva, comechè non avesse perduto una parola di ciò che si era
detto; e compassionando padroni e servi che gli somigliavan fantoccioni,
andava fra sè dicendo ch'era lui che li faceva ballar sulle dita dal
primo all'ultimo. Era uno di quegli uomini venuti non si sa donde, ma
che da per tutto si trovano, consumati nell'esperienza, non per aver
osservato il mondo con senso di bene, ma perchè fecero d'ogni erba
fascio; un di coloro i quali sanno diventar necessarii ai grandi e ai
piccoli; riescono a tutto coll'arte del non parere; parlan poco e molto
fanno, con volto di bronzo, e cuor di macigno; la vita loro è un
problema, e il lor mestiero non ha nome. E ciò basti di lui, per ora,
giacchè avrem modo anche troppo presto di far conoscenza più stretta con
tal uomo. L'Illustrissimo, per certo, se'l teneva grandemente caro; nel
passargli vicino gli battè d'una mano amica sulla spalla, e:--Proprio
voi, vi aspetto di là fra poco, intanto che farò colezione; ho cosa
d'importanza a dirvi, signor Omobono.
Il signor Omobono, che così appunto egli era stato mal battezzato,
chinò leggermente la testa; poi, tranquillamente rimettendosi il
cappello, uscì per la porta opposta a quella per dove n'andarono gli
altri.
Intanto la vedova di Vittore, su d'una panca nello stanzone del
portinaio di quel gran palazzo, con quanta angustia un cuor materno
può avere, aspettava, sperava, temeva da due lunghissime ore. Chiusa
nel suo nero scialle di grossa lana, col velo sugli occhi e gli occhi
a terra, la povera donna tremava, e si sentiva un freddo per le ossa,
come nel fitto dell'inverno, benchè si fosse ancora al principio di
settembre. Le avevano detto tanto della generosità di quel signore,
che parevale impossibile avesse a mancarle una qualche provvidenza;
richiamava in mente, pesava le buone parole avute da quei che s'eran
degnati di raccomandarla; poi, ripensando i giorni della disgrazia,
tornando coll'animo al prediletto figliuolo, si sentiva come perduta;
e in segreto raccomandavasi all'Avvocata di coloro che piangono; e
credeva giustizia che la sua speranza dovesse compirsi. A quando a
quando, il vecchio portinaio le dirizzava qualche indiscreta domanda,
oppure magnificava con goffe baje la ricchezza e il potere de' suoi
padroni. La gente della casa ed altri capitati per faccende, entravano
e uscivano, nè v'era chi ponesse mente alla vedova; la quale,
stimandosi dimenticata, e pure non osando farsi innanzi da sè, spiava
il passaggio del signor segretario, nelle cui mani stavano le carte
provanti la povertà sua. Ma, non vedendolo più, si sentiva quasi
morire.
Passata un'altra ora, il cappellano frettoloso attraversò l'andito, e
ficcando il capo dentro la porta invetriata:--Dov'è, disse, con voce
stridula, la donna che portò queste carte a sua signoria?
--Son io! rispose la vedova; e mosse verso di lui, respirando appena.
--Bene, disse don Aquilino, allungando il collo, senza movere un passo
di più; non possiam far nulla per questa volta; siamo in altri
impegni. Bisogna che vostro figlio abbia la pazienza di aspettare,
come aspettano tanti.
--Oh mio Dio! proruppe la Teresa.
--Eh! la mia donna, non c'è che dire; vi siete male indirizzata; se
aveste parlato con me, forse la cosa non sarebbe andata così....
benedetta gente! Ma io non ho tempo da perdere; tenete le vostre
carte. E se ne andò difilato verso l'antico caffè del Gnocchi, dove il
chiamava la fame prepotente a prendere il solito cioccolatte e a
legger le novità del mondo politico sulla gazzetta del dì passato.
Alla povera vedova fu forza di tornarsi a sedere; e non ebbe parola a
dire. Solo, quando intese il portinaio che così pigliava a
confortarla, con serietà solenne:--Non ci pensate voi; sua signoria
vede e provvede; e a suo tempo, il benefizio verrà!--essa trovò il
cuore di levarsi e d'uscir di quel palazzo, dove sentiva di non poter
piangere quanto n'aveva bisogno.
Celso rimase mortificato di vedere uscita a vuoto la sua prima
speranza; ma Damiano, che solo non volendo contraddire a sua madre,
l'aveva lasciata darsi attorno per arrivare all'anticamera di un
signore, Damiano, a dir vero, non n'ebbe soverchio dispiacere. Celso
aveva gittato le braccia al collo di lei, dicendole con voce commossa:
--Pazienza, mamma: il Signore non vuol farmi ancora questa grazia; ma
studierò tanto e tanto, finchè venga il momento di poter vedere
compita la mia vocazione.
Ma non era passata più di una settimana, quando il caso, o piuttosto
qualche misterioso potere che con mano invisibile trova il filo di
tante cose sconosciute ed oscure, venne a mutare in viva gioia lo
sconforto della Teresa e del suo beniamino.
Stava un giorno la povera famiglia insieme raccolta dopo l'ora del
desinare, allorchè udì battere all'uscio del ballatoio, e una voce
ignota domandar licenza di venire innanzi. Era un prete alto della
persona, pallido in viso, di modi lenti e severi; gli occhi, i passi,
il gesto e le prime parole che disse annunziavano un misto di
circospezione e bontà; non pronunziò il proprio nome, ma soggiunse che
veniva da parte di monsignor arciprete della parrocchia e che veniva
per bene. La Teresa si sentiva tutta confusa di quest'onore; e
incominciò in cuore a ringraziar la Provvidenza. Quel prete aveva un
accento forestiero; e Damiano, per quanto ne studiasse gli atti, le
domande e le gravi riflessioni, non riusciva a immaginare il fine per
cui venisse. Solo notò che il prete, ad ora ad ora, lasciava fuggir
qualche rapida e furtiva occhiata sopra di lui, quasi che avesse
indovinato i dubbii che gli pullulavano in cuore.
Ma la Teresa n'era incantata; ne beveva le parole, come vangelo;
rispondeva a tutto, preveniva anzi le domande che le potesse fare;
tutta per filo raccontava la storia della famiglia, delle loro
disgrazie, delle poche speranze che avevano. E il prete a
tranquillarla, a dirle che si facesse animo, a metterle innanzi
religiose consolazioni e ragioni piene di carità e condite di patetica
unzione. Per quel dì, egli si tenne sulle generali, e promise di
ritornare e di prendersi a cuore la riuscita del giovine Celso;
solamente volle, in contraccambio, che la madre e il figliuolo non
facessero un passo senza dipendere da lui, nè prima che egli fosse
tornato a visitarli.
Non molto andò che il prete ricomparve. Quella mattina della seconda
visita, Damiano non era a casa; e l'ignoto visitatore potè meglio
insinuarsi ne' segreti della famiglia, e negli animi delle tre buone
creature che pendevano dalle sue lente parole, ora melliflue, or
gravi, or facili ed ora severe. Prese Celso in disparte, e poichè
l'ebbe a lungo interrogato, dimostrossi non malcontento dell'indole
sua; e dettogli che di lì a due giorni venisse egli stesso a casa sua,
alla canonica di san ***, per sentire le risoluzioni che avrebbe avuto
a comunicargli, si congedò dalla famiglia maravigliata, accompagnato
dalle benedizioni della Teresa. Egli aveva confidato al giovine come
andasse debitore della sua fortuna ad una benefica dama della quale
era costretto per allora a tacergli il nome; indi, partendosi, lo
avvertì che quando fosse venuto per cercare di lui, domandasse del
padre Apollinare.
Su queste cose si andò facendo in famiglia un caos di supposti; ma
nessuno potè argomentare il vero. E neppure quando si seppe che il
padre Apollinare profferiva al giovine Celso di venirne a star con
lui, e ch'egli avrebbe pensato ad avviarlo negli studii teologici, e a
dargli poi modo d'entrare negli ordini sacri, nessuno potè farsi
ragione del come la cosa fosse accaduta, del come la dovesse riuscire.
Ma la buona famiglia tenne per gran fortuna la profferta; madre e
figliuola piangevano di gioia, d'una gioia amareggiata soltanto dal
pensiero di separarsi dal loro Celso.
Due settimane di poi, il giovane cherico, pieno di speranza,
abbandonava i suoi; e nella lontana canonica, in una cameretta a lui
destinata dal padre Apollinare, studiava nascosto quanto è lungo il
dì, svolgendo e annotando parecchi volumi dei padri e dottori della
Chiesa, che il suo protettore gli aveva scelto dalla propria libreria.
La Teresa si trovò per alcun tempo come deserta; ma poichè il Padre
permise al giovine che ne andasse qualche rara volta a farle una breve
visita, la buona donna si racconsolò; e ragionarono insieme della
futura contentezza.