Damiano che, non tocchi ancora i vent'anni, la bell'età del coraggio e
della speranza, si sentiva già padrone del proprio cuore, e guardava
con occhio serio e mesto la vita, aveva anch'esso obbedito con gioja
alle ultime raccomandazioni del padre. Amava tanto sua madre e sua
sorella, che la voce dell'amore era per lui la voce del dovere.
Ma sebbene, nell'ardita confidenza d'un'anima piena di pensieri e
tuttora inesperta, egli avesse giurato in cuor suo di riuscire ben
presto a qualche cosa, per sè e per i suoi; nondimeno, le incertezze
del suo stato, le prime angustie sopravvenute, le stesse speranze che,
disegnandosi a poco a poco quali sono veramente, e facendosi più vive
e più necessarie, stancano e logorano anche gli anni d'una pensosa
giovinezza; infine quel dover ricominciare ogni dì una nascosta
battaglia con sè medesimo e con le cose che lo circondavano, e
sentirsi cader le braccia, e trovarsi sempre al principio della via;
tutto ciò aveva desto in lui il primo tormento del dubbio, una precoce
malinconia che facevagli troppo spesso presagire il male, cercar la
solitudine e provare il bisogno delle gravi meditazioni: per soffocare
così quel germe dell'ira che gli rampollava già nell'intimo del cuore,
per tenere da forte la sua promessa, senza maledir gli uomini e la
vita.
Egli aveva da natura sortito una bell'anima, una mente libera e
franca. Fin da fanciullo, nudrito delle forti e franche parole
paterne, cominciò ad amare quanto di bello e di grande gli sfavillava
all'intelletto o al cuore. I semplici e maravigliosi racconti del
padre e del signor Lorenzo, suo compare, quegli eroici fatti in cui i
due vecchi soldati avevano avuta non l'ultima parte; quelle storie di
pericoli, di battaglie, di trionfi, quel rapido mutarsi di genti e di
cose, al quale non poteva tener dietro la sua tenera immaginativa, gli
suscitavano prima di tutto pensieri di grandezza, di gloria, d'onore;
e s'era figurato che l'uomo, se lo vuole, è sempre l'arbitro del
proprio avvenire. Abbandonavasi alla spensierata fiducia
dell'adolescente; il quale desidera, folleggia e sogna, trovandosi
come nel mezzo di lieto giardino, dove fanno capo tutti i sentieri
della vita; e non sa per quale mettersi, chè tutti del pari gli
sembran facili e brevi; ma crede che per qualunque s'avvii, toccherà
ben presto un alto e onorato fine.
È vero ch'egli era stato, per pochi anni un fanciullo. A dodici anni,
non più audace e avventato come prima, s'avvezzò a pensare che cosa
avrebbe fatto quando fosse divenuto uomo; e cominciò a mostrar
nell'indole e nel costume una intempestiva serietà, un modesto
riserbo, che rado s'incontrano in chi fin da principio non si senta
capace di qualcosa di bene. A quella età, come volle il padre, andò
alle scuole pubbliche del ginnasio; e in mezzo alle numerose,
irrequiete bande degli scolari s'era messo in pensiero d'indovinare in
piccolo quel che sia, press'a poco, il mondo veduto in grande. Fra il
sommesso cinguettìo nelle panche della scuola e l'insolente rombazzo
che si menava ne' cortili all'ora del riposo, seppe di per sè
discernere le piccole gare, le amicizie, i rancori; trovò anime
tranquille, solitarie, e cuori già pieni di malevolenza e di fiele;
vide gl'intrighi de' mediocri, la sfacciatezza de' cattivi, tutti i
buoni e i mali affetti che già si urtano e si rimescolano fra loro. E
si diede a pensare che tale doveva essere il mondo, ove si fanno
continua guerra l'amore e l'odio, la virtù e il vizio.
Così, a quel tempo, ebbe pochi amici anche tra i compagni della
scuola; ma con que' pochi s'era legato di fraterno amore: e nell'ore
che gli avanzavano libere, massime le domeniche e i giovedì, soleva
raccogliersi coll'uno o coll'altro, rifacendo gli studj in comune,
leggendo insieme, e con gran gioja, i pochi libri che potevan trovare;
ricopiando o mettendo a memoria le più belle pagine de' nostri poeti
che loro cadevano fra mano, e de' quali, senza ch'altri ne li facesse
accorti, sentivano il misterioso incanto. Allora esultavano,
piangevano, parlavano a lungo insieme i poveri e buoni giovinetti; le
loro candide e serene fantasie aprivano il volo nel paradiso della
poesia; e il divino aspetto della bellezza rifletteva anche in essi il
suo raggio creatore. Essi non sapevano allora; ma, pur troppo,
l'avvenire non doveva avere per loro, come non ha per nessuno, de'
momenti più sublimi, delle inspirazioni più care di quelle!
Fu appunto allora che Damiano prese a voler bene, sopra tutti i
compagni, a un giovinetto di poco maggiore di lui, figliuolo d'un
pittore; e ben sovente, appena il potesse, passava di lunghe ore in
casa di quest'amico suo. Il pittore, di cui parlo, abitava, come
tant'altra brava gente, a un quinto piano; non era un genio, ma
conosceva l'arte sua; le aveva posto amore, nè mai s'era indotto,
appunto per l'amore che le portava, a farne vile mercato. Per ciò era
povero.
Nello studio dell'onesto e ignoto artista, il giovin Damiano sentì in
quel tempo un forte turbamento, soave insieme e penoso, inesprimibile,
non provato mai; era quell'incerto desiderio di bellezza e di virtù
che aveva circondato fino allora gli anni suoi e che cominciava a
prendere sembianza e parola. Non sapeva staccarsi dal cavalletto del
suo buono amico, il signor Costanzo, che così chiamavasi il pittore; e
mentre questi, silenzioso, stava dipingendo una testa della Madonna
per qualche chiesa di campagna, ovvero uno di que' ritratti dei
defunti benefattori dell'Ospedal Maggiore, che fanno l'aspettativa de'
nostri umili artisti, il giovinetto gli si teneva a' fianchi,
riguardandolo; e quando gli chiedeva il segreto di rimpastare i colori
sulla tavolozza; e quando, trafugata una listerella di matita e un
frammento di cartone, cheto cheto rincantucciavasi dietro il
cavalletto, per ritrarre a suo modo alcuno di quei busti di gesso
tolti dall'antico che fregiavano qua e colà le pareti dello studio. E
il pittore lo lasciava fare. Venutigli però sott'occhio quegl'ingenui
abbozzi, primi tentativi della mano fanciullesca, maravigliava
scoprendo da certa nettezza de' tratti, da certa armonia de' contorni,
la naturale inclinazione del giovine all'arte sublime, figlia
prediletta del cielo italiano.
Pertanto, innamorato com'era di quest'arte, il pittore prese ad
iniziar Damiano nel disegno. Era una festa per il giovinetto alunno
l'accorrere sempre a lui nell'ore libere, e studiarsi di rispondere
alle cure del brav'uomo: il quale, in breve, si addiede che in quel
tenero cuore era già viva la favilla animatrice del genio. Ma,
avvilito dall'oscurità sua, abbandonato nella sua soffitta, e di
continuo alle prese col bisogno, il pittore provò insieme a codesta
gioja un dolore, uno sconforto; e pensando a quell'anima verginale che
voleva anch'essa innalzarsi nel cielo della creazione, tornava sul
proprio passato. Meditata la propria sorte, temè che, addirizzando il
giovinetto su quel cammino non avrebbe forse fatto che un infelice di
più. Pure, alcun tempo di poi, stimò bene di conferirne col padre di
Damiano; se non che al vecchio Vittore la proposta del brav'uomo di
avviare nella pittura il figliuolo sembrò una mattezza: egli viveva
persuaso che il regno delle scienze e delle arti era finito, se non da
per tutto, qui da noi, con Napoleone. E pensando meglio per il
figliuol suo che diventasse ragioniere, sensale, agente di cambio o
qualcosa di somigliante, anzichè povero sapiente, od oscuro artista,
non volle acconsentire che entrasse alle scuole dell'Accademia;
risoluto invece che, finito lo studio del liceo come tutti gli altri,
si dovesse mettere per altra via più battuta e piana, non volle sentir
altro discorso di pittura nè di poesia.
Nondimeno, continuò Damiano in segreto a visitar la soffitta del suo
maestro e amico. Quel primo amor dell'arte crebbe in lui ogni dì, e
divenne a poco a poco il suo sospiro, il suo segreto. Vegliava le
notti, disegnando al lume d'una lucernetta; o s'alzava coll'alba, per
consacrar le prime ore del giorno alla sua misteriosa fatica, dando
viva forma a' sogni dell'anima giovanile, dimenticando in quell'ore
ogni altra cosa. Ma sopravenne una improvvisa sciagura che ruppe la
sua prima affezione; una di quelle sciagure che lasciano nella vita
d'un giovine tale impronta che spesso non si cancella più. La morte
venne a rapirgli il suo unico e fedele compagno, il figliuolo del
pittore Costanzo. Questo caso lo gittò in una profonda tristezza; e
parecchi mesi passarono, senza che più pensasse ad appartarsi nella
sua terrena cameretta per disegnare e schizzar sugli sparsi foglietti,
come soleva, aeree figure e fantastici gruppi; o per rileggere qualche
pagina di Virgilio o di Dante, dell'Ariosto o del Tasso, ch'eran tutta
la sua biblioteca.
Nel suo dolore, quasi che l'anima gli si fosse oscurata per sempre,
aveva fatto il voto di sagrificare al perduto compagno il più caro
sogno de' pensieri. Non disegnava più, e ben di rado lasciavasi vedere
in casa del vecchio pittore; il quale dal canto suo era inconsolabile
d'aver perduto non uno, ma due figliuoli in una volta. In
quell'intervallo, rinacque ardente in Damiano il desiderio degli studj
i più severi. Fu l'anno prima che seguisse la morte del suo povero
padre, quando cominciò a frequentare il liceo pubblico; e la nuova
parola della scienza l'aveva riscosso profondamente. Studiò assiduo
per molti mesi, non senza grave timore ne' suoi che potesse cadere
ammalato. Egli credeva e amava, aveva cominciato a vagheggiar la
verità sotto le splendide forme del bello; e ben presto s'avvide che
la sua mente non era fatta per tener dietro al volo della scienza; e
si sentì svilito, spaventato quasi dall'immenso mistero dell'umanità e
dell'universo a cui per la prima volta affacciavasi. Si trovò come
perduto in una landa nebbiosa, interminata, ove facesse cammino senza
sapere se il sole gli fosse dinanzi, o dietro le spalle. Ma quantunque
così giovine, così inesperto ancora, la vita gli parve ben più
difficile che dapprincipio non avesse creduto.
Egli vide intorno a sè moltissimi a lui pari d'età, compagni di patria
e di studii, che avrebbe voluto salutare, amare, più che condiscepoli,
fratelli; alcuni d'illustre casato, molti agiati o ricchi abbastanza
per non temer del futuro; la più gran parte di condizione eguale o
poco migliore della sua; moltissimi non curanti o fastiditi;
indifferenti e scapati gli altri; pochi volonterosi di cercar nello
insegnamento del passato un tesoro di virtù per l'avvenire,
d'apparecchiar la mente e la coscienza alla dura prova della vita, di
poter dire con giustizia a' loro padri, alle madri, ai fratelli,
quando tornassero in mezzo di essi: Anch'io sono un uomo, e son qui
con voi e per voi! Que' giovani di cui Damiano domandava l'amicizia, o
cercava qualche volta la compagnia, lo guardavano appena, pigliavansi
giuoco di lui, delle sue pedantesche riflessioni, della sua
malinconia; ridevano della sua povertà. Lasciavano che solo si
dilungasse lungo il muro della via con qualche libro sotto il braccio,
mentr'essi, zufolando un'arietta, n'andavano a gironi col cigarro in
bocca e il cappello di traverso, ovvero fermavansi all'entrata del
botteghino di caffè a ciarlar delle prime loro conquiste, della
ballerina, della piccola crestaja, o della saltatrice de' cavalli. E
Damiano camminava verso casa sua, a capo chino e col cuor ferito; gli
fuggivano dal pensiero i poetici sogni dell'arte che ancora amava in
segreto, e diceva: Non sarò mai nulla!... Alla svolta della via di
Quadronno, tornavangli in cuore padre, madre e sorella; ma non gli
tornava il coraggio. Pensava al poco che sapea della vita; e ogni suo
pensiero incerto e torbido pareva domandargli il perchè fosse nato,
qual fosse la invisibile catena che l'univa alla famiglia, agli uomini
del suo paese, agli uomini di tutto il mondo; ma invano cercava che
cosa rispondere. Tutto ciò che gli era stato insegnato gli aveva piena
la mente d'aride o slegate cognizioni; già il suo cuore spontaneo,
ardente, era divenuto sospettoso e freddo; parevagli quasi che tutto
d'intorno a lui cominciasse a sfasciarsi, a cadere; la filosofia, la
storia, cose morte; la virtù, non altro che una dolorosa necessità
d'aver pace con sè medesimo.
Così, nella prima giovinezza, Damiano aveva anch'egli sentito, e senza
quasi saperlo, l'influsso della funesta malattia del secolo, il
tormento del dubbio. E per questo, nell'ora più difficile del viver
suo, in quella notte che passò presso al letto di morte di suo padre,
la sua fronte s'era curvata sotto il peso d'amarissimi pensieri, e
l'animo suo fu prostrato dall'idea che la famiglia ormai non aveva
altro conforto e ajuto che lui solo; lui, che non trovava nè conforto
ne ajuto per sè.
Ma nel momento solenne della disgrazia, quando appunto l'anime tetre
par che trovino una voluttà nel disperare e maledire, le anime
semplici, sentono invece rinascere le pure e grandi forze della vita.
Il cuore di Damiano fu agitato dal profondo; una virtù nuova,
l'energia del vero dolore, gli diè come un'altra vita. Egli ebbe in
quell'ora, per così dire, la rivelazione, la coscienza di sè. Tanto è
vero che, nelle maggiori necessità, l'uomo sente la pienezza della
propria vita, e, direi quasi, l'orgoglio del dolore.
Renduti al padre gli ultimi ufficj d'amore sulla terra, detto addio
alle giovenili fantasie, e rivolto uno sguardo pacato al futuro,
Damiano aveva veduta chiara, a sè dinanzi, la ragione del suo dovere;
allora conobbe che cosa gli restasse a fare, e seppe la propria sorte.
L'insofferenza di sè, l'incertezza d'una vocazione, la noja della
fatica che avvelena le dolcezze dello studio e turba i nostri anni
migliori, anche lo sdegno dell'opinione e dei fatti altrui, tutte le
tempeste d'un cuor giovine e piagato, furono sopite in lui da quel
giorno. Il sentimento dell'impotenza, il rossore e la cupa
rassegnazione della povertà avevano ceduto il luogo a forti, leali
affetti; l'avvenire gli prometteva consolazioni e premio; ed egli
ricominciò con gioja a vivere. Il dolore del padre perduto durò nel
cuor suo; ed egli tenne quasi un sacro tesoro; fu quel dolore utile e
giusto che insegna, non a disperare, ma a combattere. Da quell'ora,
gli rinacque l'amor dell'arte nella quale aveva fatto i primi passi;
da quell'ora tornò agli studii prediletti, ai cari volumi che gli
avevano insegnato l'eterna bellezza del pensiero; e disse a sè
medesimo:--Il poco che potrò fare, non deve andar perduto; consacrerò
la mia fatica a coloro che d'altro non ponno vivere che dell'amor mio;
e il loro amore e la coscienza d'averlo meritato mi compenseranno!
Con questa libera e forte persuasione, egli aveva continuato di buon
cuore a frequentar le scuole dei liceo, affinchè non gli venisse a
mancare, al caso, quel primo scalino a qualche oscuro e poco ambito
impiego. Intanto, ritornava, sempre più spesso, alla casa del suo
vecchio amico, il pittore Costanzo; il quale, benevolo e generoso
nella sua oscurità più che tant'altri in mezzo alla superba fortuna,
si profferse volentieri di ravviarlo nella pittura, come meglio
avrebbe saputo. Damiano vedeva l'incertezza della riuscita, e pur non
sapeva rinunziare a quella cara tentazione.--Finirò questi due anni di
studio, diceva fra sè, e poi... O l'arte ch'io amo, o qualunque altro
più umile mestiero, a cui mi metterò con coraggio, mi darà pane. E chi
sa che la vita non possa ancora esser lieta e bella, per me e per
questi cari che fan viaggio con me sulla terra! Penso infine che tanti
sono più disgraziati di noi, e pur vivono e debbono vivere.... E poi,
siamo in un tempo che anche il povero ha una voce grande e forte, una
voce che comincia a farsi sentire per tutto. Si può dir quanto si
vuole--finiva--ma la giustizia è una, e quel ch'è vero è vero!
Il nostro Damiano la pensava così. E già da qualche mesi, da che la
famiglia stava nel nuovo quartiere, continuava con alacre animo quella
vita tutta di studio e di lavoro. Già dal principio, il suo vecchio
compare, il signor Lorenzo, che non s'era dimenticato di lui, datosi
attorno, aveva potuto non inutilmente raccomandarlo a un mercante di
pannine della Pescheria Vecchia; uomo dabbene, che assentì a prenderlo
presso di sè come scritturale, per mettergli in netto i libri di
negozio e tenergli il carteggio. Questa briga, un poco tediosa,
costava a Damiano tre ore ogni sera; ma gli profittava dugent'ottanta
lire l'anno, che per lui, nella presente strettezza, non eran poche:
bastavano per la pigione di casa, e gliene avanzavano per la misurata
spesa del suo vestire, ch'era umile sì, ma decente e ben fatto alla
persona; onde l'aspetto suo aveva non so che di simpatico e di
gentile.
Tornato a casa la sera, egli soleva leggere o scrivere per sè, fino a
notte ben tarda; poi, dormito un sonno di poche ore, levavasi col
mattino, per correre allo studio del pittore Costanzo; il quale
l'amava ogni giorno di più, dandogli anche tutto quell'affetto che già
portava al figliuolo a lui tolto dal cielo. Di là, al batter dell'ora,
s'affrettava di correr al liceo per non mancare alle lezioni; nè
curando più la sbrigliata scolaresca si teneva in disparte, tutto
raccolto in sè, e volonteroso di penetrare i segreti della scienza,
che la monotona voce del professore non riusciva a spiegargli. Dipoi,
non vedeva l'ora d'essere a casa; e arrivato al suo quarto piano, un
bacio alla madre, il sorriso, il saluto della Stella, la quale,
smettendo dal cucir di bianco o dal ricamare al telajo, ajutava la
madre nell'ammannire la scarsa minestra e qualche avanzo di carne
lessa, che neppur sempre compariva sul povero desco; e più di tutto,
l'aspetto di quella pace casalinga, di quella rassegnazione nella
disgrazia; e poter riposare gli occhi in volti conosciuti e cari; e
dall'un canto il suo pulito letto rifatto, e il tavolino col picciol
mucchio de' suoi libri, e l'aperta finestra che lasciava entrare il
bel sole del mezzogiorno, gli racconsolavano il cuore, gli
rallegravano la mente con idee conciliatrici d'amore e di virtù; e si
sentiva più forte e migliore.
Le due donne stavano sempre in casa, lavoravano sino a notte, e di
solito non vedevano anima viva. Unica loro compagnia era l'antico
tenente, che lasciavasi vedere due o tre volte la settimana, e godeva
nelle lunghe sere raccontar le cose de' tempi suoi alla Stella o al
giovinetto Celso. Poichè, quantunque avesse una predilezione per
Damiano, il buon soldato voleva bene anche all'altro suo figlioccio;
anzi andava da un pezzo ruminando che mai se ne sarebbe potuto fare,
senza trovar cosa che gli piacesse. Ma la madre ci pensava più di lui;
ed una sera, fra le altre, in uno di que' lunghi silenzii che sembrano
mettere, fra poche persone raccolte, un'aria di mestizia e quasi di
sospetto, la buona vedova si fe' coraggio, ed uscì a dire:--Non sa,
signor Lorenzo? Il mio Celso vuol proprio andare a prete; è una
vocazione che ha da un pezzo; e per me la tengo una vera grazia del
Signore!
Strabiliò il vecchio cisalpino; fece una smorfia, come per mandar giù
una bestemmia che gli era venuta sulla lingua, e guardò in faccia il
figliuolo. Il quale arrossì, chinò timidamente il capo e non seppe dir
nulla.
Damiano, quella sera, non era ancora tornato a casa, di modo che il
discorso cadde. Ma prima d'andarsene, il signor Lorenzo, volgendosi a
salutare la vedova, le aveva detto un po' brusco:--In quanto al vostro
figliuolo, se vuol proprio fare il prete, che lo faccia; può ben
essere un prete galantuomo. Ma per me, non mi cercate nè pareri, nè
altro; lasciatemi pur fuori da questa faccenda, chè non c'entro io.--E
si partì, senza aspettar Damiano, come di solito faceva.
Celso aveva allora diecisette anni; ma essendo stato da piccino
gracile e infermiccio, era cresciuto meschino di membra, sicchè ne
mostrava quindici appena. Venne al mondo in un anno di tristezza e di
sventura per la Teresa, e del quale tanto lei che Vittore non
parlavano che colle lagrime agli occhi; nell'anno che vide la rovina
di Napoleone, e il rimpasto del passato. Vittore si teneva caro
Damiano, il suo primogenito, sopra gli altri due; e soleva dire che
quello era nato almeno nel suo miglior tempo, quando c'era ancora
un'Italia. La buona Teresa in vece non poteva di queste ragioni far
misura al suo affetto; e compensava anzi il suo secondo figliuolo,
quel poverino travagliato e gramo, con più viva sollecitudine, con
quella specie d'amorosa gelosia, onde non son commosse che le viscere
d'una madre.
A dieci anni, il fanciullo infermò di lenta febbre; e inchiodato nel
suo letto, per molti mesi tra la vita e la morte, non aveva avuto
altro medico, altro angiolo salvatore che l'amor di sua madre. La
semplice e pia donna, in mezzo all'angoscia, vedendo languire limato
dalla consunzione quel suo caro, come povera pianticella a cui manchi
il succo della vita e la luce del sole, non dubitò di far nel suo
cuore un voto, che se dal Signore le fosse restituito il figliuolo,
avrebbe fatto quant'era possibile per consacrarlo al suo santo
servigio. Poteva essere un voto temerario, un voto inutile; ma in vece
parve un'inspirazione di lassù. Poichè il fanciullo, riavutosi quasi
miracolosamente, dimostrò col crescer dell'età un'indole quieta,
composta a religiosi pensieri; e da sè, senza che ne lo consigliasse
la madre, correva di nascosto quasi ogni dì alla chiesa del santo di
cui portava il nome; amava poi, sopra ogni cosa, le belle funzioni
delle domeniche e delle solenni feste della Madonna; ed era ritirato,
studioso, esemplare, tanto che la sua timidità e il suo silenzio
avevan fatto più d'una volta perder la flemma al vecchio Vittore, che
non gli pareva di vedere in lui un suo figliuolo. Il giovinetto non
aveva osato aprirsi con alcuno de' suoi; ma ben lo seppe indovinare la
madre: quantunque, timida com'era anche lei, n'esultasse e tremasse ad
un tempo. Cosicchè, finch'ebbe vivo il marito, temendo il rifiuto o il
dispetto di lui, che aveva messo sopra i figliuoli tutt'altre
intenzioni, non trovò mai un po' di coraggio per parlargli della
vocazione di Celso.
Morto il vecchio soldato, la vedova s'era consigliata col proprio
confessore, e gli aveva condotto il figliuolo, che finalmente disse la
propria volontà di vestir l'abito chericale; aggiungendo che, al letto
di morte di suo padre, gli era sembrato d'udire un'altra volta la voce
del cielo che lo chiamava. La mamma Teresa ne pianse di contentezza,
ringraziando Dio che le mandasse quella consolazione; e il prete,
vedendo le buone disposizioni del giovinetto, trovò savio e giusto che
si avesse a pensare, senza por tempo in mezzo, al suo avvenire; di
più, promise di raccomandarlo affinchè ottenesse presto qualche
piccolo beneficio, con cui, avute prima le superiori licenze,
continuar gli studii ed entrar nel seminario senz'altri sagrifizii
della famiglia. La stessa mattina la madre aveva parlato della cosa
con Damiano; il quale, sebben vedesse più volentieri che il fratello
per alcun tempo maturasse una deliberazione così grave, pure non seppe
contraddire all'ardente voto di lui e a quello più ardente della
madre; e anzi profferse i suoi tenui risparmi, fatti in que' pochi
mesi, per le prime spese che fossero necessarie. Ed avevano anche
posta qualche speranza nel compare Lorenzo; ma udite le brusche parole
di lui, appena venne a sapere che al suo figlioccio volevan mettere il
collar da prete, non entrarono più in tale argomento.
Capitolo settimo.
--L'Illustrissimo è alzato?
--Non si sa.
--Sarà visibile stamattina l'Illustrissimo?
--Non si sa.
--Il capo credenziere domanda a che ora si ha da tener pronta la
colezione dell'Illustrissimo?
--Non si sa.
Nella lunga e tetra galleria d'un palazzo che portava un nome antico
quasi come quello del nostro antico Milano, così domandava, con umiltà
spagnolesca, un servitore in livrea gallonata su tutte le costure; e
così a lui rispondeva, con serietà spartana, un cameriere vestito di
nero, passeggiando su e giù col sussiego d'un ministro.
Il servitore s'inchinò, e senza risicare una sillaba di più, ripassò
il vestibolo che precedeva la galleria e rientrò nella vasta
anticamera; dove forse una diecina d'altri servitori stavano qua e là
sparsi; quale sdrajato e dormiglioso già di mezza mattina, sopra una
delle stemmate cassapanche; quale camminando innanzi e indietro per lo
stanzone, colle mani sotto le falde delle livrea; altri discorrendola
con burbanza fra di loro, come avvocati in conferenza, o lasciando a
ogni poco scappar di bocca grasse risa e parolacce; alcuni poi
aggruppati presso il loggiato del cortile, giuocando a tavola sopra un
bisunto scacchiere; nè mancava quello che, togliendosi fuori l'una
dopo l'altra dalle tasche della giubba non so che fette di prosciutto,
sbocconcellava sbadatamente in disparte.
La campana maggiore del Duomo, a cui facevano eco tutte l'altre di
Milano, annunziava il mezzogiorno; e l'Illustrissimo, usurpata un'ora
al sonno, però che quella era mattina di ricevimento, rimosse la
cortina azzurra del suo letto; e sporgendo una mano dal capezzale,
tirò il cordone di seta.
Un omicciattolo corputo, tarchiato, volgare all'aspetto e al
portamento, entrò subito nella camera del suo signore. Era il suo
cameriere, e più che servo, consigliero e amico; il solo della casa
che avesse licenza di penetrare negl'intimi appartamenti del padrone;
e sapeva tenerlo codesto suo privilegio: era, se volete, il
Mefistofele dell'Illustrissimo.
Appena entrato, costui aperse con cautela la finestra, socchiudendo
però le gelosie, e calando le tende di seta, perchè la luce troppo
viva non ferisse gli occhi del padrone; poi s'avvicinò al letto; e
senza dir motto, versata da un nero fiaschetto in una tazza dal labbro
dorato non so che mistura biancastra, la porse al suo signore.
Levatosi a sedere, torcendo la bocca e il naso, egli la trangugiò; e
borbottava al servo:--Quando finirà, briccone, questa tua maledetta
bottiglia?
--L'aveva detto io, rispose colui a mezza voce, con uno sghigno che il
rese più brutto; l'aveva detto che certe cose costan care a lor
signori, come a noi poveri diavoli, eh! eh!
--Pazienza! disse il signore, ma guai a te, se questa sciatica non
finisce presto!
Il servo rise ancora d'un riso più strano, ma non rispose altro.
Ponendo appiè del padiglione su d'una seggiola a bracciuoli, le vesti
del padrone in una cesta coperta di broccato, gli diè braccio a
scendere del letto, lo ajutò a sedere, a vestirsi di sotto, a calzar
le trapunte pianelle; poi, indossata che gli ebbe una morbida veste da
camera, corse ad aprire la porta; e l'Illustrissimo trascinossi nel
gabinetto vicino.
Quel gabinetto, adorno di specchi, di dorature, di bronzi scolpiti, di
candelabri e di mille novità della moda, racchiudeva quanto il lusso,
il comodo e l'eleganza ponno desiderare. Sulla pettiniera rivestita
d'una copertina di merletto antico, una miriade di vaselli, tazze,
boccette di cristallo, d'argento e d'oro, con essenze e manteche
portentose; ne usciva una nube imbalsamata, da disgradarne il chiosco
d'un sultano del Misore; dinanzi alla tonda specchiera, un seggiolone
coperto di velluto cremisino; e accanto a quello, in atto rispettoso,
con un rocchetto spiegato, il parrucchiere dell'Illustrissimo.
Il quale s'abbandonò sul seggiolone; e confidando la testa alle mani
dell'esperto acconciatore, si voltò al cameriere, e:--Son di là?
dimandò.
--Chi, Illustrissimo?
--Quelli che ci debbono essere.--
E fatto un cenno colla mano, volle dire che li facesse passare.
Intanto che vengon costoro, e che il degenere successore di Figaro sta
architettando la bigia chioma del vecchio patrizio, con cauto riserbo
solleviamo una parte del velo che copre questo gran personaggio.
Quantunque egli avesse già da lunga stagione cancellato dalla memoria
in qual anno del passato secolo fosse venuto a consolar le
genealogiche speranze della famiglia, nondimeno portava scritta nel
volto la cifra dell'età sua; e al primo vederlo avresti detto: E' non
aspetta più i suoi sessantaquattro. Alto della persona, lento e
superbo lo sguardo, ed in una cotale incerta severità di lineamenti
spirante l'indole vera della sua gentilesca prosapia, un misto
d'antica bontà lombarda e d'albagia spagnuola. Portava un gran nome,
anzi parecchi, un più dell'altro grande e illustre; poichè la
ricchezza e lo splendore di due o tre famiglie feudali, andavano a
finire in lui. Signore d'interi villaggi, di boschi e latifondi, non
sapeva nemmeno le sue rendite; ma un'amministrazione formata d'un
procuratore generale, di due ingegneri, di tre o quattro ragionieri e
scritturali, tutti provvisti di pingue assegnamento le governava: per
tal modo le ricchezze della casa, se (come succede) non ingrandivano,
non venivan meno. Bisogna dire però che l'oro nelle sue casse non
ammuffava; poichè i nobili appartamenti, le coppie de' cavalli
forestieri, i sontuosi pranzi d'ogni settimana, e poi cuochi,
credenzieri, camerieri, cocchieri, palafrenieri, e tutto l'altro
sciame della livrea, tenevano in onore un'opulenza quasi proverbiale.
Molte vedove d'antichi servitori di quella gran casata vivevano delle
pensioni a loro fatte: ogni anno, a giorni dati, si distribuivano, per
ordine dell'Illustrissimo, piccole doti a povere zitelle, per le quali
era, nel resto dell'anno, un correre, un affaccendarsi e brigare di
nonne, di zie, di madri e figliuole, con una litania di miserie. Aveva
poi riservato per sè il diritto di conferire certi benefizii
ecclesiastici, d'antico patronato della famiglia, coi quali intanto si
procacciava una piccola corte di curati, canonici e coadiutori, pronti
a contrastarsi con ira tremenda, per qualcuno dei loro protetti, il
più magro benefiziuolo che uscisse vacante. Nè mancava chi a tempo
sapesse levare a cielo la munificenza, la pietà illuminata di quel
gran signore che non intralasciava il costume degli antenati,
ristorando a tutto spendio qualche vecchio altare, qualche cadente
oratorio di campagna, per mettervi poi in fronte lo scudo della
famiglia inquartato di stemmi di tutti i colori, come un gherone della
guarnaccia di Arlecchino, con una bella inscrizione in latino, del
secol d'oro, della quale i posteri, inarcando le ciglia, dio sa che
cosa diranno.
Con tutto ciò, quel gran personaggio, sebben potente per nome e
ricchezza, non aveva mai voluto immischiarsi nella pubbliche faccende; e
se in altro tempo ci fu tirato, come si suol dire, pei capegli, fece
vedere di non voler saperne punto nè poco. Coll'orgoglio della nascita,
aveva ereditato dai magnanimi lombi degli avi quella specie di egoismo
feudale di lasciar che il mondo cammini a sua posta, purchè non abbia a
tirare in compromesso lo splendor della casa e la rotondità de' suoi
tenimenti: era peccato insomma che fosse nato al tempo nostro, anzichè
al secolo di Filippo II, o di Filippo IV. Finchè durarono i privilegi, i
fedecommessi e le altre prerogative, aveva menato intorno corteggio come
di principe; poi, in mezzo alle convulsioni politiche del paese, in
quella guerra di venti anni la quale mutò la faccia dell'Europa, visse
di lunghi mesi in uno de' suoi castelli, lontano più che potè dal tuonar
de' cannoni; si ristrinse nel cerchio della vita privata, obbedì mano
mano all'opinione trionfante, pagò censi, tributi, gravezze, e si tenne
così fedele amico al potere. Marchesi, conti e baroni, qualunque avesse
titolo, autorità, era in casa sua il benvenuto; non già ch'egli avesse
bisogno di loro, o ne cercasse l'amicizia a lui bastava che ancora il
suo nome avesse un eco in mezzo al proprio ceto; che il fasto de' suoi
appartamenti, che l'oro e i cristalli de' suoi conviti abbarbagliassero
coloro che si movevano, per dir così, nella sua sfera, come satelliti
d'un pianeta. Con tutto questo, uomo degnevole, quantunque freddo e
altero alla sembianza, amico della mensa squisita e delle belle donne;
perocchè molta briga non s'era pigliata mai della nobilissima dama
compagna, alla quale quarant'anni prima aveva dato il nome, in ricambio
della splendida dote che giovò in quel tempo a ristorare la breccia
fatta dal 96 nella sua ricchezza.
Questa dama viveva ancora, e nello stesso palazzo aveva appartamento
separato da quello del marito, non per altra ragione che per
consuetudine principesca; aveva pure il suo corteo di consiglieri e
parassiti. Marito e moglie si contraccambiavano cordiali proteste;
l'uno faceva all'altra una quotidiana visita di cerimonia; nè
l'Illustrissimo aveva mai mancato, in certe solennità di pranzi e di
conversazioni, di quel rispetto, di quelle onoranze che la reciproca
dignità esigeva. Nondimeno, la dama s'era permessa, più d'una volta,
nel solito circolo serale, di dir sogghignando ad alcuno degli amici
che il signor consorte non aveva smorzato ancora tutti i capricci di
gioventù; soggiungendo poi seriamente che pur troppo la nobiltà andava
perdendo di giorno in giorno importanza e decoro; e che si perdevano
insieme l'ordine e la gerarchia della società. E i fortunati ammessi
alla patetica partita de' tarocchi, nella solenne ora del tè,
strozzavansi in gola le risa e le facevano eco.
Già la mano del parrucchiere, con tutte le delicatezze dovute all'alta
sua pratica, aveva raso il mento e rimesso in onore il zazzeruto
occípite dell'Illustrissimo, quando il fido cameriere rientrò nel
gabinetto, seguìto da diverse persone. Buon per lui che non tardasse
un minuto di più, perocchè vide venir la tempesta in una occhiata
obliqua lanciatagli dal padrone: abbenchè il ferro del parrucchiere
gli tenesse tuttavia imprigionate le bigie ciocche della zazzera,
l'inquieto signore non lo lasciò mancar del fatto suo, buttandogli in
viso un:--Infame!
Il cameriere, aveva alla prima indovinato che la non era una buona
mattina; però si tenne cheto, guardandosi dal far le scuse; e lasciò
che i venuti si facessero al cospetto del padrone, ciascuno alla sua
volta.
Senza volgere il capo al primo che s'avanzò, una figura lunga, nera,
sbiadita la faccia e pelata la nuca, con gli occhiali d'argento sul naso
aguzzo e col mento incastonato nella bianca cravatta:--Segretario: disse
l'Illustrissimo. E colui, inchinatosi, non ardiva levar su il capo e le
schiene dalla curva presa.
--Risponderete subito, seguiva il signore, alle tre lettere venute
ieri di Parigi, di Roma e di Modena, che a ciascun corrispondente si
pagheranno mille lire anticipate, sopra i soliti banchieri della casa;
ne manderete l'avviso e preparerete le cambiali; queste le firmerò io,
quelle voi. Sopra tutto, non dimenticate di domandar ragguagli
dell'andamento delle cose nostre; ma, come di solito, che il mio nome
non sia pronunziato. Son cose da farsi, nel mio posto; ma non c'è
bisogno che tutti le sappiano. Avete capito?... Risponderete poi alla
lettera della contessa mia sorella, che non posso assolutamente
accettare l'incarico da lei offertomi, quantunque onorevolissimo e
pio... notate bene, onorevolissimo e pio. È vero che di codeste sue
cariche poco m'importa; ma bisogna dir così, perchè anche lei è una
potenza, un Richelieu in cuffia di merletti e in sottana di raso.
Avete dunque capito, segretario?
--Illustrissimo, è come fosse fatto.--E s'incurvò di nuovo, fino a
toccar col naso il fascicolo delle carte che teneva in mano.
--Passiamo a cose più importanti, più solide. E, senza volgersi:--A
voi, maggiordomo.
--Ma... ma... se vossignoria permette, arrischiò il segretario,
coll'abituale suo inchino: vorrei dire che oggi sarebbe... mi pare...
il dì fissato da vossignoria, per il conferimento delle due doti
disponibili da un pezzo, e anche di quel benefizio vacante, del quale
il reverendo subeconomo.... mi pare.... ebbe a farle parola.
--Non rompetemi il capo con affari; c'è forse necessità che voi?....
--Non io... non io.... ma la bontà, il cuore di vossignoria che,
trattandosi di far del bene, non tarda mai un'ora....
--Ma senza bisogno dei vostri consigli; mi capite?
Queste parole e il tuono con che furon dette avrebbero in altro
momento gelata ogni risposta sulle labbra dell'umile segretario; ma
bisogna dire che un gran motivo lo stringesse, se tenne fermo e
facendo un'altra riverenza, aggiunse:--Quando non sia troppo ardire il
mio, vorrei chiedere.... mi pare... che una persona, la quale gode il
favore dell'illustrissima padrona.... il padre Apollinare, mi pare....
dovrebbe aver raccomandato a vossignoria un giovane chierico, di
famiglia onesta, bisognosa.
--Ora capisco, avete anche voi le vostre premure, signor segretario:
ve l'ho pur detto che non vi prendiate di siffatti impegni, se.... se
vi piace l'aria di casa mia.
--Mille perdoni, Illustrissimo, ho fallato!... ma fu perchè....
--Ma, ma, ma.... non voglio nè i vostri _ma_, nè i vostri _perchè_; le
buone ragioni le so io; conosco come siete fatti voi tutti.... o
qualche regalo, o qualc'altro interesse.... carità pelosa!
--Oh! prendo il cielo in testimonio....
--Lasciate in pace il cielo!
--Un'altra volta, Illustrissimo, mille e mille perdoni: volevo dir
soltanto che la povera madre di quel giovine domanda un minuto
d'udienza.... e le sue carte sono qui, in mia mano.
--Eh! che aspetti alla buon'ora! che gente! rubarmi tutto il dì! E
voi, ci voleva tanto a spiegarvi? Via, datemi queste carte, e vediamo
di che si tratta.
Pigliò le carte, ma senza pur gittarvi un'occhiata, senza aprirle, le
mise giù sul tavolino, e voltosi al segretario:--Sapete voi qualche
cosa di questa gente?
--Buona gente, Illustrissimo, buona e povera gente; una madre piena
d'anni....
--E di catarro: non voglio vederla.
--Tre figliuoli; due maschi....
--Son pochi.
--E una fanciulla....
--Bella?
--Oh! oh! Illustrissimo.... io non so niente.
--Via, via, che lo sapete; l'ho ben capita io! bravo, segretario! non
portate gli occhiali per niente. Ora veggo la raccomandazione, eh! eh!
se l'ho detto subito, carità pelosa!
Il povero segretario pativa il martirio. La prima volta forse che
voleva fare un po' di bene al prossimo, si trovava spacciato, come il
topo negli artigli d'un vecchio leone. La famiglia di cui s'era
arrischiato a parlare, era (come ben sa il lettore) quella della
vedova Teresa: ella stessa se ne stava allora aspettando, giù nello
stanzino del portinaio del palazzo, se venisse il buon punto di
presentarsi a quel signore. Il vecchio cugino di lei, il negoziante di
droghe da noi un poco conosciuto, si era indotto, per la gran ragione
che non vedeva di dover metter fuori del suo, a raccomandar l'abatino
al segretario che l'onorava della sua amicizia, essendo egli il
droghiere della casa; ed il segretario aveva promesso, per uno
speciale riguardo al signor Domenico. Se poi, nel promettere, avesse
dato un pensiero a certi anniversarii pacchetti di cioccolatte _tutto
caracca_ che gli accompagnavano l'augurio del buon Natale, non saprei
dire. Ma intanto la Teresa aveva potuto consegnare in proprie mani del
signor segretario le carte del suo Celso; ed ella stessa, come
dicemmo, aspettava col batticuore, aspettava sperando in un
ministeriale _Vedremo_, di quel suo insperato protettore. Così stava
la cosa; ed ecco perchè il poveraccio s'intese dal labbro del padrone
accusar di carità pelosa.
A quelle parole, accompagnate da una risata sonora dell'Illustrissimo,
il segretario indietreggiò; e il giallore del suo viso, dal mento
scorcio fino alla calva nuca, divenne un rosso di fuoco; chinò il capo
per nascondersi, balbettò qualche scusa che finì in un sibilo strano;
ed ecclissandosi dietro al corpulento maggiordomo che in quella
avanzavasi, imboccò la porta e disparve.
Così bisogna dir pur troppo che quasi sempre la fortuna o la disgrazia
di chi ha bisogno d'altrui pende da un filo; è l'effetto del
capriccio, del buono o malumore del momento, d'una parola,
d'un'occhiata, d'uno sbadiglio. La conversazione fra il gran signore e
il segretario, dal bel principio, aveva preso la mala piega; e di tal
maniera, senza colpa di nessuno, il benefizio sospirato dalla povera
donna per il suo figliuolo, era già ito in fumo.