Rintanato in uno studio a terreno, se ne stava il signor Domenico,
antico negoziante di droghe e derrate coloniali, nell'ampio seggiolone
di cuojo, appoggiate le gomita a un enorme registro impalcato sul suo
scrittojo, dietro un baluardo di colli di mercanzie, di casse, di
barili accatastati all'ingiro, e sepolto quasi sotto a' cumuli de'
libri mastri, delle cartelle e vacchette d'ogni maniera che gli
facevan muro da ogni parte.
Uno de' suoi scritturali, la penna appiccata sopra l'orecchio e gli
occhiali rialzati a guisa di visiera sulla fronte, uscì del fondaco e
attraversò il portichetto per annunziare al principale che due donne,
l'una vecchia e l'altra giovine, le quali si dicevano sue parenti,
domandavano il favore di parlargli.
--Chi sono? chiese il negoziante, senza levar gli occhi dal registro.
E quando ne intese il nome:--Non ho parenti di questo nome, brontolò;
non mi seccate.
--Pure.... arrischiò lo scrivano.
--Non mi seccate, ripetè lo stizzoso vecchio.
Ma in quella, venute innanzi le due donne, s'udì la voce della signora
Teresa:--Scusi, signor Domenico, scusi un poco, se mi fo cuore di
venire così; ma spero che tra parenti....
--Chi è?... disse il negoziante; e il capo ricoperto d'uno spelato
berretto di felpa verde sporse fuor dalla trincea de' suoi libri
mastri.
--Sono io, sono la Teresa, moglie del cavalier Vittore.... Non si
ricorda, signor Domenico? siamo cugini: la mia povera mamma era
sorella del suo signor padre.
--Um!... grugnì il vecchio.
La Teresa sentiva stringersi il cuore; e la Stella non aveva quasi
osato levar gli occhi, poichè l'accoglienza di quell'uomo, che
mettevasi, quasi che lei e sua madre non fossero là, a brontolar co'
suoi fattorini, i quali andavano e venivano; e più di tutto una specie
di rantolo continuo con cui ajutava lo stentato e rabbioso suo
respirare, le facevano ribrezzo, anzi paura.
Nondimeno, quand'egli, veggendo che non volevano andarsene così
subito, si volse loro a domandar brusco che cosa avessero a dirgli, le
due donne si fecero più vicine; e un po' l'una, un po' l'altra,
seppero trovar la via di raccontargli la loro disgrazia, e di
ripetergli che avevano pensato di ricorrere a lui, come al solo
parente che avessero. Una volta in cammino, la Teresa non finì di dire
così presto; parlò del suo Vittore, morto da un mese; dell'ultima
penosa malattia di lui, per cui s'eran consunti i loro risparmi; della
necessità in cui si trovavano di cercar lavoro per vivere, e della
risoluzione di lasciar la casa di Quadronno, la cui pigione era
soverchia per loro, e di venirne invece a stare in quella parte della
città, se loro venisse fatto di avere, con una scarsa pigione, nel
contorno, un paio di camere al terzo o al quarto piano. E
conchiuse:--Signor Domenico, siamo figliuoli di fratello e sorella; ci
ajuti lei dove può; o ci dica almeno che cosa dobbiamo fare?
--Eh! eh! eh! rispose con una secca tosserella il negoziante, senza
punto scomporsi: Saremo cugini, come vuol lei, ma posso dire che non
ci siamo mai conosciuti; certo è un vent'anni buoni che non ho avuto
l'onore di vedere il suo signor cavaliere, che.... a quel che m'è
stato detto.... io non so niente.... fu sempre una testa matta e
pericolosa. Dunque, che cosa mai vuole ch'io faccia?...
E seguitando lentamente ad ansare, diceva che la loro parentela era di
quelle che non portano con sè alcun dovere; che moltissimo
gl'incresceva la condizione della famiglia, e che sentiva tutta la
volontà di far qualche cosa per loro, se lo avesse potuto. E qui,
pensato un poco e tentennato il capo, soggiungeva com'egli pure avesse
un figliuolo al quale, volendo dargli un nome e uno stato, doveva
buttar dietro tesori; come si trovasse in un mar d'impicci e dovesse
pensare a' casi suoi; nè lasciava di dir loro che, per altro, avevano
fatto egregiamente a non parlar di lui coi signori del tribunale, come
dell'unico parente che avessero, poichè egli non si sarebbe indotto
mai ad esser nè tutore nè contutore, nè altro, in riguardo a loro. E
quasi ciò non bastasse, continuò che il commercio è un abisso,
sull'orlo del quale non bisogna camminare con gli occhi chiusi; egli
poi, quantunque dicessero le male lingue il contrario, era un pover
uomo; in quel momento più che mai si trovava imbarcato in rischiose
mercantili spedizioni; i fallimenti fioccavano da tutte le parti;
nella mattina appunto eragli venuto avviso di quello d'un suo
corrispondente di Marsiglia; e da tutto ciò conchiudeva di non poter
propriamente fare per loro quello che avrebbe voluto.
Ben si può imaginare come stillassero queste fredde e avare parole del
vecchio nel cuor della Teresa e della Stella. Nondimeno, la vedova,
quando non continuasse un pezzo ancora con quel su e giù di _ma_, di
_che_, di _siccome_, che a lei serravano il cuore, a lui la strozza,
s'affrettò a cucir insieme qualche scusa, e a dire che non bramava
altro se non d'essere indirizzata a qualche onesta persona della
vicinanza, che loro potesse appigionare a buon mercato quelle poche
stanze di cui s'erano già messe alla ricerca. Allora il vecchio
parente, veggendo come gli fosse dato trarsi d'impaccio con poco, fece
un mar di promesse: avrebbe domandato, detto, parlato e che so io. Poi
si pentì, entrandogli il pensiero non avessero con quel pretesto a
tornare; ond'è che di tal modo conchiuse:--Aspettino: ho appunto il
caso loro. Conosco il signor Pietro, subaffittuale di parecchie case
nel contorno; le mando a lui, e son persuaso che si accomoderanno.
Ehi, signor Dazio?...
Lo scritturale che si era lasciato veder poco prima, colla penna
appiccata all'orecchio e gli occhiali sulle gobbe della fronte, tornò
a far capolino dall'uscio dello studio.
--Ehi! conducete questa signora, dissegli il principale, dal signor
Pietro, a nome mio, e ditegli che faccia per lei quello che può. Del
resto, mi dispiace proprio, signora Teresa (e si tolse dal cucuzzolo
pelato il pelato berretto) ma è inutile che si dia l'incomodo di
tornar qui; i miei negozj mi tengono dì e notte occupato, e non ho
tempo nè denari da buttar via, io; sono un pover'uomo io.... Servitore
umilissimo.
La madre e la figliuola se n'andarono senza proferir parola, più
malinconiche assai che non fossero venute. E sendo già in via, non
lasciarono di visitar le povere stanze che il signor Pietro in
persona, quando seppe ch'erano una raccomandazione del ricco
droghiere, volle loro far vedere, magnificandole come una reggia. La
mattina seguente vi tornò la vedova con Damiano; le due camere al
quarto piano eran vuote; e il padrone della casa in via di Quadronno,
benchè fosse di poco passata la Pasqua, lasciava più che volentieri i
suoi affittuali in libertà d'andarsene, comechè il pensiero di perder
la mezza pigione, non ancora pagata, gli facesse gelare il sangue.
Ben presto dunque s'acconciarono col nuovo locatore, il quale, a mero
riguardo del signor Domenico, si tenne contento, per il fitto, di
cencinquanta lire all'anno. Col ricavo della suppellettile di
sopravanzo venduta a un arcigno rigattiere, il quale teneva bottega
sul terraggio di San Celso, pagarono il semestre anticipato, e pochi
dì appresso, la povera e onesta famiglia dell'antico velite s'era così
allocata nella sua novella abitazione. Assai triste, la Teresa e la
figliuola abbandonarono la solitaria casa, dove avevano passato tanti
anni che lor parevano in quel momento anche troppo felici; dove
lasciavano tante piccole memorie, tante speranze ancor vive. Le donne
semplici e casalinghe, come la Teresa, attaccano, direi quasi, una
parte della lor vita alle care pareti, alle note finestre, a quegli
arredi che mai non mutaron luogo, che furono testimonio de' loro
giorni oscuri ed ugnali; altrove, non trovano più l'aria che prima
respiravano, nè quel sole, nè quell'angolo del cielo che conoscevano,
che amavano tanto.
Le due stanze erano al più alto piano d'un lungo casamento che guarda
sulla piazza Fontana, e dove cento famiglie del popolo, le quali
vanno, vengono, e s'alternano di continuo a brevi spazii di tempo,
nascondono la povertà e la fatica, il bisogno e il vizio. Nessuno
aveva posto mente a' nuovi vicini di casa; e intanto le due donne, con
quel naturale senso d'ordine e d'economia, che alle anime contente del
poco tempera il patimento nei giorni stessi dell'avversità e dona non
so quale altezza nella mala fortuna, trovarono il segreto di dare
all'angusto loro quartiere un aspetto di grata mondezza e semplicità.
E l'una e l'altra delle stanze avevano un uscio e una finestrina
inferriata che davan sul lungo ballatojo esterno, dalla parte d'un
cortilaccio; dall'altro lato, in ciascuna stanza, una finestra più
grande, mal difesa da imposte vetriate, s'apriva sulla pubblica via.
Nella prima, più angusta, non si vedevano che due letti, uno a
rincontro dell'altro, ne' due angoli a manca dell'entrata; là stavano
Damiano e suo fratello. La seconda stanza, un poco più capace, aveva
nel fondo un'alcova, e di fronte a questa un cammino sporgente collo
stretto e alto focolare, come tutti i cammini de' poveri. Sotto la
finestra, verso il cortile, era un fornellino; accanto all'altra, che
guardava la via, si vedevano sempre al luogo stesso, un tavolino e il
telajo di Stella, ben forniti di biancherie diverse e di lavori d'ago
o di spola: in quel cantuccio madre e figlia passavano l'intera
giornata. Nell'alcova era collocato il letto della Teresa; quello di
Stella, più piccolo e basso, nell'altro cantuccio, dietro una bianca
tendina di percallo a drappelloni che, durante il giorno, lo copriva
alla vista di chi venisse.
Non era passato che poco più d'un mese; ma in quel breve correr di
giorni, le due donne, senza perder tempo, procacciatasi la clientela
d'una buona mercantessa di mode della vicina piazza del Duomo, e
sperando che questa n'avesse a tirar con sè qualche altra, vedevano di
poter vivere senza stancare la carità altrui. Così, a poco a poco, si
misero animose a quell'assidua e non conosciuta fatica delle povere
madri e figliuole del popolo, la quale sostenta a un tempo e miete le
vite di tante creature, che passano senza domandar ragione del loro
destino.