Il giorno dopo la morte di Vittore, la Teresa e i figliuoli vollero,
senza intender ragione, tornare alla loro casa di Quadronno; chè quasi
tenevano un sacrilegio l'averla in que' momenti abbandonata. Il
vecchio tenente Lorenzo li aveva fatti padroni della sua deserta
stanzaccia; ma ben vedeva che vi stavano a disagio, e ch'era poi
tutt'uno; poichè le due donne altra cosa non facevano che piangere e
pregare; peggio poi, quando non riusciva a persuaderle che gustassero
almeno qualche cucchiajata di minestra.
Quel piangere, quel biasciar rosarii, facevan perder la flemma a
Lorenzo, al quale sempre andarono pel verso più i fatti che le parole:
ma, buono come era, in cuor suo le compativa, e non aveva mai
desiderato, quanto allora, di possedere un po' di ricchezza, per dire
a' figliuoli del suo amico: Prendete, mettete la sia roba vostra. Ma
non potendo far ciò che voleva, lasciò che la madre e la figlia se
n'andassero, anzi le accompagnò egli stesso, alla solitaria via di
Quadronno, intanto che Damiano e Celso s'eran dati attorno per quelle
dolorose brighe che anche la morte del povero impone ai superstiti
della famiglia, subito dopo l'ultima separazione.
La casa dove abitava la famiglia di Vittore non aveva più di cinque
stanze anguste, umide, dalle soffitte basse e tarlate; due a terreno,
la cucina e un camerotto, in che stavano Damiano e Celso, e tre al
pian di sopra; una saletta, se così poteva chiamarsi, poi la camera
dov'era morto l'antico velite, contigua a quella della Teresa, e in
fondo un bugigattolo, con una finestrina quadrata, aperta a mezza via
fra la parete e la tettoja, in forma di abbaìno: era là che fino
allora aveva dormito sonni di pace e d'innocenza la Stella.
Quelle stanze eran povere, nude, ma pur decenti; bianche le pareti,
vecchia e rada la suppellettile. Era povertà, non miseria; ma povertà
non trascurata, non abbietta, anzi nascosta con molta cura da
quell'ordine e da quella simmetria con che vedevansi collocati gli
antichi arredi della famiglia. Il rozzo pavimento, le tavole, i due
armadii, e l'unica modesta specchiera e il quadretto ov'era il
ritratto di Napoleone, ogni cosa appariva linda, assettata come il
primo dì ch'era venuta in casa. Ma nulla di soverchio, nulla che
annunziasse pur l'ombra o la memoria d'una miglior condizione passata.
Chi appena ponesse il piede in quella dimora, doveva dire: Qui stanno
umili e oneste creature, degne d'una sorte migliore; è l'asilo della
povertà che non conosce sè stessa.
Le donne, rientrate appena, si affaccendarono a mettere in ordine
mobili e letti e l'altre cose, come se nulla fosse succeduto. Solo la
stanza del vecchio soldato era vuota; e sullo sporto del camminetto in
quella stanza più non si vedevano due candelieri d'argento, ultimo
resto del lusso della famiglia, i quali avevano servito a pagare la
spesa della modestissima esequia, e l'elemosina d'alcune messe di
suffragio.
Abitavano da vent'anni in quel quartiere, che rassomigliava a tanti
altri, ove dimorano tuttodì le famiglie popolane, quando guadagnansi
da vivere per la via del lavoro non avvilito. Queste buone e
sconosciute famiglie fanno la più gran parte della nostra popolazione;
e in mezzo a loro si nascondono tante umili e vere virtù, tanti
sagrificj, tante prove di coraggio, d'onore, di patimento e di
grandezza! E così crescono di continuo all'industria, alle arti, al
piccolo commercio, a' mestieri i più comuni e i più neccessarii tante
creature che nella loro vita non vedranno forse il sole se non
attraverso le grosse inferriate del fondaco, e dell'officina, o sul
limitare della bottega, o dietro una finestra da' piccoli vetri
verdastri; così nascono e muojono, oppressi dalla moltitudine che loro
si agita d'intorno, dalla crescente tirannia del bisogno, consunti
dall'impeto di tanti cari e nobili affetti soffocati nel cuore, dalla
mancanza di spazio, d'aria, di cielo, mietuti innanzi tempo dalla
ferrea neccessità di soffrire e tacere, uomini che potrebbero pure
sollevarsi coll'anima fino alle più alte verità e spendere il sangue
per il bene di tutti; solitarii, sconosciuti genii che non trovano chi
stenda loro una mano, chi abbia una parola d'amore e di conforto, chi
vegga nell'umiltà loro una ragione di più per venerare l'altezza
dell'intelletto, chi li addirizzi a tempo sulle vie sublimi dell'arti,
di cui sanno pure antiveder da sè stessi il fine unico e civile. E
passano così al pari d'ombre malinconiche e perdute, senza che nessuno
ripeta i loro nomi o cerchi qualche volta le poche orme che lasciarono
sulla terra.
Pure, gli onesti amici del vero, che non vanno tronfii di esser
filosofi e veggenti, ma rintracciano il bene e lo amano per sè stesso
dovunque lo ritrovino, van nutrendo in mezzo a questa ingenua e forte
generazione per tanti secoli dimenticata, il prezioso germe dei
diritti e dei doveri, gli uomini d'un tempo migliore. In mezzo di
loro, il poeta sorge più animoso, inspirandosi all'armonia della virtù
civile e della forza morale; a loro domanda il filosofo fede,
aspettazione di verità e di giustizia; poichè in ciò solo è posta la
ragione di quanto fanno o piuttosto debbono fare gli uomini. Imparate
dal popolo il coraggio di soffrire e di combattere senza stancarsi
mai; e la virtù di risorgere, oppressi, e di non disperare, caduti.
Interrogate le usanze, i costumi, le tradizioni, le credenze, i
pregiudizj stessi del popolo, ed esso vi parrà sempre più grande;
chiedetegli, se bisogna, i più dolorosi sagrificj, secoli interi di
prova e di sciagure, e lo troverete sempre lo stesso; la sua fede nel
bene non verrà meno mai.
La fraternità de' pensieri, l'esempio dell'amore e dell'amicizia, e la
confortatrice parola della virtù non hanno mistero. Convien sedere
presso il focolare della famiglia, entrar nella chiesa e nel cimitero
in compagnia de' poveri; bisogna confondersi nel tumulto delle feste
popolari, mettere i nostri fratelli a parte di quella luce di
conoscenza e d'affetto che sentiamo dentro di noi; bisogna, in una
parola, amare ed operare. Ma l'andar così meditando dietro ad un
pensiero che cento altri ne sveglia, già troppo mi dilunga dall'umile
scena del mio racconto.
La sera medesima di quel dì che la famiglia di Vittore era tornata a
casa, la Teresa e i figliuoli sedevano mestamente nella stanza
paterna, come in luogo sacro. Avevano pregato insieme, e scambiavano
alcune meste parole, ma senza piangere: sentivano, dopo la divota
comune preghiera, una calma rassegnata, una consolazione che altra
cosa al mondo non può dare.
Quelle anime oneste e nuove alle dure lezioni della vita non
guardavano ancora nell'avvenire. Ma Damiano ci pensava.
Damiano, divenuto oramai capo di casa, era seduto da un canto, colla
testa china sulla spalliera della seggiola. Alto e snello della
persona, v'era nella sua postura di quel momento un indizio di
preoccupazione e d'abbandono, che non rispondeva alla vivace
espressione de' suoi occhi e delle sue pallide sì ma tranquille
sembianze. I capegli neri e lisci gli ombreggiavano la fronte, e sulle
sue labbra, sormontate appena dal primo pelo, errava incerto e amaro
quel sorriso che non sai se indichi ironia di dolore, o interna
soddisfazione di poter vincere la guerra dell'animo. Egli andava
vestito di nero; modesti gli abiti assai, ma li portava con non so
qual naturale lindura; e il corto soprabito abbottonato fino al collo,
e il fazzoletto con trascuranza annodato facevano spiccare di più il
pallore dei suoi lineamenti e l'amarezza di quel suo indicibile
sorriso.
Damiano aveva tocchi appena i diecinove anni: poichè era nato
nell'anno della fatale spedizione della Russia, e propriamente un mese
dopo partito per l'esercito il padre suo; il quale, comechè portasse
di già i mustacchi bigi, aveva voluto prender moglie quando tutti i
cannoni del regno, nel marzo del 1811, annunziarono che all'Imperatore
era nato un erede. Ma il buon velite aveva scambiato con le dure
marcie sulle nevi del settentrione la contentezza di prendersi fra le
braccia, appena nato, il suo primogenito. Quel bambino, divenuto poi
un fanciullo ardito, avventato, era stato la consolazione di Vittore
ne' giorni tediosi, quando, mutata la scena, cominciò a rimpiangere il
passato. Ora, il giovinetto non era più quello di prima: ora s'è fatto
un uomo.
Quella sera egli pensava a tante cose, che per la prima volta gli
apparivano chiare alla mente. Vedeva l'avvenire di sua madre, di sua
sorella, del fratello minore, vedeva quelle vite a lui così care,
attaccate a così lontane e dubbiose speranze! E poi, le cure divenute
più che necessarie, per assottigliare di più, s'era possibile, lo
spendio quotidiano della famiglia; la spina d'alcuni debiti vecchi
fatti da suo padre, per provvedere alla prima educazione di lui e di
Celso, ne' momenti di maggior povertà; il sacro obbligo di
risparmiare, per quanto poteva, almeno per allora, la conoscenza delle
angustie ond'erano minacciati d'ogni parte; e la memoria dell'illibato
nome paterno; e le nascenti difficoltà di trovar subito un
sostentamento della vita, senza gittarsi, come pur troppo temeva di
dover fare, al primo mestiere capitato; per giunta a ciò, le ragioni
da rendere alle persone del tribunale, che avevano già fatto i
preliminari comandati dalla legge affine di esporre in faccia al
giudice pupillare la povera condizione della famiglia; e sopra tutto,
il pensiero del domani, inflessibile, oscuro che gli ripeteva: bisogna
guadagnarsi il pane! questi dolori, e ben altri ancora, pesavano
sull'anima di Damiano.
Sua madre, donna semplice e dabbene, che nel marito e ne' figliuoli
ebbe tutto il suo mondo, che aveva amato, sperato e vissuto soltanto
in loro, pareva aspettasse da Damiano quella forza che non sapeva più
trovare in sè medesima. Tenendo stretta colla destra al seno la testa
graziosa della Stella, la quale, seduta accanto a lei sur uno
scannetto, le s'era appoggiata al grembo in atto quasi fanciullesco,
la povera madre interrogava con eloquente sguardo il suo Damiano.
Ma egli, quantunque non avesse perduta neppure un'ora, e già maturasse
nella mente ciò che bisognava fare, non ebbe in quel momento cuor di
parlarne. Disse solamente che colui il qual nacque povero, convien
faccia ogni giorno di necessità virtù: e poco di poi soggiunse, che
quella materia aveva parlato lungamente col signor Lorenzo, l'unico
amico che loro restava, che qualche sacrifizio conveniva pur farlo, e
primo di tutti quello forse d'abbandonar la casa ove avevano vissuti
tanti anni nella loro povertà abbastanza felici.
Celso e la Stella piegarono mestamente il capo; ma la Teresa che aveva
avuto sotto a quel tetto i tre figli, che in quella stanza aveva
veduto morire il suo protettore e amico, e che là sperava poter
chiudere anch'essa gli occhi per sempre, la Teresa sentì una fitta nel
cuore, e proruppe:--Oh no! Damiano, lasciami qui morire, lasciami qui
morire!
Tutta sera non dissero più nulla. Ma quando si separarono per
coricarsi, la madre si tenne vicina la Stella; e Damiano e il fratel
suo vegliarono l'intera notte nella loro camera a terreno, cercando di
dar l'uno all'altro quel coraggio che si può avere a vent'anni e
quando s'è poveri.