Capitolo Terzo

Il giorno dopo la morte di Vittore, la Teresa e i figliuoli vollero,

senza intender ragione, tornare alla loro casa di Quadronno; chè quasi

tenevano un sacrilegio l'averla in que' momenti abbandonata. Il

vecchio tenente Lorenzo li aveva fatti padroni della sua deserta

stanzaccia; ma ben vedeva che vi stavano a disagio, e ch'era poi

tutt'uno; poichè le due donne altra cosa non facevano che piangere e

pregare; peggio poi, quando non riusciva a persuaderle che gustassero

almeno qualche cucchiajata di minestra.

Quel piangere, quel biasciar rosarii, facevan perder la flemma a

Lorenzo, al quale sempre andarono pel verso più i fatti che le parole:

ma, buono come era, in cuor suo le compativa, e non aveva mai

desiderato, quanto allora, di possedere un po' di ricchezza, per dire

a' figliuoli del suo amico: Prendete, mettete la sia roba vostra. Ma

non potendo far ciò che voleva, lasciò che la madre e la figlia se

n'andassero, anzi le accompagnò egli stesso, alla solitaria via di

Quadronno, intanto che Damiano e Celso s'eran dati attorno per quelle

dolorose brighe che anche la morte del povero impone ai superstiti

della famiglia, subito dopo l'ultima separazione.

La casa dove abitava la famiglia di Vittore non aveva più di cinque

stanze anguste, umide, dalle soffitte basse e tarlate; due a terreno,

la cucina e un camerotto, in che stavano Damiano e Celso, e tre al

pian di sopra; una saletta, se così poteva chiamarsi, poi la camera

dov'era morto l'antico velite, contigua a quella della Teresa, e in

fondo un bugigattolo, con una finestrina quadrata, aperta a mezza via

fra la parete e la tettoja, in forma di abbaìno: era là che fino

allora aveva dormito sonni di pace e d'innocenza la Stella.

Quelle stanze eran povere, nude, ma pur decenti; bianche le pareti,

vecchia e rada la suppellettile. Era povertà, non miseria; ma povertà

non trascurata, non abbietta, anzi nascosta con molta cura da

quell'ordine e da quella simmetria con che vedevansi collocati gli

antichi arredi della famiglia. Il rozzo pavimento, le tavole, i due

armadii, e l'unica modesta specchiera e il quadretto ov'era il

ritratto di Napoleone, ogni cosa appariva linda, assettata come il

primo dì ch'era venuta in casa. Ma nulla di soverchio, nulla che

annunziasse pur l'ombra o la memoria d'una miglior condizione passata.

Chi appena ponesse il piede in quella dimora, doveva dire: Qui stanno

umili e oneste creature, degne d'una sorte migliore; è l'asilo della

povertà che non conosce sè stessa.

Le donne, rientrate appena, si affaccendarono a mettere in ordine

mobili e letti e l'altre cose, come se nulla fosse succeduto. Solo la

stanza del vecchio soldato era vuota; e sullo sporto del camminetto in

quella stanza più non si vedevano due candelieri d'argento, ultimo

resto del lusso della famiglia, i quali avevano servito a pagare la

spesa della modestissima esequia, e l'elemosina d'alcune messe di

suffragio.

Abitavano da vent'anni in quel quartiere, che rassomigliava a tanti

altri, ove dimorano tuttodì le famiglie popolane, quando guadagnansi

da vivere per la via del lavoro non avvilito. Queste buone e

sconosciute famiglie fanno la più gran parte della nostra popolazione;

e in mezzo a loro si nascondono tante umili e vere virtù, tanti

sagrificj, tante prove di coraggio, d'onore, di patimento e di

grandezza! E così crescono di continuo all'industria, alle arti, al

piccolo commercio, a' mestieri i più comuni e i più neccessarii tante

creature che nella loro vita non vedranno forse il sole se non

attraverso le grosse inferriate del fondaco, e dell'officina, o sul

limitare della bottega, o dietro una finestra da' piccoli vetri

verdastri; così nascono e muojono, oppressi dalla moltitudine che loro

si agita d'intorno, dalla crescente tirannia del bisogno, consunti

dall'impeto di tanti cari e nobili affetti soffocati nel cuore, dalla

mancanza di spazio, d'aria, di cielo, mietuti innanzi tempo dalla

ferrea neccessità di soffrire e tacere, uomini che potrebbero pure

sollevarsi coll'anima fino alle più alte verità e spendere il sangue

per il bene di tutti; solitarii, sconosciuti genii che non trovano chi

stenda loro una mano, chi abbia una parola d'amore e di conforto, chi

vegga nell'umiltà loro una ragione di più per venerare l'altezza

dell'intelletto, chi li addirizzi a tempo sulle vie sublimi dell'arti,

di cui sanno pure antiveder da sè stessi il fine unico e civile. E

passano così al pari d'ombre malinconiche e perdute, senza che nessuno

ripeta i loro nomi o cerchi qualche volta le poche orme che lasciarono

sulla terra.

Pure, gli onesti amici del vero, che non vanno tronfii di esser

filosofi e veggenti, ma rintracciano il bene e lo amano per sè stesso

dovunque lo ritrovino, van nutrendo in mezzo a questa ingenua e forte

generazione per tanti secoli dimenticata, il prezioso germe dei

diritti e dei doveri, gli uomini d'un tempo migliore. In mezzo di

loro, il poeta sorge più animoso, inspirandosi all'armonia della virtù

civile e della forza morale; a loro domanda il filosofo fede,

aspettazione di verità e di giustizia; poichè in ciò solo è posta la

ragione di quanto fanno o piuttosto debbono fare gli uomini. Imparate

dal popolo il coraggio di soffrire e di combattere senza stancarsi

mai; e la virtù di risorgere, oppressi, e di non disperare, caduti.

Interrogate le usanze, i costumi, le tradizioni, le credenze, i

pregiudizj stessi del popolo, ed esso vi parrà sempre più grande;

chiedetegli, se bisogna, i più dolorosi sagrificj, secoli interi di

prova e di sciagure, e lo troverete sempre lo stesso; la sua fede nel

bene non verrà meno mai.

La fraternità de' pensieri, l'esempio dell'amore e dell'amicizia, e la

confortatrice parola della virtù non hanno mistero. Convien sedere

presso il focolare della famiglia, entrar nella chiesa e nel cimitero

in compagnia de' poveri; bisogna confondersi nel tumulto delle feste

popolari, mettere i nostri fratelli a parte di quella luce di

conoscenza e d'affetto che sentiamo dentro di noi; bisogna, in una

parola, amare ed operare. Ma l'andar così meditando dietro ad un

pensiero che cento altri ne sveglia, già troppo mi dilunga dall'umile

scena del mio racconto.

La sera medesima di quel dì che la famiglia di Vittore era tornata a

casa, la Teresa e i figliuoli sedevano mestamente nella stanza

paterna, come in luogo sacro. Avevano pregato insieme, e scambiavano

alcune meste parole, ma senza piangere: sentivano, dopo la divota

comune preghiera, una calma rassegnata, una consolazione che altra

cosa al mondo non può dare.

Quelle anime oneste e nuove alle dure lezioni della vita non

guardavano ancora nell'avvenire. Ma Damiano ci pensava.

Damiano, divenuto oramai capo di casa, era seduto da un canto, colla

testa china sulla spalliera della seggiola. Alto e snello della

persona, v'era nella sua postura di quel momento un indizio di

preoccupazione e d'abbandono, che non rispondeva alla vivace

espressione de' suoi occhi e delle sue pallide sì ma tranquille

sembianze. I capegli neri e lisci gli ombreggiavano la fronte, e sulle

sue labbra, sormontate appena dal primo pelo, errava incerto e amaro

quel sorriso che non sai se indichi ironia di dolore, o interna

soddisfazione di poter vincere la guerra dell'animo. Egli andava

vestito di nero; modesti gli abiti assai, ma li portava con non so

qual naturale lindura; e il corto soprabito abbottonato fino al collo,

e il fazzoletto con trascuranza annodato facevano spiccare di più il

pallore dei suoi lineamenti e l'amarezza di quel suo indicibile

sorriso.

Damiano aveva tocchi appena i diecinove anni: poichè era nato

nell'anno della fatale spedizione della Russia, e propriamente un mese

dopo partito per l'esercito il padre suo; il quale, comechè portasse

di già i mustacchi bigi, aveva voluto prender moglie quando tutti i

cannoni del regno, nel marzo del 1811, annunziarono che all'Imperatore

era nato un erede. Ma il buon velite aveva scambiato con le dure

marcie sulle nevi del settentrione la contentezza di prendersi fra le

braccia, appena nato, il suo primogenito. Quel bambino, divenuto poi

un fanciullo ardito, avventato, era stato la consolazione di Vittore

ne' giorni tediosi, quando, mutata la scena, cominciò a rimpiangere il

passato. Ora, il giovinetto non era più quello di prima: ora s'è fatto

un uomo.

Quella sera egli pensava a tante cose, che per la prima volta gli

apparivano chiare alla mente. Vedeva l'avvenire di sua madre, di sua

sorella, del fratello minore, vedeva quelle vite a lui così care,

attaccate a così lontane e dubbiose speranze! E poi, le cure divenute

più che necessarie, per assottigliare di più, s'era possibile, lo

spendio quotidiano della famiglia; la spina d'alcuni debiti vecchi

fatti da suo padre, per provvedere alla prima educazione di lui e di

Celso, ne' momenti di maggior povertà; il sacro obbligo di

risparmiare, per quanto poteva, almeno per allora, la conoscenza delle

angustie ond'erano minacciati d'ogni parte; e la memoria dell'illibato

nome paterno; e le nascenti difficoltà di trovar subito un

sostentamento della vita, senza gittarsi, come pur troppo temeva di

dover fare, al primo mestiere capitato; per giunta a ciò, le ragioni

da rendere alle persone del tribunale, che avevano già fatto i

preliminari comandati dalla legge affine di esporre in faccia al

giudice pupillare la povera condizione della famiglia; e sopra tutto,

il pensiero del domani, inflessibile, oscuro che gli ripeteva: bisogna

guadagnarsi il pane! questi dolori, e ben altri ancora, pesavano

sull'anima di Damiano.

Sua madre, donna semplice e dabbene, che nel marito e ne' figliuoli

ebbe tutto il suo mondo, che aveva amato, sperato e vissuto soltanto

in loro, pareva aspettasse da Damiano quella forza che non sapeva più

trovare in sè medesima. Tenendo stretta colla destra al seno la testa

graziosa della Stella, la quale, seduta accanto a lei sur uno

scannetto, le s'era appoggiata al grembo in atto quasi fanciullesco,

la povera madre interrogava con eloquente sguardo il suo Damiano.

Ma egli, quantunque non avesse perduta neppure un'ora, e già maturasse

nella mente ciò che bisognava fare, non ebbe in quel momento cuor di

parlarne. Disse solamente che colui il qual nacque povero, convien

faccia ogni giorno di necessità virtù: e poco di poi soggiunse, che

quella materia aveva parlato lungamente col signor Lorenzo, l'unico

amico che loro restava, che qualche sacrifizio conveniva pur farlo, e

primo di tutti quello forse d'abbandonar la casa ove avevano vissuti

tanti anni nella loro povertà abbastanza felici.

Celso e la Stella piegarono mestamente il capo; ma la Teresa che aveva

avuto sotto a quel tetto i tre figli, che in quella stanza aveva

veduto morire il suo protettore e amico, e che là sperava poter

chiudere anch'essa gli occhi per sempre, la Teresa sentì una fitta nel

cuore, e proruppe:--Oh no! Damiano, lasciami qui morire, lasciami qui

morire!

Tutta sera non dissero più nulla. Ma quando si separarono per

coricarsi, la madre si tenne vicina la Stella; e Damiano e il fratel

suo vegliarono l'intera notte nella loro camera a terreno, cercando di

dar l'uno all'altro quel coraggio che si può avere a vent'anni e

quando s'è poveri.

Damiano: Storia di una povera famiglia · 第 11 / 64 题