Un'ora di poi, tutto era silenzio nella casa. Le donne con Celso,
s'erano per un poco discostate nell'attigua camera, più squallida e
nuda dell'altra, ove non si vedevano che due letti, chi sa da quanto
tempo non tocchi, e alcune seggiole scompagnate. Sedettero,
riguardandosi senza parlare, teso l'orecchio al più lieve movimento
che si facesse nell'altra stanza; finchè, a poco a poco, la stanchezza
del dolore e un sonnecchiar breve, interrotto, li apparecchiavano a
sostenere il colpo pur troppo aspettato. Damiano volle rimanersi al
suo posto, a veglia del padre.
Il lume della candela benedetta mandava un tremolo raggio sulla fronte
del vecchio addormentato. E Damiano solo, immobile, pensava al padre,
al domani, alla dolorosa battaglia della vita, alla tremenda verità
della morte.--Gran Dio! diceva nel cuore, quanto è grande il carico
che mi volete dare! L'anima mia si perde; ma Voi, Voi solo potete
inspirarmi l'amore e la fede!
In quel momento, un colpo battuto con cautela all'uscio della casa,
destò l'attenzione del giovine. Corse a veder chi fosse; e di subito
rientrò pian piano nella stanza, accompagnato da un uomo, che ne
veniva appoggiato a una grossa canna d'India, ed era molto innanzi
nell'età. Costui, togliendosi il cappello bianco a larga tesa,
s'avanzò guardingo fino al letto di Vittore; e fattosi puntello del
bastone su cui intrecciò le mani rugose, stette a contemplarlo
fisamente. Quel vecchio mostrava più anni che non l'uomo ch'egli
vedeva morire; in altro tempo, in mezzo alle battaglie e alle
vittorie, era stato il fratello d'armi di Vittore. Tanto tempo era
passato; morti l'un dopo l'altro quasi tutti i loro antichi compagni,
quei figliuoli delle guerre di Napoleone, i quali avevano diviso con
lui la grandezza del pericolo e la grandezza del trionfo; i pochi
avanzi della Russia sparsi qua e là, nelle città, nelle borgate,
poveri, oscuri; languenti d'inedia o di cruccio nelle anticamere,
nelle officine, nelle capanne, in mezzo ai solchi; ultimi testimonii,
anzi ombre viventi di una gloria che i figli de' nostri figli forse
non crederanno vera; tutto era passato per questi uomini di un'altra
età. Quanti diversi pensieri, in quell'ora, vicino a quel letto di
morte, agitavano l'anima di Lorenzo, l'antico granatiere della guardia
reale, ch'era venuto a salutare, per l'ultima volta, il velite amico
suo!
Vittore, alcun tempo di poi, riscosso dal lungo sopore, metteva un
sospiro penoso; e volgendo intorno gli occhi vitrei, infossati, li
fissava nel volto di quel nuovo venuto che immoto lo contemplava. E
con mesto sorriso, come seguisse il filo delle memorie che avevano
tessuto il suo sogno di quell'ora:--O Lorenzo, disse, che begli anni
furono quelli! Ti ricordi d'Imola, delle sponde del Cenio?
--Se me ne ricordo? mi pare jeri. Fu la prima nostra campagna, da che
n'andammo semplici volontarii all'armata d'Italia: disse con fuoco
l'antico granatiere.
--Era nel marzo del 97. Io avevo trentacinque anni, e il mondo mi
pareva tutto mio!.... lo interruppe malinconicamente l'infermo.
--Io toccava i quaranta; ma il mio cuore era giovine: riprese l'altro.
Non t'è presente ancora il dì della prima battaglia, e quell'orrendo
temporale che ci venne addosso la notte innanzi, là sulle rive del
fiume, in faccia al nemico che ci contrastava il passo? La nostra
legione vedeva il fuoco per la prima volta.... Ma non abbiam dato
addietro un passo, noi.... te ne ricordi?...
--Oh sì, lo vedo ancora quel giorno; e parmi d'essere là....
--La nostra legione, in colonna serrata, ebbe ordine da quel dannato
di Lahoz d'attaccare alla bajonetta le batterie papaline.... Io non so
quello che fossi diventato quel giorno; ma il fuoco, il fumo, i morti
non mi spaventavano più; noi corremmo addosso, come leoni, a quelle
bocche d'artiglieria.... Di', non le hai ancora negli orecchi le
parole scritte nell'ordine del giorno dal Grand'Uomo, quelle parole
che la storia non cancellerà più?....
--Sì, sì! disse il malato: »_Questa legione_, e parlava di noi, _che
vede il fuoco per la prima volta, si è coperta di gloria_....
--_Essa_, seguì l'amico, _s'impadronì di quattordici pezzi di cannone,
sotto il fuoco scagliato da tre o quattromila uomini trincierati_.
Il vecchio granatiere piangeva, parlando dell'antico fatto; e il
velite infermo, tornando indietro di trent'anni e più nella vita,
dimenticava i suoi mali, dimenticava quell'ora che già stava sopra di
lui. Allungò la destra fuor delle coltri, e con moto convulsivo
sollevando la spada che posava tuttora sul letto:--Da quel giorno,
disse, i nostri cuori, o Lorenzo, furono uniti, come la mia mano a
questa spada. E quando dalla Romagna, la nostra legione andò a
rinforzare il corpo di Guyeux, sul Tagliamento? Fu allora che noi
vedemmo la prima volta Bonaparte.... Passò a cavallo, vicino alle
nostre file, in mezzo a una nube nera, la spada in alto, calcato sugli
occhi il cappello e i lunghi capegli sbattuti indietro dal vento....
Gridò: Avanti, e passò. Noi gli teniam dietro: una bomba scoppia a due
passi da me; colto qui nel braccio da una scheggia infocata, cado per
terra; e tu mi raccogli, Lorenzo; e sollevandomi di peso, vuoi ch'io
non resti indietro nella vittoria. Ah! l'ho veduto anch'io quel
giorno! l'ho veduta quella bandiera piantata di là dall'Isonzo!....
Posso ancora morir contento.
--E Gorizia?... ripigliò Lorenzo, animato dalle parole del vecchio
commilitone, dimenticando che quella era l'ultima notte dell'amico
suo. Che bujo d'inferno, quando ci mettemmo dentro al paese, al
lampeggio delle archibugiate, snidando colle bajonette que' che non
erano fuggiti!... E quella povera madre, con due bambini in collo, me
la vedo ancora dinanzi, abbracciarmi piangendo le ginocchia, là sui
barcollanti scaglioni della sua cadente catapecchia! E San
Daniello?... e Osopo?... e Gemona?
--Io era alla vanguardia, seguì l'infermo, quando c'inviammo per le
orride gole dell'Alpi tirolesi. Non passava quarto d'ora, che non mi
trovassi la morte di faccia, ai fianchi, da ogni parte; e parecchi li
ho veduti io, colti dalla palla d'un invisibile moschetto, piombar giù
rotoloni ne' precipizj; e al loro grido disperato rispondere l'urlo di
gioja del montanaro. Oh! lo sento ancora, quel povero Antonio, il mio
fratello di latte, chiamarmi per nome nell'andar giù.... Allora, lo
confesso, non potei a meno di guardarmi indietro, e rasciugarmi col
rovescio della mostra una lagrima. Fu un vezzo che passò presto; e
dopo una settimana, vi era usato come a un buffo di vento....
--Era proprio così. Avevamo il cuor forte, ma non cattivo; e ci
credevano demonj incarnati. E la gioja di poterne risparmiar qualcuno?
più di cento volte lo feci, e fui benedetto. Anche tu, mio Vittore,
anche tu avesti il cuor buono e forte.
--E quel giorno che credemmo di aver tutto perduto per sempre? Lui era
tornato in Francia, poi abbandonava noi Italiani, e andava a cercar
fortuna in Egitto.... E noi? tornammo poveri e oscuri cittadini,
peggio di prima. Ma la mala stagione durò poco....
--E venne giù dall'Alpi, come una valanga, e il 2 di giugno del nuovo
secolo entrava in Milano. O campi di Montebello e di Marengo! o giorni
di gloria troppo presto passati per noi!...
Così i due veterani di Napoleone, soli, in una povera stanzetta, in
faccia d'un piccolo ritratto dell'Imperatore che pendeva sull'opposta
parete, ritessevano in quella notte la storia famosa del guerriero, il
cui nome corse, più grande di quanti furono, per tutto il mondo. E
parlarono ancora d'Eylau e di Friedland, anniversario della vittoria
di Marengo, di Friedland, ove sessantamila Russi furono schiacciati: e
d'Ulma, e di Vagram, e d'Austerlitz, di Burgos, di Saragozza, di
Tarragona, ove fu speso, ma invano per noi, tanto sangue italiano;
rammentarono le nevi della Russia, e le rive della Moskowa e la
terribile giornata di Malo-Jaroslawetz, poichè là era stato che que'
due vecchi soldati ricevettero sul campo di battaglia la croce d'onore
e il grado d'uffiziale.... Poi l'incendio del Kremlin, poi la funesta
ritirata; numerarono sulle dita, l'un dopo l'altro, quegli anni
dileguati come nebbia; ripeterono tanti nomi di sconosciuti eroi; ma
quando menzionarono gli ultimi casi, e il Beauharnais e la resa di
Mantova, e quell'ultima volta che videro il grand'uomo a Saint-Denis,
allora non trovarono più parola.
E guardavansi in faccia l'un l'altro con dolore ineffabile, vivo
ancora dopo tant'anni, come parlassero d'una recente sciagura. Ed
essi, che forse non avevano mai pianto in vita, cominciarono a versar
qualche lagrima in silenzio.
Ma il volto dell'infermo, prima coperto d'un terreo pallore, appariva
acceso di una vampa febbrile; e al sollevarsi continuo delle lenzuola
si vedeva quasi il violento pulsar del suo cuore. In un corpo men
logoro dall'età e dai duri e lunghi travagli della povertà, quella
subitana revulsione avrebbe forse potuto prolungare al buon Vittore le
ore contate. Ma egli moriva di quella malattia che miete tanta gente
del povero popolo, moriva di una lenta tabe, cagionata dallo stento e
dalla dura lotta col bisogno quotidiano: così che le poche forze
vitali che gli rimanevano, le aveva spese tutte in quell'ultimo
colloquio coll'antico suo compagno d'armi.
Era già molto innanzi la notte, e Damiano, fin allora muto testimonio
di quella scena, avea fatto prova più di una volta, ma invano
d'interrompere le calde e commoventi parole de' due vecchi. Di nuovo
s'accostò al letto paterno; e se prima, veggendo destarsi lucida e
viva più che mai la memoria di suo padre, non gli era bastato l'animo
di troncare il corso alla foga delle sue fantasie, ora al lampo di
gioja che vide balenar nel suo volto, tornò a sperare, e con un
sospiro a ringraziarne il cielo.
Ma il vecchio invece sentiva a gran passi avvicinarsi la sua fine.
Attaccandosi all'amico e al figliuolo, riuscì a sollevarsi di nuovo
dai guanciali; e le parole formando a fatica:--Ora, disse, posso
andarmene; ho salutato l'amico, ed ho avuta una delle mie ore
antiche.... Ricordati, Damiano, di tuo padre!--E altre voci rotte, che
molto volevan dire, gli uscivan di bocca:--Il mio nome.... la mia
spada... sangue italiano... giura, o mio figlio!
--Povero padre! Esclamò con ferma voce il giovine; so che cosa volete
dire e vi giuro....
--Basta, disse Vittore. E vagando in altri pensieri:--Chi m'avesse
detto, a me giacobino del novantasei, che avrei finito così!... Meglio
se, vent'anni fa, m'avesse portato via una palla di cannone!... Ma
vedermi il prete a fianco, i figliuoli a' piè del letto.... oh! morire
così è troppo seria cosa....
--Fatti animo, Vittore, l'interruppe con una cotale bruschezza
guerresca il vecchio amico; chè in letto non si muore sì presto come
nella prima fila d'un battaglione. Tu sei più giovine di me, e vogliam
berne insieme qualche mezzina ancora alla memoria di quel tale....
--Zitto!... riprese a stento il malato. Vieni qui, tu, Lorenzo; più
vicino.... ho una preghiera a farti.--E aprendosi lo sparato della
camicia, tolse fuori un sacchetto di pelle che gli pendeva sul
cuore.--Tu lo conosci, Lorenzo! E devi averne al collo il compagno....
--Se lo conosco! è l'ultimo nostro tesoro; è un pugno della cenere di
quella nostra vecchia bandiera della Guardia, che bruciammo a
Vimercate nel 14, quando ci fu dato l'annunzio che tutto era
finito.... Oh! me lo ricordo! tu fosti il primo a portare in piazza
una bracciata di rami secchi e a darvi il fuoco, gridando che non
avremmo restituite le nostre bandiere!...
--Sì, sì! la lascio dunque a te quest'unica memoria, che avevo pensato
di portar con me; sei stato mio fratello, nè voglio andarmene senza
lasciarti nulla.... oh sì! l'ultimo che sopraviva di noi dev'essere il
custode di questa reliquia.--E levatosi il piccolo involto di ceneri
che da diecisette anni sentiva il battito del suo cuore, lo pose nelle
mani dell'amico. Poi, con voce che diventava sempre più rotta:--Bada,
Damiano, che questa corona d'onore la voglio sul mio petto, anche
quando sarò sotterra. Bada che non mi sia tolta quando mi metteranno
via; e anche la mia spada, se lo puoi, la poni a canto a me.... son
trentacinque anni che mi fa compagnia; e per voi altri, adesso, è un
arnese inutile.... Zitto, zitto! non risvegliare nè la Teresa nè
Celso, nè la povera Stella... è la Provvidenza che ha mandato loro un
po' di sonno.... Addio Lorenzo, addio Damiano....
--Ah! no, non mi abbandonate! Il Signore abbia compassione di noi,
proruppe con soffocata angoscia il giovine.
--Che ora è?... disse il vecchio, levandosi ritto a sedere per
l'ultima volta.
--È passata la mezzanotte.
--Va bene, Damiano. Siamo al cinque di maggio: son dieci anni che
dicono ch'egli è morto.... sono contento di far l'ultimo passo anch'io
nello stesso dì! Chi sa che non lo ritrovi lassù, dov'è la giustizia,
dov'è il ben di tutti!...
E ricadde, per non rialzarsi più. Cominciò a crescere l'oppressura del
respiro; di lì a poco, il singhiozzo dell'agonia, l'immobilità dello
sguardo, la persona agitata da tremiti violenti e continui, il gelo
delle membra, il sudor della morte, annunciavano a Damiano che tutto
stava per finire, che da un momento all'altro non avrebbe avuto più
padre. Lorenzo, il soldato che vide le migliaja de' morti, tremava
come una foglia a quell'aspetto; ma non seppe staccarsi dal fianco
dell'amico; e pensò che il suo dovere gli comandava d'ajutare, di far
quel poco che poteva per la superstite famiglia del suo Vittore. E
vedendolo morire, giurò a sè medesimo d'adempiere quel compito sacro.
Appunto in quella, la Teresa e i figli, riscossi da un breve sopore,
ricomparvero sbigottiti nella stanza del moribondo. E a lui corsero
vicino, lo chiamarono a nome singhiozzando: non li udì, non li vide,
non rispose più.
Ma la Teresa, in mezzo alla sua disperazione, non perdè l'animo;
stringendo la mano a Celso, gli volse un'occhiata dolorosa e
significante: egli ben la comprese; e staccandosi dal suo fianco, uscì
di corsa a chiamare il prete.
Nell'ora che dal letto impadiglionato del ricco vicino a morte, il
freddo zelo degli amici di casa rimove i più stretti congiunti, nè più
vi rimane che uno sciame d'avidi servi, ad almanaccar di quanto il
padrone avrà lasciato a ciascuno, agognando il momento di vederlo
serrar gli occhi, per fare spazzo del poco che la previdenza degli
eredi presunti dimenticò ne' cassettoni e negli armadii; nell'ora che
l'uomo adulato, imbalsamato in vita dalla turba degli accorti, degli
impostori e de' parassiti, vede allontanarsi dal suo letto l'un dietro
all'altro, il parente ossequioso, il sollecito procuratore,
l'inesorabile avvocato, il notajo inquisitore coll'estremo codicillo,
le strane figure de' testimonj, e tutti, tranne l'ultimo prete a cui
tocca la vece di raccomandargli l'anima a Dio; non t'incresca di
fermarti ancora per poco nella stanza del povero padre di famiglia, il
quale visse amato da' suoi figliuoli, e muore circondato da loro.
Nessuno viene a turbarli nel compimento di quel dovere, nessuno li
strappa da quella camera nuda e fredda già come un sepolcro: il pianto
non è che per loro, e sarà l'unica eredità. E piangono da vero, perchè
domani non avranno più chi se li tenne intorno per tanto tempo, chi
spartì con loro casa, mensa e letto, chi contò per essi soltanto tutti
i giorni della fortuna e della disgrazia; e dovranno andarne di qua,
di là, senza fiducia di bene, senza certezza di riuscita, a
guadagnarsi il pane d'ogni dì, nella bottega, nella soffitta, nel
campo, o sulla via: poi, forse si troveranno ben presto un'altra
famiglia d'intorno, il sangue del sangue loro; e dovran faticare,
morire anch'essi, non lasciando dopo di sè altra cosa che figliuoli e
povertà. Ma il Signore che disse: _Beati quelli che piangono_, tiene
conto d'ogni sacrifizio e d'ogni patimento: nella morte almeno siam
tutti fratelli; e nude l'anime, quali uscirono dalle mani del
Creatore, ritorneranno a Lui.
Lo stesso prete, che al cader del giorno aveva recato alla casa di
Vittore il viatico santo, ritornava nel mezzo della notte, seguito
soltanto dal vecchio sagrestano e da Celso: egli portava con sè il
vasetto dell'olio consacrato, per compiere su quell'uomo venuto al
gran punto la mistica estrema unzione. Chi fu testimonio una volta
sola di così solenne e pietoso sacramento di perdono e di
riconciliazione, e non adorò il mistero che congiunge il corpo allo
spirito e la vita all'immortalità?
Benedisse coll'aspersorio dell'acqua santa il letto e gli astanti
all'intorno inginocchiati; poi allungando la destra sopra il morente
vecchio, il prete proferiva le parole del rito:--«O Dio, Padre
onnipotente! Dio d'Abramo, Dio d'Isacco, Dio di Giacobbe, che abiti
nell'alto e riguardi gli umili, riguarda a codesta imposizione delle
mani che facciamo sul tuo servo; e codeste mani abbiano virtù sullo
spirito suo.»
E dopo ch'ebbe pregato, intinto il pollice nell'olio santo, unse in
forma di croce gli occhi, gli orecchi, la bocca, le mani, e i piedi
del vecchio, invocando, ad ogni volta, che la misericordia del Signore
vi cancellasse la traccia del peccato, e facesse degna quell'anima
cristiana dell'eterna sua destinazione.
Poi seguiva dicendo: «Riguarda, o Signore! Tu che hai pietoso affetto
per la tua creatura, inchina l'orecchio alle nostre orazioni; mira
placato il tuo servo che giace affaticato dalla malattia; tu lo visita
nella tua salute! Non ricordarti, o Signore, dei delitti del tuo
servo, e non voler fare vendetta dei peccati suoi! Salva il tuo servo,
o Signore, mio Dio, il tuo servo che spera in te!»
Trascorse un'altra ora; e il sacerdote non si staccò dal letto, ma
cominciò a leggere sul rituale sommessamente i salmi della penitenza e
le litanie de' Santi; nel mentre che la famiglia prostrata non ardiva
quasi respirare, per non turbar col pianto o col singhiozzo la
presenza del ministro di Dio, in quel gran momento.
Ma ormai, veggendo che l'ultimo spazio di vita era consumato, il
prete, inchinatosi sul moribondo Vittore, con voce lenta e mite
continuò: «Vale in Cristo, la pace sia con te! Parti, o anima, da
questo mondo, nel nome di Dio Padre onnipotente che ti ha creato, nel
nome del Figlio che ha patito per te, nel nome dello Spirito Santo che
in te discese; nel nome degli angioli e di tutte le anime sante care a
Dio. Oggi sia nella pace il tuo luogo, e la tua casa nella celeste
Gerusalemme.»
L'agonia del vecchio si faceva sempre più dolorosa; e pareva che la
morte non potesse vincere un uomo indurato a tante prove. Immobile,
colle braccia in croce sul petto, la fronte trasudata e grondante, le
pupille sbarrate e mute nel nero cerchio delle occhiaje, contratte le
labbra, le mani istecchite, livide l'unghie, e tutto della persona
sfinito e perduto, quell'uomo sosteneva ancora la lotta dello spirito
colla carne. Ma i momenti precipitarono: egli ebbe un altro pensiero
per la terra, il supremo pensiero: girò le pupille all'angolo ove
sapeva ch'erano la sua donna e la figlia sua; e in quell'ultima
occhiata disse loro l'addio.
Teresa cadde svenuta, e la Stella diede un grido.
--«Accogli, o Signore, proseguiva il prete imponendo le mani
sull'agonizzante, l'anima del servo tuo che dal pellegrinaggio sen
viene a te; manda i tuoi angioli santi ad incontrarla, che le
insegnino la via e le aprano le porte della giustizia....»
L'anima di Vittore era partita. Il ministro di Dio salmeggiò ancora
per qualche tempo, e poi benedisse il cadavere. E Lorenzo, il quale,
col cappello fra le mani, appoggiato alla sua canna, s'era tenuto
nascosto dietro quelli della famiglia, immemore quasi del dove si
fosse, si risovvenne allora che a lui toccava di far qualche cosa.
Sollevò dal suolo l'una dopo l'altra, le due povere donne e
sostenendole con quel poco di forza a lui rimasta, le condusse via,
dicendo che la sua unica stanza era aperta per esse.
Uscirono; ma Damiano e Celso vollero rimanere in compagnia del
sagrestano presso al padre loro.
La candela benedetta ardeva ancora. E ben presto, i primi albori d'una
bella e serena mattina di primavera, cominciavano a rischiarare di
luce rosata le finestre della casa; e il primo raggio del sole che
penetrò in quella stanza di morte, venne a cadere sul letto
dell'estinto soldato di Napoleone.
Era l'alba del cinque maggio.