La notte era chiara, che ci si vedeva come di pieno giorno; le alte

scogliere che stavano ai lati della casetta, fantastiche nel bagliore, si

sarebbero dette immani mostri accucciati nell'onda. Il mare appena agitato

dalle onde morte, pareva dormisse sotto le stelle. Nell'aria della notte

limpida, si spandevano acutamente gli odori forti delle alghe, i soavi

profumi delle gaggie, dei gelsomini, e magnolie e reseda.

Lucia si abbandonò al piacere di respirare liberamente l'aria profumata. Il

riposo dello spettacolo che le si spiegava dinanzi, la calmò come un bagno

fresco. L'agitazione silenziosa delle bestie che si svegliano durante la

notte nascondendo al sole la loro oscura esistenza, le accarezzava

l'orecchio di rumori indistinti.

Nel molle bagliore della notte, Lucia sentì corrersi nel sangue fremiti di

speranza e di fiducia come se una affinità misteriosa l'unisse a quella

poesia vivente.

Rimase a fantasticare senza saperlo, finchè l'aria si fece frizzante e fu

costretta a chiudere i vetri ed a cacciarsi sotto le coltri.

Dormì poco. Verso oriente, l'orizzonte impallidiva nella luce smorta del

mattino, quando ella si svegliò.

Un gallo buttò il suo canto nell'aria; un altro gli rispose a distanza; fu

in breve un concerto di voci rauche e acute e nell'immensa vôlta del cielo,

che andava insensibilmente biancheggiando, le stelle illanguidivano e

sparivano.

Gli uccelli cominciarono a pipillare, poi a chiamarsi con pigolii, in fine

a volare fra le piante e gli scogli con garriti e trilli e gorgheggi.

Dalla finestra di fianco al suo letto, Lucia stette a vedere le nuvole

rosee che gettavano su 'l mare una luce fantastica, finchè, lentamente, il

sole, sfolgorante, grandioso, illuminò maestosamente il mare, i monti, in

distanza; ogni cosa.

Lucia si alzò; si vestì e pensò che l'Autore di tanto cose sublimi, non

avrebbe potuto permettere che nel suo cuore fosse spenta ogni luce di

speranza.

*

* *

Zia Marta, nelle sue lettere piagnucolava. Aveva dovuto abbandonare il

villino; s'era ridotta a vivere in tre stanzucce fuori porta; la pensione

le bastava a pena per non morire di fame; era una vita misera.

Invidiava la nipote. Ella poteva vivere tranquilla o in qualche agiatezza.

Peccato che la sua casa fosse perduta in quel villaggio ove durante

l'inverno non si vedeva anima viva; se fosse stata in città l'avrebbe

pregata di ospitarla; avrebbero fatto vita insieme. Di lasciare Milano, le

sue abitudini cittadine, le sue amiche, ella non si sentiva il coraggio. E

stava lì sola soletta, stancando il cervello per studiare il modo di fare

economia, imponendosi privazioni, sacrifici d'ogni maniera.

Erano lettere gemebonde che infastidivano perchè inspirate dall'egoismo.

Lucia si proponeva di soccorrere la zia; si sarebbe ristretta. Per lei e

Bortolo ci voleva così poco!

Pippo Ferretti, impiegato in una casa commerciale di Londra, scrisse una

sola lettera a la figliuola, dopo il fallimento. Poche parole senza

un'allusione a la disgrazia; si felicitava con la figlia, che, se non

altro, non aveva bisogno di nessuno. La felicitazione mal celava una punta

d'invidia, quasi un rimprovero.

«Se io morissi--pensava qualche volta la fanciulla--il poco che possiedo

passerebbe a papà, e verrebbe, forse a stabilirsi qui con la moglie.

Si figurò la signora Rabbi nella modesta casetta e un senso amaro le

sconvolse il cuore,

«Sarebbe spostata come una regina in un capanno!--disse:--Lo spirito della

povera mamma, ne soffrirebbe. Se quella donna entrasse qui, i ricordi ne

sarebbero offesi e si involerebbero. Ma... papà non avrebbe forse bisogno

di lavorare a la dipendenza degli altri!

Poco a poco, il pensiero della sua agiatezza, per quanto modestissima, la

turbò come una colpa, le riuscì incresciosa come un rimorso.

Si esagerò la condizione del padre, il suo avvilimento da persona usa a

comandare, ora dipendente; misurò con il proprio sentimento il suo dolore

d'uomo ruinato; ne rimase accasciata. «Se morissi--si trovò ancora a

pensare--quel poco che possiedo passerebbe a lui e potrebbe vivere, se non

altro, indipendente!

«Si duole di morire chi è circondato da affezioni!--continuò fra di

sè.--Quando si è soli e non si è amati, a che cosa serve vivere?.. A che

cosa serve?

La giornata ora smagliante di sereno; non una nuvola in cielo; il mare a

pena increspato, l'aria biancastra, troppo piena di luce.

Nel suo costume di bagno, Lucia, seduta fra gli scogli, in una insenatura,

a l'ombra, con i piedi nell'acqua, pensava.

«Papà non mi vuol più bene!.. Se, morissi non gli importerebbe nulla!

Le si gonfiò il cuore ricordando il tempo in cui suo padre l'adorava, non

aveva occhi e cure che per lei, la sua unica figliuola; il tempo in cui la

gente diceva che egli la viziava!

Come era felice allora!.... per certo avrebbe riso su la faccia a chi le

avesse predetto che quella tenerezza esclusiva dovesse un giorno mutarsi in

indifferenza.

«Quella donna gli ha cambiato il cuore!--mormorò--lo ha affascinato!

C'era dunque il fascino?... una potenza individuale, che attrae e incatena

spogliando d'ogni volontà!... C'era dunque davvero il fascino?

Rivide con la fantasia, gli occhi chiari dell'ingegnere Del Pozzo; occhi

che frugavano nell'anima commuovendo, destando sensazioni non mai provate.

Come erano dolci, affettuosi quegli occhi, là, a Milano, la sera prima

della sua partenza per la spiaggia!

Come erano torbidi e severi il dì ch'egli era venuto a darle la notizia del

fallimento!

E quella sera, al letto del povero Cecchino morente?

Nel cuore le si agitò la smania di rivederli quegli occhi chiari e

luminosi; di sentirsene guardata, fosse anche torbidamente,

severamente come l'ultima volta. Ed era una smania che le faceva

martellare il cuore in petto, premendole le lagrime.

Su 'l mare in calma, nelle barchette, che si staccavano dalla riva dello

stabilimento, spiccavano nella luce dorata, signore e signorine nei loro

capricciosi costumi, con in testa gli ampi cappelloni bianchi, e i

giovinetti, che lo accompagnavano, quale a cavalcione della prua, quale

ritto in poppa, altri con il remo vogando.

Ed era un vociare festoso, uno scoppiettio di risatine squillanti, ogni

tanto uno strillo di affettata paura.

Lucia ritirò i piedi dall'acqua; si rizzò. L'aveva scossa il timore di

essere sorpresa dalle sorelle Marri e da esse obbligata a passare la

scogliera, a recarsi allo stabilimento.

Al pensiero di ritrovarsi con la gente, specialmente con lo Svarzi, le

saliva la nausea a la gola. Voleva essere sola; perchè non la lasciavano

sola?....

Quel giorno poi non si sentiva punto bene. Aveva la testa greve; le

correvano i gricciori per la vita, e nello stesso tempo, le scottavano le

mani, il capo, tutto il resto del corpo. Era da un pezzo che provava un

malessere strano; una debolezza a le gambe che le si piegavano sotto,

frequenti capogiri, ripugnanza al cibo e un gran bisogno di starsene

sdraiata o seduta senza far nulla.

Ora sentiva il desiderio di tuffarsi in acqua; un bagno l'avrebbe

rinfrescata, le avrebbe ridata un po' d'energia.

Si arrampicò su lo scoglio estremo, che sporgeva innanzi e dal quale si

poteva saltare con sicurezza come da un trampolino.

Con i capelli raccolti in grosso nodo su la nuca, la testa scoperta, bella

nel costume che ne delineava la persona snella e elegante, le braccia stese

e le mani serrate palma a palma, stava per spiccare il salto, quando si

sentì afferrata a la vita e si trovò fra le braccia dello Svarzi.

Un urlo di terrore e di ribrezzo insieme le sfuggì dal petto. Si divincolò

con una stratta violenta e nel parossismo si lasciò andare nel vuoto.

All'urlo era accorso Bortolo; erano venuti nuotando vari bagnanti.

Dopo un istante la fanciulla precipitata in mare, riapparve, agitò una

mano; sarebbe ripiombata a fondo se un nuotatore non l'avesse prontamente

sostenuta e tratta a riva.

Bortolo e Adele se la presero fra le braccia, la portarono in casa di peso,

come morta.

Lo Svarzi stesso recò la notizia allo stabilimento. Egli l'aveva veduta

precipitare; non era stato in tempo di impedire la caduta.

La volgare menzogna lo salvava da rimproveri e disprezzo, lo rendeva

interessante con i particolari del fatto.

La signora Marri e le figliuole corsero alla casetta; si informarono.

Bortolo era stato per il medico. Nella camera della malata non erano che

questi e Adele. Nessuno doveva entrare; era indispensabile la quiete.

Quel giorno a la spiaggia dello stabilimento, si fece un gran parlare di

Lucia, di suo padre, della signora Rabbi, della passione dello industriale

per lei, delle sue pazzie, della ruina.

L'invidia, covata a lungo, si disfogava in esagerazioni, in maldicenze. Non

si risparmiava nè pure la fanciulla innocente, la vittima, che adesso là

nel suo lettuccio, giaceva nell'incoscienza della febbre.

Lo Svarzi era sparito subito dopo il racconto del fatto. Forse una punta di

rimorso l'aveva obbligato a fuggire quei luoghi, ad allontanarsi dalla

fanciulla che gli aveva inspirato una passione trista ma così forte da

resistere non solo a l'indifferenza, ma al disdegno.

*

* *

Il mare era sconvolto dalla tempesta. Non si facevano bagni quel

pomeriggio; impossibile. Manco i più arrischiati avrebbero osato affrontare

l'ira dei cavalloni, minacciosi sotto il cielo corrucciato e le ventate

rabbiose.

I bagnanti, seccati, inuggiti, si erano raccolti nel salotto dello

stabilimento, portati là dall'abitudine, dall'ozio, forse anche dalla

smania delle emozioni.

Nel salotto erano crocchi, erano tavolini da giuoco, era musica.

Il pianoforte gemeva sotto le dita d'una signorina che strimpellava musica

classica.

Degli uomini, chi fumava, chi sfogliava giornali, chi faceva dello spirito.

Varie signore, con il ricamo in mano, facevano mostra di lavorare per il

gusto di spettegolare parendo occupate; alcune leggevano; altre ancora

passeggiavano.

Entrò ad un tratto, come un razzo, un giovanotto. Veniva da Genova ove si

era recato il mattino. Aveva fatto il viaggio con una suora; una monachella

giovanissima e bella, che aveva sempre snocciolato il rosario, senza mai

badare a gli altri viaggiatori, rispondendo a monasillabi alle loro

domande.

Era scesa lì, con lui. Egli aveva voluto vedere dove andasse e l'aveva

seguita. Era andata nella casetta della signorina Ferretti.

«Oh!

«Ah!

«Che stia male davvero?

«Che si tratti proprio di cosa seria?

«Povera signorina!... così giovine e bella!

«Povera Lucia!

«E suo padre che non si lascia vedere?

«E sua zia?

«Conviene dire che l'abbiano abbandonata tutti se hanno avuto bisogno d'una

suora che l'assista!

«L'ha abbandonata per fino lo Svarzi che pareva innamorato morto!

«Oh! in quanto a quello, era lei che lo teneva a la larga!

«Una signorina strana quella!

«Un po' troppo altiera per la sua condizione presente!

«Quante non avrebbero accolti gli omaggi dello Svarzi!--osservò con un

sorrisetto malizioso una signora attempata.

«Sfido io!... un giovine come lui, ricco e sciocco per di più!... figlio

unico e un banchiere per padre. Una fortuna a questi lumi di luna, che

pochi sono i giovani che si ammogliano!--disse un signore parlando con lo

sigaro in bocca, fra una boccata e l'altra.

La signora Marri e le figliuole si mostrarono afflitte, lagnandosi però del

medico e specialmente di Bortolo, che davano risposte evasive e non

lasciavano passare nessuno, nemmeno esse, che erano intime di casa Ferretti

e amiche della malata.

La signora che sedeva al piano, cessò di strimpellare e cedette il posto a

un giovinotto che prese a suonare un walzer.

Fu come un invito al ballo. Si tirò in disparte la tavola di mezzo e le

coppie cominciarono a danzare scacciando l'uggia del cattivo tempo,

dimenticando la malata, che languiva lì, a pochi passi.

Languiva davvero poveretta! abbandonata su 'l lettuccio bianco, i capelli

sparsi su 'l guanciale, il volto, dagli occhi chiusi, vampante di febbre.

Era in quello stato pietoso da parecchi giorni, e già il medico, il vecchio

medico di casa, che aveva conosciuti e visti morire i nonni materni della

malata, cominciava a impensierirsi, a scuotere il capo.

Adele, che non sapeva più a qual santo votarsi, aveva scritto, di suo

impulso, a la sorella del povero Cecchino, a la suora novizia, che già era

pratica della cura dagli infermi, e che era subito accorsa.

Non a pena entrata, a la vista della Signorina così ridotta, che non pareva

più lei e ansimava tanto penosamente che il petto le si sollevava di sotto

le lenzuola, Teresa s'era buttata ginocchioni presso il letto, piangendo

tacitamente. Abituata a la vista degli infermi, aveva subito capito che si

trattava di male grave, gravissimo, e non era stata capace di vincere la

commozione.

Ma si era subito fatta forza. Non era certo venuta lì per piangere, ben sì

per prestare le sue cure a la buona, a la generosa fanciulla che aveva a

lei facilitata la via della salvezza, che l'aveva compatita e confortata

con le cortesi parole, con le prove di interessamento; che l'aveva

intenerita baciandola, lei, la povera creatura che era stata spinta al male

dall'abbandono e dal bisogno!..

Alzatasi, si diede subito in torno a provvedere, a ordinare, con quella

tacita e tranquilla attività previdente, propria delle suore.

Quel giorno la malata stava peggio del solito; forse in causa della

tempesta che infieriva. Certe ondate grosse, immense, che si rinfrangevano

contro i muri della casa in uno scroscio pauroso; certe ventate rabbiose,

che fischiavano minacce su tutti i toni e pareva volessero portar via la

villetta!

Calò la sera prima del solito. Si dovette accendere la lucerna, che di

sotto al paralume d'un verde cupo, spandeva per la camera una luce smorta.

Il medico se ne andò promettendo che sarebbe tornato il mattino dopo. Ora

che c'era la suora poteva stare più tranquillo. Se ci fosse stato

peggioramento, lo chiamassero.

A una cert'ora anche Adele, che moriva di stanchezza e di sonno, si ritirò

a riposare nella stanzetta attigua.

Il vecchio Bortolo non volle a nessun costo lasciare la camera. Si adagiò

nella poltrona; e vinto anche lui dalla fatica e dalle emozioni, in poco

andare si addormentò.

Rimase sola con la malata, suor Teresa.

Nel silenzio della camera, giungeva il fragore della furia marina; certi

ululati, e gemiti e urli; voci sovrumane di minaccia, scoppi di collera.

La luce della lampada illividiva la malata, a farla sembrare morta.

Suor Teresa tolse il rosario dalla cintola e prese a snocciolarlo, stando

seduta al capezzale dell'inferma.

Pregava movendo a pena le labbra che mormoravano i _Pater noster_ e le _Ave

Marie_; mentre il cuore in lagrime, invocava Dio, la Madonna, i Santi tutti

per il miglioramento, per la guarigione della malata.

Era la preghiera della riconoscenza schietta e affettuosa.

A una terribile raffica che scosse i vetri delle finestre e fece tremolare

la fiammella della lucerna, Lucia si mosse e le uscì un lieve gemito dalle

labbra semiaperte.

La suora si alzò, le fu subito vicina e le prese una mano, che, bruciava;

poi cercò di addattarle su 'l capo la vescica di ghiaccio. Ma la malata la

respinse; con atto repentino, si tirò a sedere su 'l letto, e ad occhi

sbarrati, stendendo le braccia quasi a difesa, mormorò con voce alterata:

«Via! via! via!... Ah vigliacco!... ah come l'odio!

Bortolo, svegliato di soprassalto, accorse al fianco, del letto; Adele fu

lì in un salto.

«Via! via! via!--continuava l'inferma, agitandosi, con gli occhi smarriti

nel vuoto.

A stento, la suora e Adele riuscirono a riadagiarla, a farle posare il capo

su i guanciali sovrapposti.

Si calmò, rinchiuse gli occhi. Ma dopo un momento di silenzio, tornò a

parlare, a frasi tronche, con voce gemebonda, come un lamento.

«Mi disprezza!... mi crede volgare!...

Parve esaurita; respirava con affanno; pareva assopita.

Una nuova ventata impetuosa la scosse ancora.

«Come sono severi quegli occhi chiari!... come sono pieni di

rimprovero!--susurrava in un soffio.

Si portò lentamente la mano destra alle labbra.

«Gli ho steso la mano e l'ha toccata a pena!... non l'ha stretta!.. povera

mano!

La baciò e la lasciò andare inerte.

Passò la notte nell'assopimento, rotto da delirio.

Una volta invocò il suo papà; un'altra volta chiamò Lena. Si agitò ancora

cercando di tener lontano qualcuno e ripetendo la parola «vigliacco!» Ma

l'idea fissa era quella degli occhi chiari, severi e pieni di rimprovero.

«Mi disprezza!--sospirava ogni tanto.

«Mamma!... tu sai che lo amo!--piagnuculò mentre suor Teresa le bagnava la

fronte.

Quando il medico capitò, a l'alba, parve svegliarsi. Aperse gli occhi, lo

guardò; forse lo riconobbe e disse con un filo di voce, che si sentiva a

pena: «Se muoio, papà avrà il poco che ho!...

Al sorgere del sole, che mandava per le gelosie chiuse, la sua luce a

strisce su 'l pavimento, illuminando la camera mitamente, la povera

fanciulla girò in torno gli occhi con coscienza di sè. Riconobbe Teresa e

fece un atto di meraviglia. Si rivolse al medico, e additandola bisbigliò:

«Sto male assai?

Il vecchio dottore le piegò sopra la testa canuta guardandola con pietà

senza rispondere.

«Male?... proprio male?--ripetè la malata tentando di alzare il capo che

subito ricadde su i guanciali.

«Vuol vedere sua zia?--le chiese il medico in risposta.

Lucia accennò di no con la testa.

«Il suo papà?

Una contrazione delle labbra che voleva essere un sorriso amaro, accompagnò

il cenno negativo del capo.

«Non desidera vedere nessuno?--insistette il medico.

Con uno sforzo penoso la poveretta fissando intensamente il dottore, gli

chiese: «Sto proprio, proprio male?... devo morire?

Il vecchio amico di casa chinò la testa senza rispondere.

«Se devo morire... proprio.. vorrei.. vorrei vedere... il signor Del

Pozzo!--disse. E svenne.

*

* *

La notte era splendida; non ci mancava nulla; nè pure la luna che batteva

la sua mite luce bianca su 'l mare tranquillo.

La festa vagheggiata dai bagnanti non poteva a meno di riuscire splendida.

In fatti su l'acqua, a poca distanza dalla riva, perchè lo spettacolo fosse

veduto e goduto da tutti, i vaporetti, le barche illuminate, spiccavano

pittorescamente.

Si trattava d'una serenata in mare. Sopra un vapore era tutta un'orchestra

formata dagli stessi bagnanti. Una signora suonava il piano, un'altra il

mandolino, una terza la chitarra; completavano il resto dell'orchestra

parecchi giovinotti dilettanti.

Lungo la spiaggia, e su per gli scogli, a gruppi, a capannelli, erano le

persone accorse al fantastico spettacolo. Pochi i curiosi poveri, già a

letto a riposare delle fatiche della giornata; moltissimi i signori e le

signore in gran sfarzo.

E la musica si diffondeva per l'aria, soave come una carezza, eccitando gli

animi a manifestazioni di simpatia, dando agli sguardi languide

espressioni, alle mani desideri di strette amorose.

Le signorine Marri, in una barchetta illuminata da palloncini colorati,

disposti a festoni, tutto intorno, godevano dello spettacolo, godevano

della musica, e si lasciavano corteggiare con poetico abbandono.

Mai non avevano rivolti gli occhi a un punto conosciuto della spiaggia, a

la casetta della scogliera, al tremolante fievole lume, che veniva da una

di quelle finestre. Mai, in quella sera, il pensiero della povera amica

malata, forse morente, era venuto a turbare il loro piacere.

Da tutta quella gente, che avevano ammirato, corteggiato e invidiata la

bella signorina Ferretti, nella gioia di quell'ora, nell'estasi di quella

musica, fra il mare luccicante al chiaro di luna e il cielo fitto di

stelle, non si staccava un sentimento di mesta tenerezza per l'assente

inferma. Nessuno pensava che i suoni soavi, dovessero in quel momento

giungere là ove si celebrava una mesta, dolorosa funzione, ove si svolgeva

una scena pietosa.

Lucia aveva voluto il prete, presto, subito, in tanto che si sentiva in sè.

E il prete aveva avuto tempo di confessarla e comunicarla, prima che si

assopisse di nuovo.

«Ora posso andare dalla mamma!--aveva bisbigliato la poverina oppressa

dalla lieve fatica, chiudendo gli occhi, ricadendo nell'assopimento.

E nell'assopimento sorrideva. Vedeva la mamma scendere dall'alto in mezzo a

una luce d'oro; si sentiva chiamare a nome; un coro d'angeli la circondava

facendole in torno una musica dolcissima, paradisiale. Oh come scendeva al

cuore quella musica! quale calma metteva ne' suoi poveri nervi eccitati!

«Lucia! Lucia!

Era una voce sommessa e piangente che la chiamava.

«Lucia! cara, povera fanciulla!

Chi le diceva cara?... chi la chiamava povera fanciulla?

Era la mamma? erano gli angeli in coro?

Che dolcezza in quella voce, che soavità in quel nome!

«Lucia! Lucia!

Una mano fresca e leggiera le si era posata su la fronte. Come le faceva

bene il contatto di quella mano!

Ad un tratto, la musica cessò. Scoppiarono gli applausi dai vaporetti,

dalle barche, dalla spiaggia; un battere di mani fragoroso, un gridar

«bravi» a tutto spiano.

La malata si rabbruscò in volto, stendendo le braccia a la cara visione che

le sfuggiva e che avrebbe voluto trattenere.

«No! No!--supplicò in un susurro.

E dopo un istante di abbattimento, tornò al delirio doloroso.

«Via! Via!... vigliacco!

Si agitava facendo l'atto di disvincolarsi, di fuggire.

Un braccio le passò delicatamente dietro il capo che si abbandonò sopra un

petto palpitante. Parve tranquillarsi in quella posizione. Mormorò in un

soffio: «Come sono severi quagli occhi chiari!.. come sono pieni di

rimprovero!... Mi disprezza e io lo amo! lo amo!

«Lucia!

Era tanto strazio, tanta passione in questo grido dell'anima, che la malata

aperse lentamente le palpebre e guardò.

Gli occhi chiari, aperti, spauriti, gonfi di lagrime, la fissavano con

tenerezza, con passione; più non erano severi, più non esprimevano

rimprovero.

La fanciulla sorrise, come in sogno, non staccando lo sguardo da quegli

occhi, che la supplicavano di riposare, di dormire, imponendole una volontà

che veniva dall'amore.

E cadde nel sonno; un sonno calmo e riparatore, che permise al prete di

ritirarsi rassicurato, che fece strabiliare il vecchio medico.

I vaporetti, le barche, raccolte per la serenata, tornando a riva passarono

dinanzi a la casetta dello scoglio.

La luce dei palloncini colorati entrò nella camera dell'inferma

illuminandola fantasticamente.

Presso il letto, suor Teresa, inginocchiata, con la testa nelle mani,

pregava.

Il medico, con il capo sporgente sopra la malata, ne spiava con ansia il

respiro ormai regolare.

Presso lui un giovine signore, alto, bruno, dagli occhi chiari, stentava a

vincere l'emozione, che gli faceva nodo a la gola.

Il vecchio Bortolo piangeva nello sguancio dell'ultima finestra; Adele,

confortata dalla speranza, si dava in torno leggera a far ordine.

I vaporetti e le barche della serenata, toccando riva, diedero il saluto al

mare, a la notte stellata, con una mesta barcarola suonata con maestria.

E la dolce musica fece sorridere la fanciulla addormentata, cullandola nel

sogno d'amore che la rendeva felice.

*

* *

Ai primi bagliori del mattino, suor Teresa spense la lucernetta e si fece a

la finestra di fondo, che il medico aveva ordinato fosse sempre aperta per

lasciar entrare liberamente l'aria marina.

Dal mare fumava un tenue vapore bianco che si andava inalzando in forme

capricciose nella luce rosea e si perdeva nel vuoto.

Su l'orizzonte, la luna e le ultime stelle, svanivano nella luce mattinale.

Il silenzio era rotto dallo scrosciare stanco dell'onda su la spiaggia.

Un usignuolo gorgheggiava a poca distanza, nel folto d'una pianta.

Suor Teresa con gli occhi sgranati guardava ammirata lo spettacolo che le

si spiegava dinanzi. Mai, nella sua povera vita, aveva goduto di tali

grandiose bellezze. L'immensità del mare le metteva in cuore la commozione;

elevava il suo sentimento, la faceva pensare al povero Cecchino. Le pareva

che là, attraverso lo spazio, fra acqua e cielo, il suo e lo spirito del

fratello, meglio potessero congiungersi e comprendersi; le pareva che la

preghiera di lì volasse al cielo più pura e fosse meglio accetta.

Ci sono momenti in cui l'idea di Dio, che popola i luoghi solitari,

rimargina le cicatrici delle nostre sciagure e dei nostri disinganni,

innalza, il sentimento con un fremito soavissimo.

Suor Teresa si prostrò davanti a la bellezza sublime della veduta che le

stava davanti agli occhi; e, con uno slancio di riconoscenza, susurrò una

fervida preghiera.

Romanzo d'una signorina per bene · 第 6 / 7 段