stessa posizione.
«Quel pover uomo deve avere qualche persona malata in questo
ospedale!--osservò Adele.--Forse la vecchia moglie! forse una figliuola!...
Quante miserie, Madonna!
Nel cuore della buona Adele era entrata la tristezza che accascia e fa
pensare a disgrazie possibili per sè stessi.
La vista della sventura, staccava, per così dire, lo spirito di Lucia da sè
medesima, per innalzarlo al di sopra delle cose terrene, nobilitato dal
dolore!
*
* *
«_Cara Lena_,
Papà può essere contento della festa data in onore delle sue nozze
d'argento con la fabbrica.
Fu un vero festone; uno sfoggio di bellezza, di sfarzo, di uomini eminenti;
sopra tutto, un godimento generale e completo.
Il giardino, illuminato da lampadine elettriche nascoste fra i rami delle
piante, era pittoresco, bellissimo. Le sale addobbate con gusto squisito;
il buffet sceltissimo, scintillante di cristalli preziosi e argenteria
all'ultima moda.
Zia Marta e le sorelle Zolli, tutte tre in velluto nero, con ornamenti
argentei per essere d'accordo con la circostanza, facevano gli onori di
casa. E facevano bene; quello è il loro posto. Ricevere, sorridere a tempo,
parlare a tempo, inchinarsi, porgere la mano in quel dato modo; sputare
complimenti, sentirsene dire, far mostra di pensare quello che si dice, di
credere a quanto si ascolta.
Io, nel mio vestito parigino di un color rosa pallido, la scollatura
quadrata, un dito di manica, una vera meraviglia di semplicità e di
eleganza, sembravo un vero e stupido figurino della moda.
Arrossii vedendomi riflessa nella specchiera prima di scendere in salotto.
Quasi non mi riconoscevo in quella giovine donna dai capelli scuri e la
carnagione bianca, così elegante nell'artistica semplicità!
Mi pareva d'essermi mascherata; non ritrovava più me stessa; e un vago
senso di malcontento mi scendeva nell'anima. Fui sgarbata con Adele, che mi
girava intorno ammirata.
Bisogna però dire che Adele avesse qualche ragione di ammirarmi.
In salotto tutti mi guardavano; feci furore; come dice zia Marta.
Furore o no, a dirti il vero, io mi sono divertita pochino; e tutte le
volte che potevo senza dare nell'occhio, guizzare dai salotti in giardino,
lo facevo volentieri, per gustare un momento di solitudine, per ritrovarmi
con me stessa.
Oh! gran sfortuna, mia cara, avere l'anima fatta in maniera, che i
complimenti vi scivolano sopra senza lasciarvi traccia, anzi recandovi una
spiacevole sensazione di freddo!... Gran sfortuna non credere alle paroline
melate, alle occhiate, come si dice, _assassine_; e vedere, là, nettamente,
come bersaglio a vivaci colori, la mira cui tendono i molti vagheggini,
complimentosi fino a l'insolenza, corteggiatori fino a l'offesa, che hanno
l'aria di averti in conto di bambola senza intelligenza nè sentimento, e
così sciocca da essere lusingata dalle loro litanie di menzogne, colpita e
tocca da svenevolezze ridicole e oltraggianti!
Non mi dare dell'esagerata nè della pessimista; non mi allungare il
broncio, non prepararmi un predicozzo; che, tanto queste mie idee, che si
elevano al di sopra delle meschinerie, tu sai bene, da chi le ho sorbite a
poco a poco, quasi senza avvedermene.
Bada però, per onore del vero, che non tutti i giovinotti della festa
mostrarono d'avermi in così poco conto da farmi la ruota intorno come
altrettanti tacchini. Ce n'erano parecchi che mi trattavano con la
riguardosa cortesia del vero gentiluomo, che non vuol compromettere la
propria dignità vagheggiando troppo apertamente l'unica figliuola d'un uomo
ricco; una ereditiera. Ci fu anzi anche un gentiluomo, che mi stette
addirittura, a la larga, non invitandomi manco una volta al ballo, non
scambiando con me mai una parola. Cosa un po' eccessiva, per uno che con me
aveva assistito negli ultimi momenti un fanciullo moribondo e che si era
interessato per darmi l'indirizzo della sorella del poverino. Ci sono
circostanze nella vita, che, io penso, dovrebbero, per così dire,
avvicinare gli animi, e che fanno correre un fremito di simpatia innocente
e nobile nei cuori. Non lo credi anche tu?... Ma queste circostanze non
riescono a liquefare nemmeno la prima superficie di certe nature di
ghiaccio!...
Tu hai capito che voglio dire dell'ingegnere Del Pozzo; il conte Anton
Mario Del Pozzo; il quale, per certo, è venuto a la festa per un riguardo
verso papà; forse è venuto a malincuore, facendo un sacrificio!
Ballò pochissimo e sempre con signore; con signorine mai. Elegante nel
vestito di ballo, con quell'aria signorile che lo distingue, egli passò la
maggior parte della notte solo, a guardarsi in tondo, ritto nello sguancio
di qualche finestra.
Di là io sorpresi spesse volte i suoi occhi chiari e strani, fissi su me
con qualche insistenza. Una volta non ritolse lo sguardo mentre io lo
guardava; e mi sentii subitamente arrossire. Così serrata nel vestito di
gala, ammirata, corteggiata, gli devo aver data una ben meschina idea di
me. Questo era il pensiero che mi faceva montare le vampe a la fronte. Non
avrei voluto parere vana e fatua a lui, che ha l'aria di essere un uomo
superiore, di degnarsi quando deve comportarsi come gli altri!...
Una volta mi sembrò che fosse diretto a invitarmi per un waltzer. Ma il
signor Aldo Svarzi fu più pronto di lui ed egli si inchinò dinanzi a una
signora che mi sedeva presso. Quel signor Svarzi, mi ha fatto una
stizza!... Ero desiderosa di fare almeno qualche giro con lui, per sentire
che cosa avrebbe detto; se ricordava il momento passato al letto del povero
Cecchino, se voleva sapere della sorella di lui.
Mentre si ballava un minuetto, accaldata e inuggita, io trovai modo di
guizzare in giardino e di sedere su una panchina presso la cancellata. La
soave musica di Boccherini arrivava a me attenuata dalla distanza. Il
giardino rischiarato dalle lampadine elettriche, pareva avvolto nel
chiarore dalla luna. Ero lì da alcuni minuti, quando udii un bisbiglio, un
brusío sommosso, al di là del cancello. Mi alzai incuriosita.
Con la faccia appiccicata al cancello, erano al di là del giardino,
parecchie persone, che guardavano dentro ammirate e si bisbigliavano le
loro meraviglie. Povera gente, che si faceva un godimento del piacere, del
lusso degli altri!...
Risentii l'impressione che ho sempre provata vedendo alle vetrate dei
caffè, i fanciulli poveri guardare dentro i fortunati, seduti davanti ai
tavolini imbanditi, rimpinzarsi di leccornie.
Mi vergognai del mio vestito elegante e costoso, del lusso sfacciato della
casa, quella sera aperta a la curiosità di tutti.
Volli rientrare.
A pochi passi da me, con il dorso poggiato al tronco d'una pianta, il
signor Del Pozzo, con le braccia incrociate sul petto, guardava al di là
dell'inferriata. Al fruscio de' miei passi su la sabbia, si rivolse, mi
salutò con un leggero cenno del capo e restò là senza muoversi. Forse
risentiva gli stessi sentimenti che commuovevano me stessa!
Papà durante tutta la festa, credo non si sia mai ricordato di me.
La bellezza fulgida della vedova signora Rabbi, sai!... la superba bionda
altezzosa che tu non potevi soffrire, deve avergli fatto girare il capo.
Fatt'è che egli era tutto per lei e lei tutta per lui solo. Gongolante,
orgoglioso, egli la faceva ballare, custodiva il suo ventaglio, era il
segretario del suo carnet. Non aveva occhi e attenzioni che per lei, che si
lasciava corteggiare con grazia altera, da regina usa agli omaggi, da dea
che impone adorazione.
Nel vestito di raso color turchino smorto, scollata fino all'indecenza, le
magnifiche braccia nude, scintillante di pietre preziose, con uno strascico
da sovrana, la signora Rabbi era bella davvero; per certo la più bella di
tutte; la regina della festa, come si suol dire.
Ti ho scritto una letterona che non finisce più. E bada che ho dormito
poco. Dalle cinque alle dieci. Ci ho ancora gli occhi imbambolati. Papà e
la zia dormono ancora e chi sa quando si alzeranno. Scommetto che il signor
Del Pozzo è già levato e fuori; forse a la fabbrica come di solito. Ciao,
ciao, carissima; non dimenticarmi.
LUCIA.»
*
* *
Nel salottino d'angolo, con due porte a vetri aperte su 'l giardino, nella
penombra dei tendoni abbassati, Lucia leggeva Fogazzaro nel Piccolo Mondo
Antico; lo leggeva per la quarta volta e adesso le piaceva ancora più di
prima come accade delle cose per davvero belle e care che più si conoscono
e più si amano.
Era al punto in cui la povera Ombretta, tratta dall'acqua, giaceva morente;
punto sublime di naturalezza, che bisogna piangere leggendo.
E Lucia commossa, si sentiva inumidire gli occhi, quando su l'uscio del
salottino comparve Adele ad annunciare una visita.
«È la sorella del povero Cecchino!--disse, introducendo una giovine donna
piccoletta, aggraziata tutta in nero, con un fitto velo su 'l cappello.
Lucia scattò dalla poltroncina e strinse le mani a la giovine facendosela
sedere presso.
«Sono venuta a ringraziarla prima di entrare in convento!--disse la giovine
con accento commosso.--Ci vado domani, e sono così contenta!... È Cecchino
che ha pregato per me!... E lei è l'angelo del Signore mandato in mio
soccorso!
Le afferrò la mano e se l'accostò a le labbra, baciandola.
Presa a l'imprevista, Lucia, già un po' eccitata dalla lettura, non potè
frenare un singhiozzo.
Sorpresa, la giovine alzò il velo scoprendo un viso bianco, soave, e
commossa, con gli occhi velati, uscì a parlare a frasi tronche, l'accento
concitato. Oh ell'era davvero un angelo!... Ella capiva; ella non sentiva
disprezzo ma pietà!... sì, sì; bisognava essere passati per molti guai;
bisognava aver percorsa una via ben penosa, ben irta di spine, per giungere
a non desiderare altro che il convento, a vent'anni!... E lei lo desiderava
tanto!... Sentiva proprio nell'anima la voce di Dio che la chiamava!
«Dio--disse con certa solennità--è grande e buono; accoglie e conforta chi
ha errato per necessità, per abbandono di tutti!
«Sa, signorina?--soggiunse cambiando tono, con una nota amara nella
voce.--Prima di cedere..... di cadere..... le ho tentate tutte. Mi sono
offerta come bambinaia, come cameriera, come operaia!... Nessuno mi ha
accettata! E il povero Cecchino aveva fame e io non potevo più frequentare
la sartoria perchè non avevo scarpe nè vestito!... C'è più indulgenza, c'è
maggiore generosità nei conventi!... E la vita dell'infermiera è la via
della abnegazione e della pietà!... È la via del Paradiso ove è Cecchino e
dove io lo raggiungerò... Che il Signore la benedica, signorina!
In così dire, si era alzata per congedarsi.
Lucia frugò in fretta in un tiretto del tavolino e ne tolse una crocetta
d'oro appesa a una minuta catenella pure d'oro.
La passò al collo della giovine, e baciandola, le disse: «In ricordo di me;
e quando ci sarà la vestizione, fatemi avvertita!
La giovine baciò la crocetta prima di nasconderla in seno, abbassò il velo
su 'l volto, salutò intenerita, e uscì.
«È più felice di me!--esclamò Lucia sedendo al piano e suonando la musica
aperta su 'l leggio; una marcia funebre di Chopin, che era tutta un
singhiozzo.
Più felice di lei?... Perché?... Che cosa le mancava a lei?... Aveva ella
forse sofferto la fame, l'ingiustizia, l'abbandono?.. Nel suo cuore era
forse lo schianto per la morte di un unico fratello, travolto da una
cinghia brutale?.. Perchè le usciva quell'esclamazione a lei, ricca, amata,
ricercata?
Il perchè lo dicevano a l'anima sua le note di Chopin. Nessun altro al
mondo doveva, poteva saperlo!... Fatto è ch'ella non si sentiva punto,
punto felice; tutt'altro!.. e che nel fondo del cuore invidiava
melanconicamente a la sorte della sorella di Cecchino.
Zia Marta venne in quel punto a cercarla. Che cosa faceva lì rinchiusa per
delle ore che ella era costretta a inuggirsi nella solitudine?... Che gusto
era il suo di suonare roba da mortorio e di suonare per suo conto, quando
nessuno la poteva sentire nè applaudire?
Lucia stentò a non rispondere con qualche vivacità. O non poteva suonare
quello che meglio le piaceva?... E poi, che cosa le importava a lei, di
essere sentita? applaudita? suonava per proprio conto, lei, per sentire il
linguaggio dell'anima sua che si traduceva nella interpretazione dei suoni.
Ma..... tanto la zia, certe cose non le poteva capire; e non metteva conto
contrariarla.
Chiuse il piano e seguì di là la zia, che si rimise al telaio: ricamava, da
mesi, un cuscino da divano, a tinte scialbe, autunnali, stanche; tinte che
sopprimono la primavera e la giovinezza; gusti da gente che più non sente
la serena poesia dei colori smaglianti; che più non ha occhi, nè desideri,
nè aspirazioni che per le cose e i sentimenti sbiaditi, nati vecchi.
Lucia si buttò in una poltroncina a sdraio e prese dal tavolino lì presso
un libro nuovo, uno degli ultimi usciti e mandato a casa giusto quello
stesso giorno dall'editore.
Ella leggeva tutto adesso che Lena non era più lì a sceglierle i libri
convenienti. E siccome a casa ne venivano a pacchi, ella aveva da
sbizzarrirsi a sua voglia.
Buono però, che in quel ginepraio di letture svariatissime e non sempre
morali, Lucia non smarriva mai il suo retto buon senso.
Natura positiva più tosto che immaginosa, ella rilevava subito la falsità
dei caratteri, l'esagerazione delle passioni, e non ne rimaneva turbata.
Leggendo, aveva imparato a farsi questa domanda: «Nella vita che io conosco
succede davvero così?»
E siccome nella vita che ella conosceva, non succedeva così, ella tirava
via a leggere come di panzane, di cose a fatto fantasiose. Così che le
letture, per quanto disordinate, non toccavano nè alteravano per nulla la
tranquillità della sua anima.
«Se tu leggi, è come se non fossi qui!--uscì a dire zia Marta, dopo un
poco.
Lucia chiuse il libro e prese in mano il lavoro, mettendosi di fronte a la
zia, che la vedesse, che conversasse a sua voglia.
Oh la zia aveva sempre voglia di chiacchierare!.. Quel giorno poi sentiva
un vero bisogno, quasi il dovere di conversare intimamente con la nipote,
la quale pareva non si accorgesse di nulla, non sospettasse manco per ombra
la sorpresa che le si andava preparando. Oh una sgradevole sorpresa, prima
di tutto per lei, povera signora che ormai aveva preso le redini della casa
e le piaceva di reggerle; poi per quella fanciulla, che... che... Dio sa se
si sarebbe adattata, se avrebbe sopportato in santa pace, l'avvenimento
ormai da tutti previsto!.. Era strano, come mai Lucia, con la sua
intelligenza, con la sua finezza, non si fosse fino allora accorta di
nulla!.. E proprio, non si era accorta di nulla; tanto che, toccava a lei a
illuminarla. Ciò ch'ella aveva pensato di fare già parecchie volte senza
riuscir mai.
Per non entrare in campo lì per lì, come una bomba, zia Marta prese l'aire
di lontano, cominciando con chiedere notizie della signora Lena,
informandosi del tempo che aveva lasciata la casa per entrare in collegio.
«È andata via che sarà giusto un anno!--rispose Lucia con un sospiro di
rincrescimento.
«Ed è andata via perchè sono venuta io; come, probabilmente, a me toccherà
di andarmene per lasciare il posto a un'altra.
Lucia levò gli occhi dal lavoro e li fisò in volto a la zia con sorpresa e
interrogazione.
«Il tuo papà è ancora giovine, lo sai!
«Ha cinquant'anni!--rispose Lucia pronunciando quel numero con serietà
rispettosa, come se avesse detto ottant'anni.
«Cinquant'anni non sono molti per un uomo; non sono moltissimi nè pure per
una donna; e...
«E... che cosa?
Lucia cominciava a risentire una vaga inquietudine.
«E... insomma: a quell'età, un uomo ben conservato e in ottima posizione,
può avere ancora qualche capriccio, e qualcuna anche lo può risentire per
lui!
«Ah!.. La signora Rabbi!--saltò su Lucia, comprendendo lì per lì.
Era scattata ritta, e tutta pallida, mormorò: «Papà è innamorato della
signora Rabbi e la vuole sposare!
Zia Marta volle persuaderla, che nulla era ancora definitivamente deciso;
che fino allora non si trattava che di induzioni, di dicerie.
Papà non aveva ancora manifestate a lei le sue intenzioni; e l'avrebbe
fatto, se avesse davvero preso una decisione; se non altro per un riguardo
a la sorella maggiore. Per riguardo ed anche per lasciarle il tempo
necessario di affittare un piccolo appartamento ove vivere sola, poichè per
certo, ella non avrebbe voluto vivere con la cognata. E lei, Lucia, la
figliuola fino allora unicamente amata, pensava forse di star lì una volta
che suo padre si fosse riammogliato?
«Non potrei lasciare la casa di mio padre per la ragione ch'egli facesse
ciò che è in suo diritto di fare!--rispose un po' seccamente la fanciulla.
Ma soggiunse tosto, riaddolcendo l'accento: «In ogni modo, ti ringrazio
zia, d'avermi aperti gli occhi. Mi abituerò poco a poco a l'idea di non
avere più il babbo unicamente per me e di vivere con una matrigna.
L'idea della matrigna, rievocò nel suo cuore l'immagine della mamma che vi
stava scolpita; si sentì bollire dentro la commozione e per non farsi
vedere a piangere, uscì per riparare nella solitudine e nella libertà della
sua camera.
Wise, cui la signora Marta, proibiva di entrare in salotto, da
l'anticamera, ove era accucciato, seguì la padroncina, e come la vide
buttarsi su 'l piccolo divano e quivi dare nello schianto, con un guaito
espressivo, sedette su le zampe di dietro e le pose in grembo il bel
testone fissandola con gli occhi mesti.
Oh l'amico delle ore di sconforto!... l'unico amico ormai, poichè Lena più
non era lì.
Lo accarezzò dicendogli in un bisbiglio, fra il docciare dei lagrimoni,
l'amarezza, la pena della sua anima. Papà, il suo papà, la lasciava!... Oh
sì, sì, la lasciava!.. La signora Rabbi era troppo, troppo bella e
attraente per non staccare il suo babbo da qualunque altro affetto, da
qualunque altra cura!... Già, era da qualche tempo, ch'egli più non aveva
per lei, la sua unica figliuola, l'affezione esclusiva, le premure di
prima!...
La vera causa del cambiamento, adesso la conosceva. Fra lei e il suo papà
era sorta l'alta, altera figura d'una donna ancora giovine e bellissima. La
rivide, con il pensiero, come l'aveva veduta la sera del ballo; superba nel
vestito di raso di colore turchino pallido, con la scollatura ardita, le
braccia completamente nude, scintillante di pietre preziose che le
adornavano il collo candido e i capelli d'un biondo caldo, a riflessi
metallici.
Il suo papà non l'aveva lasciata un momento durante tutta la festa. Come
mai ella non aveva indovinato nulla?... Ora li rivedeva insieme, ballare le
quadriglie, recare confusione nella _grande chaine_ nei movimenti a
_gauche_ e a _droite_.
Li rivedeva passeggiare per le sale fra un ballo e l'altro, andare insieme
al buffet, sedere sempre vicini.
«Che stupida sono stata a non accorgermi di nulla!--disse a mezza voce.
E al cane, che guaì al suono di quelle parole, soggiunse, non smettendo di
accarezzarlo: «Non è vero, Wise, che sono stata una stupida?
Il cane gemette fregando il muso contro le sue ginocchia: «No, non
stupida!--pareva volesse dire--ma troppo ingenua, troppo fidente,
troppo.... occupata d'altro!
Occupata d'altro!... Anche dall'anima sua sorgeva questa voce come
un'accusa. In fatti, la notte del ballo, ell'era stata occupata ben d'altro
che di suo padre!... Si sentì arrossire; un'onda di sconforto le sconvolse
il cuore.
Pensò con un sentimento di biasimo a Lena che l'aveva lasciata proprio
quando ella avrebbe avuto tanto bisogno d'averla vicina; alzò gli occhi al
ritratto della mamma, che pendeva dalla parete. Oh se ci fosse stata la sua
mamma!... Ella le avrebbe letto in cuore; con la simpatia dell'affetto vero
e profondo, l'avrebbe aiutata a veder chiaro nei propri sentimenti,
l'avrebbe almeno confortata.
In vece non aveva nessuno; nessuno che si occupasse seriamente,
amorosamente di lei. Si sentiva sola in mezzo al lusso di quella casa che
era la sua; le mancavano d'intorno l'affetto, la confidenza.
Dopo la mamma, nessuno l'aveva amata con la tenerezza che rende capaci di
qualche sacrificio. Lena l'aveva abbandonata piuttosto di infliggere
un'immaginaria offesa al suo orgoglio. In quanto al suo papà, sarebbe stato
una pazzia crederlo capace di sacrificare la passione per quella signora, a
l'unica figlia che più non aveva che lui!
«Wise! povero Wise! tu solo mi vuoi bene davvero!--sospirò, chinandosi su
la testa del cane, che finì per posarle in grembo anche le zampe anteriori.
Pensò con un sorriso ironico, alle dichiarazioni amorose dei vagheggini che
le stavano intorno; ricordò con una spallucciata che voleva dire
incredulità e indifferenza, i loro sguardi espressivi, le strette di mano,
le paroline buttate là in un susurro. E sorrise fra le lagrime a la bestia
fedele: «Tu solo mi vuoi bene davvero, povero Wise!
Ma questa persuasione di non essere amata che dal cane fedele, le fece
correre nel sangue un fremito di rivolta, come quando uno si sente vittima
d'un'ingiustizia.
«Che cosa importa essere o non essere amati?--mormorò con un tristo
bagliore negli occhi.--Tutto sta nell'adattarsi al proprio destino!... Il
mio è forse quello di stordirmi nei divertimenti; di godere; di destare
invidia e gelosia. Voglio fare anch'io come molte altre!... Guazzare nel
lusso, nello sfarzo, nei piaceri!...
Si era alzata e si teneva ritta dinanzi al ritratto della mamma. Era la
luce del crepuscolo, erano i suoi occhi, che le facevano trovare su 'l
volto dolcissimo della madre, una espressione di dolore e di rimprovero
insieme?... Quei begli occhi neri, grandi, vellutati, la fissavano con uno
sguardo che le scendeva in cuore, commovendola, scacciandone ogni proposito
folle, riempiendola di un desiderio puro e santo.
«Perchè non pensi a Dio?... perchè non innalzi il tuo sentimento a lui,
come fece la sorella del povero Cecchino?
Questo dicevano gli occhi belli; questo pareva mormorare quella bocca
mesta, da creatura pensosa.
Lucia si buttò in ginocchio dinanzi al ritratto, e giungendo le mani,
promise a la mamma sua, che non si sarebbe smarrita nell'isolamento
doloroso in cui tutti la lasciavano, che non avrebbe cercato conforto in
cose indegne di lei che era figlia di una santa; che avrebbe innalzati
cuore e mente là ove ella era e guardava e benediva a la sua figliuola!...
«Te lo prometto, mamma! te lo prometto!--mormorò a mani giunte.
Uscì di camera con l'animo alleggerito, e al cane che le scodinzolava
intorno festoso, fece segno che la precedesse per lo scalone.
Passò dinanzi a la camera del babbo, aperta. Vi entrò come faceva spesso,
per vedere se tutto era in ordine.
Su la piccola scrivania, messa d'angolo, fra due finestre, vide, per la
prima volta, in ricca cornice, la fotografia della signora Rabbi, in
toeletta di ballo. Sussultò: un livido guizzo di gelosia per sè e per la
mamma morta, le alterò l'anima. Ma fu un attimo. Ritornò tosto in pace con
sè, con tutti! Poi che aveva dimenticato la soave compagna della sua
giovinezza, la madre della sua unica figliuola, il suo papà aveva diritto
di riammogliarsi quando e con chi voleva.
Giù, in salotto, zia Marta aveva una visita. C'era il signor Aldo Svarzi,
che, da un poco, capitava spesso e si intratteneva a lungo con la signora
Marta, che era amica di sua madre.
A la vista di Lucia, il giovine si alzò, inchinandosi con atto
inappuntabile, da persona che si fa un dovere di seguire l'ultima moda.
«Stava a punto per mandarti a chiamare!--le disse la zia--Dove sei stata
fino adesso, che sei sgusciata via tutt'a un tratto?... Il signor Aldo
desiderava salutarti!
Che lo desiderasse non c'era dubbio. Glielo si leggeva in volto; lo
attestava il suo sorriso fatuo.
Lucia si disse riconoscente a la gentilezza del signor Svarzi. Solo le
spiaceva di non poter godere della sua compagnia; doveva uscire subito
subito.
La zia volle porre un ostacolo a quell'uscita che contrariava i suoi
disegni e disse che Adele non avrebbe potuto accompagnarla.
«Esco con Wise!--rispose la fanciulla, salutando con garbo che tradiva una
certa impazienza.