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[Copertina]
ANNA VERTUA GENTILE
IL ROMANZO
D'UNA SIGNORINA
PER BENE
MILANO
LIBRERIA DI EDUCAZIONE E D'ISTRUZIONE
DI PAOLO CARRARA
EDITORE.
[Occhiello]
IL ROMANZO
D'UNA SIGNORINA PER BENE
[Verso]
DELLA MEDESIMA AUTRICE
_broch_. _legato_
Il quaderno di Ghita e Giorgio L. 1,25 2,15
Letizia e Sandro » 1,25 2,15
Un'ora di ricreazione. Dialoghi, commediole e
poesie (Operetta premiata per gli asili) » 1,25 2,15
Come dettava il cuore » 1,25 2,15
Roba alla buona per fanciulle » 1,25 2,15
Un po' di tutto. Libro di lettura » 1,25 2,15
Per la vigiglia di Natale. Un volume » --,60 1,--
Buon capo d'anno. Due racconti » --,60 1,--
Primo libro pei fanciulletti Vol. in-8 con inc. » 2,-- 3,50
Quadretti di Storia Naturale (Moderno Buffon).
Un volume in-8 con incisioni » 2,-- 3,50
Oh bei! Oh bei! Balocchi e Fiabe pei bambini.
Un vol. in-8 illustrato » 2,-- 3,50
Yetta Storia di una piccola creola. Un vol. in-8
illustrato » 2,50 4,--
Dopo il sillabario. Libro di lettura » --,60 1,20
Il Maestro di Valbruna. Letture educative » --,75 1,50
Quand'era scolaro. Memorie d'un giovinetto » 2,50 4,--
Teatro in salotto. Commedie e Monologhi » 1,25 2,50
Tip e Top. Racconti » --,50 1,--
Nel fitto del bosco » --,50 1,--
Il piccolo Robinson Crosuè. Viaggi ed avventure » 1,50 3,--
Il piccolo Robinson Svizzero. Viaggi ed avventure» 1,50 3,--
Per le vacanze, racconti » 1,25 2,15
Due cugine. Racconto educativo » 2,-- 3,--
Allegri! Allegri! Cento raccontini » 1,25 2,15
Al mare! Al mare! » 1,25 2,25
Comincio a leggere. Un vol. in-16 illustrato » --,50 1,20
So leggere. Un volume in-16 illustrato » --,50 1,20
Mi diverto a leggere. Un vol. in-16 illustrato » --,50 1,20
Ricreazioni e feste. Commedie, dialoghi e monologhi.
Un vol. in-16 » 1,25 2,--
Nella BIBLIOTECA POPOLARE:
N. 1. Poveretto.--La Rosa L.--,10 --,40
» 6 Casamicciola » --,10 --,40
» 24. Fra i monti » --,10 --,40
» 45. Scene di collegio, ecc. » --,10 --,40
» 57. Tonino.--Son fatto così » --,10 --,40
» 75. Mostricciattolo » --,10 --,40
» 92. Dal vero » --,10 --,40
Milano.--L'Editore Paolo Carrara spedisce contro vaglia.
[Frontespizio]
_ANNA VERTUA GENTILE_
ROMANZO
D'UNA SIGNORINA PER BENE
MILANO
LIBRERIA DI EDUCAZIONE E D'ISTRUZIONE
DI PAOLO CARRARA
EDITORE.
[Verso]
PROPRIETÀ LETTERARIA DELL'EDITORE
Tipografia Patronato--1897.
A MIA SORELLA
ANTONIETTA VERTUA
Seduta a la piccola, elegante scrivania, presso l'ampia finestra aperta,
Lucia, con la penna sospesa su 'l foglio, guardava fuori i rami
dell'ippocastano, che scossi dall'aria degli ultimi giorni di marzo,
ondeggiavano nell'azzurro le grosse umide gemme, scintillanti al sole come
bottoni di color roseo dorato.
I passeri, lieti della promessa del verde, del folto, volavano da un ramo a
l'altro ciangottandosi a distanza, desideri, speranze, amorose impazienze.
Giù nel giardino, che cingeva intorno la villetta, Wise, il Terranova, con
le zampe anteriori poggiate su lo sporto del muricciolo che sosteneva la
cancellata, abbaiava a scatti, con il suo cupo vocione da forte, agli
operai uscenti dalla fabbrica lì a pochi passi, per il pasto di
mezzogiorno.
«_Cara, cara, cara!_
«Hai fatto male, malissimo, mille volte male a lasciarmi qui sola soletta,
con papà che è fuori tutto il giorno e gran parte della notte, e con la zia
della quale tu sai, s'io possa far conto. Oh quella tua fierezza! quel tuo
orgogliaccio!»
. . . . . . . . . . . . . . . .
Sopra il foglio erano scritte appena queste poche righe.
Invece di continuare la lettera, Lucia, sempre con la penna sospesa,
guardava fuori.
Si sentivano i passi pesanti degli operai su l'acciottolato, le loro voci,
qualche risata di fanciullo, l'abbaiare del cane, forse aizzato.
Tutto ad un tratto, a l'abbaiare successe il guaito pietoso del cane, che
riconosce un amico e implora la solita carezza.
Lucia scattò da sedere e si fece a la finestra in tempo, per vedere uno dei
giovani ingegneri della fabbrica, passare la mano attraverso le stecche del
cancello e posarla su la testa di Wise, che scodinzolava festoso.
Alzando gli occhi, il giovine vide la signorina, si toccò il cappello
ritirando la mano dall'inferriata e si incamminò in coda agli operai.
Lucia lo stette a vedere mentre egli si allontanava a passo svelto, diritto
su l'alta, elegante persona.
Quando svoltò, ella tornò a la scrivania, riprese la penna e si diede a
scrivere in fretta, con foga un po' convulsa.
.... «L'orgoglio, mia cara, per quanto ci sia chi lo porta a' sette cieli,
e ne faccia quasi una virtù, per me è una passionaccia volgare, che
scaturisce, ingrossata da altre passioncelle minori, da una sorgente
tutt'altro che nobile; dall'egoismo. No, no, non mi fare gli occhiacci e nè
pure non sorridere con compatimento. L'orgoglio, io sento, che è come l'ho
definito; e non può essere altrimenti, poi che la definizione me l'ha fatta
fare l'esperienza, che è quella maestra infallibile che tutti sanno.
Sicuro; chi è orgoglioso è egoista. Perchè.... perchè, per esempio, rende
uno capace di sacrificare l'affetto, l'amicizia, per fino la pace d'una
persona, al dubbio immaginario di non essere utile, di non compensare chi è
felice di averlo con sè; che anzi gliene è riconoscente come d'un favore.
E questa è una frecciata che se la pigli chi se la merita. Vorrei lanciarne
un'altra agli orgogliosi che ci tengono tanto al loro _io_ coronato d'uno
stemma di conte, che credono, per fermo, di recare un'offesa a sè stessi
abbassando gli occhi fino a chi arriva fresco fresco dal volgo, sia costui
coperto di diamanti e lui in abito sdruscito. La mia freccia in questo
caso, dovrebbe essere ancora più acuta e pungente dell'altra, perchè questo
genere d'orgoglio è peggiore e meno perdonabile del primo, che è però
quello che mi fa soffrire, mentre dell'altro, non mi curo punto.
Avevo promesso a me stessa di non scriverti per un pezzo, magari di non più
scriverti affatto. Ma.... promesse di gente che crede di poter agire senza
consultare il sentimento; gente che ama e perdona; anzi, lecca la mano che
lo ha colpito, ne più nè meno come Wise, il cane buono affezionato e
fedele, che non è orgoglioso lui, e per questo agisce lealmente verso sè
stesso, facendo quello che gli suggerisce il cuore, il quale è sempre il
miglior consigliere.
Oh se tu ti fossi lasciata guidare dal cuore, ora non avresti il rimorso
(poichè io penso che lo devi avere e ti deve anche tormentare) di avere
abbandonata una povera ragazzona che ti voleva un gran bene e che aveva
tanto, tanto bisogno del tuo affetto e del tuo senno!... Che cosa sarebbe
importato a te, se in te avesse parlato forte il cuore, che in casa fosse
piombata come un bolide inaspettato, la sorella di papà?... Non ti saresti
certo sforzata di persuaderli, con ragionamenti pazzi, che ormai, poichè in
casa c'era una signora capace di reggere la famiglia e di badare a me, il
tuo ufficio di governante, anzi di amica, diventava inutile; che non era
della tua dignità di rimanere a farsi _retribuire_ (brutta parola che non
ho inghiottita nè inghiottirò mai) la parte di padrona e di maestra fino
allora esercitata.
Ma il cuore non ha manco susurrato una parola tanto spadroneggiava
l'orgoglio in quel momento. E così, in ossequio del tiranno, che ti andava
cantando inni bugiardi in favore della famosa dignità, così, come se niente
fosse, hai fatto una vittima. Sì, una vittima; e ti prego di non prendere
la cosa in celia, poi che non ci fu mai vittima più vittima di me, che mi
tocca di sentirmi isolata in casa mia, fra il babbo sempre fuori e la zia
che non mi capisce e che io non capisco.
Le ricordi le chiacchierate che si facevano insieme?.. Le letture in
comune? le belle ore di raccoglimento nel salottino, a ricamare, a far
musica?... C'era proprio bisogno che tu mi educassi il gusto alle cose
belle, che dessi alla mia intelligenza desideri non comuni, all'anima mia
aspirazioni elevate, per poi piantarmi qui a rappresentare la parte della
incompresa infastidita!
Meglio era tirarmi su senza tante delicature morali, come la zia per
esempio, che si piace e si compiace dei gingilli, si interessa dei romanzi
a grande intreccio, sta a balzello de' fatti altrui, giudica il prossimo,
biasima, condanna e passa il tempo ozieggiando affannosamente.
Ma... le recriminazioni non giovano a nulla, pur troppo!... Tu mi hai
lasciata; hai voluto, hai potuto lasciarmi, dopo otto anni che si viveva
insieme, e si era come sorelle; mi hai lasciata e... pazienza!... Avessi
almeno il conforto di sapere che ti trovi bene costì, in collegio; che le
tue scolare li amano; che le maestre e la direttrice ti tengono in quel
conto che meriti. Me lo scriverai?... Me la dirai la verità?... poi che per
non affliggermi, saresti capace di farmi vedere lucciole per lanterne,
tu!...
Qui le serate sono lunghe eterne. Il papà, subito dopo pranzo, va fuori, e
non torna che tardissimo; mai prima delle due. La zia discorre con le
sorelle Zolli, che sono venute ad abitare il villino vicino al nostro; e tu
sai che sorta di conversazione esilarante sia quella!... Io leggo, vado in
giardino, adesso che l'aria è tiepida, e mi intrattengo con Wise. Se no,
faccio un po' di musica, per me sola. La maggiore parte delle volte però mi
ritiro alle ore ventuna e finisco la serata in camera.
Di rado capita in casa qualche impiegato della fabbrica; di rarissimo
l'ingegnere Del Pozzo, il Conte Anton Mario Del Pozzo si degna di varcare
la soglia del nostro salotto di _parvenus_. Ma si capisce lontano un miglio
che lo fa per dovere; pare su le spine; dice cose insulse risguardanti il
tempo, il caldo, il freddo e se ne va dopo una visita brevissima.
La zia dice che è un giovine simpatico; un perfetto gentiluomo! Io per me
lo trovo orgoglioso; e ne' suoi atti e nelle sue parole mi par di vedere e
di sentire un non so che di nobile che si degna. Ma si degni o no, a me che
mi fa?..
Non ti ho detto, che fra una quindicina di giorni, papà dà una festa di
ballo per celebrare le sue nozze d'argento con la fabbrica di stecche
d'ombrelli e di chiavette per aprire le scatole di sardine, che hanno fatto
la sua fortuna!...
Papà ha ordinato a Parigi la mia toeletta. Che idee ci hanno, in generale,
questi nostri ricchi industriali, cominciando dal mio papà!.. Lavorano in
Italia e per l'Italia, che vorrebbero grande nella industria nazionale, e
quando si tratta del lusso della loro casa e delle toelette delle loro
signore, ricorrono all'estero, diffidando del gusto del paese, quasi
disdegnandolo.
Che peccato che tu non sia qui per il famoso festone, che deve essere di
quelli di cui i giornali si interessano! Per certo avresti avuto anche tu
una toeletta di _rango francese_, e così cammuffate, seguendo la moda della
giornata, che esige vecchi balli risorti e rinnovati da un battesimo
straniero, parole, biascicate in lingue d'oltre alpi e d'oltre mare, atti a
l'americana e giù di lì, si avrebbe forse avuto tutte due il sommo piacere
di essere giudicate signorine perfette e forse anche la gloria di leggere
il nostro nome nei giornali con tanto di descrizione e di lode!
Ma basta per oggi. Ciao carissima; ciao egoistona, che per amore del tuo
cattivo orgoglio, hai avuto il coraggio di abbandonare la povera
LUCIA.»
Finito di scrivere, Lucia, piegò il foglio in due, lo chiuse nella busta e
fece l'indirizzo, quando il fischio acuto e prolungato della fabbrica,
richiamò gli operai al lavoro.
«Già le tredici!--disse meravigliata.
E alzatasi, con la lettera in mano, che voleva fosse impostata subito,
socchiuse le gelosie e stette a vedere gli operai tornare frettolosi a la
fabbrica. Di questi, alcuni sdraiati bocconi lungo il marciapiede, si
alzavano stiracchiandosi e sbadigliando; si davano una scrollatina e via;
altri finivano d'ingollare la loro polenta o il pane con lo scarso
companatico; un ragazzetto cantava a tutto spiano; due fanciulli si
rincorrevano vociando.
In breve la fabbrica ebbe inghiottita tutta quella gente, e per la via
deserta, di quella parte di città tuttora spopolata, tornò il silenzio.
Lucia, sempre dietro le gelosie socchiuse, voleva persuadersi che fosse
interessante lo spettacolo della via polverosa battuta dal sole abbagliante
e che i rari passeri che volavano dalle piante del giardino a beccuzzare le
briciole sparse su l'acciottolato, fossero meritevoli di particolare
attenzione.
Ma l'interesse e l'attenzione furono tosto assorbiti da una persona che si
andava avvicinando; la persona dell'ingegnere Del Pozzo, il Conte Anton
Mario Del Pozzo, l'orgoglioso che quando favoriva in casa aveva l'aria di
degnarsi.
Era un bel giovine il Conte Del Pozzo; alto, diritto, bruno pallido, con i
capelli neri a spazzola, i baffi arricciati in punta.
Il babbo di Lucia lo stimava assai; gli operai dello stabilimento gli
volevano bene e l'obbedivano come altrettanti agnelli. Tutti lo portavano
ai sette cieli.
«Credo ch'egli sia dotato d'un certo fascino!--pensava Lucia--E il fascino
ha da essere tutto ne' suoi occhi strani!
Certi occhi grandi, di un colore fra il grigio e il verdastro, d'uno
sguardo profondo, dolce e melanconico ad un tempo; certi occhi che non si
potevano dimenticare.
No; non si potevano dimenticare; di questo Lucia era convinta e persuasa.
Il fascino egli lo doveva avere davvero negli occhi!...
Ma possedessero pure, quegli occhi, tutta la potenza affascinatrice che si
volesse, a lei non avrebbero certo fatto nè caldo nè freddo.
Dovette convenire, arrossendo con un segreto inesplicabile rincrescimento,
che il giovine ingegnere non l'aveva mai guardata in modo da far supporre
in lui delle idee da affascinatore.
Si erano trovati così di rado insieme!... Ed anche quelle poche volte,
egli, al di là del saluto rispettoso e di poche parole quasi d'obbligo, non
aveva mai fatto nulla, manco con un'occhiata, per esprimere il benchè
minimo desiderio di stare con lei.
Il suo fascino, se pure è vero che ce l'abbia, egli non pensa certo di
usarlo con te!--le mormorò dentro una voce.--E--continuò la voce--faresti
bene a non occuparti di lui, e lasciarlo in pace, poi che egli non si cura
di te!
Lucia rispose a quella voce con una spallucciata. Ella si curava di lui?...
Era matto da legare chi lo credeva. Ed era una voce pettegola e falsa
quella che le andava blaterando simili scioccherie.
«Ho proprio bisogno che lui si occupi di me!--pensò.
E ricordò, con un sorriso, i vagheggini che le giravano intorno facendole
la ruota come piccioni innamorati! O non era già stata chiesta in sposa
dall'avvocato Stolzi e dal capitano Fralli?... Non dipendeva che da lei
rispondere di sì. Ma lei aveva invece risposto decisivamente di no. E il
figlio del ricco banchiere Svarzi, il signor Aldo, non la seccava con la
sua assiduità?... Ah quanto la seccava!... La seccavano tutti, ecco.
Bastava che qualcuno le si mettesse intorno con l'aria di farle la corte,
perchè dentro l'anima le sorgesse il fastidio, quasi la ribellione. Non
voleva saperne di matrimonio nè di spasimanti lei. Non aveva che
diciott'anni in fin de' conti. Maritarsi per maritarsi come facevano
parecchie fanciulle, ella non lo avrebbe fatto mai e poi mai. E chi le
faceva gli occhi di triglia le dava noia.
Non sposerò che uno che io senta di amare davvero e molto!--concluse.
«Che se quell'uno per me non ci sarà, ebbene! resterò nubile, nubile,
nubile, come tante altre e come la Lena, che non ha voluto sposare il
farmacista che le voleva bene e adesso ha trent'anni suonati!
A proposito di Lena si ricordò della lettera che aveva in mano e che le
premeva d'impostare presto.
Uscì dalla cameretta, scese lo scalone e entrò come una folata di vento nel
salottino di compagnia.
Sedute vicine l'una a l'altra, zia Marta e le sorelle Zolli, nel cantuccio
favorito, presso l'uscio a vetri che dava in giardino, chiaccheravano
animatamente.
Si spaurirono a l'entrata improvvisa della fanciulla e troncarono la
conversazione.
«Zia--disse Lucia, dopo aver salutato e mettendosi il cappello in testa
davanti a la specchiera:
«Esco un momento con Adele per impostare questa lettera!
«Con Adele?--fece la zia stringendo le labbra che sparirono nelle crespe
sottili, e socchiudendo gli occhi.
Le sorelle Zolli guardarono Lucia in aria scandolezzata.
Un vivo rossore si diffuse su 'l volto della fanciulla, mentre si avanzò
fin verso le tre signore, fissandole in atto di chi vuole e aspetta una
spiegazione.
«Vai con chi vuoi, ma non con Adele!--fece la zia.
«Perchè?--chiese la fanciulla con voce un po' rauca.
«Adele è una scostumata!--spiegò zia Marta.
«Fa a l'amore!--saltò su la signora Aurora, la maggiore delle sorelle
Zolli.
«Non è bene che una signorina a modo si faccia vedere intorno con
lei!--soggiunse l'altra sorella Zolli; la signora Rosetta.
«Fa a l'amore con il cocchiere!--informò zia Marta.
«È tutto qui?--chiese freddamente Lucia.
«Converrà licenziarla!--mormorò la zia, seccata dal tono freddo della
nipote.
Di rossa, Lucia si fece smorta. «Come?... licenziare Adele, la sua antica
bambinaia, che aveva conosciuto e voluto bene a la povera mamma!... una
brava e onesta ragazza?... Licenziarla perchè amava ed era riamata?
«Ma... zia--disse, balbettando un poco,--ti ho sentita ieri parlare
dell'amore fra la signorina Cromi e il tenente Poggi e ti intenerivi come
di cosa nobile e gentile!
Zia Marta si dimenò su la seggiola mormorando: «quello è un altro par di
maniche!
Un altro par di maniche?... E perché?... La signorina Cromi avrebbe sposato
il tenente Poggi, come Adele avrebbe sposato il cocchiere!... E se non era
disonesto l'amore fra una signorina ed un ufficiale, non lo doveva neppure
essere quello fra due bravi giovani che lavoravano per vivere. Differenze,
Lucia non ne vedeva. E zia Marta aveva troppo criterio per pensare che una
persona giovine e affettuosa, per la ragione che aveva l'onore di servirla,
dovesse rinunciare al proprio avvenire e soffocare il proprio sentimento.
Parlare di licenziamento era cosa ingiusta e crudele. Ella stessa, Lucia,
avrebbe fatto in maniera che Adele sposasse presto il cocchiere. Le voleva
bene lei, la stimava; nessuno mai le avrebbe fatto del male; se la prendeva
sotto la sua protezione, se la prendeva!
Qui Lucia, che aveva parlato un po' vibratamente, nauseata da quella
ingiustizia, da quei pregiudizi, da quell'egoismo, s'inchinò con freddo
rispetto dinanzi alle tre signore e uscì chiamando Adele ad alta voce.
Dopo un momento, zia Marta e le sue amiche videro al di là del tendone che
l'aria sollevava, la signorina Lucia, che trotterellava spedita a la volta
del centro della città, insieme con la cameriera.
«Ecco il frutto dell'educazione d'oggi!... lamentò la signora Marta.--Mio
fratello che lascia fare; quella signora Lena che si è piaciuta di
svegliare nell'anima, della sua allieva il fatale spirito dell'indipendenza
e la forza di volontà, che si ribella a tutto e a tutti, e di nutrirla di
certe teorie strambe, da vero _fin de siècle_.
La signora Aurora, con un sospirone, approvò le parole dell'amica.
E sua sorella gemette: «Il mondo s'è cambiato!... Dio sa che cosa ci si
prepara!... Non c'è più sommissione, non c'è più rispetto, non c'è più
differenza fra gente e gente!... Anche le persone per bene si danno al
_socialismo_!
E susurrò a fior di labbra queste parole che la terrorizzavano!
*
* *
Finito di desinare, il signor Pippo Ferretti, il ricco industriale, come di
solito, fece la sua toeletta della sera, e prima di uscire salutò la
sorella e baciò in fronte la figliuola, che lo accompagnò fino all'ingresso
della portineria; un amore di casetta svizzera.
«Non ti annoi troppo a restar qui con la zia?--le chiese il babbo.
Era la domanda che egli le faceva ogni sera, quasi a sgravio della propria
coscienza, certo di sentirsi rispondere di no, certissimo della bugia
generosa che era in quel no. Ma tranquillava la propria coscienza e scusava
sè stesso, dicendosi, che dopo una giornata di lavoro, un uomo ha pur
diritto a qualche ora di svago, a un po' di libertà, al soddisfacimento di
qualche desiderio; e poi riposava nella convinzione, che sua figlia sarebbe
stata incapace di imporre a lui un sacrificio; che anzi un sacrificio suo
non l'avrebbe voluto a nessun costo, che le avrebbe guastato ogni piacere
solo il supporto. Del resto, qualche volta, egli la conduceva a teatro
insieme con la zia, la sua figliuola; in casa si ricevevano spesso gli
amici la sera, e non di rado si davano serate e trattenimenti.
«Non ti annoi troppo a restar sola con la zia?--ripetè ancora quella sera
il signor Pippo.
Lucia gli rispose come di solito, sorridendo e aggiustandogli
nell'occhiello del soprabito chiaro, la cardenia profumata.
«Sei un papà ancora giovine e bello!.. bada!--gli disse minacciandolo con
la manina.
Egli rise ringalluzzito, e arrossendo lievemente; baciò un'altra volta la
figliuola e uscì.
Il signor Pippo Ferretti era davvero un bell'uomo; di media statura, ben
piantato, con i baffi tutt'ora biondi e i capelli appena brizzolati su le
tempia, portava su 'l volto dai lineamenti regolari, l'espressione
dell'uomo soddisfatto di sè.
Lucia amava e stimava il suo papà; l'uomo che aveva voluto ed era riuscito;
il povero figliuolo d'un barcaiuolo del lago di Como, che, a forza di
stenti, era riuscito a studiare, a metter su fabbrica, a farsi brillante
strada nella vita!... Una cosa però la urtava in lui; ed era la smania
dello sfoggio, della pompa, che la povera mamma, figlia d'un avvocato con
pochi mezzi, gli aveva parecchie volte rimproverato; lei, che amava la vita
semplice, intima; che riponeva ogni felicità nell'affetto, nella famiglia.
Oh come Lucia la ricordava la sua povera mamma, che le era morta quando
ella non era ancora entrata ne' dieci anni... Una signora piuttosto
piccola, bruna, dal soave sorriso; Adele, diceva di lei che era una santa;
e Bortolo il vecchio servitore, che l'aveva vista nascere e l'aveva seguita
sposa nella nuova casa, non ne poteva parlare senza che le lagrime gli
inumidissero gli occhi.
La sua povera mamma era contraria a l'idea di quel villino civettuolo e
costoso; ella abborriva da tutto ciò che potesse attirare l'attenzione; era
una aristocratica del sentimento.
E in quel villino ove era venuta a malincuore, era poi morta dopo soli due
anni, povera cara!.. E ora giaceva seppellita nel cimitero del villaggio
ove era nata e cresciuta, lungo la spiaggia Ligure. Era morta in piena
coscienza di sè, rassegnata, tranquilla, dopo che Lena, la figliuola d'una
sua amica d'infanzia, era accorsa al suo appello promettendole che avrebbe
fatto da madre a la sua piccola Lucia.
«Ah Lena!... hai mancato a la tua promessa, per orgoglio!--mormorò a l'aria
fosca della sera la fanciulla, che dopo la partenza del padre, si era
fermata in giardino, ritta contro il muriciuolo, le dita intrecciate
nell'inferriata del cancello, lo sguardo vagante.
Poteva star lì finchè voleva. La zia, dopo pranzo, appisolava per un'ora e
più; e non c'era sugo stare a vederla ciondolare il capo e lasciarlo
piombare su 'l petto con un russare faticoso di persona ben rimpinza di
cibi succolenti. No; non c'era sugo.
Era meglio star lì a respirare una boccata d'aria, a veder passare ogni
tanto qualche persona, a conversare con Wise.
«Non è vero Wise? che è meglio star qui con te, che mi capisci e mi vuoi
bene?... Buon Wise!...
Bravo Wise!
«Bub! bub!
Il cane rispondeva abbaiando, scodinzolando, lambendo la mano della
padroncina, dell'amica. Le si strofinava intorno quasi a farle intendere
che le voleva bene davvero; oh quanto!
«Wise! buon Wise!... tu mi vuoi bene, lo so! e te ne voglio anch'io, sai,
molto!... È così difficile essere voluti bene davvero!... così
difficile!... così difficile!
«Bub! bub!
L'abbaiare finiva in un guaito, quasi in un gemito. Si sarebbe detto che la
bestia fedele e intelligente leggesse nel cuore della fanciulla.
L'aria si andava raffittendo. I fiori della robinia mandavano effluvi
dolcissimi; si sentiva, a distanza, il brusio della città; ogni tanto il
tram elettrico, correndo veloce su le rotaie, passava rapido dinanzi a la
cancellata del giardino.
Lucia s'era messa a sedere su lo sporto del muricciuolo e pensava a testa
china. Che cosa importava a lei d'essere ricca, figlia unica, quasi
un'ereditiera?.. Suo padre le era tolto, dagli affari lungo la giornata, la
sera, dagli svaghi; in casa non ci aveva che la zia, una buona donna irta
di pregiudizi, che non destava in lei nè poteva sentire nessuna simpatia
per lei. Lena l'aveva lasciata. Chi le voleva bene davvero, erano, Bortolo,
Adele e Wise. Del resto nessuno le era affezionato.
Ella non credeva per certo alle dichiarazioni dei vagheggini!... Era troppo
ricca per lasciarsi andare a prestar fede a dei giovinotti che le volevano
far intendere di amarla, lei, proprio, lei!
«Wise! povero Wise!--esclamò, in uno slancio di riconoscenza per la buona
bestia che l'amava per sè stessa.
Ma Wise rispose, dal lato opposto del giardino, con un guaito, senza
accorrere.
Lucia, insospettita, aguzzò gli occhi, si alzò e vide, fermo davanti al
cane, al di là del cancello, l'alta figura dell'ingegnere Del Pozzo.
«Wise!--chiamò ancora la fanciulla.
L'ingegnere si mosse; una voce suonò nell'aria sommessamente:
«Buona sera, signorina!
«Buona sera!--rispose Lucia, quasi suo malgrado. E stette in ascolto finchè
i passi dell'ingegnere si perdettero in distanza, dalla parte della
fabbrica.
«Come mai il signor Conte Anton Mario Del Pozzo passeggia a quest'ora da
queste parti e perchè è andato verso la fabbrica, che deve essere chiusa?
Entrò nel salotto, che la zia, finito di appisolare, già conversava con le
sorelle Zolli, venute da un poco.
Salutò; passò subito nel salottino attiguo, si mise al piano sfogliando un
album di musica classica.
Suonava sotto voce, interpretando la musica secondo la disposizione d'animo
del momento, cercando e trovando una muta simpatia fra sè stessa e il
suono.
Finì per dare un'espressione melanconica, a un pensiero brioso; e
l'originalità della cosa, le diede impressioni strane; come d'un fiore
divelto prima della fioritura; come d'un insetto alato morente nell'acqua
in piena gioia di sole; come di gorgheggio d'uccello violentemente troncato
da sparo crudele.
«Lucia!.. ci appresti il thè?--chiese la zia ad un tratto.
Lucia lasciò il piano, chiuse l'album, ritornò in salotto.
Apprestò il thè al piccolo tavolo; offerse chicche, biscotti, liquori,
crema, vini; recò le tazze fumanti e profumate alle tre signore; stette a
vederle sorbire la delicata bevanda, gustare le leccornie; e invidiò loro
il volgare piacere.
«Poter godere delle piccole, sciocche cose!-- andava pensando--piacersi
delle ghiottonerie! occuparsi e divertirsi di insulsaggini!... Beato chi è
fatto così, e non si affanna a correr dietro a un ideale, che fugge e fugge
lusingando e attraendo con una fiamma bugiarda; fuoco fatuo.
A un punto entrò Bortolo con il viso smorto. Pregava la signorina che gli
desse qualche cosa di spiritoso per un povero fanciullo operaio che s'era
fatto male a la fabbrica quel giorno stesso e che, dopo la medicazione del
chirurgo, peggiorava a vista.
«Papà sapeva?--chiese con ansia Lucia togliendo dall'armadio una bottiglia
di cognac e consegnandola a Bortolo, che accennò di sì con il capo.
«E anche tu, zia?--chiese la fanciulla.
Dio buono!... Certo che la zia sapeva. Ma non c'era ragione di affannarsi a
quel modo; disgrazie ne capitano ogni giorno; e, si sa... a chi la tocca la
tocca!
La zia parlava non smettendo di mangiare e offrendo chicche alle amiche,
che si rimpinzavano.
Come si poteva ingollar leccornie a quel modo, quando lì, a pochi passi di
distanza, un poverino, lavorando nella fabbrica che dava la ricchezza a la
casa, soffriva forse acerbamente, forse anche lottava con la morte?
Come mai aveva potuto, il suo papà, che sapeva che per certo aveva veduto,
fare come di solito la sua elegante toeletta, scherzare con lei, uscire per
lo svago d'ogni sera, forse dimenticare il triste caso in un salotto
allegro o fra amici gaudenti?
Un'ambascia, fatta di pietà per il poverino malato e di disgusto per
l'indifferenza del padre, della zia, e di quelle insipide zitellone, gonfiò
il cuore della povera fanciulla.
«Vado con Bortolo--finì per dire--voglio vedere anch'io!
E si incamminò, non badando alle rimostranze della zia, che trovava
eccessivo quello zelo caritatevole, che temeva un'emozione troppo violenta
per la nipote, in quell'ora di dopo pranzo; che si doleva di non poterla
accompagnare, perchè troppo sensibile, incapace di sostenere la vista d'un
sofferente.
«Bene, bene! fece Lucia--non darti pensiero per me; vado con Bortolo.
E uscì così com'era; a capo scoperto. Per andare a la fabbrica non c'era
che da attraversare il giardino, che dava, in un cortiletto di
comunicazione interna fra la casa e l'ufficina.
«S'è fatto male assai?--chiese, camminando frettolosa, al servitore.
«Assai!--rispose questi.--È difficile che se la cavi!... povero fanciullo!
Al buon uomo, tremava il pianto in gola, parlando.
Il malato giaceva in una camera presso la portineria, nel letto sempre
pronto ad accogliere chi si fosse fatto male, che non era cosa
straordinaria, o chi fosse assalito da improvvisa sofferenza.
Giaceva supino sui guanciali candidi, la testa bruna abbandonata, gli occhi
semichiusi, il respiro affannoso; su la rimboccatura, le povere mani nere
di polvere di carbone, stavano inerti. Insieme con il respiro ansimante,
dal petto del poverino usciva un lamento continuo che straziava.
La fiammella del gaz abbassata, spandeva una luce smorta, rischiarando
l'agonizzante con riflessi foschi, strani, paurosi.
Bortolo porse la bottiglia a un vecchio signore ritto a fianco del letto.
Un altro signore si staccò dal fondo della camera e porse a questi un
cucchiaio. Bisognava sollevare un poco il capo al poverino per fargli
inghiottire qualche sorso.
Lucia si fece innanzi, tutta pallida ma senza tremiti, passò un braccio
sotto al guanciale e lo alzò delicatamente; il povero fanciullo gemette più
forte. Il cognac fu inghiottito a fatica. Lucia riabbassò il guanciale, su
cui il malato girò lentamente il capo posandolo su una guancia; cessò il
gemito, parve assopito. Parve morto a la fanciulla, che si rizzò presa da
subito, invincibile sgomento e levò lo sguardo spaurito in cerca di
conforto. Si incontrò in due occhi chiari, che la fissavano con intensità
melanconica.
«Morto?...--chiesero le labbra della fanciulla, senza mettere suono.
No; gli occhi chiari risposero negativamente. Ma in quel no erano il
dolore, quasi il rammarico. Così fosse!... dicevano quegli occhi. La morte
sola può togliere il disgraziato a lo spasimo.
Un fremito corse nei sangue di Lucia. Si inginocchiò di fianco al letto,
chinò le labbra su la manica nera del morente. Quale tenerezza di pianto,
quale religioso rispetto le inspirava, quella disgraziata vittima del
lavoro!... Perchè succedono quei casi dolorosi?... Perchè non si era ancora
trovata la maniera di farli evitare, di impedirli?... Perchè Iddio
permetteva che accadessero?...
Il sentimento di superba investigazione fu tosto soffocato nella preghiera.
«Signore!... fate che cessi di soffrire!--sospirò in un singhiozzo
represso.
«Signore! chiamatelo in Paradiso con voi!
Levò il capo, colpita da un improvviso lamento, lungo, spasmodico; scattò
ritta.
Il malato in un supremo sforzo, si era tirato su a sedere su 'l letto, e
guardava nel vuoto con gli occhi sbarrati, vitrei. Aperse le braccia come
se le stendesse a qualcuno e mormorò il nome di Teresa. Poi si lasciò
andare su 'l guanciale, supino, la bocca aperta, inanimato.
Lucia si sentì vacillare; le girava la testa; nel cervello sentiva un
ronzio doloroso; non scerneva più le persone; più non si raccapezzava.
Qualcuno le offerse il braccio, la strascinò via, le fece sorseggiare del
cognac.
Sentì salire un groppo a la gola e scoppiò in pianto.
«Coraggio!--le sussurrò presso una voce commossa e carezzevole.--Iddio ha
voluto così; non si può andar contro a' suoi voleri!
Chi le parlava?... chi era con lei e la guidava a casa attraversando il
cortile?
Levò gli occhi su 'l volto pallido del suo compagno; l'ingegnere Del Pozzo.
Ah! egli non l'aveva lasciato il povero fanciullo che s'era fatto male a la
fabbrica!... Non era fuggito dal povero moribondo!... Non era andato a
distrarsi dopo la giornata di lavoro!... Non aveva avuto riguardi per la
propria sensibilità!...
Avevano attraversato il cortile; erano entrati in giardino. Ai piedi della
scalea, che dava su la porta d'entrata del villino, Lucia si arrestò; porse
tutte due le mani a l'ingegnere e gli disse in un soffio: «Grazie!»
«Coraggio!--le ripetè lui, stringendole le mani.
Che espressione soave, che espressione pietosa avevano in quel momento,
quegli occhi chiari!.. Oh sì sì!.. essi dovevano possedere un fascino; ma
era un fascino buono, che comanda carità, che chiede il bene!
«Grazie!--tornò a dirgli Lucia mentre egli ritoccava il cappello in segno
di saluto. E soggiunse: «Si informi della famiglia di quel poverino, e, me
ne sappia dire qualche cosa!..
A sommo della scala si rivolse: «Torna là?--chiese subitamente.
«Sì!--rispose l'ingegnere avviandosi.
In salotto, la zia e le sorelle Zolli giuocavano a scopa.
«E così?--chiesero in coro senza smettere il giuoco.
«È morto!--rispose cupamente Lucia.
«Ha finito di penare!--disse la zia buttando una carta.
«È al riparo dai pericoli!--fece la signora Aurora.
«Dio lo accolga!--esclamò la signora Rosetta.
«Scopa!
Zia Marta, con moto rapido, raccolse le carte vincitrici con un sorriso di
soddisfazione e segnò il punto.
«Io vado a letto!--disse Lucia uscendo--Felice notte!
«Felice notte!--risposero tutte tre insieme le giuocatrici!
«Scopa!
La signora Marta era fortunata quella sera.
Lucia l'udì annunciare ancora due volte la vincita, mentre ella saliva lo
scalone per ritirarsi in camera con le sue emozioni, i suoi sentimenti.
*
* *
Alcuni giorni dopo quella triste sera, il babbo tornando a casa per la
colazione, consegnò a Lucia una lettera non suggellata.
«È dell'ingegnere del Pozzo--disse,--pregò me che te la consegnassi.
Un'ondata calda corse a la fronte della fanciulla. Prese la lettera,
l'aperse, lesse ad alta vece:
«_Gentile Signorina_,
«Il povero fanciullo ch'Ella ha veduto morire, non aveva altri al mondo che
una sorella, la quale gli faceva da madre. Essa ha vent'anni ed abita in un
abbaino su 'l Corso di Porta Nuova N.... Lavora da sarta.
«Con rispetto. Le porgo i miei doveri.
«ANTON MARIO DEL POZZO.»
«Va bene!--disse Lucia piegando la lettera, mentre uno strano senso di
incresciosità le sconvolgeva il cuore. Trovava quelle righe troppo
cerimoniose, troppo fredde, dopo che tutti due avevano passato un'ora al
letto del morente, risentendo le medesime impressioni, soffrendo le
medesime ansie. Le pareva ch'egli avrebbe potuto aggiungere almeno una, una
sola parola un po' gentile nel darle l'informazione di cui ella lo aveva
incaricato. Sentì eccessiva la delicatezza del giovine che aveva voluto
consegnare la lettera, aperta al suo babbo.
«Va bene!--tornò a dire.--E se tu, papà, lo permetti, andrò con Adele a
vedere la sorella del povero fanciullo e le porterò i miei risparmi.
Vide negli occhi della zia lampeggiare la disapprovazione per quel passo
imprudente, quasi ardito. Una signorina che andava in un abbaino!.. che si
metteva a contatto con una ragazza sconosciuta; una sartina; forse peggio;
e vi andava con Adele, che ella, se avesse potuto, avrebbe licenziata
volentieri.
Questo, Lucia lesse negli occhi della zia e fece una impercettibile
spallucciata.
Il papà, lui, acconsentiva; altro!.. anzi toglieva dal portafoglio alcuni
biglietti di Banca e li dava a la figliuola. Il povero ragazzo operaio era
morto lavorando in fabbrica; era un dovere pensare, provvedere a chi
lasciava.
Lucia rispose al suo papà buttandogli le braccia al collo. Come era
contenta di quel tratto di generosità, lei che aveva tanto sofferto per la
sua indifferenza il giorno della disgrazia del povero fanciullo!..
Dunque anche suo padre aveva cuore caritatevole e generoso, malgrado le
apparenze, che lo facevano parere insensibile, freddo, amante delle
abitudini, della quiete morale!... No; no; il suo papà non era, come la
zia, incapace di vedere un palmo in là del proprio orizzonte; lui non
dimenticava, per quanto spesso sembrasse, d'essere stato povero; d'aver
passato l'infanzia, l'adolescenza e parte della giovinezza nelle
ristrettezze non di rado dolorose; insieme con la fortuna, egli non aveva
accolto certi pregiudizi ridicoli e crudeli!...
In fatti, quando aveva saputo dell'amore di Adele, aveva interrogato il
cocchiere per veder chiaro nella cosa e per interesse della giovine, che
era in casa da parecchi anni. Il cocchiere, un onesto giovanotto, aveva
subito confessato il suo affetto e dette le sue buone intenzioni; ed egli,
il babbo, aveva stabilito il tempo delle nozze, aggiungendo che una volta
marito e moglie, se volevano, avrebbero potuto continuare a servire in
casa. Alle osservazioni della sorella, a' suoi atti scandolezzati, un po'
ridendo, un po' su 'l serio, aveva bellamente fatto capire, che era sua
intenzione fosse fatto così, e che così si sarebbe fatto.
Lucia ingollò in fretta la colazione, nella impazienza di uscire, di andare
dalla povera fanciulla, che aveva così barbaramente perduto l'unico
fratello.
Indossò un vestito scuro, modestissimo; in testa mise un cappello di paglia
nera senza ornamenti; e così semplice e nella semplicità più che mai
elegante e graziosa, si incamminò con Adele.
La giornata, era smagliante di sereno; l'aria calda e piena di effluvi
odorosi.
Presero per un viale del parco, che avrebbero attraversato per sboccare su
'l corso Garibaldi, e di là, infilare i bastioni fino a Porta Nuova.
Il babbo aveva proposto di ordinare la carrozza. Ma Lucia non aveva voluto;
la delicatezza che le aveva suggerito di vestire modestamente, la faceva
rifuggire da ogni apparenza di lusso. Recare soccorso e conforto al povero,
in toeletta sfoggiata e in carrozza, le sarebbe sembrato brutto, meschino,
quasi vile.
Il sole abbagliante indorava il parco dalle piante tutt'ora in arbusto;
senz'ombra.
Su l'erba de' prati, le prime farfalle volavano in avida ricerca dei fiori.
I passeri, gli usignuoli, qualche cincia, volavano da una pianta a l'altra,
in gran faccende per la costruzione del nido; da un boschetto veniva il
gorgheggio della capinera; ogni tanto un volo di rondini segnava una mobile
striscia nera nell'aria d'oro e un garrito prolungato diceva la gioia del
ritorno.
Lucia e Adele, con l'ombrellino aperto, trotterellavano via svelte e
leggiere chiacchierando con la confidenza benevola e rispettosamente
affettuosa, che sempre è fra una padroncina buona e giusta, e una domestica
riconoscente e affezionata.
Adele diceva della sospettosa sorveglianza, dei rimproveri, dalle continue
stoccate della signora Marta, che pareva si imbattesse nel diavolo ogni
volta che vedeva lei o il cocchiere, e che mandava saette dagli occhi
quando li sorprendeva insieme a scambiarsi due parole, da gente che si vuol
bene.
«È pure stata maritata anche lei!--soggiungeva.--E se fu maritata è segno
che ha voluto bene a suo marito, anche prima che fosse suo marito. O in
certi casi, essere poveri o ricchi non è lo stesso?...
Lucia dava ragione a Adele senza però dare apertamente torto a la zia. Oh
tutt'altro!... La povera donna bisognava compatirla; era in là con gli
anni; aveva sofferto per la lunga malattia del marito.
«Ed ha un cervellino da coniglio, poveretta!--finiva fra sé.
Al vecchio Tivoli, si imbatterono nell'ingegnere del Pozzo, che vedendo
Lucia, fece un leggero atto di sorpresa e salutò cerimoniosamente facendo
di cappello.
Quell'improvviso, inaspettato incontro, fece dare un tuffo nel sangue della
fanciulla. Emozione della quale rise tosto in cuor suo. Che sciocca era a
commuoversi d'una cosa così naturale!... Proprio una sciocca che ella
stessa non riusciva a capire.
Arrivarono lungo i bastioni di Porta Garibaldi. Gli ippocastani erano già
coperti di foglie d'un color verde tenero; foglie di poco sbocciate dalle
gemme. Di sotto il viale, dal suolo ricamato di ombre fantastiche e mobili,
la gente camminava frettolosa e allietata dall'aria primaverile.
Giunsero presto su 'l corso di Porta Nuova, a la casa additata.
La giovine sarta a la quale era morto il fratello nella fabbrica ove
lavorava, era in casa.
«Scala a destra, seconda corte, abbaino numero otto!--informò il portinaio,
dal deschetto, non smettendo di battere il cuoio d'una suola di scarpa.
Attraversarono la prima corte; entrarono nella seconda. Lucia si mise per
la prima nella scaletta ripida e scura; e su, su, su, seguita da Adele che
cominciava a ansimare. A l'ultimo pianerottolo, infilò un'altra scaletta
serrata fra i muri, finchè giunse nello stretto corridoio dove mettevano
gli usci numerizzati degli abbaini.
In uno di questi, aperto, una vecchia si cullava su le ginocchia un bimbo
in fasce, cantandogli il ninna nanna con voce roca.
Da un altro, insieme con un piagnucolare di fanciullo, veniva un odore
tignoso di merluzzo fritto.
In un terzo, chiuso, si rideva vociando.
L'abbaino numero otto, era l'ultimo ed aveva l'uscio aperto sbarrato.
Lucia e Adele si arrestarono un momento su la soglia.
Seduta a un tavolino ingombro di matassine e rocchetti e cuscinetti per
aghi e spilli e forbici e ritagli di stoffa, una giovine donna, baciata dal
sole che pioveva un suo raggio dal finestrino, in alto, staccando una tinta
d'oro dai suoi capelli biondi e copiosi, era intenta al lavoro.
Levò gli occhi cerchiati d'azzurro come Lucia chiese il permesso d'entrare;
si alzò premurosamente, stette in attesa di sapere il perchè della visita.
Lucia si spiegò.
A le parole della signorina, il volto pallido e soave della giovine bionda,
prese poco a poco un'espressione dura; la bocca le si atteggiò a disdegnosa
amarezza; gli occhi turchini si fecero torbidi.
Con i pugni serrati su 'l tavolino, il busto sporgente innanzi, aveva
l'aria d'una creatura offesa, che si ribella a soprusi e prepotenze.
«L'hanno lasciato morire senza chiamarmi!...--sibilò con accento cupo.
E soggiunse tosto in un gemito: «Per i poveri non c'è pietà!.. Oh il mio
Cecchino! il mio Cecchino!
Con rapidità dolorosa, mutò espressione; gli occhi le si empirono di
lagrime; la bocca, quasi ancora infantile, tremò nel pianto, e i singhiozzi
le uscirono dal petto ansante, che ella comprimeva con le mani incrociate.
Pallida di sorpresa e di dolore, Lucia si fece presso a la povera giovine,
e l'accarezzò mormorandole parole di conforto.
Il suo povero fratellino ella l'aveva visto morire, nè gli erano mancate le
cure più affettuose. Non si era potuto mandar a chiamare lei, per la
ragione che, certo, non si sapeva quale e dove fosse la famiglia del
poveretto; ed anche, forse, perchè la disgrazia era stata troppo repentina.
E lei, poverina, certe brutte cose non le doveva pensare, non le doveva
dire!
La giovine scrollava la testa non smettendo di piangere. Ah non doveva
pensarle, non doveva dirle certe cose?... La signorina parlava a quel modo
perchè ella non sapeva nulla della vita grama!... Lei, a vent'anni, ne
aveva già passate tante!... La ricca casa commerciale ove il suo povero
padre aveva lavorato per tanti anni, onestamente, quando egli moriva, aveva
pensato a' suoi figliuoli, orfani e poveri?...
Lei faceva l'ultimo anno a la Scuola Normale quando suo padre moriva; e suo
fratello andava alle tecniche.
La miseria aveva obbligato l'una e l'altro a troncare gli studi per il
pane. Ella si diede al mestiere della sarta per far presto a guadagnare e
il fratellino entrò nella fabbrica maledetta dove doveva morire!...
Lavorando tutti due, non sempre riuscivano a sfamarsi, a pagare a tempo
l'affitto dell'abbaino. E..... e.....
Parlando le si erano essiccate le lagrime; non le restava che un ansimare
faticoso e un triste lampo negli occhi, che fisava in volto a Lucia.
«Quando si ha fame e non si vuol veder penare una persona cara--continuò
stillando le parole--quando si ha fame e non si vuol morire nè rubare, sa
lei su che via si mette una ragazza giovine e non brutta?.... Lo sa?... Lo
sa?
Adele prese per una mano Lucia. La voleva condur via, adesso che capiva. Le
scottava la terra di sotto i piedi; le pareva impossibile che la padroncina
non prendesse l'uscio, non precipitasse in fuga giù dalle scale.
Ma Lucia non aveva nessuna intenzione di prendere l'uscio nè di precipitare
giù dalle scale. Guardava in vece con profonda pietà la giovine che aveva
finito per chinare il capo su 'l petto, arrossendo fino al collo.
Poi fattosele presso, le stese la mano che la giovine non prese, accennando
di no con la testa.
«Perchè?... perchè?--disse Lucia con voce un po' tremante--siete in collera
con me, che non vi ho fatto nulla di male, che anzi vorrei farvi del bene?
No; non era certo la collera che faceva agire così la povera fanciulla.
Lucia lo capì dallo sguardo umido che ella le levò in volto. Era tutt'altro
che collera; era un sentimento delicato, un senso di avvilimento morale, da
anima punto volgare.
Lucia si fece coraggio. Levò l'involto dal portafoglio e lo pose
timidamente su 'l tavolino.
«Sono cinquecento lire!--balbettò, mentre il rossore le correva su 'l volto
bello e gentile.--Ve le manda il mio papà e vi prega di accettare in
memoria di vostro fratello. E io.... vi prego di ricordarvi di me!... Vi
lascio il mio biglietto di visita.
A le parole di Lucia, la giovine aveva sussultato. Afferrò l'involto; con
mano tremante lo aperse; guardò i biglietti, li contò rapidamente; poi, in
uno slancio subitaneo, si buttò ai piedi di Lucia esclamando nelle lagrime:
«Grazie! grazie!... il povero Cecchino ha pregato per me!... mi ha mandato
un angelo del Signore!.. Grazie! grazie!.. Adesso potrò essere accettata in
convento!.. Ci volevano cinquecento lire; ci sono!
Le baciava le mani, le baciava il vestito in una foga di riconoscenza.
Ora anche Adele piangeva; più non si sentiva scottare il suolo di sotto i
piedi; capiva che la signorina aveva fatto bene a non fuggire come
un'appestata, quella povera creatura.
Lucia fece alzare la poverina, e baciandola, la pregò che la tenesse
informata di quanto avrebbe fatto.
«Faccio subito le pratiche per entrare in convento!--mormorò la giovine con
il fiato mozzo dall'emozione.
E disse che quello era sempre stato il suo desiderio, dopo che le era morto
il padre; e che dal giorno che anche il suo povero fratello era andato in
Paradiso, essendo libera, s'era prefissa di lavorare giorno e notte a lo
scopo di raggranellare i danari necessari per essere accettata come
novizia.
«Adesso i denari ci sono!... Cecchino ha pregato per me!... Corro oggi
stesso al convento!... Grazie! grazie! grazie!
Baciò ancora le mani di Lucia, accompagnandola fino in fondo al corridoio,
a capo della scala.
«Tenetemi informata e ricorrete a me per qualunque cosa!--le ripetè Lucia,
salutandola.
E scese le scale con una grande commozione in cuore e nell'anima un vivo
senso di gratitudine verso Dio.
«Oh sì! sì!... a monaca! in un convento!... meglio, meglio,
poverina!--andava dicendo fra sé.--A curare gli infermi, a servire il
Signore nella pietà, dopo tante amarezze, tanto dolore, tanto avvilimento!
Passando dinanzi la chiesuola delle Fate-bene-sorelle, vi entrò.
Davanti a l'immagine della Madonna era acceso un cero; su 'l gradino
dell'altare maggiore, un vecchio pregava intensamente, con la testa canuta
nelle mani.
Lucia si inginocchiò in un banco, e invocò il Signore per la sorella del
povero Cecchino, per i disgraziati, tutti, spinti dalla povertà,
dall'abbandono, a azioni indegne; per i molti fortunati in continua
ribellione contro le leggi di natura e il volere di Dio, che impongono
interessamento per gli infelici, pietà, generosità.
«Ah Signore! fate che la ricchezza non mi offuschi il sentimento, che non
mi stacchi da voi e da chi soffre!