A occuparsi degli altri, anche se l’occupazione è forzata, si
dimenticano per poco le proprie angustie, ed io così, in quei giorni
di crisi che avevano assottigliato di tanto la mia vantata ricchezza
e accresciuto, con la fuga imprevista di Clara, le mie cure ed i miei
fastidi, avevo distratto alquanto l’animo dal pensiero più assiduo,
più intenso che mi logorasse la vita, dal pensiero di Gastone e di
Fanny. Nessuna lettera da Nantes o da altra parte che mi desse nuova
del Visconte. Quanto a Fanny, ella andava ripigliando la sua tranquilla
serenità. Aveva cominciato col guardar curiosamente Clara; poi vi si
era avvezza e non le badava. Non avevano però, mia sorella e lei, una
grande simpatia reciproca. Clara amava poco i bambini, e so che quando
le fu noto com’io mi fossi fatta la custode di Fanny, ebbe a dire ch’io
avevo gusti assai strani e ch’ella non si sarebbe mai presa una briga
simile. Cose che mi disgustavano e mi facevano desiderar vivamente che
mia madre si sbrigasse a riconciliarsi seco e l’accogliesse in casa.
Ma la povera donna era ancora intrattabile. Non solo non m’era grata
per ciò ch’io avevo fatto per lei, ma non mi perdonava di aver diviso
le sue sorti da quelle di suo marito, e non voleva veder nè me, nè
Clara, che con la sua fuga scandalosa aveva precipitato il disastro.
Certo ove l’animo mio fosse stato scevro di passioni, avrei dovuto
riconoscere che le ragioni di mia madre non erano basse ed ignobili, e
poichè ell’amava _quell’uomo_, e ne aveva fatto il signore della sua
vita, riusciva naturale ch’ella si dolesse che la mano ond’ella era
stata soccorsa avesse invece respinto lui nell’abisso. Ma io riandavo i
segreti dolori di mio padre, e mi vinceva un impeto di gelosia pensando
ch’egli, savio, buono, onesto, amorevole, aveva sofferto in silenzio
spregi ed onte infinite da quella donna medesima che oggi sfoggiava
tutte le virtù femminili in favore di colui dal quale aveva appreso
l’oblio dei propri doveri. Oh lo stato del mio animo non può essere
inteso che da chi si sia trovato in condizioni pari alle mie, e io non
auguro a nessuna giovane una tale sciagura! Sì, io esultavo oggi della
vergogna che ricadeva sul capo al signor Venanzio; la sicurezza che una
condanna ignominiosa l’avrebbe colpito mi empiva d’una gioia feroce.
Non lo dissimulo e non me ne lodo; so che questa gioia dei mali altrui
deve ripugnare a chi abbia senso di gentilezza, ma io non giudico,
narro. Del resto, io tengo per fermo che se quella triste consolazione
non fosse venuta a interrompere il corso de’ miei pensieri sempre
rivolti ad un punto, sempre informati a una cupa e inquieta mestizia,
il mio spirito si sarebbe accasciato senza rimedio.
Non dovevano però tardare gli avvenimenti destinati a riaprire, e
questa volta in modo più crudele che mai, la mia piaga. Ogni settimana
io mandavo alla posta per sentire se fosse giunta una lettera
all’indirizzo ch’io avevo dato al notaio Moussu, e quando mi si diceva
che non v’era nulla, ne provavo un infinito sollievo. Quelle lettere
non potevano più essere una speranza, erano una minaccia, un incubo
che mi pendeva sul capo. Esse non potevano dirmi ormai che una cosa:
Gastone è morto. E questa cosa significava: Restituite Fanny. Perciò io
non osavo più scrivere a Nantes. Anzi, trascorso il 1813, avrei smesso
altresì di far le mie ricerche alla posta. Mi sarei forzata a credere
che non vi fossero sicure notizie della fine di Gastone, e che quindi
io non avessi diritto di consegnare in mani d’altri il deposito ch’egli
mi aveva confidato. Indi avrei tentato di vivere dimenticata dal mondo,
di vivere sola con Fanny e per Fanny, di vederla crescere sotto a’
miei occhi, di educarla, e di dirle poi, quand’ella fosse grandicella:
Fanny, tu appartieni a una cospicua e ricca famiglia francese, ma tuo
padre è partito un giorno per la guerra e ti raccomandò alle mie cure
dicendo che sarebbe venuto a prenderti. Non venne, e tu capirai che
cosa significhi un padre che non viene più a cercar di sua figlia.
Tu lo capisci, è morto. Avrei potuto condurti nel castello de’ tuoi
avi, e saresti cresciuta in mezzo all’opulenza ed al lusso. Ma sarebbe
stato mestieri ch’io mi separassi da te, e non ne ebbi la forza. Ti
tenni meco, cercai di fare per te quello che avrebbero fatto i tuoi
genitori se fossero vissuti, i tuoi congiunti se t’avessero allevata
fra le pareti domestiche. Oggi giudica tu. Se errai, perdonami; se
vuoi ritornare presso la famiglia di tuo padre, eccoti i documenti che
provano i tuoi diritti; decidi...
Sogni! Una mattina di agosto (eran corsi già tanti mesi, il signor
Venanzio era sotto processo, e mia madre, benchè addoloratissima, s’era
riconciliala con Clara) io insegnavo a Fanny a compitare, quando il
servo ch’era stato alla posta mi consegnò una lettera. Ella portava
l’indirizzo da me dato al notaio Moussu, e non v’era dubbio che fosse
sua. Il sangue mi si gelò nelle vene, un pallore di morte mi si diffuse
sul volto mentr’io ne fransi i suggelli con mano tremante. Fanny
s’accorse del mio turbamento, perchè chiamò sbigottita Giannina. Io
lessi: — «In questi giorni soltanto si potè accertare la morte del
colonnello Gastone, visconte di Serges, successa il 28 novembre 1812,
nel terribile passaggio della Beresina. È quindi venuto il momento per
l’anonimo di svelarsi e di espor le gravi ragioni che lo avevano mosso
a chiedere questa notizia.»
«ANDREA MOUSSU, _Notaio a Nantes_.»
Non una parola che temperasse il significato tremendo di questo
messaggio, non una parola spirante simpatia. Come una lama affilata che
recide l’ossa ed i nervi, esso recideva l’ultime mie speranze, e io mi
sentivo travolta in un abisso senza fondo. Oh chi aveva vergato quelle
linee doveva essersi inaridito il cuore nella polvere degli archivii e
aver chiuso il proprio orizzonte nel breve cerchio de’ suoi scaffali!
Nelle mie lettere vergate con mano tremante esso non aveva indovinato
nemmeno una donna. Chi sa! L’anonimo appariva nel suo pensiero un
creditore importune, o un postulante avvezzo ai benefizi del Visconte,
e oggi desideroso di raccogliere i rilievi della sua eredità.... Ma,
del resto, bella pretesa la mia, che si apprezzasse il mio sagrifizio,
e si avesse pietà del mio dolore, se non ero stata meno cauta e
prudente nello scrivere che il notaio non fosse nel rispondere.
Quando alzai gli occhi dal foglio nefasto avevo a un lato Giannina, e
dinanzi a me Fanny. Era quieta, composta in viso ad un’aspettazione
rassegnata e tranquilla come avrebbe potuto essere piuttosto una
ragazzetta di dodici o quattordici anni che una bimba di quattro. Ella
sentiva che c’era qualche cosa di molto serio, di molto tristo; ella
sentiva che bisognava esser buoni, non domandare, attendere, e se ne
stava zitta, lisciando con la mano il suo cagnolino che si era alzato
sulle due zampe e le si appoggiava alla persona e pareva invitarla a
dirgli di che si trattasse.
— Povera Fanny — esclamai aprendole le braccia — non hai più babbo.
Allora, certo, alla sua mente tenerella balenò la ricordanza confusa
dei baci e delle carezze paterne, e rivide l’alta e marziale persona,
e le piume ondeggianti al cappello, e la smagliante uniforme, e l’elsa
poderosa ch’ella aveva invano tentato d’impugnare con le sue manine.
— Adesso voglio restar sempre con te — ella disse quand’ebbe finito di
piangere. E questo pensiero pareva rasserenarla.
Dovevo io strapparle anche questa illusione? Non n’ebbi coraggio, e le
risposi: — Sì, bimba mia, resterai sempre meco.
In tutto quel giorno ella non volle scostarsi un momento da me; non
toccò nemmeno uno de’ suoi balocchi, non permise a _Café-au-lait_
che le saltasse addosso come era suo costume, e la sera mi pregò che
l’accompagnassi io a letto invece di Maria.
Quando, spogliata, s’inginocchiò sulla coltrice e congiungendo le mani
s’accinse a mormorar la sua breve preghiera, fu colta da un’idea e mi
chiese timidamente: — Io solevo pregar pel papà; ma ora?....
— Prega ugualmente, carina.
— Ma se è morto?
— I buoni non muoiono — risposi — Vanno in un altro luogo ove si sta
meglio di qui.
— Ed io potrò trovare il babbo in quel luogo?
— Sicuro che lo troverai, ma di qui a molto tempo....
— Dimmi, e ci sarà anche la mamma?
— Sì, angelo, ci sarà anche lei.
— Ma come farò a conoscerla che non l’ho mai vista?
— Oh sta tranquilla che la ti conoscerà lei, e ti verrà incontro, e ti
prenderà tra le sue braccia... Intanto va, dormi, carina — soggiunsi
rassettandole le coltri.
— Sì, ma voglio che tu pure ci venga in quel luogo.
— Oh cara, ci verrò, ci verrò.
— E perchè non ci potremmo andar subito?
— Dormi, dormi, tesoretto mio, non ci si va quando si vuole. Bisogna
aspettar che ci chiamino.
E mi chinai sulla bambina che già aveva abbassato le palpebre, e
ravviandole una ciocca di capelli sulla fronte, le diedi un bacio per
accomiatarmi. Pareva ch’ella dormisse, ma si scosse ad un tratto, e
gridò: — _Café-au-lait! Café-au-lait!_
La fida bestiuola ch’era a piedi del letto, tutta mortificata perchè la
sua padroncina non l’aveva, secondo il solito, chiamata a prendere il
suo posto, mise un guaito di gioia, e saltando sul capezzale di Fanny
leccò me e lei a vicenda, mentre la fanciulla diceva: — Povera bestia,
t’avevo dimenticata stasera, ma non mi accadrà più, sai.... — Indi,
rivoltasi a me.... — Zia Maddalena — disse — in quel luogo, là dove non
si può andarci se non chiamano, chiameranno anche _Café-au lait_?
Ma non aspettò la risposta, e chiuse gli occhi, e questa volta si
addormentò davvero.
In quella cameretta tutta innocenza, ove non si sentiva altro che
l’alito della bambina, mi misi anch’io in ginocchio, io che non pregavo
da un pezzo, e scongiurai il Signore che mi desse la forza di compiere
il mio dovere, di eseguire, per quanto mi costasse, gli ordini di
Gastone. Ogni cosa era ancora in mia mano; s’io avessi distrutto il
piego che conteneva la fede di nascita di Fanny e il testamento del
Visconte, chi avrebbe chiesto della fanciulla? Quando pure fosse
giunto sino alla famiglia di Serges la voce che il colonnello aveva
lasciato una figlia, era presumibile che se ne domanderebbe conto
troppo sollecitamente, se il trovarla avrebbe significato divider
con lei una sostanza ormai distribuita fra gli altri congiunti?
Però Gastone aveva una madre, con l’anima ottenebrata da pregiudizi
aristocratici, ma sempre madre. Certo a lei non dorrebbe di accogliere
fra le sue braccia un pegno del figlio perduto! E a ogni modo, avevo
io il diritto di tradire la volontà espressa d’un padre? Quello ch’io
credevo amor per Fanny non era piuttosto amor di me stessa, non era
paura dell’isolamento in cui sarei rimasta dopo la sua partenza? Ma
s’ella non voleva separarsi da me, se il lasciarmi l’avesse fatta
patire, morire forse! Dio mio! Morire! Fanny, la vispa Fanny! Lei che,
amorosa e fidente, s’era addormentata con un mio bacio, lei che mi
aveva fatto prometterle di rimaner sempre seco! Però, d’altra parte;
e il mio pensiero oscillava come pendolo ora di qua, ora di là; s’io
non restituivo Fanny ai suoi parenti, s’io annientavo le prove ch’ella
fosse una de Serges, quale sarebbe stato il suo nome, quale il suo
posto nel mondo? Se, un giorno, ella mi avesse rimproverata, ella
stessa, di averla lasciata crescere una trovatella, di averla esposta
alle celie insolenti delle sue coetanee!.... Se, un giorno, avesse
dovuto arrossire dinanzi all’uomo del suo cuore, se la mia parola non
fosse bastata a persuadere ch’ella nasceva di nozze legittime, se,
per cagion mia, fosse stata infelice! Ah no! era impossibile; il mio
cammino era inesorabilmente segnato.
Altre ragioni contribuivano ormai a farmi romper gl’indugi. Le sorti
della guerra volgevano infauste alle armi francesi, e già in Venezia si
andava discorrendo della possibilità di un assedio. In mezzo all’usata
spensieratezza della popolazione si facevano strada sinistri presagi.
Si sarebbe patito la fame, e con la fame avremmo avuto la peste, e chi
sa che altro flagello. Le donnicciuole parlavano del castigo di Dio, il
clero, timido ancora e rimesso, tant’era lo sgomento che il solo nome
dell’Imperatore infondeva negli animi, benchè ormai la fortuna paresse
averlo abbandonato, bisbigliava per le sacrestie che la cattività di
Pio VII e la proclamazione del Re di Roma gridavano vendetta, e che,
secondo il solito, ne avrebbero patito anche gl’innocenti; i fidi a San
Marco speravano che si sarebbe ripristinata la Repubblica, e dicevano
che per riavere la Repubblica bisognava affrontare allegramente
qualunque prova. Erano questi i meno sfiduciati; tutto il resto della
popolazione non sapeva quello che si volesse: ne avevano passate tante!
Prima San Marco, poi la Repubblica democratica, poi i Tedeschi, poi
Napoleone. C’era da sbollir tutti gli entusiasmi. La libertà! Chi
ne parlava più? Chi vi credeva? Pur che s’abbia la _polenta_ a buon
mercato, purchè non mandino ogni giorno le nostre creature al macello,
vengano anche i Turchi! Ma, intanto, altro che buon mercato! Non v’era
cosa che non rincarasse, le famiglie prudenti si approvvigionavano
per qualche mese, e fra la poveraglia che aveva appena il modo di
vivere alla giornata, venivano a galla certi figuri di mal augurio,
dicendo: Ah! i signori fanno le loro provviste. Tanto meglio! Sapremo
dove sfamarci. — Vergine santa! che tempi! — sclamavano i più paurosi.
A star qui dentro ci minaccia il blocco. A uscir di città, non si sa
dove mettersi al sicuro che non ci capiti addosso una truppa o l’altra.
Beati quelli che sono a due piedi sotto terra e non si trovano fra
questi trambusti!
Fu ai primi di settembre, sotto l’impressione di questi discorsi, che
un giorno presi dal suo cassetto il piego fatale, e lo inchiusi in una
lettera al notaio Andrea Moussu. Quand’ebbi affidata questa lettera
alla posta, mi parve d’aver sottoscritto la mia sentenza di morte.
Avrei voluto dispor l’animo di Fanny a ciò ch’era irrevocabile, avrei
voluto avvezzarla a star meno con me, ma le parole mi morivano sulle
labbra, ma io non sapevo respingerla quand’ella mi veniva presso, e
colla sua vocina squillante mi diceva: — Zia Maddalena, dammi un bacio.