XIX.

I gruppi vengono al pettine, e gli affari di mia madre si andavano

avviluppando ogni dì più. Per quanto io fossi distratta da altri

pensieri, non potevo chiudere gli orecchi alle voci che me ne

giungevano da varie parti. — È un edifizio che si tien su a forza di

puntelli — dicevano alcuni — ma un bel giorno dev’essere uno scroscio

meraviglioso. — Mia madre non aveva neppure nel carnovale 1813 mutato

il suo tenore di vita, era andata, secondo il solito, ai teatri ed ai

balli; ma chi la vedeva assicurava che le sue acconciature erano quelle

degli anni scorsi rimesse a nuovo, nè, soggiungevano, poteva essere

altrimenti, chè ormai nessun negozio di merceria le faceva credito. In

casa si cambiava ogni mese la servitù, e la ragione era quella che non

si pagavano mai puntualmente le mercedi. A sentire mia madre, c’era

invece un pervertimento nella razza dei camerieri. Intanto i licenziati

sparlavano e la casa era screditata senza rimedio. Il signor Venanzio,

espertissimo negl’imbrogli, si arrampicava sugli specchi e pareva un

miracolo com’egli potesse ritardar la catastrofe. S’era messo anche

a fare il negoziante, e il vestibolo del palazzo Rezzinelli era tutto

pieno di botti e di sacchi che dovevano rammentare a mia madre giorni

migliori, quando quelle botti e quei sacchi non erano ciurmerie, ma

affari belli e buoni. Allora ella si turava il nasino aristocratico,

e sollevava schizzinosa le falde del suo vestito di seta; adesso, con

la sua fede cieca nel signor Venanzio, si riprometteva mari e mondi da

quelle speculazioni, e se si voleva metterla sull’avviso, esclamava: —

Eh via! Son baie! Volete insegnare a Venanzio voi? Egli può mandarvi a

scuola tutti.

Però c’era un grave guaio. La catastrofe di Russia aveva fatto ritenere

un momento che si sarebbe venuti per forza o per amore agli accordi.

Invece le cose prendevano una cattiva piega, e tutti sentivano venirsi

addosso una nuova guerra. Crescevano quindi le diffidenze; gli affari

diventavano più malagevoli e i creditori più ispidi che mai.

— Il naufragio è vicino — diceva il signor Lodovico facendo girare la

tabacchiera.

Quanto a me, avevo fermato irrevocabilmente i miei propositi.

Assistere il signor Venanzio, l’uomo che aveva insidiato l’onore del

mio nome, diviso la mia famiglia, costretta me a lasciare il tetto

materno, giammai. E il signor Venanzio ne era così persuaso che,

sebbene vilissimo, non osò farmi dirigere la più lontana preghiera.

Del resto, la sola che avrebbe potuto discorrermene, mia madre, era

tenuta all’oscuro della verità. Fosse la boria di non lasciare che sua

moglie lo credesse rovinato, fosse che la sua natura insidiosa non gli

consentiva di esser franco, nemmeno se la franchezza poteva giovargli,

fatto si è ch’egli non si era mai aperto con lei. Aveva consumato

a oncia a oncia il suo patrimonio dicendole sempre che investiva il

danaro in ispeculazioni che avrebbero reso il cento per cento, e sotto

questo pretesto, a quanto mi si era detto, le aveva tolto dopo l’ultimo

carnovale le sue gioie con la promessa di restituirgliele nell’autunno

seguente. Comunque sia, io non avrei fatto nulla per esso. Ma io non

ero dimentica de’ miei doveri verso mia madre, e sapevo che non m’era

lecito sottrarmi ad alcun sacrifizio per salvarla dalla miseria e dalla

vergogna. V’era finalmente Clara raggirata in perfida guisa per indurla

a cingere il velo e ad abbandonare una parte della sua sostanza.

Ebbene; non l’avevo io avvertita di ciò che si tramava a suo danno,

non le avevo offerto di aiutarla s’ella credeva che le sue forze non

bastassero a resistere? In verità, vedendola in convento, la non mi era

sembrata così innocentina da lasciarsi prendere all’amo, e se malgrado

ciò le piaceva andar monaca, non ero io che dovessi pigliarmi soverchio

affanno. Al cuore non si comanda, ed io, per quanto facessi, non

riuscivo ad amarla. Tuttavia, era mio intendimento, nel provvedere alla

sorte di mia madre, di patteggiare anche la libertà di colei ch’era pur

mia sorella, di fare in modo cioè che la uscisse intanto dal chiostro

e, fuori d’ogni influenza, potesse decider da sè della sua persona e

de’ suoi averi.

Ma da questo lato le cose andarono più rapide ch’io non credessi,

poichè Clara, con quella buona memoria che hanno le persone bisognose

di qualche servigio, s’era ricordata perfettamente delle mie

esibizioni, e una sera a ora tardissima, quando meno me l’aspettavo,

una gondola approdata alla mia riva mi conduceva proprio lei, fuggita,

non so come, dal ritiro. Era stato quella mattina il signor Venanzio a

discorrere con la superiora, e, per le relazioni ch’ella aveva avuto

intorno a questo colloquio, le faccende stringevano, e si voleva a

ogni costo farle prendere il velo. Ella però, che aveva ben altro pel

capo e aveva promesso a Roberto (chi era questo nuovo personaggio?) di

esser sua sposa, aveva trovato la via di deludere la vigilanza delle

monache ed era venuta a cercar ricetto da me. Il suo Roberto era a

parte di questa fuga e non avrebbe mancato di presentarsi l’indomani

per aver nuova di lei. Ch’io la proteggessi quindi da chi avrebbe

fatto il possibile per richiuderla in convento, e che favorissi i suoi

amori con l’ottimo, con l’onesto, coll’impareggiabile Roberto.... La

pregai che andasse adagino; che, circa al proteggerla, avrei posto

in opera la mia influenza perchè si rispettasse la sua libertà, ma

che quanto all’ottimo, all’onesto, all’impareggiabile Roberto, di

cui ella non sapeva dirmi nemmeno il cognome, era chiaro ch’io non

potessi pel momento impegnarmi a nulla. Ella non avrebbe finito più

di discorrere, ma io la persuasi a prendere intanto qualche cosa da

cena e a coricarsi; stesse tranquilla, che non sarebbero venuti i

birri a portarla via. Giannina, che non l’aveva mai avuta nelle sue

buone grazie, e che dopo il fiero disinganno toccatole era assai

frastornata, le dava fretta e rispondeva con monosillabi alle sue mille

interrogazioni. Ma non è agevole impresa il frenar lo scilinguagnolo di

una educanda. — Ma via — sclamò ad un punto la cameriera impazientita

— non parli così forte, chè sveglia Fanny. — Fanny! O chi è Fanny —

chiese Clara. E poi, guardandomi, soggiunse — Ma dimmi? Saresti forse

maritata? E nessuno me lo avrebbe detto? E avrei una nipotina?.... —

Che sogni! — risposi — no, che non sono maritata. — O — continuò la

pettegola senza scomporsi — sarebbe un matrimonio clandestino, come

ha fatto la zia d’una mia compagna d’educandato.... Oh che male c’è?

— Tu sei una bimba — interruppi io seria seria, e parli senza pensare.

Chiunque sia Fanny, non occupartene questa sera, fatti accompagnar da

Giannina, e va in letto. — Ih! — diss’ella un po’ infastidita — che

tu debba esser sempre così sentenziosa. — E se ne andò, mentre io mi

dolevo che mi fosse capitata questa nuova molestia. Ma, in fin de’

conti, osservavo meco medesima, è pur colpa mia!

La mattina, Clara mi fece dire che, camuffata da educanda, non sarebbe

uscita di camera, ch’io le mandassi quindi qualche vestito mio.

Davvero la ci doveva fare una bella figura. Ella era sette o otto

dita buone più corta di me, ed era assai più rigogliosa, più florida.

Perciò, quand’ella mi si presentò con un strascico lungo un braccio,

e col corpetto non abbottonato, non potei trattenermi dal ridere. E

la scena divenne più comica quando _Café-au-lait_, fra per trovarsi

faccia a faccia con una persona sconosciuta, fra per veder quella

persona vestita degli abiti miei, montò sulle furie e si scagliò con

tanta veemenza addosso a Clara ch’ella, volendo ritrarsi sbigottita,

incespicò nella coda e fu a un punto per cadere.

Quietammo la bestia, ma Clara era tutta impaurita e confusa, e non

capiva più dove si trovasse, e guardava ora a quella bimba a lei

sconosciuta che mi chiamava zia Maddalena, ora a quel cagnolino che

pareva dolersi del suo arrivo con la fanciulla, ora finalmente a me che

non le davo la chiave dell’enigma.

Io avevo fatto pregare mia madre che si recasse a casa mia, ed ella mi

comparve dinanzi con la faccia stravolta quale io non l’avevo ancora

veduta. Sapeva della fuga di Clara, ma allorchè io le dissi che la

ragazza si trovava da me, ella, anzichè tranquillarsi, proruppe in una

serie d’invettive assai poco consentanee alla mitezza del suo carattere

e alla usata cortesia de’ suoi modi, chiamando lei colpa di tutto,

lei vera e sola cagione della rovina della famiglia. Era chiaro che la

bomba era scoppiata, e che anche agli occhi di mia madre, poveretta,

s’era squarciato il velo che le aveva per tanto tempo nascosto

l’abisso. Meno si capiva com’ella attribuisse il disastro a Clara,

ma pure di ciò mi resi presto ragione. La fuga di un’educanda da un

convento non era uno di quei fatti che commovessero la cittadinanza,

nè metteva allora, come avrebbe messo qualche anno più tardi, tutta

la polizia sulle orme della fuggitiva; era nondimeno un avvenimento

che non poteva rimanere segreto e di cui il pettegolezzo s’impadroniva

con singolare compiacenza. Appena giunse ai caffè della piazza la

voce che la giovinetta Clara Lisari, educanda alle Salesiane, s’era

involata nel cuor della notte, dicevano, con un amante; mentre il

signor Venanzio aveva spacciato fino al dì prima ch’ella era ormai

persuasa di pigliare il velo, e che in tal guisa buona parte del suo

patrimonio sarebbe stato rinunciato alla famiglia; se ne fece uno

sclamore grandissimo, e i creditori del signor Venanzio non vollero

più saperne di tergiversazioni. Allora il degno personaggio, tornando

a casa, aveva maledetto il giorno e l’ora della nascita di Clara, aveva

imprecato a sua moglie, a me, e s’era disposto alla fuga. Ma lo si era

fermato in tempo, e lo si teneva in provvisoria custodia finch’egli

saldasse certi suoi debiti e rendesse conto di certi affari.... —

Un uomo come Venanzio! — sclamava mia madre. — Che infamia!... Ma

tu lo salverai, non è vero, Maddalena? — Io! In verità, se avessi

creduto alle stregonerie, avrei attribuito ad un filtro il singolare

acciecamento di mia madre per quel malvagio. Ella non aveva in cuore

che lui, e nell’idea che Clara gli avesse dato l’ultima spinta verso il

precipizio, non voleva nemmeno vederla, e andava ripetendo: — Oh! se ci

tornerà in convento! Se Venanzio la farà stare a dovere! Disobbedire

a Venanzio! Oh ci tornerà! — Così tacevano in lei i sentimenti più

sacri, e solo restava quella folle e malnata passione sopravvissuta

ai disinganni e all’età. Nè quando io le feci intendere che, conscia

de’ miei obblighi verso di lei, non ero disposta a fare un sol passo

in favore di suo marito, ella si mostrò meno acerba a mio riguardo. Mi

chiamò una figlia indegna, e proruppe in altre escandescenze che amai

far le viste di non intendere. Non volle trattenersi più a lungo in

casa mia, e uscì senz’abboccarsi con Clara.

Venne più tardi con fisonomia molto annuvolata il signor Lodovico, mio

notaio, e mi chiese un colloquio a quattr’occhi.

— Che cosa si fa? — diss’egli in tuono di profondo mistero.

E dovevo ripeterlo? E non avevo detto già mille volte ch’ero pronta a

far tutto quello ch’era necessario e che le mie forze consentivano per

mia madre, ma che non avrei fatto nulla pel signor Venanzio?

— È presto detto — rispose il signor Lodovico — ma se nella maggior

parte delle obbligazioni del signor Venanzio v’è anche la firma di Sua

Eccellenza la signora Lucietta!

— Che! — sclamai! — È impossibile. Ella mi avrebbe pur lasciato

trasparir qualche cosa!

— Ma se quella benedetta donna non si ricorda nemmeno di aver firmato?

E il peggio si è — soggiunse il notaio — che non si tratta mica di

affari lisci da potersi accomodare a un tanto per cento. Si tratta

d’imbrogli, nei quali, solo che i creditori lo vogliano, c’è la stoffa

per un processo criminale coi fiocchi.

— Ah! — gridai con un impeto irresistibile. — E volete ch’io lo salvi!

Come! Da sedici anni in qua, egli avrebbe avvelenato la mia esistenza,

avrebbe distolto dal retto cammino mia madre, avrebbe ucciso mio padre,

mio zio, fatto partir Carlo per non tornare mai più, costretta me a

uscire dalla mia casa, e adesso che la giustizia divina lo coglie,

adesso ch’egli sta per pagar la pena di tutte le sue iniquità, dovrei

io stessa servirgli di scudo? Siete pazzo?

— Benissimo — riprese egli con la sua solita calma. — E vostra madre?

— Mia madre! Mia madre! Voi siete un uomo d’affari e non sapete

suggerire un espediente.... non sapete dir nulla.

— Che espedienti volete ch’io trovi? Sono cambiali sottoscritte e

non si scherza. Del resto — egli soggiunse con una leggera ironia —

toglierò una delle ragioni della vostra inquietudine. Supponendo per un

momento che voi pagaste tutte le obbligazioni firmate cumulativamente

da vostra madre e dal signor Venanzio, rimangono sempre abbastanza

debiti e abbastanza imbrogli per far che quest’ultimo vada in

prigione.... — Mi guardò fiso coi suoi occhietti scintillanti, e

sclamò stropicciandosi le mani. — Ah! siete cattiva. Ho piacere che

non abbiate voluto saperne di Filippino.... Avreste pervertito anche

lui.... È un agnello.

— Sì, sono cattiva — risposi, sentendo che ciò ch’egli diceva per

ischerzo conteneva una parte di vero — sono cattiva, ma non è colpa

mia. Vorrei vedere chi potrebbe esser buona dopo aver passato tante

prove quante io ne passai.... Ma ditemi dunque, e badate di non trarmi

in inganno è proprio possibile di salvare mia madre _sola?_

— Adagio, figliuola mia, parliamo un pochino d’affari. Il precipizio è

più fondo ch’io non credessi.

Indi mi espose fedelmente la situazione. Egli aveva seco in nitide

cifre la lunga lista dei debiti del signor Venanzio dei quali mia madre

s’era fatta responsabile, e, sommatili insieme, ne risultava una cifra

assai grossa. — Vedete, cara Maddalena — egli conchiuse, ripiegando la

carta e mettendola in tasca, — che un sacrifizio di questa natura non

si può pretendere nemmeno da una figlia.

— V’ingannate — io replicai: — ditemi piuttosto se ciò ch’io possedo è

bastevole.

— Su ciò non v’ha dubbio; e vi resterà ancora, se non l’opulenza, una

discreta agiatezza.

— Voi mi credevate non solo cattiva, ma snaturata — proruppi alzandomi

in piedi. — Non sapete che quando morì lo zio Baldassare, vale a dire

sei anni fa, egli mi lasciò unica erede di tutto il suo patrimonio,

escludendo da ogni legato Clara, escludendo mia madre? E volete ch’io

nel ricevere quel benefizio, che creava una disuguaglianza a mio favore

nella famiglia, non intendessi gli obblighi che me ne derivavano?

Egli stesso, lo zio, che pur non amava nè mia madre, nè Clara,

nell’accordare a me una preferenza ond’io tentai invano schermirmi,

nell’impormi di rispettare la sua volontà, pronunciava parole che mi

suonano ancora all’orecchio: — _Non credere, fanciulla mia, ch’io ti

voglia figliuola snaturata e cattiva sorella. Quando l’imprevidenza

avrà portato i suoi frutti, sarà allora il momento di stender la

mano soccorritrice, sarà allora il momento di esser generosa_. Voi lo

vedete, signor Lodovico, il momento è venuto.

— Ma — obbiettò il notajo — in questo intervallo sopraggiunsero fatti

nuovi ed imprevedibili. Voi avete, non dico strette, ma iniziate altre

relazioni che portano altri doveri, avete qui una bambina....

— Oh, amico mio, con toccate una piaga che sanguina. La morte ha

squarciato la tela ch’io aveva ordito in un’ora d’ebbrezza.... No,

credetemi, io non m’illudo.... Seppur mi manca una notizia precisa, io

sento qui, nel mio cuore, ch’_egli_ è morto. E Fanny!... Oh! il solo

pensarvi mi strazia l’anima.... Fanny è ricca.... ha una famiglia a cui

dovrò consegnarla....

Alle corte. Il signor Lodovico ebbe da me l’incarico di procedere a

quant’era necessario per comporre gli affari nei quali mia madre s’era

ciecamente compromessa. A Clara rimaneva la parte lasciatale dal babbo,

io dell’eredità dello zio Baldassare avrei conservato abbastanza per

vivere di una vita raccolta e modesta, e per fare altresì un piccolo

assegnamento alla mamma quando Clara si fosse maritata ed ella non

avesse quindi potuto più abitare con la sua ultimogenita. Così adempivo

a’ miei doveri di figlia; avrei almeno riconquistato l’affetto materno?

Circa a Clara c’era da chiarire un punto tuttavia oscuro. Chi era quel

Roberto a cui la giovinetta con enfasi di collegiale aveva giurato

_eterna fede_, e per amor del quale era fuggita di convento? La

fanciulla che teneva di sua madre per la spensieratezza, quantunque

fosse molto più furba, e, diciamolo pure, molto meno schietta di lei,

non ne sapeva o non se ne ricordava il cognome. Certo egli doveva

averglielo detto una delle prime volte che s’eran visti, quando egli,

rematore espertissimo, veniva col battello sotto al muricciuolo che

cingeva il giardino del convento, ed ella, aiutata da una compagna,

a cui aveva reso uguale servigio, s’arrampicava faticosamente sino a

sporger col capo al disopra del parapetto e poteva sostenersi cinque

minuti in quella critica posizione. Ma tanta era la paura di esser

sorpresa, e tanto la sgomentava ogni stormir di fronda che non aveva

raccolto senonchè qualche suono confuso. In altri colloqui, avuti poi

meno disagiatamente, non v’era più stata occasione di mettere in campo

il cognome. Ella lo aveva chiamato soltanto Roberto. Sapeva bensì

ch’egli era di buona famiglia, che suo padre era provvisto di beni

di fortuna ed esercitava la mercatura. — Ma come mai — diceva Clara

con voce piagnucolosa — non si è egli ancora fatto vedere? — Quanto

a me, ero d’avviso che non lo si sarebbe nemmeno più visto, e che

tutto sarebbe finito come finiscono le galanterie di due ragazzi. Però

m’ingannavo, e codesto Roberto era molto più serio ch’io non avessi

supposto. Egli non tardò a presentarmisi, e a dirmi che, per quanto

condannabile fosse il modo in cui egli aveva iniziato una relazione

con mia sorella, egli si rendeva ragione di tutti i suoi doveri.

Amava perdutamente la bella, l’adorabile Clara, voleva presto o tardi,

farla sua sposa. Non si sgomentò della catastrofe che colpiva in modo

indiretto la nostra famiglia. Il cognome di Clara era Lisari, egli

disse, ed era un cognome che non aveva macchia. Osservatogli da me che

Clara era sotto la dipendenza di sua madre e che a sua madre non era

possibile discorrere pel momento, visto la concitazione del suo animo,

egli si dimostrò prontissimo ad aspettare, e a far tutto quello ch’io

volessi, pur che gli fosse dato contare sul mio appoggio. Sull’esser

suo, sui suoi disegni per l’avvenire mi offrì le informazioni più

particolareggiate e soddisfacenti. Insomma mi pareva un giovane raro,

una mosca bianca, nè potei fare a meno di dire a Clara — Va là che sei

proprio nata con la camiciuola. E poi sosterranno che la bellezza è una

superfluità!....

Il quaderno della zia · 第 22 / 29 题