I gruppi vengono al pettine, e gli affari di mia madre si andavano
avviluppando ogni dì più. Per quanto io fossi distratta da altri
pensieri, non potevo chiudere gli orecchi alle voci che me ne
giungevano da varie parti. — È un edifizio che si tien su a forza di
puntelli — dicevano alcuni — ma un bel giorno dev’essere uno scroscio
meraviglioso. — Mia madre non aveva neppure nel carnovale 1813 mutato
il suo tenore di vita, era andata, secondo il solito, ai teatri ed ai
balli; ma chi la vedeva assicurava che le sue acconciature erano quelle
degli anni scorsi rimesse a nuovo, nè, soggiungevano, poteva essere
altrimenti, chè ormai nessun negozio di merceria le faceva credito. In
casa si cambiava ogni mese la servitù, e la ragione era quella che non
si pagavano mai puntualmente le mercedi. A sentire mia madre, c’era
invece un pervertimento nella razza dei camerieri. Intanto i licenziati
sparlavano e la casa era screditata senza rimedio. Il signor Venanzio,
espertissimo negl’imbrogli, si arrampicava sugli specchi e pareva un
miracolo com’egli potesse ritardar la catastrofe. S’era messo anche
a fare il negoziante, e il vestibolo del palazzo Rezzinelli era tutto
pieno di botti e di sacchi che dovevano rammentare a mia madre giorni
migliori, quando quelle botti e quei sacchi non erano ciurmerie, ma
affari belli e buoni. Allora ella si turava il nasino aristocratico,
e sollevava schizzinosa le falde del suo vestito di seta; adesso, con
la sua fede cieca nel signor Venanzio, si riprometteva mari e mondi da
quelle speculazioni, e se si voleva metterla sull’avviso, esclamava: —
Eh via! Son baie! Volete insegnare a Venanzio voi? Egli può mandarvi a
scuola tutti.
Però c’era un grave guaio. La catastrofe di Russia aveva fatto ritenere
un momento che si sarebbe venuti per forza o per amore agli accordi.
Invece le cose prendevano una cattiva piega, e tutti sentivano venirsi
addosso una nuova guerra. Crescevano quindi le diffidenze; gli affari
diventavano più malagevoli e i creditori più ispidi che mai.
— Il naufragio è vicino — diceva il signor Lodovico facendo girare la
tabacchiera.
Quanto a me, avevo fermato irrevocabilmente i miei propositi.
Assistere il signor Venanzio, l’uomo che aveva insidiato l’onore del
mio nome, diviso la mia famiglia, costretta me a lasciare il tetto
materno, giammai. E il signor Venanzio ne era così persuaso che,
sebbene vilissimo, non osò farmi dirigere la più lontana preghiera.
Del resto, la sola che avrebbe potuto discorrermene, mia madre, era
tenuta all’oscuro della verità. Fosse la boria di non lasciare che sua
moglie lo credesse rovinato, fosse che la sua natura insidiosa non gli
consentiva di esser franco, nemmeno se la franchezza poteva giovargli,
fatto si è ch’egli non si era mai aperto con lei. Aveva consumato
a oncia a oncia il suo patrimonio dicendole sempre che investiva il
danaro in ispeculazioni che avrebbero reso il cento per cento, e sotto
questo pretesto, a quanto mi si era detto, le aveva tolto dopo l’ultimo
carnovale le sue gioie con la promessa di restituirgliele nell’autunno
seguente. Comunque sia, io non avrei fatto nulla per esso. Ma io non
ero dimentica de’ miei doveri verso mia madre, e sapevo che non m’era
lecito sottrarmi ad alcun sacrifizio per salvarla dalla miseria e dalla
vergogna. V’era finalmente Clara raggirata in perfida guisa per indurla
a cingere il velo e ad abbandonare una parte della sua sostanza.
Ebbene; non l’avevo io avvertita di ciò che si tramava a suo danno,
non le avevo offerto di aiutarla s’ella credeva che le sue forze non
bastassero a resistere? In verità, vedendola in convento, la non mi era
sembrata così innocentina da lasciarsi prendere all’amo, e se malgrado
ciò le piaceva andar monaca, non ero io che dovessi pigliarmi soverchio
affanno. Al cuore non si comanda, ed io, per quanto facessi, non
riuscivo ad amarla. Tuttavia, era mio intendimento, nel provvedere alla
sorte di mia madre, di patteggiare anche la libertà di colei ch’era pur
mia sorella, di fare in modo cioè che la uscisse intanto dal chiostro
e, fuori d’ogni influenza, potesse decider da sè della sua persona e
de’ suoi averi.
Ma da questo lato le cose andarono più rapide ch’io non credessi,
poichè Clara, con quella buona memoria che hanno le persone bisognose
di qualche servigio, s’era ricordata perfettamente delle mie
esibizioni, e una sera a ora tardissima, quando meno me l’aspettavo,
una gondola approdata alla mia riva mi conduceva proprio lei, fuggita,
non so come, dal ritiro. Era stato quella mattina il signor Venanzio a
discorrere con la superiora, e, per le relazioni ch’ella aveva avuto
intorno a questo colloquio, le faccende stringevano, e si voleva a
ogni costo farle prendere il velo. Ella però, che aveva ben altro pel
capo e aveva promesso a Roberto (chi era questo nuovo personaggio?) di
esser sua sposa, aveva trovato la via di deludere la vigilanza delle
monache ed era venuta a cercar ricetto da me. Il suo Roberto era a
parte di questa fuga e non avrebbe mancato di presentarsi l’indomani
per aver nuova di lei. Ch’io la proteggessi quindi da chi avrebbe
fatto il possibile per richiuderla in convento, e che favorissi i suoi
amori con l’ottimo, con l’onesto, coll’impareggiabile Roberto.... La
pregai che andasse adagino; che, circa al proteggerla, avrei posto
in opera la mia influenza perchè si rispettasse la sua libertà, ma
che quanto all’ottimo, all’onesto, all’impareggiabile Roberto, di
cui ella non sapeva dirmi nemmeno il cognome, era chiaro ch’io non
potessi pel momento impegnarmi a nulla. Ella non avrebbe finito più
di discorrere, ma io la persuasi a prendere intanto qualche cosa da
cena e a coricarsi; stesse tranquilla, che non sarebbero venuti i
birri a portarla via. Giannina, che non l’aveva mai avuta nelle sue
buone grazie, e che dopo il fiero disinganno toccatole era assai
frastornata, le dava fretta e rispondeva con monosillabi alle sue mille
interrogazioni. Ma non è agevole impresa il frenar lo scilinguagnolo di
una educanda. — Ma via — sclamò ad un punto la cameriera impazientita
— non parli così forte, chè sveglia Fanny. — Fanny! O chi è Fanny —
chiese Clara. E poi, guardandomi, soggiunse — Ma dimmi? Saresti forse
maritata? E nessuno me lo avrebbe detto? E avrei una nipotina?.... —
Che sogni! — risposi — no, che non sono maritata. — O — continuò la
pettegola senza scomporsi — sarebbe un matrimonio clandestino, come
ha fatto la zia d’una mia compagna d’educandato.... Oh che male c’è?
— Tu sei una bimba — interruppi io seria seria, e parli senza pensare.
Chiunque sia Fanny, non occupartene questa sera, fatti accompagnar da
Giannina, e va in letto. — Ih! — diss’ella un po’ infastidita — che
tu debba esser sempre così sentenziosa. — E se ne andò, mentre io mi
dolevo che mi fosse capitata questa nuova molestia. Ma, in fin de’
conti, osservavo meco medesima, è pur colpa mia!
La mattina, Clara mi fece dire che, camuffata da educanda, non sarebbe
uscita di camera, ch’io le mandassi quindi qualche vestito mio.
Davvero la ci doveva fare una bella figura. Ella era sette o otto
dita buone più corta di me, ed era assai più rigogliosa, più florida.
Perciò, quand’ella mi si presentò con un strascico lungo un braccio,
e col corpetto non abbottonato, non potei trattenermi dal ridere. E
la scena divenne più comica quando _Café-au-lait_, fra per trovarsi
faccia a faccia con una persona sconosciuta, fra per veder quella
persona vestita degli abiti miei, montò sulle furie e si scagliò con
tanta veemenza addosso a Clara ch’ella, volendo ritrarsi sbigottita,
incespicò nella coda e fu a un punto per cadere.
Quietammo la bestia, ma Clara era tutta impaurita e confusa, e non
capiva più dove si trovasse, e guardava ora a quella bimba a lei
sconosciuta che mi chiamava zia Maddalena, ora a quel cagnolino che
pareva dolersi del suo arrivo con la fanciulla, ora finalmente a me che
non le davo la chiave dell’enigma.
Io avevo fatto pregare mia madre che si recasse a casa mia, ed ella mi
comparve dinanzi con la faccia stravolta quale io non l’avevo ancora
veduta. Sapeva della fuga di Clara, ma allorchè io le dissi che la
ragazza si trovava da me, ella, anzichè tranquillarsi, proruppe in una
serie d’invettive assai poco consentanee alla mitezza del suo carattere
e alla usata cortesia de’ suoi modi, chiamando lei colpa di tutto,
lei vera e sola cagione della rovina della famiglia. Era chiaro che la
bomba era scoppiata, e che anche agli occhi di mia madre, poveretta,
s’era squarciato il velo che le aveva per tanto tempo nascosto
l’abisso. Meno si capiva com’ella attribuisse il disastro a Clara,
ma pure di ciò mi resi presto ragione. La fuga di un’educanda da un
convento non era uno di quei fatti che commovessero la cittadinanza,
nè metteva allora, come avrebbe messo qualche anno più tardi, tutta
la polizia sulle orme della fuggitiva; era nondimeno un avvenimento
che non poteva rimanere segreto e di cui il pettegolezzo s’impadroniva
con singolare compiacenza. Appena giunse ai caffè della piazza la
voce che la giovinetta Clara Lisari, educanda alle Salesiane, s’era
involata nel cuor della notte, dicevano, con un amante; mentre il
signor Venanzio aveva spacciato fino al dì prima ch’ella era ormai
persuasa di pigliare il velo, e che in tal guisa buona parte del suo
patrimonio sarebbe stato rinunciato alla famiglia; se ne fece uno
sclamore grandissimo, e i creditori del signor Venanzio non vollero
più saperne di tergiversazioni. Allora il degno personaggio, tornando
a casa, aveva maledetto il giorno e l’ora della nascita di Clara, aveva
imprecato a sua moglie, a me, e s’era disposto alla fuga. Ma lo si era
fermato in tempo, e lo si teneva in provvisoria custodia finch’egli
saldasse certi suoi debiti e rendesse conto di certi affari.... —
Un uomo come Venanzio! — sclamava mia madre. — Che infamia!... Ma
tu lo salverai, non è vero, Maddalena? — Io! In verità, se avessi
creduto alle stregonerie, avrei attribuito ad un filtro il singolare
acciecamento di mia madre per quel malvagio. Ella non aveva in cuore
che lui, e nell’idea che Clara gli avesse dato l’ultima spinta verso il
precipizio, non voleva nemmeno vederla, e andava ripetendo: — Oh! se ci
tornerà in convento! Se Venanzio la farà stare a dovere! Disobbedire
a Venanzio! Oh ci tornerà! — Così tacevano in lei i sentimenti più
sacri, e solo restava quella folle e malnata passione sopravvissuta
ai disinganni e all’età. Nè quando io le feci intendere che, conscia
de’ miei obblighi verso di lei, non ero disposta a fare un sol passo
in favore di suo marito, ella si mostrò meno acerba a mio riguardo. Mi
chiamò una figlia indegna, e proruppe in altre escandescenze che amai
far le viste di non intendere. Non volle trattenersi più a lungo in
casa mia, e uscì senz’abboccarsi con Clara.
Venne più tardi con fisonomia molto annuvolata il signor Lodovico, mio
notaio, e mi chiese un colloquio a quattr’occhi.
— Che cosa si fa? — diss’egli in tuono di profondo mistero.
E dovevo ripeterlo? E non avevo detto già mille volte ch’ero pronta a
far tutto quello ch’era necessario e che le mie forze consentivano per
mia madre, ma che non avrei fatto nulla pel signor Venanzio?
— È presto detto — rispose il signor Lodovico — ma se nella maggior
parte delle obbligazioni del signor Venanzio v’è anche la firma di Sua
Eccellenza la signora Lucietta!
— Che! — sclamai! — È impossibile. Ella mi avrebbe pur lasciato
trasparir qualche cosa!
— Ma se quella benedetta donna non si ricorda nemmeno di aver firmato?
E il peggio si è — soggiunse il notaio — che non si tratta mica di
affari lisci da potersi accomodare a un tanto per cento. Si tratta
d’imbrogli, nei quali, solo che i creditori lo vogliano, c’è la stoffa
per un processo criminale coi fiocchi.
— Ah! — gridai con un impeto irresistibile. — E volete ch’io lo salvi!
Come! Da sedici anni in qua, egli avrebbe avvelenato la mia esistenza,
avrebbe distolto dal retto cammino mia madre, avrebbe ucciso mio padre,
mio zio, fatto partir Carlo per non tornare mai più, costretta me a
uscire dalla mia casa, e adesso che la giustizia divina lo coglie,
adesso ch’egli sta per pagar la pena di tutte le sue iniquità, dovrei
io stessa servirgli di scudo? Siete pazzo?
— Benissimo — riprese egli con la sua solita calma. — E vostra madre?
— Mia madre! Mia madre! Voi siete un uomo d’affari e non sapete
suggerire un espediente.... non sapete dir nulla.
— Che espedienti volete ch’io trovi? Sono cambiali sottoscritte e
non si scherza. Del resto — egli soggiunse con una leggera ironia —
toglierò una delle ragioni della vostra inquietudine. Supponendo per un
momento che voi pagaste tutte le obbligazioni firmate cumulativamente
da vostra madre e dal signor Venanzio, rimangono sempre abbastanza
debiti e abbastanza imbrogli per far che quest’ultimo vada in
prigione.... — Mi guardò fiso coi suoi occhietti scintillanti, e
sclamò stropicciandosi le mani. — Ah! siete cattiva. Ho piacere che
non abbiate voluto saperne di Filippino.... Avreste pervertito anche
lui.... È un agnello.
— Sì, sono cattiva — risposi, sentendo che ciò ch’egli diceva per
ischerzo conteneva una parte di vero — sono cattiva, ma non è colpa
mia. Vorrei vedere chi potrebbe esser buona dopo aver passato tante
prove quante io ne passai.... Ma ditemi dunque, e badate di non trarmi
in inganno è proprio possibile di salvare mia madre _sola?_
— Adagio, figliuola mia, parliamo un pochino d’affari. Il precipizio è
più fondo ch’io non credessi.
Indi mi espose fedelmente la situazione. Egli aveva seco in nitide
cifre la lunga lista dei debiti del signor Venanzio dei quali mia madre
s’era fatta responsabile, e, sommatili insieme, ne risultava una cifra
assai grossa. — Vedete, cara Maddalena — egli conchiuse, ripiegando la
carta e mettendola in tasca, — che un sacrifizio di questa natura non
si può pretendere nemmeno da una figlia.
— V’ingannate — io replicai: — ditemi piuttosto se ciò ch’io possedo è
bastevole.
— Su ciò non v’ha dubbio; e vi resterà ancora, se non l’opulenza, una
discreta agiatezza.
— Voi mi credevate non solo cattiva, ma snaturata — proruppi alzandomi
in piedi. — Non sapete che quando morì lo zio Baldassare, vale a dire
sei anni fa, egli mi lasciò unica erede di tutto il suo patrimonio,
escludendo da ogni legato Clara, escludendo mia madre? E volete ch’io
nel ricevere quel benefizio, che creava una disuguaglianza a mio favore
nella famiglia, non intendessi gli obblighi che me ne derivavano?
Egli stesso, lo zio, che pur non amava nè mia madre, nè Clara,
nell’accordare a me una preferenza ond’io tentai invano schermirmi,
nell’impormi di rispettare la sua volontà, pronunciava parole che mi
suonano ancora all’orecchio: — _Non credere, fanciulla mia, ch’io ti
voglia figliuola snaturata e cattiva sorella. Quando l’imprevidenza
avrà portato i suoi frutti, sarà allora il momento di stender la
mano soccorritrice, sarà allora il momento di esser generosa_. Voi lo
vedete, signor Lodovico, il momento è venuto.
— Ma — obbiettò il notajo — in questo intervallo sopraggiunsero fatti
nuovi ed imprevedibili. Voi avete, non dico strette, ma iniziate altre
relazioni che portano altri doveri, avete qui una bambina....
— Oh, amico mio, con toccate una piaga che sanguina. La morte ha
squarciato la tela ch’io aveva ordito in un’ora d’ebbrezza.... No,
credetemi, io non m’illudo.... Seppur mi manca una notizia precisa, io
sento qui, nel mio cuore, ch’_egli_ è morto. E Fanny!... Oh! il solo
pensarvi mi strazia l’anima.... Fanny è ricca.... ha una famiglia a cui
dovrò consegnarla....
Alle corte. Il signor Lodovico ebbe da me l’incarico di procedere a
quant’era necessario per comporre gli affari nei quali mia madre s’era
ciecamente compromessa. A Clara rimaneva la parte lasciatale dal babbo,
io dell’eredità dello zio Baldassare avrei conservato abbastanza per
vivere di una vita raccolta e modesta, e per fare altresì un piccolo
assegnamento alla mamma quando Clara si fosse maritata ed ella non
avesse quindi potuto più abitare con la sua ultimogenita. Così adempivo
a’ miei doveri di figlia; avrei almeno riconquistato l’affetto materno?
Circa a Clara c’era da chiarire un punto tuttavia oscuro. Chi era quel
Roberto a cui la giovinetta con enfasi di collegiale aveva giurato
_eterna fede_, e per amor del quale era fuggita di convento? La
fanciulla che teneva di sua madre per la spensieratezza, quantunque
fosse molto più furba, e, diciamolo pure, molto meno schietta di lei,
non ne sapeva o non se ne ricordava il cognome. Certo egli doveva
averglielo detto una delle prime volte che s’eran visti, quando egli,
rematore espertissimo, veniva col battello sotto al muricciuolo che
cingeva il giardino del convento, ed ella, aiutata da una compagna,
a cui aveva reso uguale servigio, s’arrampicava faticosamente sino a
sporger col capo al disopra del parapetto e poteva sostenersi cinque
minuti in quella critica posizione. Ma tanta era la paura di esser
sorpresa, e tanto la sgomentava ogni stormir di fronda che non aveva
raccolto senonchè qualche suono confuso. In altri colloqui, avuti poi
meno disagiatamente, non v’era più stata occasione di mettere in campo
il cognome. Ella lo aveva chiamato soltanto Roberto. Sapeva bensì
ch’egli era di buona famiglia, che suo padre era provvisto di beni
di fortuna ed esercitava la mercatura. — Ma come mai — diceva Clara
con voce piagnucolosa — non si è egli ancora fatto vedere? — Quanto
a me, ero d’avviso che non lo si sarebbe nemmeno più visto, e che
tutto sarebbe finito come finiscono le galanterie di due ragazzi. Però
m’ingannavo, e codesto Roberto era molto più serio ch’io non avessi
supposto. Egli non tardò a presentarmisi, e a dirmi che, per quanto
condannabile fosse il modo in cui egli aveva iniziato una relazione
con mia sorella, egli si rendeva ragione di tutti i suoi doveri.
Amava perdutamente la bella, l’adorabile Clara, voleva presto o tardi,
farla sua sposa. Non si sgomentò della catastrofe che colpiva in modo
indiretto la nostra famiglia. Il cognome di Clara era Lisari, egli
disse, ed era un cognome che non aveva macchia. Osservatogli da me che
Clara era sotto la dipendenza di sua madre e che a sua madre non era
possibile discorrere pel momento, visto la concitazione del suo animo,
egli si dimostrò prontissimo ad aspettare, e a far tutto quello ch’io
volessi, pur che gli fosse dato contare sul mio appoggio. Sull’esser
suo, sui suoi disegni per l’avvenire mi offrì le informazioni più
particolareggiate e soddisfacenti. Insomma mi pareva un giovane raro,
una mosca bianca, nè potei fare a meno di dire a Clara — Va là che sei
proprio nata con la camiciuola. E poi sosterranno che la bellezza è una
superfluità!....