Questa volta la risposta non si fece attendere. La famiglia de Serges,
scriveva il notaio, aveva letto con grande maraviglia i documenti
lasciati dal Visconte, e s’era doluta che la persona a cui quei
documenti erano stati consegnati li avesse tenuti occulti sì a lungo.
La disgraziata _liaison_ del Visconte aveva afflitto soprattutto la
nobile signora Viscontessa sua madre; nondimeno, poichè un vincolo
così disuguale era stato all’ultimo momento benedetto dalla chiesa,
si era pronti ad accogliere nel castello la fanciulletta Fanny affine
di darle una educazione conforme al suo nome e al suo grado. Le
vicende politiche esigevano che non si perdesse tempo; perciò questa
lettera di poco avrebbe preceduto _Monsieur Simon_, antico servo
di casa de Serges, e _Mademoiselle Ernestine, gouvernante_, che la
nobile viscontessa de Serges, madre del defunto Visconte, assegnava
alla bambina. Era inutile, anzi non si desiderava che altre persone
di Venezia l’accompagnassero. Quanto a lui, uomo d’affari della
famiglia, egli era incaricato di chiedere la nota delle spese occorse
pel mantenimento della _jeune Vicomtesse_, a cui il defunto Visconte
non avesse provvisto. Saputo questo, soggiungeva la lettera con calma
imperturbabile, la nobile famiglia non avrebbe mancato di far avere un
congruo compenso a chi aveva custodito per tanti mesi una de Serges.
Oh come s’inganna chi crede di poter dire: Ho toccato il limite estremo
delle sventure e dei patimenti! Io, povera martoriata, l’avevo creduto;
ma no, c’era da durar peggio, peggio assai. Perder Fanny era ancora un
nonnulla, bisognava aggiungervi questa umiliazione d’esser trattata
come una mercenaria. Non vi offrivano nemmeno una parola di grazie,
vi offrivano, se volevate riceverla, una borsa. Oh! Fanny, e a te pure
irrigidiranno il cuore, e tu pure dimenticherai, fra gli splendori del
tuo soggiorno, la zia Maddalena che ti ha tanto amata. Ma se invece,
o mio gracile fiore, quell’aria non fosse fatta per te, se quella
stessa gelida boria con cui si trattava la donna che ti aveva raccolta
si usasse verso di te, figlia di oscura popolana, se gli scherni
avvelenassero la tua anima ingenua, togliendoti, oltre alla felicità,
anche la gentilezza e la confidenza di chi vive cinto d’amore e di
cortesia, o che delitto non avrei commesso dandoti in mano a simil
razza di gente?
E non era lecito di prorompere, di rendere offesa per offesa, perchè
non ne ricadesse il colpo sulla bambina, perchè quelle anime ingenerose
non se ne vendicassero sul suo capo innocente!
Oh che pena era allora il metter da parte i vestitini di Fanny e la
sua biancheria, proprio come si fa per una sposa che lascia la casa
materna! Che pena era sentirla parlar del futuro e di _quando sarebbe
grande_, come se il futuro (che dico il futuro?), la domane, non avesse
dovuto sbalestrarla in altri paesi, in mezzo ad altre abitudini!
E la era in altana con la Maria e col suo inseparabile amico, quando
mi si presentarono _Monsieur Simon_ e _Mademoiselle Ernestine_. Sapevo
pure ch’essi dovevano venire; tuttavia a vederli sentii una trafittura
al cuore.
Erano d’aspetto molto diverso. _Monsieur Simon_ pareva un uomo verso
i sessanta; di capelli bianchi, raso accuratamente, di persona giusta,
asciutto, impettito. Vestiva di nero da capo a piedi, era il vero tipo
di un antico servo di casa patrizia. Parve non s’aspettasse di entrare
in una dimora signorile, perchè quando, guardandosi intorno, vide le
belle mobilie e gli eleganti addobbi della stanza, il suo volto si
compose a maggior riverenza, e mentre al primo affacciarsi sulla soglia
non s’era che leggermente inclinato, nel farsi innanzi e nel porgermi
una lettera del notaio Moussu che constatava esser lui la persona
incaricata, insieme a _Mademoiselle Ernestine_, di prender Fanny, si
piegò ad angolo retto in atto umile ed ossequioso.
Meno rigida nelle movenze era _Mademoiselle Ernestine_, ma era altresì
molto più antipatica. Giovane ancora, le si leggeva in fronte la
pretensione di esser bella, e di fare impressione. Aveva nelle membra
un’affettata cascaggine, il tuono della voce rivelava uno studio
singolare di dolcezza e d’intenerimento. Ma gli occhi socchiusi,
inquieti, dicevano di non fidarsene, e la voce stessa, quando usciva
naturale, aveva in sè qualche cosa di acre, di stridulo che disgustava.
Sotto le apparenze fredde e diplomatiche di _Monsieur Simon_ poteva
forse esservi un cuore generoso; l’unzione di _Mademoiselle Ernestine_
non doveva invece essere che la maschera dell’egoismo.
La spigliatezza colla quale io parlavo il francese produsse un effetto
gradevole su ambedue i messaggeri, che senza dubbio s’aspettavano
di trovare in me una zotica _bourgeoise_. Nè fu minore la loro
soddisfazione quando dissi che anche Fanny si esprimeva speditamente
nell’idioma di suo padre. — _Madame la Vicomtesse en sera bien aise_
— dissero ad una voce. Quando però io tentai di avere informazioni
esatte intorno alla famiglia de Serges, _Monsieur Simon_ mi rispose
col maggior laconismo possibile. Seppi soltanto che convivevano nel
castello la vecchia viscontessa Renata, madre del visconte Gastone,
paralitica da più anni e condannata ad essere trasportata dal letto
alla poltrona e dalla poltrona al letto, due figli e due nuore coi
loro bambini, più una nipote, orfana sino dall’epoca del _Terrore,
la Marquise Virginie, dernier réjeton d’une des premières familles de
France_ — osservò _Monsieur Simon._
— _Pauvre demoiselle!_ — sclamò _Mademoiselle Ernestine._
Chiesi spiegazione di questa frase, ma _Mademoiselle Ernestine_,
arrestata da un gesto di _Monsieur Simon_, non parlava più.
— _Elle a perdu ses parents sur l’échafaud_ — disse il servo
rispondendo invece della sua compagna. — _Voilà, ce que Mademoiselle
Virginie entendait dire_.
Ed ecco un gran batter d’usci, e un suono di risate, fresche, spontanee
come i gorgheggi di un canarino.
Fanny, ignara de’ due nuovi arrivati, spinse con forza la porta, ed
era sul punto di correr verso di me. Ella vestiva un abitino grigio
orlato di nero, aveva una ghirlanda di foglie di vite bizzarramente
intrecciata nei biondi capelli, e i suoi bellissimi occhi azzurri
mandavano scintille. Ma quando vide i due sconosciuti si annuvolò ad un
tratto, e se ne stette sospesa, senza andar nè innanzi, nè indietro.
_Café-au-lait_ abbaiava intanto con tutta la forza de’ suoi polmoni,
onde _Mademoiselle Ernestine_ si rannicchiò dietro _Monsieur Simon_,
che gravemente diceva: — _Calmez vous, Mademoiselle._
Per quietar la smorfiosa cameriera chiamai Giannina, e le diedi ordine
di portar via _Café-au-lait_, cosa che parve offender Fanny, non
avvezza a veder usati simili sgarbi al suo favorito. E fece anch’ella
atto di andarsene, ma io la chiamai presso di me, e levatale di capo
la ghirlanda che mi sembrava in quell’ora un intempestivo ornamento, le
posai una mano sulla spalla e le dissi — Sii buona, o Fanny, e stammi a
sentire.
Mi guardò raccomandandosi, come presaga di qualche trista nuova.
— Bimba mia, tu hai tanto giudizio che non si può nemmeno calcolarti
una fanciullina che non ha compito ancora i cinqu’anni.... Tu
capisci le cose, come le capiscono i _grandi_.... La mamma del tuo
povero babbo.... la tua nonna vuol conoscerti, e ha mandato quelle
due persone a prenderti... Zitta, bimba, lasciami finire.... Domani
intanto tu andrai con loro...... sii buona..... e poi — soggiunsi
facendomi violenza per dire una pietosa bugia — e poi verrò anch’io a
raggiungerti, e torneremo indietro insieme....
— Ma io non voglio andare — replicò ella inghiottendo le lagrime.
— _La charmante enfante_ — sclamò _Mademoiselle Ernestine_, e si fece
presso per carezzar la bambina. Ma questa non volle saperne, e pestando
i piedi con dispetto, cacciò il capo fra le mie ginocchia e gridò
più forte che mai: — Non voglio andare, non voglio. — _Mademoiselle_,
infastidita, si ritrasse.
— La persuaderemo — diss’io in francese — ma ci vuoi pazienza, povera
creatura! Si può dire che dacchè ella ha lume di ragione non vede altri
che me e la mia Maria, e quel suo indivisibile cagnolino.
_Mademoiselle Ernestine_, colta alla sprovveduta, lasciò sfuggire una
di quelle note disarmoniche e dispettose che si sprigionavano dalla sua
laringe quand’ella non si ricordava di modularle. — _J’espère bien que
nous ne devrons pas prendre avec nous cette vilaine.... cette bête qui
parait être très-incommode._
_Monsieur Simon_ le slanciò uno sguardo severo, e facendo dalla sua
seggiola un profondo inchino verso di me, disse: — _Nous dependrons en
cela des ordres de Madame_.
— Hai sentito Fanny, se sarai buona, e se quieterai _Café-au-lait_,
potrai portare in viaggio anche lui. Su via, il mio tesoro, non
disperarti, vedrai che bei siti, che bel giardino! Altro che la nostra
piccola altana! E poi vi saranno i tuoi cuginetti che ti faranno
un’accoglienza magnifica.... _N’est-ce pas vrai, M. Simon, que ses
petits cousins seront bien aises de la voir?_
— _Je le crois bien_ — rispose l’interrogato; ma _Mademoiselle
Ernestine_, punta perchè non avessi rivolto a lei la domanda, fece una
smorfia che pareva dire: — Io invece non lo credo niente affattissimo.
Ma nè la promessa della compagnia di _Café-au-lait_, nè la prospettiva
del bel giardino e dei cuginetti valse a calmare Fanny, che si teneva
stretta al mio vestito, e ripeteva: — Voglio restare con la zia
Maddalena.
Con l’animo straziato, com’è facile immaginare, assicurai _Monsieur
Simon_ e _Mademoiselle Ernestine_ che quelle resistenze si sarebbero
vinte, e che il dì appresso, perchè gli avvenimenti incalzavano, e non
c’era da perder un minuto, ogni cosa sarebbe pronta per la partenza.
Offersi loro di alloggiare in casa mia per quella notte, ma erano già
scesi all’albergo, e non desideravano far trasportare i loro bagagli;
sarebbero passati il mattino a prender la bimba. Convenni che nel
tragitto sino a Fusina sarebbe andata in gondola anche Maria, la quale
non poteva nemmen ella acconciarsi all’idea di lasciar la fanciulla
ch’ella aveva tenuto seco fin da quando era stata svezzata. Benchè non
sapesse una parola di francese e non si fosse mai mossa di Venezia, la
buona ragazza avrebbe consentito ad andar con Fanny in capo al mondo,
ma le istruzioni di _Monsieur Simon_ erano esplicite. Egli non doveva
condur seco _personne_ fuori della bambina. Una eccezione fu fatta per
_Café-au-lait_, quantunque _Mademoiselle Ernestine_ lo vedesse assai
di mal occhio e mostrasse di provar rammarico del facile assenso dato
da _Monsieur Simon_ alla mia preghiera. Debbo dirlo? Intercedendo
affinchè _Café-au-lait_ potesse accompagnare Fanny, mi pareva di darle
almeno un difensore, un amico che l’avrebbe confortata in mezzo a gente
indifferente ed ostile.
Soltanto quando fummo soli, la piccina consentì ad alzar la testa
che aveva tenuta sino allora celata nel mio grembo. Povera creatura!
Un’ora prima sorridente, festosa, incoronata come un allegro genietto,
ora colla chioma scomposta, cogli occhi gonfi di lagrime, con una
stanchezza desolata dipinta sul viso. Non piangeva più, tremava come
di freddo, e le sue labbra stentavano ad articolar parole.... Oh! se
avessi potuto dirle: è stato un brutto sogno; non c’è nulla di vero
in quello che hai inteso finora. Ma no, tutt’altro, bisognava invece
tornare alla carica, tormentare la piaga aperta nel suo cuoricino. E
soprattutto bisognava mentire. — Non si tratta che di pochi giorni,
sai? Fanny. — Mi guardava, voleva credermi, ma per quanto facesse, non
vi riusciva.... Nel salotto, sopra un panchettino, c’era una carta con
entrovi delle perle di Murano di vari colori. Fanny s’era messa quella
mattina a infilarne una collana per farmene dono, poi, con la facile
volubilità dei bambini, aveva tralasciato, dicendo: — Finirò domani. —
Ma dopo ch’ella ebbe inteso come domani appunto ella dovesse partire,
si ricondusse tacitamente presso il panchettino, e ripigliò il suo
lavoro. A ogni perla ch’ella passava nell’ago una lagrima le colava dal
ciglio, pur non si mosse dal suo posto fin che non ebbe finito. Allora,
annodati insieme i due capi del monile, venne da me, mi posò sulle
ginocchia la sua povera offerta, e disse: — Quando sarò tornata, te ne
farò una più bella.
Triste, ma rassegnata, prese in braccio _Café-au-lait_, e gli
raccomandò che se voleva accompagnarla fosse buono, e non abbaiasse a
_Mademoiselle Ernestine_, e non facesse di quei salti sconsiderati che
faceva in casa. _Café-au-lait_ non capiva nulla, ma era tutto turbato
di quelle insolite prediche.
La sera, l’ultima sera ch’ella dormiva sotto il mio tetto, Fanny ebbe
un nuovo scoppio irrefrenabile di pianto, e ripetè che non voleva
partire se io non andavo seco; poi si acquetò con la promessa che non
avrei lasciato correre più d’una settimana senza raggiungerla. Era
stanca, aveva tanto patito in quel giorno che il sonno scese benefico a
ristorare il suo corpicino. Pochi minuti dopo ch’ella aveva chiuso gli
occhi, le traccie del dolore sparirono dal suo viso, un roseo incarnato
le tornò sulle guancie, e da tutta la gentile fisonomia spirava una
pace contenta e serena. Dormi, dormi, angioletto, finchè la provvida
natura contende alle lugubri immagini il mondo dei sogni. Verrà giorno
pur troppo che i tristi pensieri della vigilia varcheranno quella
soglia misteriosa, e verranno all’origliere ove poserai il tuo capo
innocente!
Passai la notte al tavolino. Scrissi prima al notaio Moussu, frenando
la mia collera per le sue offerte ingiuriose e dicendogli anzi ch’io ne
incolpavo me stessa, che non gli avevo dato modo di meglio conoscermi.
Una sola cosa avrebbe potuto confortarmi della perdita di Fanny: il
saperla felice; una sola cosa io chiedevo: che mi si informasse talora
di lei. Quindi mi feci coraggio, imposi silenzio al mio orgoglio,
e vergai una lunga lettera alla viscontessa Renata, alla madre di
Gastone. A chi, meglio che a lei, potevo raccomandare la figlia del
figlio suo? Fui umile, io così altera, infinsi i miei sentimenti, io
così sdegnosa d’ogni simulazione. Fanny, comunque nata, io dicevo,
portava scritto in volto la nobiltà del lignaggio paterno. Benchè
bambina affatto, io non dubitavo ch’ella avrebbe saputo corrispondere
alle accoglienze che certo le si preparavano. Forse era un po’ timida,
poichè in Venezia aveva veduto pochissimi, ma il suo cuore si apriva
presto alla simpatia. Tutto si sarebbe ottenuto da lei, pure di amarla.
Nè io dubitavo che la si sarebbe amata. Che se l’avere per oltre un
anno e mezzo custodita con cura gelosa una figliuola del visconte
Gastone era un titolo a mio favore presso la nobile famiglia de Serges,
io supplicavo che si volesse richiamar il mio nome alla memoria della
piccola Fanny, e che non mi si chiudesse la porta in faccia se un
giorno io venissi a darle un saluto. — I primi chiarori dell’alba
mi sorpresero mentre io suggellavo questa lettera, che avevo dovuto
ricominciare tre o quattro volte prima di venirne a capo.
Giannina, entrando per tempissimo in camera mia, mi trovò alzata. —
Povera padroncina — ella sclamò, — la non si è neppur messa a letto,
stanotte. Oh! ha ragione, sa. C’è da impazzire, a pensar che se ne va
via quell’angioletto. E anche per me, con quell’allegrezza che posso
aver nell’anima, anche per me era una gran distrazione il vederla,
l’udirla, il giuocare con lei. Ma quando il Signore ha segnato una
casa, non c’è scongiuri che tenga, le disgrazie ci piovono dentro
come a tetto scoperto. Che cosa abbiamo fatto di male noi due per aver
questa sorte?
— Che vuoi che ti dica, buona Giannina! Pazienza.
— Pazienza! Pazienza! — ella ripetè spalancando le imposte. — È un bel
rimedio la pazienza.
Il sole indorava i tetti delle case dirimpetto. — Che bel sereno! —
sclamò Giannina.
— Meno male. Fanny avrà un buon viaggio — diss’io. E, guardando
l’oriolo, soggiunsi: Sono le sei. Passeranno a prender la bimba alle
nove. Bisognerà svegliarla.
— Oh la lasci dormire un altro po’. Chi sa come dormirà domani!
— E Maria s’è alzata?
— Era in piedi quando entrai or ora nella camera. Mi fa una gran pena
anche lei....
— Su, via, non ci pensiamo e andiamo dalla bambina.
Un raggio di sole si riposava sul letticciuolo di Fanny.
_Café-au-lait_, che aveva passato la notte rannicchiato a’ suoi piedi,
s’era desto a quel raggio, e in quel momento spalancava la bocca a
un lungo sbadiglio e stendeva le quattro zampe. Al vederci spiccò un
salto, e venne a lambire le vesti a Giannina e a me.
— Tu pure avrai le tue tribolazioni, povera bestia — disse Giannina,
che, contro l’usato, vedeva tutto nero.
Fanny sorrideva nel sonno. Non seppi resistere alla tentazione, e
chinatami su lei, le diedi un bacio, quanto potei più leggiero, sulle
labbra. Si scosse, e socchiudendo gli occhietti: — Oh, eri tu, zia
Maddalena. Sognavo proprio di te.
— Grazie, angelo — risposi sbadatamente. — Ma ora è tempo che tu ti
alzi. Lo sai che devono venirti a prendere.
Il suo viso si fe’ scuro scuro, e temetti che tornassimo alla scena di
jeri. Ma le dissi e le replicai tante volte che se fosse stata buona
sarei andata a prenderla entro pochi giorni, che frenò la sua gran
voglia di piangere, e malinconica sì, ma tranquilla, si lasciò vestire.
Le mettemmo attorno tutta biancheria di bucato; poi, per la prima
volta, affinchè non le dessero noja, annodammo in due treccie i suoi
capelli che di costume le piovevano sciolti sugli omeri, e finalmente
Giannina le acconciò in dosso un nuovo abito, semplice, a mezzo
lutto, che le pareva dipinto. In altri momenti che festa la si sarebbe
fatta di questa novità!.... Venne quindi a colazione in salotto, lì
ov’ella soleva far salire _Café-au-lait_ sopra una seggiola alla sua
destra e metteva la puppattola alla sinistra, ma quel giorno lasciò
la puppattola in un canto, e posò in fretta sul pavimento la scodella
di _Café-au-lait_, che levava il muso in aria per capire i motivi di
quelle nuove disposizioni. Intanto io raccoglievo i balocchi di Fanny,
sparsi qui e là nella stanza.
— Che cosa fai, zia Maddalena? — ella chiese, guardandomi.
— Vo’ collocar questa roba nella tua valigia.
— Ma perchè? Non devo tornare fra pochi giorni?
E nell’accento con cui ella pronunziava questa domanda v’era un dubbio
così angoscioso, un’ansietà così desolata, che non le lasciai tempo
di finire, e dissi — Hai ragione. Smetto. Pensavo però che per questi
pochi giorni....
— No, zia Maddalena, finchè non sono teco, non voglio giocar più.... —
Indi soggiunse: — Vorrei salire in altana.
Ancora una volta i suoi piedini fecero suonare la scaletta di legno che
metteva a quel nostro pensile orto, ancora una volta la sua testina
sbucò tra il frascato, e le sue mani tenerelle colsero un grappolo
della vite domestica.
_Monsieur Simon_ e _Mademoiselle Ernestine_ furono precisi all’ora
stabilita. _Monsieur Simon_ era più diplomatico, _Mademoiselle
Ernestine_ più svenevole del dì precedente. E dir ch’io dovevo affidare
a queste due persone la mia Fanny! Mi scoppiava il cuore in pensarlo.
Chiamai da parte _Monsieur Simon_, che, al confronto, m’ispirava
meno antipatia, e quasi con le lagrime agli occhi gli raccomandai la
bambina. Poscia, tolta di tasca una borsa, nella quale erano parecchie
monete d’oro, gliela offersi a compenso delle cure ch’egli avrebbe
per la piccola viaggiatrice. Ma egli corrugò la fronte con alterezza
patrizia, e mi disse che _jamais la noble maison de Serges ne lui
aurait fait une honte semblable_. E, con queste parole, respinse
l’offerta. Capii di aver sbagliato e gliene chiesi scusa. _Vous
n’étiez pas censée de me connaître_, egli rispose. Quell’orgoglio,
ch’era pur segno di nobiltà d’animo, mi piacque, ed io replicai che le
sollecitazioni che non osavo più fare al servo le facevo al gentiluomo,
e ch’io speravo ch’egli sarebbe andato orgoglioso di protegger la
figlia del visconte Gastone. — _Elle n’aura pas besoin d’être défendue_
— diss’egli chinandosi leggiermente.
Era l’ora della partenza. Presi fra le mie braccia Fanny e la copersi
di baci. Ma dovetti deporla presto, perchè sentivo ch’eravamo ambedue
sul punto di piangere. Le acconciai io stessa il cappellino di paglia
intorno a cui ondeggiava un sottil velo nero; poi ella mi diede la mano
perchè la accompagnassi fino alla gondola. _Café-au-lait_, abituato
a non lasciar Fanny un solo istante, veniva dietro macchinalmente e
pareva aver capito che non doveva nè abbaiare, nè saltellare. Allorchè
fummo alla riva, esso balzò in barca pel primo, ma quando vide ch’io
m’accomiatavo nuovamente dalla bambina, montò sulla prora e guaì tre
o quattro volte in tuono lamentevole. Poi, la gondola non essendosi
ancora mossa perchè _Monsieur Simon_ e _Mademoiselle Ernestine_ stavano
disputando fra loro sul posto ove sedersi, l’amorosa bestiuola spiccò
un salto e m’afferrò il vestito coi denti, come mi volesse trascinar
dietro a sè.
— Su, via — sclamò uno dei barcaiuoli — il cane parte o resta?
— _Café-au-lait!_ — gridò la vocina di Fanny.
A quella voce, ch’esso non aveva mai lasciato senza risposta,
_Café-au-lait_ abbandonò il lembo della mia gonna, e dopo avermi
slanciato uno sguardo di rimprovero e di dolore, ridiscese nella barca
col muso chino e con la coda fra le gambe.
— Zia Maddalena! Zia Maddalena! ti aspetto presto.
— Addio, angelo.
Rifeci tutti i gradini, e piegatami con la persona, baciai un’altra
volta la mia bella innocente che, tenuta da Maria, spingeva la testa
fuori del finestrino.
Addio! addio! Il pesante portone della riva s’è chiuso, e l’ampio
vestibolo del palazzo è rimasto nell’ombra. Così le tenebre hanno
involto il mio povero cuore. Dopo la breve estasi d’un giorno, le
dolci speranze; dopo le speranze, i timori; dopo i timori, la desolata
certezza. Ma sin che Fanny animava di sua presenza la casa, l’anima mia
non era derelitta. Oggi sì che posso chiedere: Perchè vivo?