XVIII.

Il tempo passa inesorabile, e così era venuto il gennaio 1813, e

Venezia, malgrado i lutti di tante famiglie, aveva indossato nuovamente

il suo abito carnevalesco, e già aveva aperto i teatri e si disponeva

ad aprire i Ridotti. La spensierata regina dell’Adriatico, perduta ogni

altra potenza, conservava lo scettro dei bagordi e dei chiassi.

Il tempo passa inesorabile, e al 25 di quel mese ricorreva il giorno

nel quale io avrei dovuto eseguire gli ordini di Gastone. Ma, di mano

in mano che quel giorno si avvicinava, le mie forze scemavano, i miei

dubbi ingigantivano, e l’idea del dovere che addietro m’era parsa sì

chiara andava facendosi in me singolarmente confusa. Fanny non aveva

il più lontano presagio ch’ella avrebbe potuto un giorno esser tolta

dal mio fianco. Avevo per mesi e mesi nudrito in lei la fede che il suo

babbo sarebbe tornato; poi, venutomi meno il coraggio di alimentare in

lei una speranza che si era via via dileguata da me, avevo preferito

tacere. Ed ella pure taceva; solo mi guardava talvolta come usano i

bimbi, quando passa per la loro testina qualche cosa che sentono di

non dover dire. Un dopo pranzo, eravamo vicino al caminetto, io la

presi su’ miei ginocchi e le dissi: — Senti, Fanny, se la zia Maddalena

dovesse andarsene....

— Andrei seco — ella rispose.

— E se — proseguii — vi fossero persone che venissero a prenderti e ti

conducessero via.... in un bel castello, con tanti bei fiori..

Io non avevo la forza di proseguire.

Ella alzò i suoi limpidi occhi azzurri, e me li fissò in viso ridendo,

come s’io parlassi per celia; poi, visto ch’io continuavo a star

seria, si annuvolò a poco a poco, e gridò: — Cattiva! — Rimase un

momento imbronciata, quindi ad un punto diede in un pianto dirotto,

rumoroso, cingendomi il collo colle sue braccia e appoggiando il capo

sulla mia spalla. _Café-au-lait_, che, immobile, col muso all’insù,

con le orecchie tese, scosso solo qualche volta da un leggero fremito,

aveva assistito a questa scena, allorchè intese i singhiozzi della sua

padroncina, s’impuntò sulle zampe e col pelo irto e mandando fiamme

dagli occhi mise un guaito fra il lamentevole e il minaccioso, come

volesse dirmi: — O perchè tormentare quella bimba?

Dio mio! Dio mio! Ma che devo fare?

— Non piangere così, il mio angioletto, non pianger così. Sii

buona; non ti divideranno da me, no.... Andiamo, rasciughiam quegli

occhietti.... Oh che bimba!

Sa il cielo se ce ne volle prima di farla smettere, e sa il cielo ciò

ch’io provassi.

Nè le mie parole valsero a rassicurarla appieno; chè ell’era divenuta

ormai sospettosa, e in mezzo a’ suoi giuochi si arrestava sovente

e si guardava attorno, e se io non ero nella stanza, mi chiamava e

correva tutta trafelata a cercarmi, nè aveva pace finchè non mi avesse

ricondotta seco trascinandomi per un lembo del vestito.

Oh quante volte, gettando gli occhi sul piego fatale lasciatomi da

Gastone, provai un impeto cieco e fui sul punto di distruggere ogni

cosa! — Chi avrebbe potuto ridomandarmi Fanny quando più non fossero

esistite le prove ch’elle era figlia del visconte di Serges? — Ma no,

io non potevo far ciò, gli ordini di Gastone erano chiari e precisi, ed

erano ordini d’un padre che disponeva delle sorti della sua bambina.

Avevo io il diritto di trasgredirli? Oh perchè, perchè, stolta ch’io

fui, non m’ero decisa prima a scongiurarlo ch’egli li revocasse? Perchè

avevo spedita la mia lettera quand’egli non poteva più riceverla?

Però, allorchè giunse il momento di compiere il debito mio, nè di

Gastone si sapeva novella, presi invano la penna per iscrivere a

Nantes, invano cominciai, due tre, quattro volte, la lettera destinata

a rapirmi il mio ultimo bene; bastava la voce di Fanny, il suo

sorriso, il suo passo, a spegnere la mia energia. E le obbiezioni mi si

affacciavano innumerevoli, e se prima m’erano sembrate folli ed inani,

mi sembravano allora valide e giuste, e scompigliavano il mio criterio.

Nello scrivermi che io informassi dopo due mesi il suo procuratore,

Gastone non sapeva, non poteva sapere ciò che sarebbe avvenuto di poi.

Egli non prevedeva la dispersione terribile della Beresina che aveva

rotto ogni legame nell’esercito, che aveva dato in mano ai Russi i

nostri migliori soldati. Io m’affrettavo a crederlo morto e forse egli

era prigione, e non gli si permetteva di dar notizie di sè, ma tostochè

fosse conchiusa la pace egli sarebbe tornato, sarebbe corso in traccia

della sua Fanny, e a trovarla ancora presso di me, florida, gaja,

amorosa, lo avrebbe risarcito di tutti i disagi, di tutti i dolori

sofferti! O forse, ferito, con le membra rattratte dal gelo, egli

languiva in terra lontana, ma appena la primavera avesse intiepidita

l’aria, avrebbe potuto lasciar la coltrice, e mi avrebbe mandato una

riga, e io sarei corsa da lui, ovunque egli fosse, portandogli la sua

figliuola! Vederlo mutilato, deforme, da così bello ch’egli era, che

importa? Mi sarebbe parso anzi meno strano ch’egli amasse me, me, scema

d’ogni grazia e d’ogni avvenenza. Ma, in verità, perchè disperare? Ne

andavano pur tornando di questi sbandati, e dicevano tutti: — Chi sa?

Quando men si crede, uno che si riteneva estinto in quella catastrofe,

può comparirvi dinanzi. — Sì, un soldato, ma un colonnello!

Un giorno capita un tale, vuol parlare in gran segreto con Giannina.

Porta una lettera d’un soldato chioggiotto che si trova nell’ospitale

di Varsavia, ferito. Quella lettera è diretta alla famiglia di lui, ma

ha un poscritto che dice: — Presso la signora Maddalena Lisari, nella

parrocchia, ecc. ecc., deve trovarsi una cameriera di nome Giannina.

Avvertitela che nella stessa mia ambulanza vi è il suo fidanzato

Paolo.... il quale perdette una gamba, ma è in via di guarigione e

potrà alzarsi fra poco. Egli la saluta e la prega di mandargli qualche

denaro. — Tralascio di descrivere le feste di Giannina. In quel

tempo, nel quale i propri cari si piangevano per morti, era suprema

ventura il dire: Sapete, il tale non fu ucciso, perdette soltanto

un braccio, una gamba, o le perdette tutte due, ma vive, ma uscirà

presto dallo spedale.... Quante povere famiglie furono consolate da

una notizia simile!... — Oh — sclamava Giannina — vedrà, vedrà, anche

pel colonnello non ci saranno poi tutti questi guai. Anche a lui sarà

toccato qualche cosa di analogo a quel capo scarico di Paolo. Ebbene,

ci vuol pazienza, è affar d’abitudine. Siamo avvezzi a veder la gente

con due braccia, con due gambe, ma a mano a mano che questi signori

tornano dalla Russia ci avvezzeremo a vederli con un braccio o con una

gamba sola. Creda a me, i deformi ci parranno gli uomini completi....

— E poi correva nella sua camera, e metteva insieme il suo oro e la

poca moneta che aveva raggranellata, e stava per barattare tutto e

per fare una rimessa al suo Paolo, ma io non glielo permisi e volli

supplire con la mia borsa ai suoi desiderii. Durai una fatica immensa

a far ch’ella accettasse; le pareva, poveretta, che non ci fosse lo

stesso merito, le pareva ch’egli, il suo Paolo, avrebbe capito per

aria che quelli non erano i frutti de’ suoi risparmi, ma bensì denari

avuti dalla sua padrona, e che perciò egli non li avrebbe ricevuti con

uguale soddisfazione. Quando finì col persuadersi, si mise al tavolino,

e chiamando a raccolta tutte le sue cognizioni, scrisse una lettera al

suo sposo, scorretta, ma così piena d’affetto, che se quell’asinaccio

non si leccava le dita d’essere amato da una donna simile non c’era

da far più conto di lui che d’una talpa o d’una marmotta. Nè Giannina

si dimenticava de’ miei affanni, e scriveva fra l’altre cose: — Fatti

leggere anche questo ultimo periodo (chè tu, per tua disgrazia non sai

neppur sillabare) e figgitelo bene in capo. In ricambio del danaro che

ti mando tu mi devi un servigio. Conviene che tu t’informi subito del

colonnello Gastone di Serges che veniva in casa della nostra signora in

Venezia, e qualunque sia la notizia che tu possa raccoglierne, buona o

cattiva, tu me la faccia avere. Hai capito?

Era tuttavia ben debole la speranza di sapere alcun che con questo

mezzo. Ricorsi ad un altro espediente. Scrissi, cioè, una lettera non

firmata al notaio di Nantes dicendo esservi in Venezia persona, che non

poteva dare il suo nome, alla quale occorreva, per ragioni gravissime,

di sapere che notizie positive vi fossero intorno al visconte

Gastone di Serges. Essere impossibile pel momento l’offrire maggiori

spiegazioni, supplicarsi però di voler rispondere una sola riga ferma

in posta a un indirizzo che si confessava non essere il vero.

Così, con affannosa ansietà, io attendevo risposta da due parti.

E la prima risposta venne, non da Varsavia, ma da Nantes. Che forza io

dovessi fare a me stessa, dopo aver tanto aspettato quella lettera, par

romperne i suggelli, lascio immaginarlo a chi si trovò nel mio caso. Il

notaio Moussu (era il suo nome) doveva essere un uomo molto occupato;

il suo foglio non conteneva che pochissime righe di scritto. — «Non ho

l’abitudine di rispondere a chi non si fa conoscere — egli diceva — ma

l’urgenza della domanda m’induce a fare una eccezione. Del visconte

Gastone di Serges non si hanno notizie positive. Lo si teme morto,

ma non si è certi. Si continuano le indagini. Potrebbe esser ferito

e prigioniero. Se chi scrive ha cose gravi da comunicare, si rivolga

a me, procuratore ed amico del Visconte. Però è necessario anzitutto

togliere gli anonimi e i sotterfugi.

«ANDREA MOUSSU

«_Notaio a Nantes._»

Questo messaggio, in altri tempi, mi avrebbe afflitto; nel momento

in cui lo ricevetti mi consolò. Non era dunque tolta ogni speranza.

Gastone poteva ancora esser vivo. Parvemi inoltre di essere in pace

con la mia coscienza. Non avevo eseguito puntualmente gli ordini del

Visconte, ma avevo fatto sapere ai suoi ch’egli aveva seri interessi

in Venezia.... Anzi mi sembrava dovermi applaudire del mio operato.

Il desiderio di Gastone era pur quello che sua figlia rimanesse meco

fino al suo ritorno o fino all’annunzio della sua morte. Poichè questo

annunzio non v’era, io non dovevo badare alla sua ultima lettera, ma

regolarmi a seconda delle intenzioni ch’egli mi aveva manifestato a

voce prima di partire. Perciò ripresi la penna, e scrissi a Nantes

ch’io ringraziavo del cortese riscontro, che non m’era dato ancora

svelarmi, nè spiegar le gravi ragioni che mi avevano mossa, ma che

pregavo soltanto, allorchè o della salvezza, o della morte di Gastone

si sapesse qualche cosa di sicuro, di voler darmene avviso......

Poi stetti aspettando.

Che non si disse sull’aspettazione! Qual poeta novellino o provetto non

consacrò a questo tema i suoi versi! Vivere in una sospensione continua

dell’animo, al mattino affrettare la sera, alla sera il mattino,

scuotersi al rumor d’ogni passo, al fruscio d’ogni veste, all’aprirsi

d’ogni uscio, non poter attendere a una occupazione seguita, piangere,

sospirare, corrucciarsi anche degli annunzi lieti, anche con le persone

care, se non sono le persone e gli annunzi che si aspettano, sentirsi

posseduti da un pensiero unico, assiduo, da un assiduo ed unico

affetto, non provar simpatia per le gioie e pei dolori degli altri,

ma creder che tutti gli altri debbano aver simpatia per le gioie e

i dolori propri, favellare a caso, risponder distratti, ecco ciò che

produce l’attesa. Ecco qual era il mio stato.

Da Varsavia e da Nantes uguale silenzio. Giannina non aveva ricevuto

più notizie del suo sposo, ed era anche lei sulle spine. Verissimo

ch’egli nè sapeva scrivere, nè aveva l’abitudine di scomodarsi per la

sua fidanzata, ma, nel mandargli il danaro, ella lo aveva supplicato

con tanta insistenza a informarsi di Gastone e a rispondere, che ella

non sapeva persuadersi come, se non gli fosse accaduta sventura, egli

avesse potuto esimersi dal trovar fra i suoi camerati chi vergasse

una lettera per conto suo. Andò in traccia della persona che le aveva

recato le prime notizie, ma non potè cavarne altro senonchè la certezza

che il soldato chioggiotto per mezzo del quale Paolo si era fatto

vivo era in convalescenza a Varsavia e scriveva regolarmente alla sua

famiglia. Forse avrebbe giovato andare a Chioggia. Giannina non lo

diceva, per tema di darmi noja, ma io lo compresi e le diedi licenza

che andasse. Invero erano corse ormai parecchie settimane dacchè ella

aveva scritto a Varsavia, e quel silenzio era abbastanza singolare.

Dopo aver aspettato ancora alcun poco, ella intraprese la gita. Si

riserbava anche a lei, poveretta, uno di quei dolori che avvelenano

l’esistenza. Il dì appresso, sempre col pensiero di Gastone, com’è

facile immaginarsi, e combattuta fra la speranza e il timore delle

notizie che Giannina avrebbe potuto recarmene, io non ebbi un momento

di pace. Era notte quand’ella giunse, Dio mio, in quale stato. Non

l’avevo mai vista così, nemmeno nei suoi giorni più angosciati.

— Parla, per carità, Giannina, che cosa è accaduto? Sta male? È

morto forse?..... E Gastone? — soggiunsi a voce più bassa, parendomi

sconveniente di rivolgerle questa domanda mentr’ella era già tanto

turbata.

— No, padroncina, nulla ho potuto saper del visconte.... Ma _lui_, oh

infame! è peggio che morto....

— Calmati, spiegati.

— Sì, sì, mi spiego subito.... Infame!.... Quando mi presentai da

quella famiglia (una famiglia patriarcale; c’è un nonno che avrà

novant’anni, e poi i figli, e le nuore, e i nipoti, tutti attorno,

pieni di riverenza e d’affetto), quando mi presentai e dissi il mio

nome, e ciò ch’io chiedevo, li vidi, qual più, qual meno, turbarsi e

farsi cenno col capo come a significare: Badate di non dir nulla....

— Ma io non mi mossi.... mi mostrai forte, preparata a tutto,

indifferente quasi.... Alla fin dei conti — dissi per incuorarli —

dopo un disastro simile c’era da aspettarselo pur troppo.... ma almeno

esser fuori delle incertezze.... poter pregare il Signore pei poveri

defunti.... e certo il Signore darebbe pace a quelli che restano....

Una delle nuore trasse un sospiro, un uomo, scuotendo la cenere della

sua pipa, si passò una mano sugli occhi, ma il vecchio teneva saldo,

e continuava a ripetere..... Cara creatura, non ne sappiamo niente,

ma faremo scrivere a Nane, ed egli risponderà subito..... oh quello

lì scrive come il signor vicario!... e quando avremo notizie, buone o

cattive, verrà uno dei miei nipoti a portarvele.... Già essi ci vengono

spesso a Venezia..... — Io però avevo capito da un pezzo che essi

sapevano tutto, e non volevo andarmene se non avessi loro strappato il

segreto. Dissi una bugia.... Ebbene, buona gente, io lo calcolo morto e

sciolgo il mio voto. È un voto che ho fatto alla Vergine quando Paolo è

partito.... S’egli muore, vo monaca....

La donna che aveva prima sospirato non seppe reprimere un’esclamazione.

— Monaca per quello lì!

L’avo voltò faticosamente la testa dal suo seggiolone e slanciò alla

giovane uno sguardo pieno di rimprovero, ma senza amarezza. Alle corte;

ormai ero messa sulla strada e a forza d’insistenza riuscii a sapere

la verità.... Infame!... Proprio quella mattina, veda combinazione,

avevano ricevuto una lettera del loro Nane, nella quale, dopo tante

altre cose, diceva loro che era scandalizzato del contegno d’un suo

commilitone. Non avrebbe mai creduto che si potesse esser furfanti

simili..... Stia a sentire, stia a sentire.... Appena avuto il

danaro..... ch’era molto, pur troppo....

— Non era poi tanto — interruppi.

— Ah padroncina, bisogna che le domandi perdono in ginocchio. Lei sa

che m’ha costretta ad accettare il suo regalo perchè io non dovessi dar

fondo a’ miei risparmi, nè vendere i miei ori.... Ebbene, accettai.

Ma poi mi parve, stolida! che non era bello ch’io non facessi nessun

sacrificio, e mi sentivo una spina al cuore, scimunita! e impegnai

tutto, fuori di queste buccole che ho agli orecchi, e presi la moneta

che avevo in cassetto, e feci un monte d’ogni cosa, e gli spedii, sa

quanto?

— Dillo, via....

— Per più di cento zecchini veneti.

— Oh che grulla. Ebbene?

— Ebbene. Quando li ebbe, scrive Nane, era sul punto di uscire

dell’ambulanza e trattò gli amici la sera stessa con gran cortesia.

Ma, subito, il mattino dopo, cominciò a metter su boria e a dire che

quei denari non erano già risparmi della sua fidanzata; no, tutt’altro,

erano i fitti di alcune case ch’egli aveva in Venezia. E già, egli era

ricco, e di quelle rimesse se ne sarebbero viste continuamente.... Poi,

invece di disporsi a partire, si mise a bazzicare pel paese, e va di

qua, va di là, con la sua gamba di legno, brutto mostro, s’imbattè in

un’ostessa meno giovane di lui, ma non isprovvista di beni di fortuna,

benchè debba esser corta di cervello, e si spacciò con lei per un

gentiluomo veneziano, malgrado che i compagni se ne prendessero giuoco

e gli dessero la berta, e la infinocchiò per modo, che.... ma non par

credibile.....

— Ebbene?

— L’ha sposata!

Nel tuono con cui Giannina pronunziò il suo discorso, e sopratutto

nell’accento da lei dato all’ultima frase v’era qualche cosa di

sì vivace e piccante, che, malgrado la serietà dell’argomento, se

l’animo mio non fosse stato turbato per altre ragioni, scommetto che

avrei dovuto finire col riderne. Pensare che i miei denari avevano

contribuito a far passar quello zotico di Paolo per un gentiluomo e a

dargli in moglie un’ostessa polacca!

— Sicuro — ripigliò Giannina percorrendo la stanza per lungo e per

largo — ha sposato l’ostessa. Figuratevi che tipo.... Già me la

immagino.... sarà corta e grossa.... tutta stillante lardo dalle

braccia e dal viso.... E lui! Oh il bel mobile. Con la sua gamba di

legno.... Ha voglia il cielo che quando l’ostessa sappia la verità, la

te la rompa sul capo la tua gamba di legno....

Ma presto mutò tenore, e immobile e torcendosi le dita. — Oh!

disgraziata ch’io sono — gridò. — Val dunque la pena di aver amato

un uomo per dieci anni di seguito, di averlo amato senza peccare

d’infedeltà neppur col pensiero, di non aver badato alle dicerie della

gente, di aver tollerato i suoi difetti, di avergli sacrificato la

propria gioventù, di aver atteso con pazienza da santi finch’egli si

decidesse a romper gl’indugi e darvi il suo nome, val la pena di aver

fatto tutto ciò perchè poi la vile e malnata creatura vi pianti lì per

la prima venuta, per una che nè lo conosce, nè egli conosce, e dopo

aver detto a voi mille volte: _vedremo_, _penseremo_, sposi lei dalla

mattina alla sera con la stessa indifferenza con cui si beverebbe

un uovo!... Va là anche tu, maledetto pegno — ella sclamò quindi

strappandosi dal dito l’anello e gettandolo in terra con gran diletto

di _Café-au-lait_, il quale era presente, e poichè vide rotolare sul

pavimento qualche cosa di luccicante, spiccò tre salti arditissimi — va

là anche tu, e che nessun uomo mi parli, e che nessun uomo mi guardi.

Tutti scellerati! tutti traditori! — E non potendone più, si lasciò

cader sulla seggiola e diede in uno scoppio di pianto.

Povera Giannina! Così degna d’esser felice!

Il quaderno della zia · 第 21 / 29 题