Ahimè! Non era, no, il sole in pieno meriggio quello che aveva
balenato un istante fra le nostre tenebre, era l’ultimo chiarore del
crepuscolo che si diffondeva nel cielo innanzi che la notte vi avesse
incontrastato dominio. La notizia sinistra dell’incendio di Mosca,
prima sussurrata sommessamente nei crocchi, poi ingigantita dalla
voce pubblica e attenuata invano dai fogli ufficiali, ebbe per me una
tremenda conferma da una lettera di Gastone che me ne dipingeva gli
orrori a tinte vivissime. Per tre giorni, 16, 17 e 18 settembre, le
fiamme avevano divorato la superba metropoli in cui la _grande armata_
era entrata sul cader del 14. Per tre giorni le truppe affaticandosi
invano a sterminare uno sciame d’incendiari che correvano la città
come Eumenidi forsennate, avevano dovuto cercarsi un varco attraverso
quella bolgia infernale mentre le muraglie scrosciavano e le stridule
vampe con sottilissimi guizzi investivano le cupole e i minareti, e
mille e mille uccelli selvatici sbucando dai loro nidi invasi dal fuoco
si libravano sul firmamento mettendo spaventosi ululati. Una pioggia
dirotta aveva sola potuto estinguere l’ampia fornace, e l’esercito era
in parte ritornato ne’ suoi quartieri. Ma era sopraggiunto un guaio
peggiore degli altri. I vincoli della disciplina erano infranti; i
soldati si sguinzagliavano al saccheggio della capitale deserta. Ciò
che non s’era visto fino allora in un esercito francese, si vedeva in
quel tempo; la voce dei capi non aveva più autorità; tutti comandavano,
nessuno obbediva. — Mentre vi scrivo — diceva Gastone — odo a poca
distanza un fuoco di moschetteria. Si fucilano due sergenti, rei
d’insubordinazione. Erano fra i migliori dell’esercito, fra i più
valorosi. Uno d’essi era stato meco in Ispagna. Lo vidi questa mattina
— Colonnello — egli sclamò — non avrei mai supposto di morire così....
Ma credetelo, non è colpa mia, è colpa di questa terra maledetta......
Basta, bisogna morire da uomini...... Sento il rullo dei tamburi. È la
compagnia che sfila davanti ai cadaveri....
Un luogo silenzio seguì a questa lettera, nè occorre ch’io narri quale
fosse la mia ansietà. Intanto non c’era diceria per quanto strana
che non si spargesse in paese. Chi rammentava che i Francesi erano in
ritirata, chi soggiungeva che tutto l’esercito era sul punto di essere
fatto prigioniero e che lo stesso Imperatore era già stato preso dai
Cosacchi. Non si menzionavano battaglie perdute, ma si preconizzavano
i disastri venturi, era come l’aria impregnata della vicina procella.
Tuttavia gl’increduli erano ancora moltissimi; bastava rammentare i
successi di un esercito ritenuto invincibile per dubitare di questo
cambiamento subitaneo della fortuna. Le notizie ufficiali erano scarse
e non ispiravano più fiducia; le notizie private non davano una giusta
idea dello stato delle cose. Ognuno si occupava (ed erano ben pochi
quelli che scrivevano) del suo reggimento, della sua compagnia, di sè
stesso. Poichè era noto ormai a tutti ch’io ero io corrispondenza con
un colonnello, madri, sorelle, amanti si affollavano alla mia porta.
Era uno strazio. Che cosa sapevo io, povera donna, io che, dopo Mosca,
ignoravo perfino se Gastone fosse vivo? Nondimeno si voleva vedere
l’ultima lettera ch’io ne avevo ricevuta, leggervi la descrizione
dell’incendio, indovinar fra le righe quello che non era scritto....
Poi c’erano lagrime, e singhiozzi, e imprecazioni a stento frenate
contro chi cagionava tanta rovina. Il comandante di piazza mi fece dire
che tenessi per me le mie lettere; e mi guardassi bene dallo spargere
_notizie allarmanti_. Vana cautela! La costernazione s’era impadronita
degli animi. Solo l’annunzio della pace avrebbe potuto calmarla. E il
cannone, banditore dei grand’avvenimenti, taceva.
Don Gaudenzio, venuto a visitarmi, scrollava il capo, e diceva: — Che
nessuno ci senta, figliuola mia, ma i regni fatti senza il timor di Dio
hanno le fondamenta d’argilla.... È la prigionia del pontefice Pio VII
a Savona ch’è la vera causa di tutte queste disgrazie.
Mia madre, secondo il solito, piena di contraddizioni, manteneva le
sue abitudini di vita galante, alternandole con una sequela di pratiche
religiose. La sera ella si acconciava per la conversazione, la mattina,
con alloggiamento raccolto e vestita a bruno, andava alla messa o al
confessionale: — _C’è qualche cosa per aria_ — ella mi disse una volta
— bisogna badare all’anima. Pensaci anche tu, Maddalena, che, per tua
disgrazia, fosti educata con le idee francesi. — Poi, vedendo ch’io ero
preoccupata ben d’altro: — Ah — proruppe — tu pensi al colonnello....
Il colonnello!... Non so avvezzarmi a chiamarlo così. L’ho sempre
conosciuto per capitano — Può dire ch’è andato avanti d’un tratto....
Eppure pagherei a vederlo nel suo nuovo uniforme.... Deve fare una
magnifica figura.... Ma voglia il cielo che possiamo vederlo....
Povera Maddalena!... Hai aspettato tanto.... non volesti mai abbadare
alla tua mamma, che ti avrebbe maritata da un pezzo e con fior di
partiti.... e adesso sei in queste angoscie. Un militare.... ai tempi
che corrono..... pur troppo bisogna esser preparati a tutto.... — E poi
mi assaliva d’inchieste sulla bambina. — Anche quella Fanny, sarà un
tesoretto, non lo nego, ma non affezionarleti troppo.... quando poi ti
tocchi staccartene..
— Oh non me ne parlate, non me ne parlate, mamma — io sclamavo
invariabilmente quando veniva in campo questo discorso. E sentivo
infatti che di tutti i dolori che la sorte mi preparata questo era il
più terribile, il più spaventoso. Perdere il solo uomo che mi avesse
parlato d’amore, il solo uomo che io avessi amato, soffocare tutti quei
desiderii, tutte quelle speranze che sono il retaggio d’ogni cuore
di donna, era già un sacrifizio quale Iddio non dovrebbe chiedere
a una sua creatura; ma perdere questa fanciulla, fare d’un colpo
la infelicità mia e quella di lei, perchè un’intima voce mi diceva
ch’ella sarebbe stata infelice.... oh era peggio, mille volte peggio!
E mi rimproveravo aspramente di non aver detto a Gastone durante il
nostro ultimo colloquio ch’egli mi permettesse di far sempre le veci
di madre alla sua figliuola, o almeno di non aver avuto il coraggio
di scriverglielo dopo che egli era partito. Ma per iscriverglielo
conveniva pur accennare alla possibilità della sua morte, nè le mie
forze bastavano a tanto.
Una sua lettera pervenutami in novembre m’indusse finalmente a romper
gl’indugi,.... ma ero io ancora in tempo? Nel percorrere quel triste
messaggio mi pareva che un ferro arroventato me ne scolpisse ad una
ad una le parole nel cuore. Era scritto alla fine d’ottobre, dopo la
battaglia terribile di Malojaroslawetz, dopo aver riveduto il campo
di Borodino seminato di cinquantamila cadaveri insepolti, durante la
ritirata spaventosa che doveva acquistare una sì nefasta celebrità
nella storia. — Addio, mia buona Maddalena — egli scriveva — addio,
mia piccola Fanny. La speranza di rivedervi, che sostenne il mio
coraggio, che mitigò le mie sofferenze, è oggi svanita. Questa terra
ingoia gli uomini. Più ancora che per le palle nemiche, più ancora che
per la lancia cosacca, qui si muore di stanchezza, di freddo, di fame.
Noi siamo decimati da nemici invisibili e non ci resta da far altro
che incrociar le braccia ed attendere il colpo. Addio, Maddalena; se
entro due mesi dal momento io cui vi giunga questa mia lettera, voi
non avrete novella di me, spedite pure a Nantes il documento che vi
ho lasciato, e dite a Fanny ch’ella non ha più padre. Addio, angelo.
Possa il bene che mi avete fatto ricadere a mille doppi su voi, e
consentirvi una vita tranquilla e serena. Che la mia memoria non sia
per voi cagione d’amarezza. Ch’ella non turbi un’ora sola della vostra
felicità. Ma nel vostro crocchio domestico, quando, ormai trascorsa
la giovinezza, sederete presso il vostro sposo, in mezzo ai vostri
figliuoli, e, nell’abbandono dei cari colloqui, ricorrerete col
pensiero il passato, rammentatelo qualche volta (chè potete rammentarlo
senza rossore e senza pericolo) il nome di quest’uomo che vi affidò il
suo più dolce tesoro, fatemi un posto presso di voi, vicino al vostro
focolare, e se tutto non finisce con la tomba, il mio spirito, si
rallegrerà per virtù vostra d’una gioia ineffabile.
Fanny, che ormai io avevo presa meco, era in quel momento nel vicino
salotto con Maria, il suo cagnolino e altre due o tre bimbe. Giuocavano
a gatta cieca, e io sentivo le loro allegre risate. La non s’era
accorta che mi fosse giunta una lettera; se no me la sarei vista
certo ronzare d’intorno.... Di fuori faceva freddo, pioveva un’acqua
agghiacciata che picchiava sui vetri della finestra. Ma in casa mia
c’era un raggio di sole, e quel sole era lei...
Corsi alla mia scrivania e vergai questa lettera: — Gastone! Il vostro
ultimo foglio mi strazia l’anima. Per carità, non disperate affatto
della Provvidenza, lasciate ch’io confidi che non dovrò adempiere al
lugubre incarico che mi deste. Ah non sapete, oltre a tutto, ciò che
vorrebbe dire per me l’abbandonar Fanny, per Fanny lo staccarsi dalle
mie braccia? Oh Gastone, io non voglio nemmeno supporre che questa mia
non vi trovi ancora sano. Ebbene, io vi supplico di una cosa. Datemi
facoltà, _checchè avvenga_, di tener meco Fanny. Non vi preoccupate
del mio avvenire; questo affetto riempirà la mia vita. Accordatemi il
permesso, se occorre, di distrugger le carte che mi avete lasciato pel
vostro notaio. Fanny vivrà ignorata dalla vostra famiglia, ma le mie
ricchezze le basteranno senz’aggiungervi le vostre, ed ella troverà in
me una madre che la cingerà delle più tenere cure. Ho il presentimento,
perdonatemi, ho il presentimento che nel vostro castello paterno
ella non sarebbe felice.... Con le idee aristocratiche di vostra
madre, questa fanciulla nata da un matrimonio clandestino, piombata,
per così dire, d’improvviso nella famiglia, chi sa come sarebbe
accolta?.... Rispondetemi subito.... Se sapeste, io vi scrivo con la
mano convulsa, con gli occhi appannati, con un’emozione di cui non
conobbi l’uguale.... Oh se questo pensiero può confortarvi, s’esso può
darvi forza a durare i patimenti del cammino, se a voi, blandito dalle
più superbe bellezze, non viene a tedio la meschina cui la natura non
largì venustà di persona ma solo potenza d’affetto, sappiatelo ancora
una volta, o Gastone, io vi amo. Vi amo per voi, vi amo per la dolce
creatura che mi affidaste. Tornate, e Fanny sarà la _nostra_ figliuola.
Che se il Signore non vuol concedervi di rivedere i vostri cari, ella
sarà figlia _mia_.
Suggellata in fretta questa lettera, volli portarla io stessa alla
posta. Uscii studiando il passo come il giungere quindici minuti prima
all’officio postale abbreviasse l’immensa distanza che mi separava da
Gastone.
L’impiegato a cui consegnai il foglio, quando ne vide la soprascritta
in cui non era indicata la città ma soltanto il nome del corpo
d’esercito e il numero del reggimento comandato da Gastone, non potè
trattenersi dal borbottare qualche cosa fra i denti e dal dirmi poi:
— Badi, signora, io prendo anche questa lettera come ne ho preso
parecchie altre pel campo, ma non so farmi mallevadore che arrivi....
— E soggiunse mentre scriveva qualche cosa sulla coperta: — Brutte
notizie! Brutte notizie!
— Ma c’è qualche cosa di recente? di ultimo? — chiesi, articolando a
stento le parole per la soverchia commozione.
— Brutte notizie! Brutte notizie! — replicò l’altro. — Pare che vi sia
un nugolo di nemici, proprio come le cavallette d’Egitto.... Mah!... —
E qui si tacque per paura di compromettersi.
Ritornai a casa col cuore spezzato. Periva in me l’ultima speranza.
. . . . . . .
Ormai nemmeno i giornali avevano più coraggio di mentire, tacevano.
Se migliaia e migliaia di cuori non avessero palpitato per quei
valorosi che sei mesi prima avevano percorso pieni di baldanza
l’Europa, ed ora lottavano contro l’avverso destino, se un fremito
sordo non avesse agitato tutte le popolazioni, stanche ormai di
pagar sì largo tributo di sangue, si sarebbe potuto credere che tutto
fosse finito. Non una lettera giungeva dal campo; silenzio profondo.
Napoleone e la _grande armata_ parevano come un vascello sommerso
in mezzo all’Oceano; l’onda vi passa sopra e cela allo sguardo ogni
traccia della voragine che si aprì ad inghiottirlo. Il domani era
involto in un mistero profondo. Scomparso l’esercito che aveva fatto
tremare l’Europa, scomparso l’uomo a’ cui piedi s’erano inchinati i
re della terra, che sarebbe avvenuto? Anche l’esultanza dei nemici era
mista di perplessità e di sgomento. Quando crolla la quercia secolare
che pur contendeva i raggi del sole a un largo tratto di campagna, ogni
sguardo la cerca e si sorprende di non vederla più. Quelli stessi che
la reputavano dannosa alla vegetazione delle piante minori sono in su
le prime piuttosto maravigliati che lieti della sua caduta.
Così allorchè, sullo scorcio di dicembre, venne pubblicato un
bollettino dell’Imperatore e si seppe poi l’arrivo di lui a Parigi,
il primo sentimento non fu di sdegno verso l’ambizioso che immolava
tante vittime alla sua cupidigia e sapeva sottrarsi alla morte, ma fu
di sollievo. Il signore del mondo è tornato, egli penserà a sventar
la procella.... Indi a poco però sorse un grido da tutte le parti....
— E gli altri? E gli altri? — Ma degli altri non ancora un messaggio,
una parola. Si sapeva soltanto che quelli che restavano erano in lotta
cogli uomini, con la fame, col freddo....
Il termine, passato il quale io avrei dovuto scrivere a Nantes per
obbedire agli ordini di Gastone, era già mezzo trascorso. Ogni mattina
io mi svegliavo con la speranza di ricevere una lettera, ogni sera
posavo la testa sull’origliere con l’anima più sfiduciata. Non cercavo
più fra le coltri il sonno, ma il riposo. Però le coltri stesse mi
riuscivano insopportabile peso; talora, nel cuor della notte, io
balzavo dal letto, e recandomi tacitamente nella stanza contigua ove
Fanny dormiva con la sua Maria, e col cagnolino raggomitolato ai piedi,
restavo qualche minuto immobile a contemplarla. Una pace così dolce
e serena era diffusa nella sua fisonomia, un sorriso così innocente
scherzava sulle sue labbra, che io pendevo sulla sua cuna quasi
attendendo che da lei mi venisse un raggio di quella pace, di quella
fede. Stolta lusinga! Io non potevo scacciare da me il pensiero che fra
poco anche la mia ultima consolazione sarebbe svanita, che di tutto il
mio bel sogno non sarebbe rimasta che la memoria.
Giannina era tornata anch’essa in mille affanni pel suo fidanzato,
ma, secondo il costume, non lo lasciava scorgere, ed era preoccupata
anzitutto di me e di Fanny. Però usciva di casa spesso, e si recava
da qualche parente o da qualche amica per raccogliervi le voci che
correvano in paese. Indi tentava di dare un colore ottimista alle
notizie udite qua e là, e voleva far animo a me ed a sè stessa, dicendo
— Vedrà che ogni cosa finirà bene. Lo sa che qualcheduno ha scritto....
qualcheduno è arrivato.... È stato un freddo immenso, ecco tutto....
Ma nè dalle lettere di chi aveva scritto, nè dalle parole di chi (raro
come le mosche bianche) era arrivato, riusciva possibile argomentare
ciò che fosse successo degli altri, e trarre argomento di conforto.
S’era rotto il fascio che tiene unito un esercito; non v’erano più
nè divisioni, nè reggimenti, nè compagnie, non v’erano che manipoli
d’uomini intesi soltanto ad aprirsi un varco fra i ghiacci, a fuggire
da una terra inospite e fatale. Nessuno conosceva, nessuno curava il
vicino. A fianco un momento l’uno dell’altro, si smarrivano per la
via, e seppur procedevano insieme, quando l’uno cadeva, non una mano
si chinava a raccoglierlo.... Scalpitavano dietro, e si vedevano lungi
nell’immensa pianura, in mezzo ai larghi fiocchi di neve e turbinanti
com’essa, i corridori cosacchi; l’_urrà_ selvaggio dei barbari si
mesceva al sibilo del vento tra i nudi rami delle foreste; le poche
case trovate lungo il cammino non offrivano che un asilo infido,
gli allegri fuochi di paglia non rendevano il sangue alle membra
irrigidite, ma le incancrenivano; giù pegli argini dei fiumi o pel
declivio delle alture, vestite d’una lastra di ghiaccio, rotolavano
confusamente i cannoni e i cavalli travolgendo seco i fuggiaschi. Ora,
se in mezzo a questo infuriare del cielo e degli uomini, taluno toccava
un suolo amico, se riusciva a guadagnare la patria, era un’ironia
chiedergli e com’egli fosse arrivato e che fosse avvenuto de’ suoi
compagni.... Che poteva egli saperne? Rammentava egli forse l’ultimo
giorno in cui li aveva veduti?..... Talvolta pensando ch’egli si era
salvato da pericoli che l’umana fantasia non comprende, egli rispondeva
alle inchieste affannose — Sono tornato io, torneranno anche gli altri.
— Ma chi lo udiva, chi aveva inteso come egli era tornato, doveva
scrollare il capo sfiduciato e pregar pei suoi cari. Ne vidi anch’io
uno di questi reduci; sembrava uno spettro, non si ricordava neppure a
qual reggimento avesse appartenuto, quali fossero stati i suoi capi; ne
aveva cambiati tanti!