XVII.

Ahimè! Non era, no, il sole in pieno meriggio quello che aveva

balenato un istante fra le nostre tenebre, era l’ultimo chiarore del

crepuscolo che si diffondeva nel cielo innanzi che la notte vi avesse

incontrastato dominio. La notizia sinistra dell’incendio di Mosca,

prima sussurrata sommessamente nei crocchi, poi ingigantita dalla

voce pubblica e attenuata invano dai fogli ufficiali, ebbe per me una

tremenda conferma da una lettera di Gastone che me ne dipingeva gli

orrori a tinte vivissime. Per tre giorni, 16, 17 e 18 settembre, le

fiamme avevano divorato la superba metropoli in cui la _grande armata_

era entrata sul cader del 14. Per tre giorni le truppe affaticandosi

invano a sterminare uno sciame d’incendiari che correvano la città

come Eumenidi forsennate, avevano dovuto cercarsi un varco attraverso

quella bolgia infernale mentre le muraglie scrosciavano e le stridule

vampe con sottilissimi guizzi investivano le cupole e i minareti, e

mille e mille uccelli selvatici sbucando dai loro nidi invasi dal fuoco

si libravano sul firmamento mettendo spaventosi ululati. Una pioggia

dirotta aveva sola potuto estinguere l’ampia fornace, e l’esercito era

in parte ritornato ne’ suoi quartieri. Ma era sopraggiunto un guaio

peggiore degli altri. I vincoli della disciplina erano infranti; i

soldati si sguinzagliavano al saccheggio della capitale deserta. Ciò

che non s’era visto fino allora in un esercito francese, si vedeva in

quel tempo; la voce dei capi non aveva più autorità; tutti comandavano,

nessuno obbediva. — Mentre vi scrivo — diceva Gastone — odo a poca

distanza un fuoco di moschetteria. Si fucilano due sergenti, rei

d’insubordinazione. Erano fra i migliori dell’esercito, fra i più

valorosi. Uno d’essi era stato meco in Ispagna. Lo vidi questa mattina

— Colonnello — egli sclamò — non avrei mai supposto di morire così....

Ma credetelo, non è colpa mia, è colpa di questa terra maledetta......

Basta, bisogna morire da uomini...... Sento il rullo dei tamburi. È la

compagnia che sfila davanti ai cadaveri....

Un luogo silenzio seguì a questa lettera, nè occorre ch’io narri quale

fosse la mia ansietà. Intanto non c’era diceria per quanto strana

che non si spargesse in paese. Chi rammentava che i Francesi erano in

ritirata, chi soggiungeva che tutto l’esercito era sul punto di essere

fatto prigioniero e che lo stesso Imperatore era già stato preso dai

Cosacchi. Non si menzionavano battaglie perdute, ma si preconizzavano

i disastri venturi, era come l’aria impregnata della vicina procella.

Tuttavia gl’increduli erano ancora moltissimi; bastava rammentare i

successi di un esercito ritenuto invincibile per dubitare di questo

cambiamento subitaneo della fortuna. Le notizie ufficiali erano scarse

e non ispiravano più fiducia; le notizie private non davano una giusta

idea dello stato delle cose. Ognuno si occupava (ed erano ben pochi

quelli che scrivevano) del suo reggimento, della sua compagnia, di sè

stesso. Poichè era noto ormai a tutti ch’io ero io corrispondenza con

un colonnello, madri, sorelle, amanti si affollavano alla mia porta.

Era uno strazio. Che cosa sapevo io, povera donna, io che, dopo Mosca,

ignoravo perfino se Gastone fosse vivo? Nondimeno si voleva vedere

l’ultima lettera ch’io ne avevo ricevuta, leggervi la descrizione

dell’incendio, indovinar fra le righe quello che non era scritto....

Poi c’erano lagrime, e singhiozzi, e imprecazioni a stento frenate

contro chi cagionava tanta rovina. Il comandante di piazza mi fece dire

che tenessi per me le mie lettere; e mi guardassi bene dallo spargere

_notizie allarmanti_. Vana cautela! La costernazione s’era impadronita

degli animi. Solo l’annunzio della pace avrebbe potuto calmarla. E il

cannone, banditore dei grand’avvenimenti, taceva.

Don Gaudenzio, venuto a visitarmi, scrollava il capo, e diceva: — Che

nessuno ci senta, figliuola mia, ma i regni fatti senza il timor di Dio

hanno le fondamenta d’argilla.... È la prigionia del pontefice Pio VII

a Savona ch’è la vera causa di tutte queste disgrazie.

Mia madre, secondo il solito, piena di contraddizioni, manteneva le

sue abitudini di vita galante, alternandole con una sequela di pratiche

religiose. La sera ella si acconciava per la conversazione, la mattina,

con alloggiamento raccolto e vestita a bruno, andava alla messa o al

confessionale: — _C’è qualche cosa per aria_ — ella mi disse una volta

— bisogna badare all’anima. Pensaci anche tu, Maddalena, che, per tua

disgrazia, fosti educata con le idee francesi. — Poi, vedendo ch’io ero

preoccupata ben d’altro: — Ah — proruppe — tu pensi al colonnello....

Il colonnello!... Non so avvezzarmi a chiamarlo così. L’ho sempre

conosciuto per capitano — Può dire ch’è andato avanti d’un tratto....

Eppure pagherei a vederlo nel suo nuovo uniforme.... Deve fare una

magnifica figura.... Ma voglia il cielo che possiamo vederlo....

Povera Maddalena!... Hai aspettato tanto.... non volesti mai abbadare

alla tua mamma, che ti avrebbe maritata da un pezzo e con fior di

partiti.... e adesso sei in queste angoscie. Un militare.... ai tempi

che corrono..... pur troppo bisogna esser preparati a tutto.... — E poi

mi assaliva d’inchieste sulla bambina. — Anche quella Fanny, sarà un

tesoretto, non lo nego, ma non affezionarleti troppo.... quando poi ti

tocchi staccartene..

— Oh non me ne parlate, non me ne parlate, mamma — io sclamavo

invariabilmente quando veniva in campo questo discorso. E sentivo

infatti che di tutti i dolori che la sorte mi preparata questo era il

più terribile, il più spaventoso. Perdere il solo uomo che mi avesse

parlato d’amore, il solo uomo che io avessi amato, soffocare tutti quei

desiderii, tutte quelle speranze che sono il retaggio d’ogni cuore

di donna, era già un sacrifizio quale Iddio non dovrebbe chiedere

a una sua creatura; ma perdere questa fanciulla, fare d’un colpo

la infelicità mia e quella di lei, perchè un’intima voce mi diceva

ch’ella sarebbe stata infelice.... oh era peggio, mille volte peggio!

E mi rimproveravo aspramente di non aver detto a Gastone durante il

nostro ultimo colloquio ch’egli mi permettesse di far sempre le veci

di madre alla sua figliuola, o almeno di non aver avuto il coraggio

di scriverglielo dopo che egli era partito. Ma per iscriverglielo

conveniva pur accennare alla possibilità della sua morte, nè le mie

forze bastavano a tanto.

Una sua lettera pervenutami in novembre m’indusse finalmente a romper

gl’indugi,.... ma ero io ancora in tempo? Nel percorrere quel triste

messaggio mi pareva che un ferro arroventato me ne scolpisse ad una

ad una le parole nel cuore. Era scritto alla fine d’ottobre, dopo la

battaglia terribile di Malojaroslawetz, dopo aver riveduto il campo

di Borodino seminato di cinquantamila cadaveri insepolti, durante la

ritirata spaventosa che doveva acquistare una sì nefasta celebrità

nella storia. — Addio, mia buona Maddalena — egli scriveva — addio,

mia piccola Fanny. La speranza di rivedervi, che sostenne il mio

coraggio, che mitigò le mie sofferenze, è oggi svanita. Questa terra

ingoia gli uomini. Più ancora che per le palle nemiche, più ancora che

per la lancia cosacca, qui si muore di stanchezza, di freddo, di fame.

Noi siamo decimati da nemici invisibili e non ci resta da far altro

che incrociar le braccia ed attendere il colpo. Addio, Maddalena; se

entro due mesi dal momento io cui vi giunga questa mia lettera, voi

non avrete novella di me, spedite pure a Nantes il documento che vi

ho lasciato, e dite a Fanny ch’ella non ha più padre. Addio, angelo.

Possa il bene che mi avete fatto ricadere a mille doppi su voi, e

consentirvi una vita tranquilla e serena. Che la mia memoria non sia

per voi cagione d’amarezza. Ch’ella non turbi un’ora sola della vostra

felicità. Ma nel vostro crocchio domestico, quando, ormai trascorsa

la giovinezza, sederete presso il vostro sposo, in mezzo ai vostri

figliuoli, e, nell’abbandono dei cari colloqui, ricorrerete col

pensiero il passato, rammentatelo qualche volta (chè potete rammentarlo

senza rossore e senza pericolo) il nome di quest’uomo che vi affidò il

suo più dolce tesoro, fatemi un posto presso di voi, vicino al vostro

focolare, e se tutto non finisce con la tomba, il mio spirito, si

rallegrerà per virtù vostra d’una gioia ineffabile.

Fanny, che ormai io avevo presa meco, era in quel momento nel vicino

salotto con Maria, il suo cagnolino e altre due o tre bimbe. Giuocavano

a gatta cieca, e io sentivo le loro allegre risate. La non s’era

accorta che mi fosse giunta una lettera; se no me la sarei vista

certo ronzare d’intorno.... Di fuori faceva freddo, pioveva un’acqua

agghiacciata che picchiava sui vetri della finestra. Ma in casa mia

c’era un raggio di sole, e quel sole era lei...

Corsi alla mia scrivania e vergai questa lettera: — Gastone! Il vostro

ultimo foglio mi strazia l’anima. Per carità, non disperate affatto

della Provvidenza, lasciate ch’io confidi che non dovrò adempiere al

lugubre incarico che mi deste. Ah non sapete, oltre a tutto, ciò che

vorrebbe dire per me l’abbandonar Fanny, per Fanny lo staccarsi dalle

mie braccia? Oh Gastone, io non voglio nemmeno supporre che questa mia

non vi trovi ancora sano. Ebbene, io vi supplico di una cosa. Datemi

facoltà, _checchè avvenga_, di tener meco Fanny. Non vi preoccupate

del mio avvenire; questo affetto riempirà la mia vita. Accordatemi il

permesso, se occorre, di distrugger le carte che mi avete lasciato pel

vostro notaio. Fanny vivrà ignorata dalla vostra famiglia, ma le mie

ricchezze le basteranno senz’aggiungervi le vostre, ed ella troverà in

me una madre che la cingerà delle più tenere cure. Ho il presentimento,

perdonatemi, ho il presentimento che nel vostro castello paterno

ella non sarebbe felice.... Con le idee aristocratiche di vostra

madre, questa fanciulla nata da un matrimonio clandestino, piombata,

per così dire, d’improvviso nella famiglia, chi sa come sarebbe

accolta?.... Rispondetemi subito.... Se sapeste, io vi scrivo con la

mano convulsa, con gli occhi appannati, con un’emozione di cui non

conobbi l’uguale.... Oh se questo pensiero può confortarvi, s’esso può

darvi forza a durare i patimenti del cammino, se a voi, blandito dalle

più superbe bellezze, non viene a tedio la meschina cui la natura non

largì venustà di persona ma solo potenza d’affetto, sappiatelo ancora

una volta, o Gastone, io vi amo. Vi amo per voi, vi amo per la dolce

creatura che mi affidaste. Tornate, e Fanny sarà la _nostra_ figliuola.

Che se il Signore non vuol concedervi di rivedere i vostri cari, ella

sarà figlia _mia_.

Suggellata in fretta questa lettera, volli portarla io stessa alla

posta. Uscii studiando il passo come il giungere quindici minuti prima

all’officio postale abbreviasse l’immensa distanza che mi separava da

Gastone.

L’impiegato a cui consegnai il foglio, quando ne vide la soprascritta

in cui non era indicata la città ma soltanto il nome del corpo

d’esercito e il numero del reggimento comandato da Gastone, non potè

trattenersi dal borbottare qualche cosa fra i denti e dal dirmi poi:

— Badi, signora, io prendo anche questa lettera come ne ho preso

parecchie altre pel campo, ma non so farmi mallevadore che arrivi....

— E soggiunse mentre scriveva qualche cosa sulla coperta: — Brutte

notizie! Brutte notizie!

— Ma c’è qualche cosa di recente? di ultimo? — chiesi, articolando a

stento le parole per la soverchia commozione.

— Brutte notizie! Brutte notizie! — replicò l’altro. — Pare che vi sia

un nugolo di nemici, proprio come le cavallette d’Egitto.... Mah!... —

E qui si tacque per paura di compromettersi.

Ritornai a casa col cuore spezzato. Periva in me l’ultima speranza.

. . . . . . .

Ormai nemmeno i giornali avevano più coraggio di mentire, tacevano.

Se migliaia e migliaia di cuori non avessero palpitato per quei

valorosi che sei mesi prima avevano percorso pieni di baldanza

l’Europa, ed ora lottavano contro l’avverso destino, se un fremito

sordo non avesse agitato tutte le popolazioni, stanche ormai di

pagar sì largo tributo di sangue, si sarebbe potuto credere che tutto

fosse finito. Non una lettera giungeva dal campo; silenzio profondo.

Napoleone e la _grande armata_ parevano come un vascello sommerso

in mezzo all’Oceano; l’onda vi passa sopra e cela allo sguardo ogni

traccia della voragine che si aprì ad inghiottirlo. Il domani era

involto in un mistero profondo. Scomparso l’esercito che aveva fatto

tremare l’Europa, scomparso l’uomo a’ cui piedi s’erano inchinati i

re della terra, che sarebbe avvenuto? Anche l’esultanza dei nemici era

mista di perplessità e di sgomento. Quando crolla la quercia secolare

che pur contendeva i raggi del sole a un largo tratto di campagna, ogni

sguardo la cerca e si sorprende di non vederla più. Quelli stessi che

la reputavano dannosa alla vegetazione delle piante minori sono in su

le prime piuttosto maravigliati che lieti della sua caduta.

Così allorchè, sullo scorcio di dicembre, venne pubblicato un

bollettino dell’Imperatore e si seppe poi l’arrivo di lui a Parigi,

il primo sentimento non fu di sdegno verso l’ambizioso che immolava

tante vittime alla sua cupidigia e sapeva sottrarsi alla morte, ma fu

di sollievo. Il signore del mondo è tornato, egli penserà a sventar

la procella.... Indi a poco però sorse un grido da tutte le parti....

— E gli altri? E gli altri? — Ma degli altri non ancora un messaggio,

una parola. Si sapeva soltanto che quelli che restavano erano in lotta

cogli uomini, con la fame, col freddo....

Il termine, passato il quale io avrei dovuto scrivere a Nantes per

obbedire agli ordini di Gastone, era già mezzo trascorso. Ogni mattina

io mi svegliavo con la speranza di ricevere una lettera, ogni sera

posavo la testa sull’origliere con l’anima più sfiduciata. Non cercavo

più fra le coltri il sonno, ma il riposo. Però le coltri stesse mi

riuscivano insopportabile peso; talora, nel cuor della notte, io

balzavo dal letto, e recandomi tacitamente nella stanza contigua ove

Fanny dormiva con la sua Maria, e col cagnolino raggomitolato ai piedi,

restavo qualche minuto immobile a contemplarla. Una pace così dolce

e serena era diffusa nella sua fisonomia, un sorriso così innocente

scherzava sulle sue labbra, che io pendevo sulla sua cuna quasi

attendendo che da lei mi venisse un raggio di quella pace, di quella

fede. Stolta lusinga! Io non potevo scacciare da me il pensiero che fra

poco anche la mia ultima consolazione sarebbe svanita, che di tutto il

mio bel sogno non sarebbe rimasta che la memoria.

Giannina era tornata anch’essa in mille affanni pel suo fidanzato,

ma, secondo il costume, non lo lasciava scorgere, ed era preoccupata

anzitutto di me e di Fanny. Però usciva di casa spesso, e si recava

da qualche parente o da qualche amica per raccogliervi le voci che

correvano in paese. Indi tentava di dare un colore ottimista alle

notizie udite qua e là, e voleva far animo a me ed a sè stessa, dicendo

— Vedrà che ogni cosa finirà bene. Lo sa che qualcheduno ha scritto....

qualcheduno è arrivato.... È stato un freddo immenso, ecco tutto....

Ma nè dalle lettere di chi aveva scritto, nè dalle parole di chi (raro

come le mosche bianche) era arrivato, riusciva possibile argomentare

ciò che fosse successo degli altri, e trarre argomento di conforto.

S’era rotto il fascio che tiene unito un esercito; non v’erano più

nè divisioni, nè reggimenti, nè compagnie, non v’erano che manipoli

d’uomini intesi soltanto ad aprirsi un varco fra i ghiacci, a fuggire

da una terra inospite e fatale. Nessuno conosceva, nessuno curava il

vicino. A fianco un momento l’uno dell’altro, si smarrivano per la

via, e seppur procedevano insieme, quando l’uno cadeva, non una mano

si chinava a raccoglierlo.... Scalpitavano dietro, e si vedevano lungi

nell’immensa pianura, in mezzo ai larghi fiocchi di neve e turbinanti

com’essa, i corridori cosacchi; l’_urrà_ selvaggio dei barbari si

mesceva al sibilo del vento tra i nudi rami delle foreste; le poche

case trovate lungo il cammino non offrivano che un asilo infido,

gli allegri fuochi di paglia non rendevano il sangue alle membra

irrigidite, ma le incancrenivano; giù pegli argini dei fiumi o pel

declivio delle alture, vestite d’una lastra di ghiaccio, rotolavano

confusamente i cannoni e i cavalli travolgendo seco i fuggiaschi. Ora,

se in mezzo a questo infuriare del cielo e degli uomini, taluno toccava

un suolo amico, se riusciva a guadagnare la patria, era un’ironia

chiedergli e com’egli fosse arrivato e che fosse avvenuto de’ suoi

compagni.... Che poteva egli saperne? Rammentava egli forse l’ultimo

giorno in cui li aveva veduti?..... Talvolta pensando ch’egli si era

salvato da pericoli che l’umana fantasia non comprende, egli rispondeva

alle inchieste affannose — Sono tornato io, torneranno anche gli altri.

— Ma chi lo udiva, chi aveva inteso come egli era tornato, doveva

scrollare il capo sfiduciato e pregar pei suoi cari. Ne vidi anch’io

uno di questi reduci; sembrava uno spettro, non si ricordava neppure a

qual reggimento avesse appartenuto, quali fossero stati i suoi capi; ne

aveva cambiati tanti!

Il quaderno della zia · 第 20 / 29 题