Eravamo nell’estate di quel memorabile anno 1812. Fanny passava meco
la maggior parte del giorno. La sua presenza era come un raggio
di sole. Co’ suoi crespi capelli d’oro, co’ suoi occhi azzurri e
profondi, con la personcina snella e aggraziata, con la sua voce tutta
musicale dolcezza, ella riempiva la mia casa, e, più della mia casa,
il mio cuore. Nessuna tra le fanciulle ond’io avevo confortato la
mia solitudine aveva saputo destare in me affetti cari e soavi come
questa fanciulla. Ella possedeva quella precocità d’intelligenza che
sogliono avere i bambini nati in condizioni straordinarie, e che si
risolve in domande singolari, o in più singolari silenzi, ove la loro
picciola mente sembra occupata in uno sforzo superiore all’età per
trovare la chiave di qualche enigma. Chi ero io per lei? Simile alle
altre bimbe che venivano presso di me e che guardavano questa nuova
arrivata, questa contessina, come la chiamavano, con un’ammirazione
non scevra d’invidia, Fanny mi dava il titolo di zia, ma le altre
bimbe erano spesso accompagnate dalle loro madri, ed ella domandava
di tratto in tratto — _Ov’è la mia mamma?_ — Talora si arrestava
subitamente in mezzo a’ suoi giuochi, lasciava cadere il cerchio o
la palla, e accostandomisi tutta umile e mortificata, mi fissava in
volto i suoi begli occhi e diceva un’unica parola: _Papà_. Il suo
indivisibile _Café-au-lait_ mi rivolgeva anch’esso in questi casi
uno sguardo indagatore e mugolava sommessamente. A tre anni e mezzo,
Fanny non poteva avere un’idea chiara di ciò che fosse la posta,
ma ella mi aveva visto così inquieta, così ansiosa al giungere di
qualche lettera, che se si bussava alla porta, ella smetteva di
saltare e di correre e porgeva l’orecchio per sentire chi fosse; poi
se realmente era il fattorino e mi consegnava un piego suggellato,
non c’era nè trastullo, nè compagnia che la tenesse dall’affrettarsi
verso di me e accovacciarmisi ai piedi e posar la testina su’ miei
ginocchi, talora ripetendo, a foggia d’inchiesta, quella sua parola
_papà_, talora nemmeno aprendo bocca, ma standosene zitta e raccolta.
E allorchè prendendola in braccio io le dicevo: — Il babbo manda
tanti baci alla sua Fanny — la sua fisonomia s’illuminava, ed ella
faceva un segno a _Café-au-lait_, il quale m’era addosso di un balzo,
e leccava a vicenda la sua padroncina e me, per manifestar poi la
sua ilarità in modo clamoroso col saltare su tutti i mobili. Però a
mano a mano che la grande armata procedeva sul suo cammino, quelle
lettere lungamente attese, aperte con mano tremante, mi gettavano un
invincibile turbamento nell’anima; gl’infausti presagi scacciavano le
belle speranze, una tristezza, invano combattuta, s’impadroniva di me,
e i miei occhi s’innondavano di lagrime. Allora ero certa d’incontrare
gli occhi della povera Fanny, umidi anch’essi ed inquieti, e volevo
sorridere, ma non mi riusciva, e rompevo invece in un pianto dirotto.
Ella mi gettava le braccia al collo e piangeva ella pure. Verso la
fine di luglio mi giunse un foglio di Gastone che portava la data del
30 giugno, ed era scritto da un villaggio indecifrabile. Ci siamo, —
egli mi diceva. — Il nemico non viene verso di noi, onde tocca a noi
di andarlo a cercare. Dove? Non si sa. È un mondo incognito, immenso,
dove avremo per guida la nostra buona stella e il genio di Napoleone.
Il passaggio del Niemen fu cominciato ier l’altro e finito oggi. Un
terribile uragano che scoppiò ieri mise un po’ di disordine nelle
nostro file. Il grosso dell’esercito aveva varcato il fiume il 24, e
dev’esser stato uno spettacolo imponente. Pur che volete che vi dica?
Questo silenzio che c’è d’intorno a noi mi sgomenta, questa vastità
di terreni senz’anima viva mi produce un senso di stanchezza e di
tedio, questa marcia non interrotta da battaglie mi fa l’effetto di un
funerale. Il nostro esercito così gaio per solito sembra dividere in
parte le mie impressioni. Oh Maddalena, quando rivedrò la mia Fanny,
quando rivedrò voi? — Mentre cammino per queste strade aride, sabbiose,
penso che la felicità sarebbe costì e ch’io me ne dilungo a ogni
passo....
Quel giorno Fanny senza pronunziare una parola s’era arrampicata dietro
la mia seggiola, e guardava la lettera ch’io tenevo aperta dinanzi a
me, come s’ella avesse potuto decifrarne i caratteri. _Café-au-lait_
mi aveva posato una zampa sulla spalla e pareva che volesse stimolarmi
a dir qualche cosa.... Ma non ci fu verso che mi uscisse una parola di
bocca. Baciai la bambina che mi guardava, e per distrarla mi misi io
stessa a giuocare con lei. Ella stette un momento in forse, e cominciò
a giuocare di malavoglia, ma poi riprese la sua ilarità consueta.
Il cagnolino, che regolava il suo umore su quello della bimba, dopo
aver sulle prime dato a divedere che la soverchia allegria non gli
pareva cosa dicevole, si levò di dosso gli scrupoli e con innumerevoli
capriuole richiamò a sè l’attenzione di Fanny, de’ cui trastulli egli
era il fidato compagno. Io lasciai che Maria stesse a guardia della
bambina e mi ritrassi nella mia camera. Non ne potevo più. Una cura
assidua, profonda mi logorava. Una voce intima mi ripeteva: _Non
tornerà_. E Fanny? Quale sarà il suo destino? In che mani sarà ella
consegnata? Che voci d’amore conforteranno la sua infanzia? Sia ch’io
la vedessi melanconica, sia che mi ferisse l’orecchio il suono delle
sue allegre risale, non sapevo ormai guardarla senza commozione. Mesta,
io pativo del suo soffrire presente, gaia, mi straziava l’animo il
pensiero ch’ella, povera creatura ingenua e nuova alla vita, non aveva
idea di ciò che forse l’avvenire le preparava. Oh sarebbe stato pur
meglio che Gastone, partendo, l’avesse lasciata a me senza vincolo
alcuno, all’infuori di quello di restituirgliela s’egli fosse tornato!
I messaggi del campo si facevano rari. Pur di tratto in tratto
giungevano. In agosto ebbi una lettera del 25 luglio. — Cominciano i
combattimenti — scriveva Gastone. — Il 23, il primo corpo ha dato e
vinto una battaglia sulla Mischwoska contro l’esercito del principe
Bagration, di gran lunga più numeroso. Noi non abbiamo avuto finora
che scaramuccie di nessun conto. Ieri, nel pomeriggio, comparve tra
noi l’Imperatore. Fu accolto con entusiasmo, ma è cupo, concentrato,
e non par più quello di Austerlitz. Annunziato dallo scalpitar dei
cavalli e da un gran nembo di polvere, scomparve ugualmente fra un
nembo di polvere. Quando lo rivedremo? Chi sa? Tutto è misterioso in
questa guerra.... Noi siamo assetati di pugne. La marcia è faticosa, i
villaggi che s’incontrano solo a grandi distanze sono abbandonati dagli
abitanti prima del nostro arrivo, e non vi si trovano provvigioni.
L’ululato dei cani nelle fattorie deserte, il mormorio solenne delle
foreste d’abeti empiono l’anima di lugubri presagi. I soldati,
sopratutto i giovani, patiscono senza misura. Il caldo e la fame
decimano le nostre file, che il fuoco ha lasciato finora pressochè
intatte. Vi è specialmente una gran moría nei cavalli, e le strade
sono disseminate dei loro corpi che appestano l’aria. Il bel baio che
comperai in Germania quando fui nominato maggiore è morto anche lui.
Dovetti acconciarmi con una vecchia rozza che non so quanto durerà....
Ah! ecco il cannone! Sia ringraziato il cielo.... Baciatemi Fanny. A
voi non dico altro se non che custodisco sempre sul mio petto la vostra
camelia. Addio.
Ho forse bisogno di dire quale fosse lo stato dell’anima mia? Ormai
io mi maravigliavo che altro avesse potuto occuparmi; tutti i miei
pensieri erano conversi nell’uomo che si allontanava da me ogni
giorno più, e nel vago angioletto che mi stava accanto. Clara, gli
affari del signor Venanzio, l’avvenire di mia madre non avevano virtù
di richiamare la mia attenzione; il mio antico crocchio s’era quasi
sciolto, le mie piccole alunne non trovavano in me l’usate premure.
— L’hai presa con troppo calore — diceva mia madre le poche volte in
cui ci vedevamo — E se poi nasce una disgrazia, che cosa vuoi farci?
La signora Elena s’era accomiatata in tutte le regole. — È uno scandalo
— ella diceva — Nemmeno se fosse sua moglie sarebbe tanto agitata. E
poi quella bambina che c’è sempre per i piedi e che nessuno sa bene che
roba sia, e donde venuta.... E finalmente quella insopportabile bestia,
quel _Café-au-lait_ che ha portato in giro per tutta la casa il mio
cappellino!
Anche il signor Filippino aveva smesso affatto le sue visite. Venivan
soltanto a lunghi intervalli il signor Lodovico e Don Gaudenzio. Ma Don
Gaudenzio, non trovando più modo di discorrere di Gaspare Gozzi, era
un pesce fuor d’acqua, e il notaio si limitava a scrollare il capo e a
mormorare: — Brutti affari! brutti affari!
La mia consolatrice, la mia confidente era la buona Giannina. Il suo
affanno, poveretta, lo aveva anche lei, ma lo nascondeva per non
accrescere il mio. — Vedrà che torneranno, torneranno tutti e due
quelli che aspettiamo, il suo, perchè il Signore non vorrà commettere
questa ingiustizia di aggiungere un altro colpo ai tanti che hanno
martoriata la sua gioventù; il mio perchè gli è un buono da nulla e i
buoni da nulla hanno sempre fortuna.... Paolo non mi scrive, non sa
scrivere.... e seppur sapesse, son certa che non si prenderebbe una
briga simile.... vuole tutti i suoi comodi, lui, ma il cuore mi dice
ch’è vivo. Oh ne son sicura! La settimana scorsa, mi pare d’averglielo
detto, ebbi le sue notizie col mezzo della fruttaiuola che ha un figlio
nello stesso reggimento, ma quello lì è un bravo giovane, è stato a
scuola, e scriveva a sua madre che Paolo era nella sua compagnia e
stava benissimo.... Ma che cosa le discorro di me? Quello che preme è
il signor maggiore.... E vedrà che non accadranno disgrazie, e che ci
sarà un’ora di felicità anche per lei....
Passavano le settimane, passavano i mesi. Una cupa inquietudine era
diffusa per la città. V’erano tanti che avevano al campo i figli, i
fratelli, i mariti, e le cose andavano sì in lungo. Le notizie dei
giornali erano sempre color di rosa. I nostri si avanzavano intrepidi,
l’Imperatore godeva perfetta salute, i Russi fuggivano. Ma della
pace non si discorreva mai. Poi i cannoni della piroga tuonarono a
festa. S’era vinta una gran battaglia, una battaglia straordinaria,
in confronto alla quale Marengo, Austerlitz, Friedland erano una
bagatella. Indi giubilo immenso nella massa della popolazione, ansietà
infinita in quelli che avevano i loro cari nell’esercito. Dopo la gran
vittoria verrà la pace, ma, Dio santo, non si può saper chi siano i
morti, chi siano i feriti? Come giungono tardi lo lettere!
Ah! finalmente. È un dopo pranzo di settembre avanzato. Siamo in
altana. La piccola Fanny sostenuta da Maria spicca i grappoli che si
vanno maturando sulla vite, _Café-au-lait_ spicca salti bizzarri fino
a prender fra i denti la falda del vestito della sua piccola amica.
Giannina ed io sediamo in un angolo meste, pensose, ora discorrendo
della battaglia, ora cercando di dare al dialogo un altro indirizzo,
senza che ci riesca. Anche la confidenza di Giannina è scossa. Corrono
strane voci fra il popolo. Si dice che interi reggimenti siano stati
distrutti, nessuna tra le conoscenti di Giannina ha notizia de’ suoi.
Anzi vengono da lei a chiederle se sa nulla, se Paolo le ha fatto
saper nulla. — Ma, benedette creature — ella risponde — non ve l’ho
già detto che Paolo non iscrive mai. — Ed ecco _Café-au-lait_ con le
orecchie tese piantarsi sul primo gradino della scaletta di legno che
dall’altana scende all’ultimo piano della casa e agitar la coda con
moto convulso. È una lettera che porta lo scritto di Gastone.....
Signore! Che tu sii ringraziato. Sono quattro pagine vergate in
calligrafia minutissima. Hanno la data del 9, due giorni dopo la
terribile battaglia della Moskowa, la cui descrizione mi fa drizzare i
capelli. Gastone era stato al fuoco tutta la giornata, e aveva visto
cadergli a fianco i suoi capi, i suoi più fidi compagni d’arme. Era
stato promosso colonnello, ma non era lieto nè dell’avanzamento, nè
della vittoria. — Per quanto io fossi avvezzo allo spettacolo della
morte — erano le sue parole — non mi bastò l’animo di percorrere il
campo di Borodino il dì seguente alla battaglia. Il suolo era coperto
di feriti e d’uccisi. Ogni acclamazione era soffocata dai gemiti che
si alzavano da tutte le parti. Le bolgie infernali che il vostro Dante
descrive non devono aver presentalo un uguale spettacolo di desolazione
e di patimenti.
Quanti amici miei che voi pure avrete inteso nominare, quanti che
vostra madre ha conosciuto, ornamenti delle veglie veneziane, quanti
hanno chiuso il 7 la vita nel fiore degli anni! Quante mani che io
avevo stretto il mattino erano irrigidite la sera! Oh il mio grado
acquistato a questo prezzo è ben caro! — E qui seguiva una lunga
tavola necrologica formata dei nomi dei più brillanti ufficiali che
attorniavano le nostre gentildonne. — Abbiamo vinto — proseguiva
Gastone — e di qui a pochi giorni saremo a Mosca. Ma poi? Avremo
forse la pace? Alcuni lo dicono, ma io ne dubito. Ci sta dinanzi
un popolo che ci abborre d’un odio selvaggio, che getta nel fiume
le sue provvigioni per non lasciarci pane, che arde le sue case per
non lasciarci tetto. Quell’odio s’alimenta d’orgoglio nei capi, di
superstizione nel volgo, che ci crede venuti a insidiar la sua fede,
a devastare le sue chiese, a oltraggiare i suoi Santi. Se aveste
visto, Maddalena, la vigilia della battaglia, sul far della sera una
lunga fila di ceri lentamente percorrer le colline ov’era accampato
l’esercito russo e apparire e dileguarsi a vicenda secondo che le
macchie d’alberi erano più o meno fitte, se aveste inteso levarsi
solenni salmodie religiose in mezzo a quella luce fantastica, vi
sareste sentita voi pure misteriosamente commossa. Era la cosidetta
Madonna miracolosa di Smolensko che i preti greci portavano in
processione lungo i bivacchi. Mi tornarono a mente le ingenue
cerimonie vedute da fanciullo nella mia credente Bretagna quando mia
madre cercava d’infervorarmi della sua pietà.... Questo popolo sarà
ignorante, io dissi a me stesso, ma combatterà fino all’ultimo come
hanno combattuto i Vandesi. — La lettera si chiudeva con alcune parole
d’affetto per Fanny e per me; indi v’era un poscritto. — Ebbi occasione
di veder dopo la battaglia quel giovane (mi sembra abbia nome Paolo)
che è fidanzato _de votre gouvernante_ (Gastone dava questo titolo
a Giannina). Egli non ricevette nemmeno una graffiatura. Quantunque
ritenga ch’egli avrà già scritto alla sua amante, stimo opportuno di
darvi questa notizia nel caso che la sua lettera fosse andata smarrita.
Nell’estremo della miseria ci vuol così poco a render felici! Il
messaggio di Gastone era lugubre e tale da destar più terrori che
speranze; nondimeno Gastone era vivo e l’anima mia si riposava in
questo pensiero. Checchè egli ne dicesse, la guerra doveva aver
raggiunto il suo culmine; era impossibile che dopo una carnificina
sì spaventosa non si sentisse da ambe le parti il bisogno di venire
agli accordi. A ogni modo un pericolo simile non sarebbe tornato, e
s’egli era sfuggito ai rischi più gravi, o perchè non isfuggirebbe
ai minori? E Giannina, la mia buona Giannina com’era lieta! Nel suo
forzato sorriso dei giorni scorsi non v’era stata mai gioia sì vera
come nelle lagrime che le sgorgavano copiose giù per le guancia. Ella
mi confessò che da quindici notti non chiudeva occhio, che la fiducia
ch’ella mostrava era tutta ostentata, che pur troppo ella temeva che
Paolo fosse morto o ferito, e non c’era caso che le venisse fatto di
avvezzarsi a questa idea. Aveva torto, ma lo amava, s’era abituata ad
amarlo. E adesso, a saperlo vivo, ella si sentiva rinata, e mi chiedeva
scusa se da qualche tempo ell’era stata meno assidua nel suo servizio.
Vedrei adesso se le sarebbe ritornata la lena.... E così dicendo ella
baciava Fanny, Maria e anche _Café-au-lait_, col quale non soleva aver
troppa simpatia, e saltava per l’altana come una bambina. Angelica
creatura! Io l’avevo trovata sempre uguale, sempre piena di zelo e
d’affetto, ed ella s’incolpava di negligenza e di distrazione!
Fanny che aveva smesso di spiccare i grappoli d’uva, venne pian pianino
a posarmi le mani sulle ginocchia, e col suo bel visetto rivolto
all’insù, mi mormorò quella sua solita parola: _Papà_. — Oh sì, dolce
amorino mio, il tuo babbo tornerà presto, e ti porterà tante belle
cose.... Eh sta ferma, bestiuola — gridai poscia rivolta a _Café-au
lait_ che m’era balzato in grembo e leccava la bocca della sua
padroncina. — Via, vieni qua — soggiunsi tosto — oggi devi far festa
anche tu — e, alzatami da sedere, tolsi dal vassoio su cui avevano
portato il caffè una palla di zucchero, ond’egli era assai ghiotto, e
la slanciai per aria. Il cagnolino prese la mira, spalancò la bocca,
spiccò un salto, e, raccolta la palla fra i denti e la lingua, ricadde
al suolo con la schiena indietro e fece mille bizzarre capriuole prima
di ripigliare l’equilibrio. Fanny si smascellava dalle risa, e noi
con lei...... Poveri illusi! Avevamo tanto bisogno di sperare che un
fuggevole barlume ci produceva l’effetto del sole in pieno meriggio!