XVI.

Eravamo nell’estate di quel memorabile anno 1812. Fanny passava meco

la maggior parte del giorno. La sua presenza era come un raggio

di sole. Co’ suoi crespi capelli d’oro, co’ suoi occhi azzurri e

profondi, con la personcina snella e aggraziata, con la sua voce tutta

musicale dolcezza, ella riempiva la mia casa, e, più della mia casa,

il mio cuore. Nessuna tra le fanciulle ond’io avevo confortato la

mia solitudine aveva saputo destare in me affetti cari e soavi come

questa fanciulla. Ella possedeva quella precocità d’intelligenza che

sogliono avere i bambini nati in condizioni straordinarie, e che si

risolve in domande singolari, o in più singolari silenzi, ove la loro

picciola mente sembra occupata in uno sforzo superiore all’età per

trovare la chiave di qualche enigma. Chi ero io per lei? Simile alle

altre bimbe che venivano presso di me e che guardavano questa nuova

arrivata, questa contessina, come la chiamavano, con un’ammirazione

non scevra d’invidia, Fanny mi dava il titolo di zia, ma le altre

bimbe erano spesso accompagnate dalle loro madri, ed ella domandava

di tratto in tratto — _Ov’è la mia mamma?_ — Talora si arrestava

subitamente in mezzo a’ suoi giuochi, lasciava cadere il cerchio o

la palla, e accostandomisi tutta umile e mortificata, mi fissava in

volto i suoi begli occhi e diceva un’unica parola: _Papà_. Il suo

indivisibile _Café-au-lait_ mi rivolgeva anch’esso in questi casi

uno sguardo indagatore e mugolava sommessamente. A tre anni e mezzo,

Fanny non poteva avere un’idea chiara di ciò che fosse la posta,

ma ella mi aveva visto così inquieta, così ansiosa al giungere di

qualche lettera, che se si bussava alla porta, ella smetteva di

saltare e di correre e porgeva l’orecchio per sentire chi fosse; poi

se realmente era il fattorino e mi consegnava un piego suggellato,

non c’era nè trastullo, nè compagnia che la tenesse dall’affrettarsi

verso di me e accovacciarmisi ai piedi e posar la testina su’ miei

ginocchi, talora ripetendo, a foggia d’inchiesta, quella sua parola

_papà_, talora nemmeno aprendo bocca, ma standosene zitta e raccolta.

E allorchè prendendola in braccio io le dicevo: — Il babbo manda

tanti baci alla sua Fanny — la sua fisonomia s’illuminava, ed ella

faceva un segno a _Café-au-lait_, il quale m’era addosso di un balzo,

e leccava a vicenda la sua padroncina e me, per manifestar poi la

sua ilarità in modo clamoroso col saltare su tutti i mobili. Però a

mano a mano che la grande armata procedeva sul suo cammino, quelle

lettere lungamente attese, aperte con mano tremante, mi gettavano un

invincibile turbamento nell’anima; gl’infausti presagi scacciavano le

belle speranze, una tristezza, invano combattuta, s’impadroniva di me,

e i miei occhi s’innondavano di lagrime. Allora ero certa d’incontrare

gli occhi della povera Fanny, umidi anch’essi ed inquieti, e volevo

sorridere, ma non mi riusciva, e rompevo invece in un pianto dirotto.

Ella mi gettava le braccia al collo e piangeva ella pure. Verso la

fine di luglio mi giunse un foglio di Gastone che portava la data del

30 giugno, ed era scritto da un villaggio indecifrabile. Ci siamo, —

egli mi diceva. — Il nemico non viene verso di noi, onde tocca a noi

di andarlo a cercare. Dove? Non si sa. È un mondo incognito, immenso,

dove avremo per guida la nostra buona stella e il genio di Napoleone.

Il passaggio del Niemen fu cominciato ier l’altro e finito oggi. Un

terribile uragano che scoppiò ieri mise un po’ di disordine nelle

nostro file. Il grosso dell’esercito aveva varcato il fiume il 24, e

dev’esser stato uno spettacolo imponente. Pur che volete che vi dica?

Questo silenzio che c’è d’intorno a noi mi sgomenta, questa vastità

di terreni senz’anima viva mi produce un senso di stanchezza e di

tedio, questa marcia non interrotta da battaglie mi fa l’effetto di un

funerale. Il nostro esercito così gaio per solito sembra dividere in

parte le mie impressioni. Oh Maddalena, quando rivedrò la mia Fanny,

quando rivedrò voi? — Mentre cammino per queste strade aride, sabbiose,

penso che la felicità sarebbe costì e ch’io me ne dilungo a ogni

passo....

Quel giorno Fanny senza pronunziare una parola s’era arrampicata dietro

la mia seggiola, e guardava la lettera ch’io tenevo aperta dinanzi a

me, come s’ella avesse potuto decifrarne i caratteri. _Café-au-lait_

mi aveva posato una zampa sulla spalla e pareva che volesse stimolarmi

a dir qualche cosa.... Ma non ci fu verso che mi uscisse una parola di

bocca. Baciai la bambina che mi guardava, e per distrarla mi misi io

stessa a giuocare con lei. Ella stette un momento in forse, e cominciò

a giuocare di malavoglia, ma poi riprese la sua ilarità consueta.

Il cagnolino, che regolava il suo umore su quello della bimba, dopo

aver sulle prime dato a divedere che la soverchia allegria non gli

pareva cosa dicevole, si levò di dosso gli scrupoli e con innumerevoli

capriuole richiamò a sè l’attenzione di Fanny, de’ cui trastulli egli

era il fidato compagno. Io lasciai che Maria stesse a guardia della

bambina e mi ritrassi nella mia camera. Non ne potevo più. Una cura

assidua, profonda mi logorava. Una voce intima mi ripeteva: _Non

tornerà_. E Fanny? Quale sarà il suo destino? In che mani sarà ella

consegnata? Che voci d’amore conforteranno la sua infanzia? Sia ch’io

la vedessi melanconica, sia che mi ferisse l’orecchio il suono delle

sue allegre risale, non sapevo ormai guardarla senza commozione. Mesta,

io pativo del suo soffrire presente, gaia, mi straziava l’animo il

pensiero ch’ella, povera creatura ingenua e nuova alla vita, non aveva

idea di ciò che forse l’avvenire le preparava. Oh sarebbe stato pur

meglio che Gastone, partendo, l’avesse lasciata a me senza vincolo

alcuno, all’infuori di quello di restituirgliela s’egli fosse tornato!

I messaggi del campo si facevano rari. Pur di tratto in tratto

giungevano. In agosto ebbi una lettera del 25 luglio. — Cominciano i

combattimenti — scriveva Gastone. — Il 23, il primo corpo ha dato e

vinto una battaglia sulla Mischwoska contro l’esercito del principe

Bagration, di gran lunga più numeroso. Noi non abbiamo avuto finora

che scaramuccie di nessun conto. Ieri, nel pomeriggio, comparve tra

noi l’Imperatore. Fu accolto con entusiasmo, ma è cupo, concentrato,

e non par più quello di Austerlitz. Annunziato dallo scalpitar dei

cavalli e da un gran nembo di polvere, scomparve ugualmente fra un

nembo di polvere. Quando lo rivedremo? Chi sa? Tutto è misterioso in

questa guerra.... Noi siamo assetati di pugne. La marcia è faticosa, i

villaggi che s’incontrano solo a grandi distanze sono abbandonati dagli

abitanti prima del nostro arrivo, e non vi si trovano provvigioni.

L’ululato dei cani nelle fattorie deserte, il mormorio solenne delle

foreste d’abeti empiono l’anima di lugubri presagi. I soldati,

sopratutto i giovani, patiscono senza misura. Il caldo e la fame

decimano le nostre file, che il fuoco ha lasciato finora pressochè

intatte. Vi è specialmente una gran moría nei cavalli, e le strade

sono disseminate dei loro corpi che appestano l’aria. Il bel baio che

comperai in Germania quando fui nominato maggiore è morto anche lui.

Dovetti acconciarmi con una vecchia rozza che non so quanto durerà....

Ah! ecco il cannone! Sia ringraziato il cielo.... Baciatemi Fanny. A

voi non dico altro se non che custodisco sempre sul mio petto la vostra

camelia. Addio.

Ho forse bisogno di dire quale fosse lo stato dell’anima mia? Ormai

io mi maravigliavo che altro avesse potuto occuparmi; tutti i miei

pensieri erano conversi nell’uomo che si allontanava da me ogni

giorno più, e nel vago angioletto che mi stava accanto. Clara, gli

affari del signor Venanzio, l’avvenire di mia madre non avevano virtù

di richiamare la mia attenzione; il mio antico crocchio s’era quasi

sciolto, le mie piccole alunne non trovavano in me l’usate premure.

— L’hai presa con troppo calore — diceva mia madre le poche volte in

cui ci vedevamo — E se poi nasce una disgrazia, che cosa vuoi farci?

La signora Elena s’era accomiatata in tutte le regole. — È uno scandalo

— ella diceva — Nemmeno se fosse sua moglie sarebbe tanto agitata. E

poi quella bambina che c’è sempre per i piedi e che nessuno sa bene che

roba sia, e donde venuta.... E finalmente quella insopportabile bestia,

quel _Café-au-lait_ che ha portato in giro per tutta la casa il mio

cappellino!

Anche il signor Filippino aveva smesso affatto le sue visite. Venivan

soltanto a lunghi intervalli il signor Lodovico e Don Gaudenzio. Ma Don

Gaudenzio, non trovando più modo di discorrere di Gaspare Gozzi, era

un pesce fuor d’acqua, e il notaio si limitava a scrollare il capo e a

mormorare: — Brutti affari! brutti affari!

La mia consolatrice, la mia confidente era la buona Giannina. Il suo

affanno, poveretta, lo aveva anche lei, ma lo nascondeva per non

accrescere il mio. — Vedrà che torneranno, torneranno tutti e due

quelli che aspettiamo, il suo, perchè il Signore non vorrà commettere

questa ingiustizia di aggiungere un altro colpo ai tanti che hanno

martoriata la sua gioventù; il mio perchè gli è un buono da nulla e i

buoni da nulla hanno sempre fortuna.... Paolo non mi scrive, non sa

scrivere.... e seppur sapesse, son certa che non si prenderebbe una

briga simile.... vuole tutti i suoi comodi, lui, ma il cuore mi dice

ch’è vivo. Oh ne son sicura! La settimana scorsa, mi pare d’averglielo

detto, ebbi le sue notizie col mezzo della fruttaiuola che ha un figlio

nello stesso reggimento, ma quello lì è un bravo giovane, è stato a

scuola, e scriveva a sua madre che Paolo era nella sua compagnia e

stava benissimo.... Ma che cosa le discorro di me? Quello che preme è

il signor maggiore.... E vedrà che non accadranno disgrazie, e che ci

sarà un’ora di felicità anche per lei....

Passavano le settimane, passavano i mesi. Una cupa inquietudine era

diffusa per la città. V’erano tanti che avevano al campo i figli, i

fratelli, i mariti, e le cose andavano sì in lungo. Le notizie dei

giornali erano sempre color di rosa. I nostri si avanzavano intrepidi,

l’Imperatore godeva perfetta salute, i Russi fuggivano. Ma della

pace non si discorreva mai. Poi i cannoni della piroga tuonarono a

festa. S’era vinta una gran battaglia, una battaglia straordinaria,

in confronto alla quale Marengo, Austerlitz, Friedland erano una

bagatella. Indi giubilo immenso nella massa della popolazione, ansietà

infinita in quelli che avevano i loro cari nell’esercito. Dopo la gran

vittoria verrà la pace, ma, Dio santo, non si può saper chi siano i

morti, chi siano i feriti? Come giungono tardi lo lettere!

Ah! finalmente. È un dopo pranzo di settembre avanzato. Siamo in

altana. La piccola Fanny sostenuta da Maria spicca i grappoli che si

vanno maturando sulla vite, _Café-au-lait_ spicca salti bizzarri fino

a prender fra i denti la falda del vestito della sua piccola amica.

Giannina ed io sediamo in un angolo meste, pensose, ora discorrendo

della battaglia, ora cercando di dare al dialogo un altro indirizzo,

senza che ci riesca. Anche la confidenza di Giannina è scossa. Corrono

strane voci fra il popolo. Si dice che interi reggimenti siano stati

distrutti, nessuna tra le conoscenti di Giannina ha notizia de’ suoi.

Anzi vengono da lei a chiederle se sa nulla, se Paolo le ha fatto

saper nulla. — Ma, benedette creature — ella risponde — non ve l’ho

già detto che Paolo non iscrive mai. — Ed ecco _Café-au-lait_ con le

orecchie tese piantarsi sul primo gradino della scaletta di legno che

dall’altana scende all’ultimo piano della casa e agitar la coda con

moto convulso. È una lettera che porta lo scritto di Gastone.....

Signore! Che tu sii ringraziato. Sono quattro pagine vergate in

calligrafia minutissima. Hanno la data del 9, due giorni dopo la

terribile battaglia della Moskowa, la cui descrizione mi fa drizzare i

capelli. Gastone era stato al fuoco tutta la giornata, e aveva visto

cadergli a fianco i suoi capi, i suoi più fidi compagni d’arme. Era

stato promosso colonnello, ma non era lieto nè dell’avanzamento, nè

della vittoria. — Per quanto io fossi avvezzo allo spettacolo della

morte — erano le sue parole — non mi bastò l’animo di percorrere il

campo di Borodino il dì seguente alla battaglia. Il suolo era coperto

di feriti e d’uccisi. Ogni acclamazione era soffocata dai gemiti che

si alzavano da tutte le parti. Le bolgie infernali che il vostro Dante

descrive non devono aver presentalo un uguale spettacolo di desolazione

e di patimenti.

Quanti amici miei che voi pure avrete inteso nominare, quanti che

vostra madre ha conosciuto, ornamenti delle veglie veneziane, quanti

hanno chiuso il 7 la vita nel fiore degli anni! Quante mani che io

avevo stretto il mattino erano irrigidite la sera! Oh il mio grado

acquistato a questo prezzo è ben caro! — E qui seguiva una lunga

tavola necrologica formata dei nomi dei più brillanti ufficiali che

attorniavano le nostre gentildonne. — Abbiamo vinto — proseguiva

Gastone — e di qui a pochi giorni saremo a Mosca. Ma poi? Avremo

forse la pace? Alcuni lo dicono, ma io ne dubito. Ci sta dinanzi

un popolo che ci abborre d’un odio selvaggio, che getta nel fiume

le sue provvigioni per non lasciarci pane, che arde le sue case per

non lasciarci tetto. Quell’odio s’alimenta d’orgoglio nei capi, di

superstizione nel volgo, che ci crede venuti a insidiar la sua fede,

a devastare le sue chiese, a oltraggiare i suoi Santi. Se aveste

visto, Maddalena, la vigilia della battaglia, sul far della sera una

lunga fila di ceri lentamente percorrer le colline ov’era accampato

l’esercito russo e apparire e dileguarsi a vicenda secondo che le

macchie d’alberi erano più o meno fitte, se aveste inteso levarsi

solenni salmodie religiose in mezzo a quella luce fantastica, vi

sareste sentita voi pure misteriosamente commossa. Era la cosidetta

Madonna miracolosa di Smolensko che i preti greci portavano in

processione lungo i bivacchi. Mi tornarono a mente le ingenue

cerimonie vedute da fanciullo nella mia credente Bretagna quando mia

madre cercava d’infervorarmi della sua pietà.... Questo popolo sarà

ignorante, io dissi a me stesso, ma combatterà fino all’ultimo come

hanno combattuto i Vandesi. — La lettera si chiudeva con alcune parole

d’affetto per Fanny e per me; indi v’era un poscritto. — Ebbi occasione

di veder dopo la battaglia quel giovane (mi sembra abbia nome Paolo)

che è fidanzato _de votre gouvernante_ (Gastone dava questo titolo

a Giannina). Egli non ricevette nemmeno una graffiatura. Quantunque

ritenga ch’egli avrà già scritto alla sua amante, stimo opportuno di

darvi questa notizia nel caso che la sua lettera fosse andata smarrita.

Nell’estremo della miseria ci vuol così poco a render felici! Il

messaggio di Gastone era lugubre e tale da destar più terrori che

speranze; nondimeno Gastone era vivo e l’anima mia si riposava in

questo pensiero. Checchè egli ne dicesse, la guerra doveva aver

raggiunto il suo culmine; era impossibile che dopo una carnificina

sì spaventosa non si sentisse da ambe le parti il bisogno di venire

agli accordi. A ogni modo un pericolo simile non sarebbe tornato, e

s’egli era sfuggito ai rischi più gravi, o perchè non isfuggirebbe

ai minori? E Giannina, la mia buona Giannina com’era lieta! Nel suo

forzato sorriso dei giorni scorsi non v’era stata mai gioia sì vera

come nelle lagrime che le sgorgavano copiose giù per le guancia. Ella

mi confessò che da quindici notti non chiudeva occhio, che la fiducia

ch’ella mostrava era tutta ostentata, che pur troppo ella temeva che

Paolo fosse morto o ferito, e non c’era caso che le venisse fatto di

avvezzarsi a questa idea. Aveva torto, ma lo amava, s’era abituata ad

amarlo. E adesso, a saperlo vivo, ella si sentiva rinata, e mi chiedeva

scusa se da qualche tempo ell’era stata meno assidua nel suo servizio.

Vedrei adesso se le sarebbe ritornata la lena.... E così dicendo ella

baciava Fanny, Maria e anche _Café-au-lait_, col quale non soleva aver

troppa simpatia, e saltava per l’altana come una bambina. Angelica

creatura! Io l’avevo trovata sempre uguale, sempre piena di zelo e

d’affetto, ed ella s’incolpava di negligenza e di distrazione!

Fanny che aveva smesso di spiccare i grappoli d’uva, venne pian pianino

a posarmi le mani sulle ginocchia, e col suo bel visetto rivolto

all’insù, mi mormorò quella sua solita parola: _Papà_. — Oh sì, dolce

amorino mio, il tuo babbo tornerà presto, e ti porterà tante belle

cose.... Eh sta ferma, bestiuola — gridai poscia rivolta a _Café-au

lait_ che m’era balzato in grembo e leccava la bocca della sua

padroncina. — Via, vieni qua — soggiunsi tosto — oggi devi far festa

anche tu — e, alzatami da sedere, tolsi dal vassoio su cui avevano

portato il caffè una palla di zucchero, ond’egli era assai ghiotto, e

la slanciai per aria. Il cagnolino prese la mira, spalancò la bocca,

spiccò un salto, e, raccolta la palla fra i denti e la lingua, ricadde

al suolo con la schiena indietro e fece mille bizzarre capriuole prima

di ripigliare l’equilibrio. Fanny si smascellava dalle risa, e noi

con lei...... Poveri illusi! Avevamo tanto bisogno di sperare che un

fuggevole barlume ci produceva l’effetto del sole in pieno meriggio!

Il quaderno della zia · 第 19 / 29 题