XV.

Ebbene, l’ho vista. Un giorno di visita, a un’ora nella quale ero

certa che non mi sarei imbattuta in mia madre, mi recai all’antico

convento delle Agostiniane a San Giuseppe di Castello, dove s’era

ridotto fino dal 1801 un manipolo di suore della Visitazione fuggite

di Francia. Era la prima volta ch’io entravo in un chiostro, e non

saprei significare a parole l’impressione provata nel salire i tre

gradini e nel battere alla picciola porta che mette a quel monastero.

Mi pareva che dovesse schiudermisi un mondo nuovo. La _torriera_ che

venne ad aprirmi era veneziana; corta, grossa, baffuta, con occhietti

scintillanti e guancie rubiconde, come persona a cui non sono ignoti

i piaceri della cantina. Guidata da lei, attraversai il vestibolo, poi

alcune stanze terrene alquanto buie, e fui introdotta nel parlatorio.

Lo splendido sole che m’aveva accompagnata lungo la via, pareva non

aver modo di far sapere lì dentro che c’era, tanto mi sembravano scuri

que’ luoghi e tanto pesante l’afa che vi si respirava. E sì che m’era

noto esservi nel convento un ampio giardino e più cortili, ma le poche

finestre del pianterreno non prospettavano certo su nulla di allegro.

In questa clausura l’aria, la luce, il sole sono considerati come

veleni, da tenersi sotto una rigida disciplina e da somministrarsi

soltanto a centellini appunto come s’adopera coi veleni, quando il

medico li prescrive. Serve a parlatorio comune una lunga fila di

stanze che corrispondono ad altrettante stanze interne accessibili

soltanto agli inquilini del chiostro e che comunicano con esse mercè

grate di ferro. Nello spazio di muro che sovrasta ciascuna di queste

grate è, in lettere cubitali, un’iscrizione francese contenente una

sentenza di San Francesco di Sales. Ampi seggioloni foderati di cuoio

stanno davanti alle inferriate, e sono destinati alle visite, le

quali non sanno se parlino coi prigionieri o siano prigioniere esse

medesime. È uno stringimento di cuore, quantunque sia certo che fra

gli ordini monastici questo delle Salesiane non sia de’ più rigidi ed

eccessivi. Mi ricordo che, entrata appena, vidi dietro ad una dello

prime grate una suora ancor giovane, e alla cui fisonomia il vestito

nero e il bavero bianco, che ne involgeva la testa e si fermava in

linea orizzontale sul petto, dava un singolare risalto. Senonchè il

suo viso scomparve dietro un denso velo ch’ella s’acconciò in fretta

quando un’altra _torriera_ venne ad annunziarle che un uomo, forse il

padre o il fratello, domandava di lei. All’ora in cui chiesi di Clara,

le visite erano ancora poche; gli ampi seggioloni erano quasi tutti

vuoti. Fui pregata d’attendere un minuto, e, non so perchè, mi parve un

secolo. Ero inquieta, nervosa. Che accoglienza mi avrebbe fatto Clara?

Dopo quattr’anni ch’io non la vedevo, ch’io non le avevo inviato, nè

un saluto, nè un ricordo, non avrebb’ella potuto voltarmi a dirittura

le spalle e rispingere ogni mio avvertimento, ogni mio consiglio?....

Ma zitto..... Sento aprirsi un uscio nella stanza di là della grata, è

Clara; dietro di lei c’è una suora.... ahimè una guardiana, una spia.

Come farò a parlare liberamente? Clara è vestita di nero, non ha il

bavero bianco intorno alla testa e sul petto, non è tosata, ha raccolti

in treccie i capelli lunghi, fini, copiosi. Come s’è fatta grande,

e come sarebbe bella se le foggie goffe del convento non togliessero

snellezza alla sua persona. Ha quattordici anni compiuti; è ormai una

ragazza.

— Siete voi, Maddalena! — diss’ella, riconoscendomi subito — che novità!

— Lo so, è una novità — risposi — Avrai detto male di me. Ma a

proposito, torna a darmi del tu.

— Ah! del _tu_ — ella soggiunse un po’ imbarazzata — e dunque

vivete.... vivi sola ora.

— Sì, sì, te l’avrà detto la mamma — replicai in fretta — Ma narrami

piuttosto di te. Come ti trovi? Quando pensi d’uscirne?

La suora, ch’era stata un po’ indietro, si avvicinò verso la grata

aggiustandosi la croce d’argento che le pendeva dal collo.

— _Ne pourriez-vous pas parler français?_ — diss’ella rivoltasi a

Clara. — _Je ne comprends pas encore un mot de votre italien._

— _Ce n’est pas possible, sœur Brigitte_ — rispose speditamente mia

sorella guardandomi in modo che significava: — Non dir sciocchezze e

lascia fare a me — _ce n’est pas possible, car ma sœur ne sait pas le

français. Mais je vous traduirai tout ce que nous disons._

— _Eh! bien.... alors_ — concluse suor Brigida, come per mettersi

in pace colla propria coscienza. Sembrava però ch’ella non fosse

pienamente soddisfatta, perchè aggiunse a mezza voce — _C’est dommage

pourtant_. — E si guardò attorno cercando cogli occhi se per avventura

potesse mettere altri al suo posto. Ma non c’era caso. Una suora che

passò in quel momento era ai fianchi d’un’altra educanda, una bella

brunetta, chiamata a una grata poco discosta.

— E adesso parla liberamente — disse Clara — ma prima d’entrare in

discorsi serii, narrami un po’ com’è finito il carnevale. Son due

settimane che non viene la mamma, e quest’anno poi si sono fitti

in capo di non distrarmi con certe descrizioni, con certi racconti.

Sicchè, quand’anche vien lei, che una volta era un piacere a sentirla,

adesso c’è il babbo....

— Il signor Venanzio?

— Sicuro. Vuoi che non sappia ch’egli ha sposato la mamma! Il babbo,

dicevo, le tura la bocca, e si parla invece di digiuni, di vigilie, di

cerimonie, di prediche, ch’è una cosa da morire....

— Ma, dunque, vogliono davvero che tu vada monaca?

— _Qu’est ce que vous dites donc, mesdemoiselles? Allons, Claire,

traduisez-moi._

— _On parle du carneval_ — rispose Clara senza scomporsi. E le

raffazzonò una descrizione bislacca delle nostre feste e delle nostre

mascherate. Questo ella chiamava _tradurre_ i nostri colloqui.

— _Que c’est drôle le carnaval de Venise?_ — sclamò suor Brigida. —

_Que ce doit être beau à voir.... de loin! Continuez continuez.... Ces

masques donc?...._

Capii che il chiostro non esercitava sull’animo di Clara nè una

speciale attrattiva, nè una speciale ripulsione. Gli affetti non

s’erano ancora destati in tutta la loro vivacità nel suo cuore. Anzi

mi pareva che la clausura tendesse a crescere in lei quell’amore di

sè di cui ella dava segni anche da bimba. In fin dei conti, lì dentro

non ci si stava male. Anche all’andare alla messa ogni momento vi

si abituava.... Solo ci sarebbe voluto un po’ più di libertà, una

frequenza un po’ maggiore di visite, qualche festina di tratto in

tratto.... Del resto, almeno non v’erano seccature, e checchè avvenisse

al di fuori, entro quelle mura c’era quiete perpetua. — E non è poco —

ella concludeva — con questo scompiglio che c’è nel mondo. Per miracolo

c’è la guerra anche adesso....

Io mi affaccendavo a dimostrarle che appunto quella indifferenza per

le cose esterne, quel languore dell’anima è la peggior disgrazia della

clausura, e che chi vi si affida, o si pente più tardi o finisce col

diventare una mummia. E perchè, intanto, anche dietro la grata vicina

erano comparse un’educanda e una suora, abbassai notevolmente la voce.

— _De quoi parlez-vous donc, maintenant?_ — chiese suor Brigida.

— _Oh mon Dieu, sœur Brigitte, de petits riens. Elle me donne de

nouvelles d’une vieille servante de la maison, voilà tout._

— _Et pourquoi parle-t’elle si bas?_

— _Êtes vous curieuse! C’est qu’elle se fatigue vite la voix. Elle est

faible._

— _Pauvre demoiselle_ — sclamò suor Brigida con accento di simpatia.

— _Seriez-vous poitrinaire comme moi? Et quel est le régime que vous

suivez? Ah j’oubliais, vous ne comprenez pas le français. Demandez-le

lui, Claire_.

E mentre Clara le spacciava non so che frottole, suor Brigida passò

attraverso la grata una mano lunga e sottile, tenendo aperta una

scatoletta di giuggiole. — _Prenez-en, prenez-en, cela fait du bien._

Quando fummo sul punto d’accommiatarci, Clara mi disse: — Non si avrà

mica sempre la fortuna di poter parlare come si è parlato oggi. Tutte

le altre suore intendono a maraviglia l’italiano. Perciò quando tu

abbia da dirmi qualche cosa, porta teco una o due ciambelle, e mettivi

dentro un biglietto. Facciamo tutte così.

— Ma questo sistema di bugie non ti par vergognoso? Non è la miglior

conferma delle mie parole?

— Che! — rispos’ella — son peccatucci veniali.

Oh beata innocenza dei chiostri!

Suor Brigida, facendo un profondo inchino, e dicendo: — _Allons,

Claire_ — si allontanò per la prima. Nello stesso momento si mossero

anche dalla grata vicina, e l’altra educanda venne con un saltino

presso a Clara, le pose sulla spalla la mano sinistra, e agitando

l’indice della destra con un piglio fra lo scherzevole e il minaccioso:

— Bada — le disse — se la settimana ventura, quando ci sia mio cugino,

tu non lasci che suor Brigida venga _a far la guardia_ a me, la ti va

male. — E, rivoltasi dalla mia parte, soggiunse in tuono di leggiera

canzonatura: — _Ah! mademoiselle ne comprend pas le français._

Indi le due amiche si dileguarono. Allorchè io uscii, il parlatorio era

pieno di gente. Babbi e mamme, fratelli e sorelle, congiunti vicini e

lontani, conoscenti d’ogni genere si affollavano innanzi alle grate.

Pareva d’essere in un alveare. Vidi alcune gentildonne a cui io non

dovevo essere ignota, perchè al mio passaggio si voltarono, e udii

bisbigliare il mio nome.

Nel richiudere dietro a me la porticina del convento, mi sentii rinata.

Un’aria fresca e schietta mi soffiava sul viso, il cielo sereno mi si

stendeva sul capo, e il sole, non impedito più dai vetri appannati, o

dalle persiane, inondava la bella _Via Eugenia_, che allora appunto

si stava compiendo. Il quartiere popoloso brulicava di gente, ma si

sarebbe potuto scommettere che in tutta quella strada non si dicevano

tante bugie quante se ne andavano dicendo nel parlatorio delle

Salesiane. Nulla era più alieno dalla mia indole dell’artifizio e del

sotterfugio, e pensando al mio colloquio con Clara io arrossivo per mia

sorella e per me. È ben vero ch’io non avrei potuto altrimenti dire a

Clara l’animo mio, ma ciò non mi rendeva meno penosa l’idea d’esser

stata stromento d’una piccola frode. Quello poi che mi aveva fatto

un’impressione più sgradevole si era la disinvoltura con cui Clara

conduceva il suo piccolo intrigo. Non era uno sforzo ch’ella facesse;

era un’abitudine, di cui ella non comprendeva nemmeno come altri

potesse maravigliarsi. Senza dubbio, tutte le sue compagne si trovavano

nella condizione medesima, e ciò attenuava forse in un certo senso la

sua colpa; ma che sposa, che madre sarebb’ella riuscita portando nella

sua famiglia un naturale abborrimento della sincerità? Ebbene, io avevo

compiuto il mio dovere, l’avevo, nel corso del nostro dialogo, messa

sull’avviso, le avevo detto in qual modo ella potesse farmi giungere le

sue notizie se mai per avventura le fosse occorsa l’opera mia. A che

continuare adesso le mie visite? A che mostrare a Clara una tenerezza

ch’io non avevo, e ch’ella nemmeno si sognava di chiedermi? V’erano ben

altri obblighi ch’io non dovevo dimenticare per cagion sua, obblighi

nei quali io avevo ormai riposto ogni mia dolcezza ed ogni speranza.

Oh! s’egli tornasse, e io potessi rendergliela florida e vispa, e

vedessi brillar lagrime di consolazione sul suo ciglio paterno,

e, senza nulla chiedere, senza ricordargli nessuna dello parole

sfuggitegli nel nostro ultimo abboccamento, lo udissi dirmi ancora —

Maddalena, ti ringrazio e ti amo — quale felicità sarebbe stata uguale

alla mia, che lunga serie di prove non mi sarebbe parsa agevole e

lieve!

Eravamo già innanzi nel marzo, l’esercito d’Italia si trovava in

Baviera, con la persuasione di dover volgere i passi verso le frontiere

russe e di essere alla vigilia di una guerra grossa e terribile, ma

senza che vi fosse per anco nulla di positivo. Le ostilità non erano

state dichiarate, gli ambasciatori non s’erano mossi e i negoziati

diplomatici continuavano. — Vedete che tutto si risolve in nulla —

dicevano gli ottimisti. — Hanno paura di mettersi in guerra con noi —

aggiungevano altri che s’erano identificati con Napoleone e la _grande

armata_. Non mancavano finalmente coloro i quali deploravano che non si

rompessero gl’indugi e che non si facesse quello che s’era fatto altre

volte, sgominando i nemici in un paio di settimane.

Gastone scriveva della immensità dei preparativi, del passaggio

continuo di truppe, di generali, di principi e della solennità

misteriosa con cui si andava disponendosi a un’impresa che sarebbe

riuscita degna della Francia. In mezzo a quel frastuono d’armi, il

furore della gloria, malattia dell’epoca, andava impadronendosi a poco

a poco di lui, e la trepidanza con cui egli aveva abbandonato Venezia

non traspariva più dalla sua lettera. Nell’aprile lo si promosse

maggiore, proprio nei giorni in cui il suo corpo d’esercito si metteva

in marcia verso l’Oder. Finalmente, nello scorcio di quel mese, la

guerra non fu più dubbia. Si seppe che lo Czar di Russia era partito da

Pietroburgo pel campo; Napoleone, dicevano i giornali, si sarebbe mosso

anch’egli fra poco da Parigi. E gli stessi giornali affermavano che se

l’Imperatore era costretto a una nuova campagna (la quale sarebbe stata

anche l’ultima), la cosa doveva attribuirsi alla tracotanza dei Russi.

In poco d’ora ci saremmo sbarazzati anche di loro, e nulla più avrebbe

turbato la beatitudine di una pace perpetua. Questi i sogni, questi

i presagi onde si pascevano gli spiriti in quell’epoca d’accecamento

funesto. Non mancavano però i profeti di sventura. Chi aveva viaggiato

l’Europa assicurava che si aveva sotto i piedi un Vulcano, che i

rancori, che il desiderio della vendetta covavano tremendi sotto le

apparenze dell’ossequio e della devozione; ma erano voci isolate

cui soverchiava il coro degli apologisti. Gastone in marcia verso

la Vistola era amareggiato da una sola cosa; egli confrontava con

l’accoglimento presente quello ricevuto dalle popolazioni tedesche

nel 1806 e 1807. Allora eravamo nemici — egli scriveva — adesso siamo

alleati. Ma allora i giovani avevano fede in noi. Malgrado l’onta della

disfatta, essi ci venivano intorno con piglio amichevole, salutavano in

noi i banditori delle nuove idee, non avevamo di pienamente avversi che

i principi, l’aristocrazia e gli eserciti. Adesso è tutto l’opposto.

Principi, aristocrazia, esercito sono al nostro fianco, è il popolo che

non può soffrirci....

Nondimeno queste ombre non turbavano la confidenza serena di Gastone

nel trionfo. Di mano in mano che si avvicinava il pericolo, si

dissipavano i suoi timori, i suoi dubbi. Vinceremo — egli scriveva — e

non vi sarà stata in verun tempo impresa pari alla nostra. — Intanto

i fogli avevano raccontato la partenza dell’Imperatore da Parigi il

9 maggio, il suo arrivo a Dresda con l’Imperatrice, i ricevimenti, le

feste, l’accorrere di sovrani a rendergli omaggio; a baciare un lembo

del suo vestito, a mendicare una sua parola, uno sguardo, un sorriso.

L’eco di quelle cerimonie giungeva fino al campo, e Gastone ne sentiva

lusingato il suo orgoglio di francese e di soldato della grande armata.

— Tutti s’inchinano alla Francia, tutti piegano il capo dinanzi alla

rigeneratrice del mondo. — .... Non era così che parlava mio fratello

anni addietro, quando egli vedeva Napoleone mutare il ruvido sajo di

capitano nella fastosa porpora del manto imperiale. Non era questa la

rigenerazione del mondo ch’egli invocava.

Avanti! avanti su questo terreno che brucia! Presto anche le lettere di

Gastone muteranno tenore.... E poi?...

Il quaderno della zia · 第 18 / 29 题