XIV.

Questi fatti produssero una rivoluzione fra i miei conoscenti. E

siccome il pettegolezzo non era meno in fiore quarant’anni fa che non

sia a’ nostri tempi, le chiose che si facevano sui casi miei mi vennero

tosto all’orecchio.

Seppi, per esempio, che la signora Elena, fingendo difendermi,

osservò che non era possibile che vi fosse nulla di male, perchè io

ero tal donna da far passare tutte le tentazioni. Ben altra cosa

sarebbe stata se si fosse trattato di lei. C’era mancato poco che

Gastone non la compromettesse, ma ella non era _ragazza_ da lasciarsi

prendere all’amo. — Quanto all’idea che il capitano un dì o l’altro

la sposi — soggiungeva la signora Elena — via, le son baje da dar

da bevere ai gonzi! Che gli accomodi lasciar Maddalena a guardia

della sua figliuola, si capisce; la è savia, istruita, a modo suo

veh!.... insomma la non ha e non può avere fumi galanti.... sebbene in

quest’affare, s’io fossi maldicente.... basta, non ne discorriamo....

Ad ogni modo, per quell’ufficio lì la è anzi acconcia più di molte....

più di me per esempio.... Ma moglie al Visconte!.... Figuratevi.... Con

tante bellezze ch’egli avrebbe alla sua portata senz’uscire dalla sua

casta. Che cos’è questa Maddalena? Sua madre è nobile, ma suo padre,

suo nonno eran gentaccia.... Che se per caso egli volesse accomodarsi

a sposare una _borghese_, sarebbe proprio te, povera grulla, ch’egli

sceglierebbe. Ti sono amica, e agli amici bisogna dire la verità....

Ma credi che un uomo come il capitano (a me è antipatico, ma parlo

spassionatamente), un uomo che può piacere, che ha piaciuto, si

attaccherebbe a te che sembri un manico di scopa vestito? — Questi

ed altri erano i ragionamenti cortesi della signora Elena, la quale,

come si vede, nella foga del discorso finiva col credere di avermi per

interlocutrice.

Don Gaudenzio, mi assicuravano, faceva un altro genere di

considerazioni. — In che tempi viviamo? C’è una ragazza la quale pei

suoi motivi particolari, che possono anche esser buoni, vuol viver da

sola. C’è un sacerdote della parrocchia, un uomo d’età, già amico di

molte brave persone, che frequenta la casa, e, credo, è in grado di

dare un consiglio, di dire una parola. No signori. Si fa conto che quel

sacerdote non ci sia, non lo si interroga, non lo si consulta, e così,

alla cieca, si prendono impegni di quella fatta. Ma sono io forse un

bamboccio?

Il signor Filippino era il più inferocito, e dichiarò a Giannina

che avrebbe rallentato le sue visite. — _So tutto_ — egli disse, e

il mio decoro non mi consente di servir da _paracadute_ a nessuno.

Perchè mi chiamo Filippino son forse uomo da tenersi in niun conto?

— E poichè Giannina gli chiese che discorsi fossero questi, egli

rispose che la sua padrona un giorno si sarebbe pentita di aver badato

a un avventuriero invece che a lui. — Se è ricca, sono io forse uno

spiantato? Se è dotta, sono io forse un ignorante? Mio zio Lodovico mi

avrebbe preso nel suo studio se mi calcolasse uno scimunito?

Quanto allo zio Lodovico, egli pigliava le cose con calma. — Nessuno

ha potuto nulla su voi, figuratevi se vi posso io che non sono che

il vostro notaio. Filippino è un bravo giovine, ma ebbe torto a farsi

de’ castelli in aria, e io non l’ho mai secondato. Siamo giusti. Feci

mai un’allusione a questa faccenda ne’ miei discorsi con voi? Vi siete

presa una bella croce sulle spalle, e che il Signore ve la mandi buona.

Su mia madre, invece, le mie vicende avevano fatto un’impressione

piuttosto favorevole.

— E così — ella disse — è proprio vero che sei fidanzata col capitano?

Cioè, intendiamoci, se non ci son corsi impegni formali, ci furono

parole che valgono quanto gl’impegni. Ed egli ti ha lasciato in

custodia una sua figliuola. Chi se lo sarebbe immaginato? Il capitano

vedovo! Quel buontempone! E aveva sposato una femminetta! Basta.

Pare ch’egli sia realmente di buona famiglia, e non sarò io che porrò

ostacolo alla tua felicità. Del resto, tu sei libera e con quella tua

testolina sfido io a metterti bastoni fra le ruote....

A questo punto si levò di tasca un piccolo astuccio di pelle, e

aprendolo — Guarda — mi disse — che cosa ti sembra di questo pajo

d’orecchini di brillanti? Li ho fatti legare testè, e vorrei che in

questa occasione tu li accettassi dalla tua mamma...... In fin dei

conti, sebben ci vediamo sì poco, sebbene tu sia divisa da me, e forse

non mi stimi, sono pur la tua mamma e ti voglio bene.... Non rifiuterai

questo dono, non è vero?

In mezzo a tutte le peripezie che avevano turbato le nostre relazioni,

ella si era mantenuta meco gentile e affettuosa; pur non era nella

sua indole il pigliare un tuono patetico. Ella possedeva quella

qualità che nelle patrizie veneziane è comune e a cui il nostro

dialetto diede un appellativo intraducibile: _il cocolezzo_. Ora

il _cocolezzo_ è piuttosto la forma esterna dell’intenerimento che

l’intenerimento vero: e anzi le due cose si combinano di rado fra

loro. Mia madre era facilissima alla simpatia; si rallegrava delle

gioie, commiserava i dolori altrui. Ma le sue impressioni erano, quanto

subitanee, fuggevoli. Tanto al suo pensiero come al suo cuore ripugnava

l’immobilità.

Onde le sue parole e più ancora il modo in cui vennero dette mi

colpirono singolarmente.

— Rifiutare un vostro dono! — io le risposi — No certo. Ma non vi

parrebbe meglio non affrettarvi così? Voi lo vedete, mamma, oggi son

tutti sogni sull’aria.... Chi sa quante vicende debbono compiersi

ancora!.... Chi sa che un bel giorno tutto non si sciolga e svanisca

come una bolla di sapone.... Accettare oggi mi parrebbe un provocare

la fortuna. Custodite il vostro presente.... me lo darete allora,

quand’egli sarà ritornato....

— Ma, no — ella riprese con insistenza mettendomi in mano a forza

l’astuccio — prima d’allora chi sa che cosa può accadere, io sono una

cattiva custode.... Tieni a ogni modo questa roba presso di te.... non

sarà forse l’ultima....

— Ma che cos’avete, mamma, io non vi capisco....

— È vero.... Non so nemmen io quel che mi dica. Ma che vuoi?.... Mi

angustia il pensiero che tu andrai lontana lontana, e ch’io non avrò

più questa casa in cui venir qualche volta....

Che linguaggio insolito era codesto?

— Dio buono — soggiunsi — noi fantastichiamo intorno ad un avvenire

remoto. A ogni modo, quella società che vi fu sì cara or è divenuta

uggiosa? La vostra casa, la casa che fu anche mia, non vi offre

consolazioni e dolcezze? E poi Clara non uscirà presto di convento? Non

la mariterete qui, a modo vostro?

La nube di tristezza che velava il volto di mia madre si fece più scura.

— Uscir di convento! — ella disse a mezza voce e quasi fra sè: — Ma è

poi certo che n’esca?

— Come? — chiesi con accento affannoso, e sentii una stretta al cuore

pensando che la fanciulla la quale mi aveva destato prima un affetto

gagliardo, poscia una ripulsione invariabile, potesse essere inferma

senza ch’io lo sapessi — Clara è forse malata?

— No, no, calmati, Maddalena, ella è sanissima, ma è un pezzo che mi si

ripete su tutti i tuoni ch’ella sta egregiamente dov’è, e che sarebbe

un onore per noi se la si decidesse a pronunciare i voti... Parrebbe

ch’ella non ne fosse aliena.... Bada — soggiunse vedendo che a questa

notizia io m’accendevo in volto — bada che per ora non c’è nulla

affatto, ch’ella è semplice educanda, e ha tempo ancora quasi un paio

d’anni per prendere una risoluzione.... Nessuno presume di violentar la

sua libertà....

— Oh mamma — proruppi con infinita amarezza — ma non avete pensato che

cosa direbbe mio padre,.... nostro padre.... d’una simile idea? Egli

che abboniva i conventi, che li chiamava sepolture di vivi, se sapesse

che si medita di chiudervi per sempre una che porta il suo nome!

Perdonate, madre mia, è una profanazione codesta, è un delitto....

— Dio Santo — ella esclamò — Ma se Clara lo desiderasse veramente?

Potrei io far violenza alle sue inclinazioni? Ho fatto forse violenza

alle tue?

— Ma che dite mai? Non è possibile che una giovinetta nell’aprile della

vita, bella, perchè avete detto voi che la è bella....

— Oh bellissima — interruppe mia madre con palese compiacenza.

— Non è possibile ch’ella sia disposta a rinunciare al mondo, o che,

almeno, si renda conto di quel che si faccia. Dite piuttosto che v’è

qualche cosa che voi mi tacete, qualche cosa che forse voi stessa

ignorate. Si ordisce una cabala contro Clara, e voi non aprite ancora

gli occhi. Oh povera mamma! Ve ne avvedrete troppo tardi che Maddalena

aveva ragione....

— Ah! tu torni agli antichi sospetti, torni a dar corpo alle ombre.

— Alle ombre! — replicai vivamente — Il cuore, che non isbaglia, mi

dice che non le sono ombre, ma dolorose realtà. Si vuol farvi complice

di un intrigo nefando, si vuol colpirvi in ciò che si doveva rispettare

in voi, sopra ogni altra cosa.... Coraggio, mamma, sono parole aspre

le mie, ma valgono meglio delle sdolcinature degl’impostori. La vostra

energia, ch’è sopita da tanto tempo, si svegli per amore di vostra

figlia, salvate lei, salvate il vostro decoro.

— Vergine Santa! Sei sempre la stessa. Sempre pronta a pigliar fuoco

come un fiammifero. Che cosa supponi? Che cosa vuoi ch’io faccia?

— Che cosa voglio che facciate? Ve lo dirò subito, e capirete che cosa

suppongo. Dovete mettere alle strette _quell’uomo_, quel cattivo genio

della nostra famiglia....

— Maddalena, tu dimentichi che parli di mio marito....

— Vostro marito.... lo so, pur troppo.... Dovete dirgli ch’è ora di

farla finita coi sutterfugi, che non vi appagherete più di adulazioni

servili, che volete sapere un po’ come stiano i vostri affari, e quanto

vi manchi alla vostra totale rovina, e perchè si prepari il sacrificio

di vostra figlia....

— Noi in rovina! — ella rispose maravigliata come già aveva risposto

altra volta quando s’era trattato l’affare delle biblioteche. — Ma sei

pazza?

— E allora — io incalzai — come spiegate le vostre parole di poco fa?

— Davvero che staresti bene avvolta in un manto d’inquisitore. Che

possano esservi momentanei imbarazzi non c’è nulla di strano.... I

possidenti mancano spesso di moneta spicciola.... E poi mio marito

ha tanti crediti... deve aver tanto danaro anche dal Governo..... e

adesso, con la guerra, è naturale che tutti siano restii a pagare....

Ma quanto all’andarcene in rovina.... via, finchè c’è Venanzio che

amministra le cose mie, non lo crederei nemmeno se lo vedessi.

Più di questo non c’era modo di levarle di bocca. Molto ella ignorava

senza dubbio, ma appariva chiaro ch’ella taceva anche parte di quello

che le era noto. In principio aveva obbedito alla sua natura schietta,

spontanea; poi, s’era accorta d’essere andata tropp’oltre, s’era messa

in guardia verso sè medesima, e, contro il suo costume, dissimulava il

proprio pensiero. Il triste uomo che l’aveva resa dimentica de’ suoi

doveri esercitava un segreto fascino su di lei; pur facendo mostra di

secondarla in ogni capriccio, e di esserle servo docile ed ossequioso,

egli era riuscito a padroneggiarla completamente, e nulla v’era di più

sincero dell’amore e della stima di mia madre per esso.

Decisi di rivolgermi al mio notaio per avere informazioni maggiori.

Egli era imbottito di umani rispetti, ma chi avesse un po’ d’arte

finiva col farlo parlare. — Chi può saper nulla? — era la sua prima

risposta. Nello stesso tempo componeva le labbra ad un suo particolar

risolino, tanto per far capire ch’egli sapeva moltissimo. Allora

bisognava stringergli i panni addosso, lusingare la sua vanità, dirgli

che tutti portavano alle stelle la sua perizia nel trattare gli affari,

che non c’era quanto lui per conoscere a menadito il dare e l’avere

delle famiglie veneziane, e così di seguito.

Nel momento della compera delle famose biblioteche i responsi del

signor Lodovico erano stati assai sibillini. — Chi può saper nulla?

— egli mi aveva detto secondo il solito. Poi aveva soggiunto: — Quel

signor Venanzio, cara mia, è un uomo singolare. Ha rovinato tre o

quattro fortune di grandi famiglie, ma quanto a lui è sempre riuscito a

camparla bene.... È ingegnoso, non c’è dubbio, e trova modo di spillar

sangue dal muro. Si è potuto ingerire nelle forniture del palazzo

reale, e lì deve aver guadagnato una bella moneta.... Anzi dicono (ma

non sarà vero) che nel fare gli acquisti comperasse tutto in quantità

doppia per mettere a nuovo anche il suo appartamento. Il denaro usciva

naturalmente dalle casse dello Stato. Brava gente, non è vero, piccina?

— E qui si fregava le mani con compiacenza, e poi, alzandosi in punta

dei piedi, mi pizzicava la guancia. — Del resto, non tutte le ciambelle

riescon col buco, e qualche speculazione dev’essergli andata male.

Poi spendono troppo, spendono troppo, spendono troppo. È un vizio che

vostra madre ha sempre avuto anche lei....

Ora poi il signor Lodovico era stato più laconico, ma più esplicito. —

Chi può saper nulla? si vedono in giro certe carte. Basta. Per un paio

d’anni potranno ancora campar da signori, ma poscia?... Se la signorina

Clara si risolvesse?...

— A che cosa?

— Via, a prendere il velo, lasciando metà della sua sostanza

al convento e metà alla famiglia.... Voci che corrono.... Forse

chiacchiere degli oziosi e null’altro.... Del resto, voi mi fate

commettere una indiscrezione. E perchè? Come se per la signorina Clara

aveste una gran tenerezza....

Era dunque questo il piano del signor Venanzio! A questo miravano le

tronche parole di mia madre, le sue allusioni alla vocazione di Clara!

A questo si doveva giungere dopo tanti intrighi e tanto bassezze! Ma

in fin dei conti, perchè maravigliarmene, perchè dolermene? La fortuna

s’era incaricata di vendicare mio padre, mio fratello, mio zio. È vero,

la mia genitrice era ferita sul vivo, ma poteva ella dirsi innocente?

Dopo aver riscaldato una serpe nel seno, non era naturale ch’ella ne

sentisse i morsi? Quest’uomo che l’aveva affascinata, resa obliosa

dei più sacri doveri, oggi la puniva egli stesso della sua confidenza

nella persona della sua figliuola. Era giusto. E Clara? Dal giorno

in cui, sospettosa del vero, la riguardai come una intrusa all’ombra

del mio nome e del mio tetto, non mi parve ella rea d’esser nata e di

aver attossicato nascendo la vita delle persone che mi furon più care?

Ebbene, se la sua cattiva stella la traeva a perdizione, se _colui_ al

quale spettava l’ufficio di proteggerla cospirava egli stesso a’ suoi

danni, ero io che dovevo porgerle una mano soccorritrice? Io che dovevo

turbar l’opera della giustizia divina?... Ma era veramente giustizia?

Questo flagello che risparmiava il maggior colpevole poteva esso esser

guidato dalla volontà della Provvidenza?... Indi io arrossivo di me,

de’ miei primi pensieri, e mi vinceva una pietà infinita di mia madre

che, sconsigliata, correva verso l’abisso, di Clara che, inconsapevole,

diventava vittima d’una bassa cupidigia, e senz’avvedersene era tratta

al sacrificio della sua gioventù e del suo cuore. Mi era lecito

di lasciarla cadere senza una parola, senza offrirle una tavola di

salvamento, senza farle capire che in un angolo di Venezia v’era pure

una creatura che si ricordava di averla amata bambina, di aver vigilato

i suoi sonni, e che ancora, per quanto volesse schermirsene, era

stretta verso di lei da un vincolo sacro?... Dato questo indirizzo alla

mente, i dubbi s’aggiungevano ai dubbi, i rimorsi ai rimorsi. Era stato

coraggio, era stata virtù il lasciar la casa paterna, e lo sfuggire la

lotta? Era stata prova d’animo equo e temperato la mia ripulsione per

Clara, il non aver voluto vederla dacchè ella era entrata in convento?

E dire ch’eran corsi da allora più di quattr’anni, e ch’ell’abitava

nella mia stessa città! Come accade, mi venne una fretta subitanea,

eccessiva, di riparare al lungo oblio, di porla sull’avviso, e dopo

aver atteso quattr’anni, mi pareva che anche le ore fossero secoli. E

messo in seconda linea per un momento il pensiero di Fanny, di Gastone,

delle vicende che, nel volger di poche settimane, avevano rinnovellato

i miei destini, deliberai di vedere senz’altri indugi questa povera

Clara.

Il quaderno della zia · 第 17 / 29 题