Questi fatti produssero una rivoluzione fra i miei conoscenti. E
siccome il pettegolezzo non era meno in fiore quarant’anni fa che non
sia a’ nostri tempi, le chiose che si facevano sui casi miei mi vennero
tosto all’orecchio.
Seppi, per esempio, che la signora Elena, fingendo difendermi,
osservò che non era possibile che vi fosse nulla di male, perchè io
ero tal donna da far passare tutte le tentazioni. Ben altra cosa
sarebbe stata se si fosse trattato di lei. C’era mancato poco che
Gastone non la compromettesse, ma ella non era _ragazza_ da lasciarsi
prendere all’amo. — Quanto all’idea che il capitano un dì o l’altro
la sposi — soggiungeva la signora Elena — via, le son baje da dar
da bevere ai gonzi! Che gli accomodi lasciar Maddalena a guardia
della sua figliuola, si capisce; la è savia, istruita, a modo suo
veh!.... insomma la non ha e non può avere fumi galanti.... sebbene in
quest’affare, s’io fossi maldicente.... basta, non ne discorriamo....
Ad ogni modo, per quell’ufficio lì la è anzi acconcia più di molte....
più di me per esempio.... Ma moglie al Visconte!.... Figuratevi.... Con
tante bellezze ch’egli avrebbe alla sua portata senz’uscire dalla sua
casta. Che cos’è questa Maddalena? Sua madre è nobile, ma suo padre,
suo nonno eran gentaccia.... Che se per caso egli volesse accomodarsi
a sposare una _borghese_, sarebbe proprio te, povera grulla, ch’egli
sceglierebbe. Ti sono amica, e agli amici bisogna dire la verità....
Ma credi che un uomo come il capitano (a me è antipatico, ma parlo
spassionatamente), un uomo che può piacere, che ha piaciuto, si
attaccherebbe a te che sembri un manico di scopa vestito? — Questi
ed altri erano i ragionamenti cortesi della signora Elena, la quale,
come si vede, nella foga del discorso finiva col credere di avermi per
interlocutrice.
Don Gaudenzio, mi assicuravano, faceva un altro genere di
considerazioni. — In che tempi viviamo? C’è una ragazza la quale pei
suoi motivi particolari, che possono anche esser buoni, vuol viver da
sola. C’è un sacerdote della parrocchia, un uomo d’età, già amico di
molte brave persone, che frequenta la casa, e, credo, è in grado di
dare un consiglio, di dire una parola. No signori. Si fa conto che quel
sacerdote non ci sia, non lo si interroga, non lo si consulta, e così,
alla cieca, si prendono impegni di quella fatta. Ma sono io forse un
bamboccio?
Il signor Filippino era il più inferocito, e dichiarò a Giannina
che avrebbe rallentato le sue visite. — _So tutto_ — egli disse, e
il mio decoro non mi consente di servir da _paracadute_ a nessuno.
Perchè mi chiamo Filippino son forse uomo da tenersi in niun conto?
— E poichè Giannina gli chiese che discorsi fossero questi, egli
rispose che la sua padrona un giorno si sarebbe pentita di aver badato
a un avventuriero invece che a lui. — Se è ricca, sono io forse uno
spiantato? Se è dotta, sono io forse un ignorante? Mio zio Lodovico mi
avrebbe preso nel suo studio se mi calcolasse uno scimunito?
Quanto allo zio Lodovico, egli pigliava le cose con calma. — Nessuno
ha potuto nulla su voi, figuratevi se vi posso io che non sono che
il vostro notaio. Filippino è un bravo giovine, ma ebbe torto a farsi
de’ castelli in aria, e io non l’ho mai secondato. Siamo giusti. Feci
mai un’allusione a questa faccenda ne’ miei discorsi con voi? Vi siete
presa una bella croce sulle spalle, e che il Signore ve la mandi buona.
Su mia madre, invece, le mie vicende avevano fatto un’impressione
piuttosto favorevole.
— E così — ella disse — è proprio vero che sei fidanzata col capitano?
Cioè, intendiamoci, se non ci son corsi impegni formali, ci furono
parole che valgono quanto gl’impegni. Ed egli ti ha lasciato in
custodia una sua figliuola. Chi se lo sarebbe immaginato? Il capitano
vedovo! Quel buontempone! E aveva sposato una femminetta! Basta.
Pare ch’egli sia realmente di buona famiglia, e non sarò io che porrò
ostacolo alla tua felicità. Del resto, tu sei libera e con quella tua
testolina sfido io a metterti bastoni fra le ruote....
A questo punto si levò di tasca un piccolo astuccio di pelle, e
aprendolo — Guarda — mi disse — che cosa ti sembra di questo pajo
d’orecchini di brillanti? Li ho fatti legare testè, e vorrei che in
questa occasione tu li accettassi dalla tua mamma...... In fin dei
conti, sebben ci vediamo sì poco, sebbene tu sia divisa da me, e forse
non mi stimi, sono pur la tua mamma e ti voglio bene.... Non rifiuterai
questo dono, non è vero?
In mezzo a tutte le peripezie che avevano turbato le nostre relazioni,
ella si era mantenuta meco gentile e affettuosa; pur non era nella
sua indole il pigliare un tuono patetico. Ella possedeva quella
qualità che nelle patrizie veneziane è comune e a cui il nostro
dialetto diede un appellativo intraducibile: _il cocolezzo_. Ora
il _cocolezzo_ è piuttosto la forma esterna dell’intenerimento che
l’intenerimento vero: e anzi le due cose si combinano di rado fra
loro. Mia madre era facilissima alla simpatia; si rallegrava delle
gioie, commiserava i dolori altrui. Ma le sue impressioni erano, quanto
subitanee, fuggevoli. Tanto al suo pensiero come al suo cuore ripugnava
l’immobilità.
Onde le sue parole e più ancora il modo in cui vennero dette mi
colpirono singolarmente.
— Rifiutare un vostro dono! — io le risposi — No certo. Ma non vi
parrebbe meglio non affrettarvi così? Voi lo vedete, mamma, oggi son
tutti sogni sull’aria.... Chi sa quante vicende debbono compiersi
ancora!.... Chi sa che un bel giorno tutto non si sciolga e svanisca
come una bolla di sapone.... Accettare oggi mi parrebbe un provocare
la fortuna. Custodite il vostro presente.... me lo darete allora,
quand’egli sarà ritornato....
— Ma, no — ella riprese con insistenza mettendomi in mano a forza
l’astuccio — prima d’allora chi sa che cosa può accadere, io sono una
cattiva custode.... Tieni a ogni modo questa roba presso di te.... non
sarà forse l’ultima....
— Ma che cos’avete, mamma, io non vi capisco....
— È vero.... Non so nemmen io quel che mi dica. Ma che vuoi?.... Mi
angustia il pensiero che tu andrai lontana lontana, e ch’io non avrò
più questa casa in cui venir qualche volta....
Che linguaggio insolito era codesto?
— Dio buono — soggiunsi — noi fantastichiamo intorno ad un avvenire
remoto. A ogni modo, quella società che vi fu sì cara or è divenuta
uggiosa? La vostra casa, la casa che fu anche mia, non vi offre
consolazioni e dolcezze? E poi Clara non uscirà presto di convento? Non
la mariterete qui, a modo vostro?
La nube di tristezza che velava il volto di mia madre si fece più scura.
— Uscir di convento! — ella disse a mezza voce e quasi fra sè: — Ma è
poi certo che n’esca?
— Come? — chiesi con accento affannoso, e sentii una stretta al cuore
pensando che la fanciulla la quale mi aveva destato prima un affetto
gagliardo, poscia una ripulsione invariabile, potesse essere inferma
senza ch’io lo sapessi — Clara è forse malata?
— No, no, calmati, Maddalena, ella è sanissima, ma è un pezzo che mi si
ripete su tutti i tuoni ch’ella sta egregiamente dov’è, e che sarebbe
un onore per noi se la si decidesse a pronunciare i voti... Parrebbe
ch’ella non ne fosse aliena.... Bada — soggiunse vedendo che a questa
notizia io m’accendevo in volto — bada che per ora non c’è nulla
affatto, ch’ella è semplice educanda, e ha tempo ancora quasi un paio
d’anni per prendere una risoluzione.... Nessuno presume di violentar la
sua libertà....
— Oh mamma — proruppi con infinita amarezza — ma non avete pensato che
cosa direbbe mio padre,.... nostro padre.... d’una simile idea? Egli
che abboniva i conventi, che li chiamava sepolture di vivi, se sapesse
che si medita di chiudervi per sempre una che porta il suo nome!
Perdonate, madre mia, è una profanazione codesta, è un delitto....
— Dio Santo — ella esclamò — Ma se Clara lo desiderasse veramente?
Potrei io far violenza alle sue inclinazioni? Ho fatto forse violenza
alle tue?
— Ma che dite mai? Non è possibile che una giovinetta nell’aprile della
vita, bella, perchè avete detto voi che la è bella....
— Oh bellissima — interruppe mia madre con palese compiacenza.
— Non è possibile ch’ella sia disposta a rinunciare al mondo, o che,
almeno, si renda conto di quel che si faccia. Dite piuttosto che v’è
qualche cosa che voi mi tacete, qualche cosa che forse voi stessa
ignorate. Si ordisce una cabala contro Clara, e voi non aprite ancora
gli occhi. Oh povera mamma! Ve ne avvedrete troppo tardi che Maddalena
aveva ragione....
— Ah! tu torni agli antichi sospetti, torni a dar corpo alle ombre.
— Alle ombre! — replicai vivamente — Il cuore, che non isbaglia, mi
dice che non le sono ombre, ma dolorose realtà. Si vuol farvi complice
di un intrigo nefando, si vuol colpirvi in ciò che si doveva rispettare
in voi, sopra ogni altra cosa.... Coraggio, mamma, sono parole aspre
le mie, ma valgono meglio delle sdolcinature degl’impostori. La vostra
energia, ch’è sopita da tanto tempo, si svegli per amore di vostra
figlia, salvate lei, salvate il vostro decoro.
— Vergine Santa! Sei sempre la stessa. Sempre pronta a pigliar fuoco
come un fiammifero. Che cosa supponi? Che cosa vuoi ch’io faccia?
— Che cosa voglio che facciate? Ve lo dirò subito, e capirete che cosa
suppongo. Dovete mettere alle strette _quell’uomo_, quel cattivo genio
della nostra famiglia....
— Maddalena, tu dimentichi che parli di mio marito....
— Vostro marito.... lo so, pur troppo.... Dovete dirgli ch’è ora di
farla finita coi sutterfugi, che non vi appagherete più di adulazioni
servili, che volete sapere un po’ come stiano i vostri affari, e quanto
vi manchi alla vostra totale rovina, e perchè si prepari il sacrificio
di vostra figlia....
— Noi in rovina! — ella rispose maravigliata come già aveva risposto
altra volta quando s’era trattato l’affare delle biblioteche. — Ma sei
pazza?
— E allora — io incalzai — come spiegate le vostre parole di poco fa?
— Davvero che staresti bene avvolta in un manto d’inquisitore. Che
possano esservi momentanei imbarazzi non c’è nulla di strano.... I
possidenti mancano spesso di moneta spicciola.... E poi mio marito
ha tanti crediti... deve aver tanto danaro anche dal Governo..... e
adesso, con la guerra, è naturale che tutti siano restii a pagare....
Ma quanto all’andarcene in rovina.... via, finchè c’è Venanzio che
amministra le cose mie, non lo crederei nemmeno se lo vedessi.
Più di questo non c’era modo di levarle di bocca. Molto ella ignorava
senza dubbio, ma appariva chiaro ch’ella taceva anche parte di quello
che le era noto. In principio aveva obbedito alla sua natura schietta,
spontanea; poi, s’era accorta d’essere andata tropp’oltre, s’era messa
in guardia verso sè medesima, e, contro il suo costume, dissimulava il
proprio pensiero. Il triste uomo che l’aveva resa dimentica de’ suoi
doveri esercitava un segreto fascino su di lei; pur facendo mostra di
secondarla in ogni capriccio, e di esserle servo docile ed ossequioso,
egli era riuscito a padroneggiarla completamente, e nulla v’era di più
sincero dell’amore e della stima di mia madre per esso.
Decisi di rivolgermi al mio notaio per avere informazioni maggiori.
Egli era imbottito di umani rispetti, ma chi avesse un po’ d’arte
finiva col farlo parlare. — Chi può saper nulla? — era la sua prima
risposta. Nello stesso tempo componeva le labbra ad un suo particolar
risolino, tanto per far capire ch’egli sapeva moltissimo. Allora
bisognava stringergli i panni addosso, lusingare la sua vanità, dirgli
che tutti portavano alle stelle la sua perizia nel trattare gli affari,
che non c’era quanto lui per conoscere a menadito il dare e l’avere
delle famiglie veneziane, e così di seguito.
Nel momento della compera delle famose biblioteche i responsi del
signor Lodovico erano stati assai sibillini. — Chi può saper nulla?
— egli mi aveva detto secondo il solito. Poi aveva soggiunto: — Quel
signor Venanzio, cara mia, è un uomo singolare. Ha rovinato tre o
quattro fortune di grandi famiglie, ma quanto a lui è sempre riuscito a
camparla bene.... È ingegnoso, non c’è dubbio, e trova modo di spillar
sangue dal muro. Si è potuto ingerire nelle forniture del palazzo
reale, e lì deve aver guadagnato una bella moneta.... Anzi dicono (ma
non sarà vero) che nel fare gli acquisti comperasse tutto in quantità
doppia per mettere a nuovo anche il suo appartamento. Il denaro usciva
naturalmente dalle casse dello Stato. Brava gente, non è vero, piccina?
— E qui si fregava le mani con compiacenza, e poi, alzandosi in punta
dei piedi, mi pizzicava la guancia. — Del resto, non tutte le ciambelle
riescon col buco, e qualche speculazione dev’essergli andata male.
Poi spendono troppo, spendono troppo, spendono troppo. È un vizio che
vostra madre ha sempre avuto anche lei....
Ora poi il signor Lodovico era stato più laconico, ma più esplicito. —
Chi può saper nulla? si vedono in giro certe carte. Basta. Per un paio
d’anni potranno ancora campar da signori, ma poscia?... Se la signorina
Clara si risolvesse?...
— A che cosa?
— Via, a prendere il velo, lasciando metà della sua sostanza
al convento e metà alla famiglia.... Voci che corrono.... Forse
chiacchiere degli oziosi e null’altro.... Del resto, voi mi fate
commettere una indiscrezione. E perchè? Come se per la signorina Clara
aveste una gran tenerezza....
Era dunque questo il piano del signor Venanzio! A questo miravano le
tronche parole di mia madre, le sue allusioni alla vocazione di Clara!
A questo si doveva giungere dopo tanti intrighi e tanto bassezze! Ma
in fin dei conti, perchè maravigliarmene, perchè dolermene? La fortuna
s’era incaricata di vendicare mio padre, mio fratello, mio zio. È vero,
la mia genitrice era ferita sul vivo, ma poteva ella dirsi innocente?
Dopo aver riscaldato una serpe nel seno, non era naturale ch’ella ne
sentisse i morsi? Quest’uomo che l’aveva affascinata, resa obliosa
dei più sacri doveri, oggi la puniva egli stesso della sua confidenza
nella persona della sua figliuola. Era giusto. E Clara? Dal giorno
in cui, sospettosa del vero, la riguardai come una intrusa all’ombra
del mio nome e del mio tetto, non mi parve ella rea d’esser nata e di
aver attossicato nascendo la vita delle persone che mi furon più care?
Ebbene, se la sua cattiva stella la traeva a perdizione, se _colui_ al
quale spettava l’ufficio di proteggerla cospirava egli stesso a’ suoi
danni, ero io che dovevo porgerle una mano soccorritrice? Io che dovevo
turbar l’opera della giustizia divina?... Ma era veramente giustizia?
Questo flagello che risparmiava il maggior colpevole poteva esso esser
guidato dalla volontà della Provvidenza?... Indi io arrossivo di me,
de’ miei primi pensieri, e mi vinceva una pietà infinita di mia madre
che, sconsigliata, correva verso l’abisso, di Clara che, inconsapevole,
diventava vittima d’una bassa cupidigia, e senz’avvedersene era tratta
al sacrificio della sua gioventù e del suo cuore. Mi era lecito
di lasciarla cadere senza una parola, senza offrirle una tavola di
salvamento, senza farle capire che in un angolo di Venezia v’era pure
una creatura che si ricordava di averla amata bambina, di aver vigilato
i suoi sonni, e che ancora, per quanto volesse schermirsene, era
stretta verso di lei da un vincolo sacro?... Dato questo indirizzo alla
mente, i dubbi s’aggiungevano ai dubbi, i rimorsi ai rimorsi. Era stato
coraggio, era stata virtù il lasciar la casa paterna, e lo sfuggire la
lotta? Era stata prova d’animo equo e temperato la mia ripulsione per
Clara, il non aver voluto vederla dacchè ella era entrata in convento?
E dire ch’eran corsi da allora più di quattr’anni, e ch’ell’abitava
nella mia stessa città! Come accade, mi venne una fretta subitanea,
eccessiva, di riparare al lungo oblio, di porla sull’avviso, e dopo
aver atteso quattr’anni, mi pareva che anche le ore fossero secoli. E
messo in seconda linea per un momento il pensiero di Fanny, di Gastone,
delle vicende che, nel volger di poche settimane, avevano rinnovellato
i miei destini, deliberai di vedere senz’altri indugi questa povera
Clara.