Tutto il dopopranzo, fino all’ora della ritirata, le vie di Venezia
furono percorse da militari che, accompagnati dalle loro famiglie o
dagli amici, godevano di quegli ultimi momenti di libertà prima di
andare in quartiere e disporsi alla partenza. Ostentavano per lo più
una clamorosa allegria, nella quale il vino aveva grandissima parte,
e a vederne alcuni che davano il braccio alla fidanzata o all’amante,
li si sarebbe detti piuttosto alla vigilia delle nozze che a quella
d’un viaggio donde così pochi erano destinati a tornare. Per capire
di che si trattasse conveniva guardare attentamente le donne. Madri, o
spose, il loro aspetto era scemo d’ogni baldanza; non le inorgogliva,
come suole, il trovarsi a fianco d’un soldato in uniforme, non
ridevano ai lazzi del loro compagno, non sorridevano nemmeno, o era un
sorriso languido, fuggevole. Aveano scolpita sulla fronte un’ansietà
dolorosa, e gli occhi o erravano dietro chi sa quali larve, o si
piantavano in volto alla cara persona che oggi era sì presso, e di lì
a pochi giorni sarebbe stata così lontana, in mezzo a tanti pericoli.
Momenti solenni, nei quali la virtù visiva s’affina, s’addoppia, e le
immagini non si dipingono, si scolpiscono. Poi passano gli anni, i casi
succedono ai casi, cento figure diverse s’affacciano, s’avvicendano,
si confondono nella pupilla, ma quelle immagini restano senza perder
nulla della vivacità primitiva.... Di tratto in tratto gli occhi
fisi così si riempivano di lagrime, ma non volevano farlo parere,
e se erano sorpresi in quello stato, si abbassavano subitamente o
cercavano un altro oggetto su cui posarsi. E facevano mostra di essere
attratti forse da un bottone dell’uniforme non perfettamente lucido,
o dal collarino non perfettamente diritto, o della cintura un po’ di
traverso. Indi le mani, da buone alleate, venivano in aiuto e fregavano
quel bottone o rassettavano quel collarino e quella cintura. Più tardi
però, al momento di separarsi, cadevano i ritegni, cessava la falsa
vergogna, e fra lo scoccare dei baci e il mormorio dei suggerimenti
amorevoli e delle promesse colavano abbondanti le lagrime. Anche
i pochi che non avevano nè madri, nè sorelle, nè fidanzate che li
accompagnassero al quartiere, erano preoccupati, pensosi. — Beati voi!
— sclamavano le donnicciuole — che non lasciate nessuno. — Beati? Non
so davvero. È felicità il correre con la mente al paese natale, senza
rivedervi con gli occhi della fantasia un focolare domestico alla cui
vampa si scaldino i dolci parenti, un telaio sul quale lavori una cara
fanciulla?... Allorchè, cessato il rullo dei tamburi che battevano
a raccolta, le porte dei quartieri si richiusero per non aprirsi che
nel cuore della notte alle truppe in partenza, un’ombra di mestizia
profonda si stese sulla città. Era carnovale, ma quella sera la piazza
non echeggiò di canti, non brillò di fiaccole, nè i chiassi delle
maschere fecero rintronare le vôlte delle Procuratie.
Passai la notte agitatissima. Strane visioni di battaglie, di
ferimenti, di morti mi turbavano il sonno. Gastone era sempre nel fitto
della mischia con la chioma scomposta, con la spada insanguinata, con
la pupilla fiammeggiante. A un punto mi pareva ch’egli si voltasse
cercando qualche cosa dietro di sè. E allora io, con la picciola Fanny
in braccio, mi aprivo il varco tra quella massa confusa d’uomini,
di cavalli, di carri, e sollevando quanto più potessi la gentil
creaturina, la tenevo così finchè m’incontravo ne’ suoi occhi e vedevo
lampeggiare un sorriso di riconoscimento sulle sue labbra. Egli faceva
un cenno colla mano e spariva.... Ma, eccolo ricomparire più lungi,
tutto circonfuso da una nuvola di fumo.... le schiere s’addensano....
ogni cammino è ingombro.... non posso raggiungerlo. Sempre col mio
fardello sulle spalle salgo sopra un rialzo di terra. Le palle mi
fischiano rasente gli orecchi o scrosciano sugli alberi, il frastuono
è indescrivibile. Egli è là, ov’è maggiore il pericolo... Ahimè!
Impallidisce, vacilla, cade.... Quelli che gli sono presso o non se
ne avvedono o non se ne curano, ma ecco una figura dal volto bianco
come la cera, svelta, elegante, sottile, venuta non so d’onde, non
so come, piegarsi sopra di lui, sollevargli la testa, susurrargli
qualche parola. Quella figura io la ravviso; è un altro caduto in
battaglia, è mio fratello, è Carlo. Che si dicono? Parlano forse di me?
Mi cercano?... Nulla ormai può rattenermi.... Corro verso quel punto
gridando: _Gastone! Carlo!_ La mia voce stessa mi sveglia, e non resta
che la immagine angosciosa del sogno.
Sia ringraziato il cielo. Fa giorno. Vedrò Fanny, potrò cominciare
presso di lei il mio ufficio pietoso.
Per recarsi in gondola alla casa indicatami dal capitano era d’uopo
approdare alle _Fondamente nuove_. È uno fra i siti caratteristici
di Venezia. Un lungo molo interrotto da ponti e malamente selciato
costeggia la laguna nella sua parte più triste. Lo sguardo abbraccia
un ampio orizzonte, ma non ne ritrae che un’impressione di malinconia.
L’acqua, ch’è pur quella medesima che si spiana voluttuosa e tranquilla
nel bacino di San Marco, qui si corruga sovente per qualche buffo di
vento freddo, impetuoso. Quand’è cheta, ha certi riflessi singolari
come d’acqua stagnante e la sua varia profondità si rivela dalle
diverse tinte della superficie. Non bisogna fidarsene; ella ha le
sue sorprese fatali, e spesso vicino al luogo ove si discernono quasi
l’erbe ed i sassi del fondo, s’apre un abisso ove l’onda travolge nei
suoi vortici irresistibili il nuotatore imprudente che s’avventuri fra
le sue spire. Gruppi di _pali_ che fanno le veci di pietre miliari
e sorgono a determinate distanze segnano alle barche la via da
percorrere. A quei gruppi si legano talora i burchi venuti giù per i
fiumi con un piccolo carico, o di _fascine_ o di carbone. Bastimenti
non se ne veggono; sarebbero arenati. Il sole fugge le case costruite
sulle _Fondamente_ con la facciata a tramontana, e si riposa invece su
Murano, ma ahi! prima che su Murano, su San Cristoforo e San Michele,
isolette destinate ad uso di cimitero. Di lì, qualche pino con la bruna
testa sorpassa il livello della muraglia, e dondolandosi gravemente
accenna quasi alle miserie che copre. Le gondole scivolano taciturne
tragittando i morti all’estrema dimora, e insieme ad esse sono i
battelli che vanno a Murano, e i _toppi_, che, rivestito il _felze_ di
tela grossolana bianca o turchina, movono verso la meta più lontana
di Burano e Torcello. Ma Murano, ove i nostri vecchi avevano le loro
ville, e Gaspara Stampa veniva a disputare di lettere e di cavalleria
con messer Trifone Gabriello, è ormai diroccata e mezzo deserta. Le
restano, unica ricchezza, le fabbriche di _conterie_ dond’escono i
prodotti appariscenti che adorneranno la persona e la casa delle brune
principesse del Madagascar, del Capo di Buona Speranza e dell’India.
A Torcello la vetusta basilica non vede sotto l’ampia navata che
pochi cenciosi ortolani, e nessun console sale la gradinata, reliquia
dell’antico palazzo pretorio. Il ricevitore dei dazi è forse il più
cospicuo personaggio che si assida talora sulla _sedia d’Attila_.
Anche Burano un tempo era florida e ricca, adesso nei suoi tugurii
cadenti vegeta, stentando la vita, una popolazione di contrabbandieri
e di pescatori. Le giovinette bellissime, dalla chioma e dalla pupilla
nera, logorano gli occhi intrecciando i pizzi che serviranno poi a
fregiare il collo ed il seno delle bellezze cittadinesche, finchè la
più raffinata industria del Belgio e di Francia non faccia cadere
nel dimenticatojo la loro arte gentile. V’era appunto un gruppo di
queste _buranelle_ sedute sui gradini dell’approdo ove misi il piede
a terra insieme a Giannina il giorno successivo alla partenza del
visconte di Serges. Un bianco zendado assicurato intorno alla cintura
si arrovesciava loro sul capo inquadrando l’ovale regolare del viso su
cui le fatiche ed i patimenti avevano segnalo una traccia di vecchiaja
precoce. Una d’esse soltanto, nella freschezza delle carni e nella
grazia spigliata delle movenze, conservava tutto il fascino della sua
età. Poteva avere sedici o diciassett’anni. Teneva sulle ginocchia un
paniere entro il quale andava riordinando alcuni bellissimi merletti.
Appena mi vide si levò in piedi rispettosa e le sue compagne fecero
altrettanto. Indi mi si mise ai fianchi facendo suonare gli zoccoli col
passo breve e affrettato, e sollecitandomi con le curiose inflessioni
del suo dialetto, affinchè mi voltassi e dessi un’occhiata alla sua
mercanzia. — _Che el Signoore la benedissa ela e le soo creatuure_ —
mi disse, quando, per compiacerla, ebbi comperato da lei una piccola
bagattella.
C’internammo per una stradicciuola. Un bottaio stava fuori del suo
negozio ribattendo romorosamente i cerchi ad alcune botti. Di lì a
pochi passi s’allargava una specie di cortile in cui l’erba cresceva
rigogliosa fra pietra e pietra. Ivi dimorava la signora Federica..., la
vedova tedesca presso la quale Gastone aveva lasciato sua figlia.
La signora Federica ci aprì la porta ella stessa e si presentò sul
pianerottolo. Ella era di statura assai bassa, aveva in testa una
cuffia con nastri verdi, e indossava un vestito di lana nera su cui
spiccava un grembiale bianchissimo. La casa pareva pulita e piccina
come la sua persona. Nel farcene gli onori, la signora Federica
montava ogni momento o sopra una sedia o sopra un panchettino, ora per
rassettare un quadro che non le paresse perfettamente in linea, ora per
soffiar via qualche granellino di polvere che si fosse posato sopra un
mobile.
— Non si può mai fidarsi della gente di servizio — ella disse
introducendomi in un salotto, a un angolo del quale si trovava
un’uccelliera piena di canarini. E rivoltasi a loro che facevano uno
strepito indiavolato, agitò con piglio minaccioso il fazzoletto, e
gridò come farebbe un maestro di scuola agli alunni: — Tacete! tacete!
— Indi soggiunse ripigliando il discorso meco: — Il signor capitano
ci aveva avvertito che una signora verrebbe a veder la bambina, ma non
sapevamo l’ora. Se no, ci sarebbe stato più ordine.
E poichè io le dicevo che dal lato dell’ordine non c’era nulla da
desiderare: — Oh mi canzona — rispose — dovrebb’essere ben altra cosa.
A ogni modo, dacchè son rimasta vedova, non c’è tanto male. Ma con quei
benedetti uomini non c’era caso di evitar la confusione.
Posto così in rilievo un lato buono della vedovanza, si fermò gridando:
Maria! Maria!
— Eccomi! — saltò a dire una voce fresca e squillante, e l’uscio d’una
stanza contigua si aprì subitamente.
— Ah! È la signora — osservò la nuova venuta, arrossendo.
— E la bimba? — chiesi.
— Dorme — ella rispose — vuol vederla subito?
A un mio cenno, ella m’introdusse pian pianino nella camera, mentre
Giannina rimase nel salotto con la signora Federica.
— Pianse quasi tutta la notte chiamando il suo papà — soggiunse la
ragazza, e intanto tirò i cordoni delle tendine per far entrare un po’
di luce.
— Povera piccina! E lo sa che è partito? — chiesi avvicinandomi alla
cuna.
In quella un cagnolino di lungo e folto pelo color caffè e latte si
levò con moto subitaneo da un suo giaciglio composto di stracci, e mi
venne incontro con fare poco amichevole e con gran volontà di guaire se
i gesti imperiosi di Maria non lo avessero trattenuto.
— Si figuri — rispose Maria. — Ha tre anni soli, ma è così
intelligente! Il capitano iersera venne a svegliarla, e se la tenne in
braccio per un’oretta. Le disse che non si sarebbero visti per qualche
giorno, ma ch’egli sarebbe tornato portandole di sì belle cose, e
ch’ella intanto fosse buona e accogliesse bene una signora che sarebbe
venuta a trovarla e facesse conto che la fosse la sua mamma. Non so
che cosa la bimba abbia capito; ma piangeva, e così piangeva lui, e non
potevo fare a meno di piangere anch’io....
Mentre Maria parlava a bassa voce, io m’ero chinata sulla cuna entro la
quale dormiva Fanny. Oh la gentile creatura! I capelli biondi, crespi,
finissimi, incorniciavano una testina mirabilmente proporzionata;
sotto il velo sottile delle palpebre rosee s’indovinava l’azzurro degli
occhi; le labbra socchiuse lasciavano veder due file di bianchissimi
denti: un braccio, che pareva fatto col torno, era steso, ignudo, sopra
la coltre; l’altro si ripiegava sotto il capo.
— Com’è bella! — non potei a meno di esclamare.
— Altro che bella! — disse la signora Federica, che non aveva saputo
resistere al desiderio di prender parte alla conversazione ed era
entrata nella camera tirandosi dietro Giannina. — Dica addirittura ch’è
un amore.... Mah!... Avrei voluto anch’io avere una bimba così. Però,
dopo che mi sono sconciata una volta al tempo del primo marito, non
ebbi più figli. Adesso che son rimasta vedova per la seconda volta,
bisogna rinunciarvi. Un terzo marito non lo voglio.
E si capiva che non lo volesse; quello che non si sarebbe capito è che
altri avesse voluto lei.
Intanto il cagnolino, che, con un salto era balzato sopra una sedia a
guardia della cuna, dimenava la coda e mugolava sommessamente.
— E la madre l’avete conosciuta? — chiesi a Maria.
— Non l’ho mica vista, io — ella rispose — mi dicono che somigliasse a
Fanny.
Era così bella! pensai fra me e me, e questo pensiero mi diede noia.
— Il capitano — soggiunsi — amava molto la bimba?
— Oh quanto! Veniva a vederla spessissimo e non c’era volta che non
avesse le tasche piene di chicchi e di ninnoli. E se la prendeva sulle
ginocchia, e la mangiava coi baci, parlandole per lo più in francese,
tantochè io non ne capivo sillaba. Tuttavia non mi sono mai potuta
persuadere d’una cosa, ed è ch’egli non volesse uscir nemmeno una volta
con la cara fanciulla che se ne sarebbe fatta una festa.
— Oh! gli uomini — interruppe la signora Federica — non rinunziano
alla loro libertà per tutto l’oro del mondo. Bisogna conoscerli gli
uomini — continuò la savia femmina; — ed io ch’ebbi due mariti, li
ho conosciuti. — Ciò detto, ella mi si fece vicino, e mi chiese il
permesso di togliermi dal vestito due o tre fili bianchi, operazione
ch’ella eseguì assai delicatamente tra le punte del pollice e
dell’indice.
— A momenti si sveglia — disse Maria.
— Ma! — sclamò la signora Federica — anche lei, povera creatura,
comincia presto a patire. Dicono che sia una gran signora, ma intanto
non ha mamma, e al padre chi sa che malanni gli capitano con questa
brutta guerra. Spacciavano qualche anno fa che tutto era finito, che
tutti andavano d’accordo, e, posso giurarlo, non c’era che Gaetano,
il mio secondo marito, buon’anima, il quale ripeteva sempre: Vedrai,
Federica, che si tornano a pigliar per i capelli. Gaetano è morto, ma
la sua profezia si è avverata, ed egli, che ci teneva a indovinar le
cose, ne avrebbe gusto.... Oh guardi, guardi, la si sveglia davvero.
Infatti la bambina alzò alquanto il braccio destro e portò la mano
istintivamente sugli occhi; i suoi labbretti si aprirono a un lungo
sbadiglio, e le palpebre, sollevandosi a poco a poco, lasciarono
scorgere due belle pupille azzurre, che si fisavano con sorpresa sopra
di me.
— Voglio Maria — furono le sue prime parole dette in tuono piagnucoloso
e con una leggera inflessione francese.
Però i suoi pensieri presero subito un altro corso, e la sua voce
divenne ilare e gaia sclamando: — _Ah! Café-au-lait, tu est ici, petit
fripon._
_Café-au-lait_, così chiamato a cagione del suo colore, non era altro
che il cagnolino di nostra conoscenza, il quale, appena s’accorse che
Fanny era svegliata, saltò sul suo letticciuolo e si mise a leccarla
e a farle ogni sorta di vezzi. Indi la bestiuola si cacciò sotto le
coltri fra le risate della bimba, e vi si ravvoltolò dentro pazzamente
lasciando tutta scoperta la bella creaturina, che pareva un bocciuolo
di rosa.
— Su, su, Fanny — disse Maria prendendo in braccio la fanciulla ormai
riluttante e desiderosa piuttosto di giuocare col cagnolino che di
alzarsi. Allora _Café-au-lait_ si ricordò delle due persone estranee
che si trovavano nella camera, e ci abbaiò contro con tutta la forza
de’ suoi polmoni, veramente formidabili in un sì tenue corpicciuolo.
— Brutta bestia! — gridò la signora Federica. — Eh! se non fosse il
grande amore che ho per quel tesoretto lì — e accennava a Fanny — non
vorrei nemmeno per sogno che si tenessero cani in questa casa.
Giannina, che aveva poca confidenza coi cani, ed era in quel giorno di
pessimo umore, s’era ritirata in un canto, ma io, più ardita, m’ero
fatta presso il petulante animale, e non avevo tardato a domarlo con
dei pezzettini di zucchero candito ch’egli franse tra i denti con
inesprimibile soddisfazione.
E ciò valse a conciliarmi l’animo di Fanny meglio assai di tutte le
parlate, che, vestendola, lo aveva fatto Maria affine di persuaderla a
darmi un bacio.
Fanny aveva un gonnellino rosa. I suoi capelli, non ancora lunghi
abbastanza da essere raccolti in treccia, le ondulavano liberi sul
capo, ricadendole spesso con vago disordine sulla fronte e sugli occhi.
Rendevano immagine di quelle nuvolette d’oro che circondano il sole al
tramonto.
Nel veder _Café-au-lait_ che scherzava meco e mi porgeva amichevolmente
la zampa, ella si avvicinò e consentì a ricevere da me un bacio sulla
fronte e un confetto in bocca. Senonchè, quando Maria le replicò ch’io
ero la signora di cui il suo babbo le aveva parlato la sera innanzi, si
rifece scura e si mise a piangere e a chiamare: — Papà! papà!
— Sta zitta, Fanny — le diss’io prendendola in braccio e baciandola. —
Il papà tornerà presto.
— Fosse pur vero — bisbigliò sommessa la signora Federica, scrollando
il capo in tuono di sfiducia.
Ma la fanciulla non acchetavasi a verun patto, respingeva Maria,
rifiutava le carezze di _Café-au-lait_, che ne era grandemente
mortificato, e voleva a ogni costo che la si conducesse alla finestra
dicendo: — Il babbo viene di là.
— Benedetta creatura! — esclamò Maria. — È la solita fissazione.
Quantunque il capitano non venisse nè tutti i giorni, nè ad ora
determinata, ella non aveva mai pace s’io non sedevo a ogni momento a
questa finestra tenendo lei sulle ginocchia. E come sentiva da lungi il
suo passo! Fosse freddo o caldo, sole o pioggia, ella voleva spalancar
le invetriate e spingendosi fuori con la testa agitava le sue manine
e gridava: — Papà! papà! — mentre _Café-au-lait_ girando su e già pel
davanzale dimenava la coda e guaiva di contentezza. E adesso sta a
vedere che cosa accadrà.
— Le è entrata proprio in simpatia! — gridò la signora Federica,
congiungendo le palme in atto di lieta sorpresa. — Perchè anche i
bambini hanno le loro simpatie e antipatie come le persone adulte. Io,
per esempio, sono sicura di non essere nelle sue grazie.
E per averne una prova, si avanzò verso la bambina a braccia aperte.
Nè l’effetto fu contrario all’aspettazione, chè Fanny, vedendosi venir
addosso quella specie di molino a vento, strillò più forte che mai, e
si rannicchiò tutta.
— Lo vede? — disse la signora Federica. — Coi bimbi non ci ho mai
trovato il verso. Sarà forse per questo che non ne ho avuti.
Per quel giorno mi ristrinsi ad accattivarmi la benevolenza di Fanny e
del suo indivisibile _Café-au-lait_, e vi riuscii più presto che non
fosse da attendersi. L’intimità sarebbe venuta poi. Come pure avrei
poscia maturato meglio un’altra idea. Padrona dei fatti miei come io
m’ero, nulla mi vietava di prendere addirittura Fanny in casa mia.
Gastone non m’aveva chiesto tanto, è ben vero, ma che perciò? Non gli
avevo io promesso che la sua figliuola sarebbe stata come una figliuola
mia, ch’io l’avrei custodita come si custodisce un tesoro fino al
giorno in cui egli me l’avesse ridomandata, oppure (non volevo nemmeno
pensarvi) altri si fosse presentato a chiedermela in nome suo?