XIII.

Tutto il dopopranzo, fino all’ora della ritirata, le vie di Venezia

furono percorse da militari che, accompagnati dalle loro famiglie o

dagli amici, godevano di quegli ultimi momenti di libertà prima di

andare in quartiere e disporsi alla partenza. Ostentavano per lo più

una clamorosa allegria, nella quale il vino aveva grandissima parte,

e a vederne alcuni che davano il braccio alla fidanzata o all’amante,

li si sarebbe detti piuttosto alla vigilia delle nozze che a quella

d’un viaggio donde così pochi erano destinati a tornare. Per capire

di che si trattasse conveniva guardare attentamente le donne. Madri, o

spose, il loro aspetto era scemo d’ogni baldanza; non le inorgogliva,

come suole, il trovarsi a fianco d’un soldato in uniforme, non

ridevano ai lazzi del loro compagno, non sorridevano nemmeno, o era un

sorriso languido, fuggevole. Aveano scolpita sulla fronte un’ansietà

dolorosa, e gli occhi o erravano dietro chi sa quali larve, o si

piantavano in volto alla cara persona che oggi era sì presso, e di lì

a pochi giorni sarebbe stata così lontana, in mezzo a tanti pericoli.

Momenti solenni, nei quali la virtù visiva s’affina, s’addoppia, e le

immagini non si dipingono, si scolpiscono. Poi passano gli anni, i casi

succedono ai casi, cento figure diverse s’affacciano, s’avvicendano,

si confondono nella pupilla, ma quelle immagini restano senza perder

nulla della vivacità primitiva.... Di tratto in tratto gli occhi

fisi così si riempivano di lagrime, ma non volevano farlo parere,

e se erano sorpresi in quello stato, si abbassavano subitamente o

cercavano un altro oggetto su cui posarsi. E facevano mostra di essere

attratti forse da un bottone dell’uniforme non perfettamente lucido,

o dal collarino non perfettamente diritto, o della cintura un po’ di

traverso. Indi le mani, da buone alleate, venivano in aiuto e fregavano

quel bottone o rassettavano quel collarino e quella cintura. Più tardi

però, al momento di separarsi, cadevano i ritegni, cessava la falsa

vergogna, e fra lo scoccare dei baci e il mormorio dei suggerimenti

amorevoli e delle promesse colavano abbondanti le lagrime. Anche

i pochi che non avevano nè madri, nè sorelle, nè fidanzate che li

accompagnassero al quartiere, erano preoccupati, pensosi. — Beati voi!

— sclamavano le donnicciuole — che non lasciate nessuno. — Beati? Non

so davvero. È felicità il correre con la mente al paese natale, senza

rivedervi con gli occhi della fantasia un focolare domestico alla cui

vampa si scaldino i dolci parenti, un telaio sul quale lavori una cara

fanciulla?... Allorchè, cessato il rullo dei tamburi che battevano

a raccolta, le porte dei quartieri si richiusero per non aprirsi che

nel cuore della notte alle truppe in partenza, un’ombra di mestizia

profonda si stese sulla città. Era carnovale, ma quella sera la piazza

non echeggiò di canti, non brillò di fiaccole, nè i chiassi delle

maschere fecero rintronare le vôlte delle Procuratie.

Passai la notte agitatissima. Strane visioni di battaglie, di

ferimenti, di morti mi turbavano il sonno. Gastone era sempre nel fitto

della mischia con la chioma scomposta, con la spada insanguinata, con

la pupilla fiammeggiante. A un punto mi pareva ch’egli si voltasse

cercando qualche cosa dietro di sè. E allora io, con la picciola Fanny

in braccio, mi aprivo il varco tra quella massa confusa d’uomini,

di cavalli, di carri, e sollevando quanto più potessi la gentil

creaturina, la tenevo così finchè m’incontravo ne’ suoi occhi e vedevo

lampeggiare un sorriso di riconoscimento sulle sue labbra. Egli faceva

un cenno colla mano e spariva.... Ma, eccolo ricomparire più lungi,

tutto circonfuso da una nuvola di fumo.... le schiere s’addensano....

ogni cammino è ingombro.... non posso raggiungerlo. Sempre col mio

fardello sulle spalle salgo sopra un rialzo di terra. Le palle mi

fischiano rasente gli orecchi o scrosciano sugli alberi, il frastuono

è indescrivibile. Egli è là, ov’è maggiore il pericolo... Ahimè!

Impallidisce, vacilla, cade.... Quelli che gli sono presso o non se

ne avvedono o non se ne curano, ma ecco una figura dal volto bianco

come la cera, svelta, elegante, sottile, venuta non so d’onde, non

so come, piegarsi sopra di lui, sollevargli la testa, susurrargli

qualche parola. Quella figura io la ravviso; è un altro caduto in

battaglia, è mio fratello, è Carlo. Che si dicono? Parlano forse di me?

Mi cercano?... Nulla ormai può rattenermi.... Corro verso quel punto

gridando: _Gastone! Carlo!_ La mia voce stessa mi sveglia, e non resta

che la immagine angosciosa del sogno.

Sia ringraziato il cielo. Fa giorno. Vedrò Fanny, potrò cominciare

presso di lei il mio ufficio pietoso.

Per recarsi in gondola alla casa indicatami dal capitano era d’uopo

approdare alle _Fondamente nuove_. È uno fra i siti caratteristici

di Venezia. Un lungo molo interrotto da ponti e malamente selciato

costeggia la laguna nella sua parte più triste. Lo sguardo abbraccia

un ampio orizzonte, ma non ne ritrae che un’impressione di malinconia.

L’acqua, ch’è pur quella medesima che si spiana voluttuosa e tranquilla

nel bacino di San Marco, qui si corruga sovente per qualche buffo di

vento freddo, impetuoso. Quand’è cheta, ha certi riflessi singolari

come d’acqua stagnante e la sua varia profondità si rivela dalle

diverse tinte della superficie. Non bisogna fidarsene; ella ha le

sue sorprese fatali, e spesso vicino al luogo ove si discernono quasi

l’erbe ed i sassi del fondo, s’apre un abisso ove l’onda travolge nei

suoi vortici irresistibili il nuotatore imprudente che s’avventuri fra

le sue spire. Gruppi di _pali_ che fanno le veci di pietre miliari

e sorgono a determinate distanze segnano alle barche la via da

percorrere. A quei gruppi si legano talora i burchi venuti giù per i

fiumi con un piccolo carico, o di _fascine_ o di carbone. Bastimenti

non se ne veggono; sarebbero arenati. Il sole fugge le case costruite

sulle _Fondamente_ con la facciata a tramontana, e si riposa invece su

Murano, ma ahi! prima che su Murano, su San Cristoforo e San Michele,

isolette destinate ad uso di cimitero. Di lì, qualche pino con la bruna

testa sorpassa il livello della muraglia, e dondolandosi gravemente

accenna quasi alle miserie che copre. Le gondole scivolano taciturne

tragittando i morti all’estrema dimora, e insieme ad esse sono i

battelli che vanno a Murano, e i _toppi_, che, rivestito il _felze_ di

tela grossolana bianca o turchina, movono verso la meta più lontana

di Burano e Torcello. Ma Murano, ove i nostri vecchi avevano le loro

ville, e Gaspara Stampa veniva a disputare di lettere e di cavalleria

con messer Trifone Gabriello, è ormai diroccata e mezzo deserta. Le

restano, unica ricchezza, le fabbriche di _conterie_ dond’escono i

prodotti appariscenti che adorneranno la persona e la casa delle brune

principesse del Madagascar, del Capo di Buona Speranza e dell’India.

A Torcello la vetusta basilica non vede sotto l’ampia navata che

pochi cenciosi ortolani, e nessun console sale la gradinata, reliquia

dell’antico palazzo pretorio. Il ricevitore dei dazi è forse il più

cospicuo personaggio che si assida talora sulla _sedia d’Attila_.

Anche Burano un tempo era florida e ricca, adesso nei suoi tugurii

cadenti vegeta, stentando la vita, una popolazione di contrabbandieri

e di pescatori. Le giovinette bellissime, dalla chioma e dalla pupilla

nera, logorano gli occhi intrecciando i pizzi che serviranno poi a

fregiare il collo ed il seno delle bellezze cittadinesche, finchè la

più raffinata industria del Belgio e di Francia non faccia cadere

nel dimenticatojo la loro arte gentile. V’era appunto un gruppo di

queste _buranelle_ sedute sui gradini dell’approdo ove misi il piede

a terra insieme a Giannina il giorno successivo alla partenza del

visconte di Serges. Un bianco zendado assicurato intorno alla cintura

si arrovesciava loro sul capo inquadrando l’ovale regolare del viso su

cui le fatiche ed i patimenti avevano segnalo una traccia di vecchiaja

precoce. Una d’esse soltanto, nella freschezza delle carni e nella

grazia spigliata delle movenze, conservava tutto il fascino della sua

età. Poteva avere sedici o diciassett’anni. Teneva sulle ginocchia un

paniere entro il quale andava riordinando alcuni bellissimi merletti.

Appena mi vide si levò in piedi rispettosa e le sue compagne fecero

altrettanto. Indi mi si mise ai fianchi facendo suonare gli zoccoli col

passo breve e affrettato, e sollecitandomi con le curiose inflessioni

del suo dialetto, affinchè mi voltassi e dessi un’occhiata alla sua

mercanzia. — _Che el Signoore la benedissa ela e le soo creatuure_ —

mi disse, quando, per compiacerla, ebbi comperato da lei una piccola

bagattella.

C’internammo per una stradicciuola. Un bottaio stava fuori del suo

negozio ribattendo romorosamente i cerchi ad alcune botti. Di lì a

pochi passi s’allargava una specie di cortile in cui l’erba cresceva

rigogliosa fra pietra e pietra. Ivi dimorava la signora Federica..., la

vedova tedesca presso la quale Gastone aveva lasciato sua figlia.

La signora Federica ci aprì la porta ella stessa e si presentò sul

pianerottolo. Ella era di statura assai bassa, aveva in testa una

cuffia con nastri verdi, e indossava un vestito di lana nera su cui

spiccava un grembiale bianchissimo. La casa pareva pulita e piccina

come la sua persona. Nel farcene gli onori, la signora Federica

montava ogni momento o sopra una sedia o sopra un panchettino, ora per

rassettare un quadro che non le paresse perfettamente in linea, ora per

soffiar via qualche granellino di polvere che si fosse posato sopra un

mobile.

— Non si può mai fidarsi della gente di servizio — ella disse

introducendomi in un salotto, a un angolo del quale si trovava

un’uccelliera piena di canarini. E rivoltasi a loro che facevano uno

strepito indiavolato, agitò con piglio minaccioso il fazzoletto, e

gridò come farebbe un maestro di scuola agli alunni: — Tacete! tacete!

— Indi soggiunse ripigliando il discorso meco: — Il signor capitano

ci aveva avvertito che una signora verrebbe a veder la bambina, ma non

sapevamo l’ora. Se no, ci sarebbe stato più ordine.

E poichè io le dicevo che dal lato dell’ordine non c’era nulla da

desiderare: — Oh mi canzona — rispose — dovrebb’essere ben altra cosa.

A ogni modo, dacchè son rimasta vedova, non c’è tanto male. Ma con quei

benedetti uomini non c’era caso di evitar la confusione.

Posto così in rilievo un lato buono della vedovanza, si fermò gridando:

Maria! Maria!

— Eccomi! — saltò a dire una voce fresca e squillante, e l’uscio d’una

stanza contigua si aprì subitamente.

— Ah! È la signora — osservò la nuova venuta, arrossendo.

— E la bimba? — chiesi.

— Dorme — ella rispose — vuol vederla subito?

A un mio cenno, ella m’introdusse pian pianino nella camera, mentre

Giannina rimase nel salotto con la signora Federica.

— Pianse quasi tutta la notte chiamando il suo papà — soggiunse la

ragazza, e intanto tirò i cordoni delle tendine per far entrare un po’

di luce.

— Povera piccina! E lo sa che è partito? — chiesi avvicinandomi alla

cuna.

In quella un cagnolino di lungo e folto pelo color caffè e latte si

levò con moto subitaneo da un suo giaciglio composto di stracci, e mi

venne incontro con fare poco amichevole e con gran volontà di guaire se

i gesti imperiosi di Maria non lo avessero trattenuto.

— Si figuri — rispose Maria. — Ha tre anni soli, ma è così

intelligente! Il capitano iersera venne a svegliarla, e se la tenne in

braccio per un’oretta. Le disse che non si sarebbero visti per qualche

giorno, ma ch’egli sarebbe tornato portandole di sì belle cose, e

ch’ella intanto fosse buona e accogliesse bene una signora che sarebbe

venuta a trovarla e facesse conto che la fosse la sua mamma. Non so

che cosa la bimba abbia capito; ma piangeva, e così piangeva lui, e non

potevo fare a meno di piangere anch’io....

Mentre Maria parlava a bassa voce, io m’ero chinata sulla cuna entro la

quale dormiva Fanny. Oh la gentile creatura! I capelli biondi, crespi,

finissimi, incorniciavano una testina mirabilmente proporzionata;

sotto il velo sottile delle palpebre rosee s’indovinava l’azzurro degli

occhi; le labbra socchiuse lasciavano veder due file di bianchissimi

denti: un braccio, che pareva fatto col torno, era steso, ignudo, sopra

la coltre; l’altro si ripiegava sotto il capo.

— Com’è bella! — non potei a meno di esclamare.

— Altro che bella! — disse la signora Federica, che non aveva saputo

resistere al desiderio di prender parte alla conversazione ed era

entrata nella camera tirandosi dietro Giannina. — Dica addirittura ch’è

un amore.... Mah!... Avrei voluto anch’io avere una bimba così. Però,

dopo che mi sono sconciata una volta al tempo del primo marito, non

ebbi più figli. Adesso che son rimasta vedova per la seconda volta,

bisogna rinunciarvi. Un terzo marito non lo voglio.

E si capiva che non lo volesse; quello che non si sarebbe capito è che

altri avesse voluto lei.

Intanto il cagnolino, che, con un salto era balzato sopra una sedia a

guardia della cuna, dimenava la coda e mugolava sommessamente.

— E la madre l’avete conosciuta? — chiesi a Maria.

— Non l’ho mica vista, io — ella rispose — mi dicono che somigliasse a

Fanny.

Era così bella! pensai fra me e me, e questo pensiero mi diede noia.

— Il capitano — soggiunsi — amava molto la bimba?

— Oh quanto! Veniva a vederla spessissimo e non c’era volta che non

avesse le tasche piene di chicchi e di ninnoli. E se la prendeva sulle

ginocchia, e la mangiava coi baci, parlandole per lo più in francese,

tantochè io non ne capivo sillaba. Tuttavia non mi sono mai potuta

persuadere d’una cosa, ed è ch’egli non volesse uscir nemmeno una volta

con la cara fanciulla che se ne sarebbe fatta una festa.

— Oh! gli uomini — interruppe la signora Federica — non rinunziano

alla loro libertà per tutto l’oro del mondo. Bisogna conoscerli gli

uomini — continuò la savia femmina; — ed io ch’ebbi due mariti, li

ho conosciuti. — Ciò detto, ella mi si fece vicino, e mi chiese il

permesso di togliermi dal vestito due o tre fili bianchi, operazione

ch’ella eseguì assai delicatamente tra le punte del pollice e

dell’indice.

— A momenti si sveglia — disse Maria.

— Ma! — sclamò la signora Federica — anche lei, povera creatura,

comincia presto a patire. Dicono che sia una gran signora, ma intanto

non ha mamma, e al padre chi sa che malanni gli capitano con questa

brutta guerra. Spacciavano qualche anno fa che tutto era finito, che

tutti andavano d’accordo, e, posso giurarlo, non c’era che Gaetano,

il mio secondo marito, buon’anima, il quale ripeteva sempre: Vedrai,

Federica, che si tornano a pigliar per i capelli. Gaetano è morto, ma

la sua profezia si è avverata, ed egli, che ci teneva a indovinar le

cose, ne avrebbe gusto.... Oh guardi, guardi, la si sveglia davvero.

Infatti la bambina alzò alquanto il braccio destro e portò la mano

istintivamente sugli occhi; i suoi labbretti si aprirono a un lungo

sbadiglio, e le palpebre, sollevandosi a poco a poco, lasciarono

scorgere due belle pupille azzurre, che si fisavano con sorpresa sopra

di me.

— Voglio Maria — furono le sue prime parole dette in tuono piagnucoloso

e con una leggera inflessione francese.

Però i suoi pensieri presero subito un altro corso, e la sua voce

divenne ilare e gaia sclamando: — _Ah! Café-au-lait, tu est ici, petit

fripon._

_Café-au-lait_, così chiamato a cagione del suo colore, non era altro

che il cagnolino di nostra conoscenza, il quale, appena s’accorse che

Fanny era svegliata, saltò sul suo letticciuolo e si mise a leccarla

e a farle ogni sorta di vezzi. Indi la bestiuola si cacciò sotto le

coltri fra le risate della bimba, e vi si ravvoltolò dentro pazzamente

lasciando tutta scoperta la bella creaturina, che pareva un bocciuolo

di rosa.

— Su, su, Fanny — disse Maria prendendo in braccio la fanciulla ormai

riluttante e desiderosa piuttosto di giuocare col cagnolino che di

alzarsi. Allora _Café-au-lait_ si ricordò delle due persone estranee

che si trovavano nella camera, e ci abbaiò contro con tutta la forza

de’ suoi polmoni, veramente formidabili in un sì tenue corpicciuolo.

— Brutta bestia! — gridò la signora Federica. — Eh! se non fosse il

grande amore che ho per quel tesoretto lì — e accennava a Fanny — non

vorrei nemmeno per sogno che si tenessero cani in questa casa.

Giannina, che aveva poca confidenza coi cani, ed era in quel giorno di

pessimo umore, s’era ritirata in un canto, ma io, più ardita, m’ero

fatta presso il petulante animale, e non avevo tardato a domarlo con

dei pezzettini di zucchero candito ch’egli franse tra i denti con

inesprimibile soddisfazione.

E ciò valse a conciliarmi l’animo di Fanny meglio assai di tutte le

parlate, che, vestendola, lo aveva fatto Maria affine di persuaderla a

darmi un bacio.

Fanny aveva un gonnellino rosa. I suoi capelli, non ancora lunghi

abbastanza da essere raccolti in treccia, le ondulavano liberi sul

capo, ricadendole spesso con vago disordine sulla fronte e sugli occhi.

Rendevano immagine di quelle nuvolette d’oro che circondano il sole al

tramonto.

Nel veder _Café-au-lait_ che scherzava meco e mi porgeva amichevolmente

la zampa, ella si avvicinò e consentì a ricevere da me un bacio sulla

fronte e un confetto in bocca. Senonchè, quando Maria le replicò ch’io

ero la signora di cui il suo babbo le aveva parlato la sera innanzi, si

rifece scura e si mise a piangere e a chiamare: — Papà! papà!

— Sta zitta, Fanny — le diss’io prendendola in braccio e baciandola. —

Il papà tornerà presto.

— Fosse pur vero — bisbigliò sommessa la signora Federica, scrollando

il capo in tuono di sfiducia.

Ma la fanciulla non acchetavasi a verun patto, respingeva Maria,

rifiutava le carezze di _Café-au-lait_, che ne era grandemente

mortificato, e voleva a ogni costo che la si conducesse alla finestra

dicendo: — Il babbo viene di là.

— Benedetta creatura! — esclamò Maria. — È la solita fissazione.

Quantunque il capitano non venisse nè tutti i giorni, nè ad ora

determinata, ella non aveva mai pace s’io non sedevo a ogni momento a

questa finestra tenendo lei sulle ginocchia. E come sentiva da lungi il

suo passo! Fosse freddo o caldo, sole o pioggia, ella voleva spalancar

le invetriate e spingendosi fuori con la testa agitava le sue manine

e gridava: — Papà! papà! — mentre _Café-au-lait_ girando su e già pel

davanzale dimenava la coda e guaiva di contentezza. E adesso sta a

vedere che cosa accadrà.

— Le è entrata proprio in simpatia! — gridò la signora Federica,

congiungendo le palme in atto di lieta sorpresa. — Perchè anche i

bambini hanno le loro simpatie e antipatie come le persone adulte. Io,

per esempio, sono sicura di non essere nelle sue grazie.

E per averne una prova, si avanzò verso la bambina a braccia aperte.

Nè l’effetto fu contrario all’aspettazione, chè Fanny, vedendosi venir

addosso quella specie di molino a vento, strillò più forte che mai, e

si rannicchiò tutta.

— Lo vede? — disse la signora Federica. — Coi bimbi non ci ho mai

trovato il verso. Sarà forse per questo che non ne ho avuti.

Per quel giorno mi ristrinsi ad accattivarmi la benevolenza di Fanny e

del suo indivisibile _Café-au-lait_, e vi riuscii più presto che non

fosse da attendersi. L’intimità sarebbe venuta poi. Come pure avrei

poscia maturato meglio un’altra idea. Padrona dei fatti miei come io

m’ero, nulla mi vietava di prendere addirittura Fanny in casa mia.

Gastone non m’aveva chiesto tanto, è ben vero, ma che perciò? Non gli

avevo io promesso che la sua figliuola sarebbe stata come una figliuola

mia, ch’io l’avrei custodita come si custodisce un tesoro fino al

giorno in cui egli me l’avesse ridomandata, oppure (non volevo nemmeno

pensarvi) altri si fosse presentato a chiedermela in nome suo?

Il quaderno della zia · 第 16 / 29 题