— Non è una storia lieta, o Maddalena, quella ch’io sono per
raccontarvi — cominciò il capitano — non è nemmeno una di quelle storie
che si narrino solitamente alle giovanette. Pure, come potrei ricorrere
alla vostra bontà, dissimulando il vero o dicendolo a mezzo?
Quattro anni fa, io ero di guarnigione in Verona. Ero giovane, allegro,
e, sotto alcuni rispetti, assai poco scrupoloso. Venivo di Spagna, ove
avevo durato fatiche e corso pericoli senza numero, e non mi pareva
vero di occupare ormai negli spassi galanti il tempo ch’io avevo
impiegato fino allora ad ammazzare e a rischiar di farmi ammazzare.
Menai una vita dissipata, che non intendo descrivervi e della quale
non ho punto ragione di andar superbo. Tuttavia le mie avventure nel
mondo elegante non ebbero altre conseguenze che di qualche colpo di
sciabola dato o ricevuto, ciocchè per un militare si chiama uscirne
assai a buon mercato. Gl’imbarazzi dovevano nascere ov’io me li sarei
meno aspettati. Dimorava vicino alla casa ov’io ero d’alloggio una
fanciulla del popolo, orfana d’ambo i genitori, e rimasta in cura
a due lontani parenti, marito e moglie, gente senza pudore e senza
coscienza. Ella era bellissima, e aveva inoltre un fare ingenuo e
verginale che contrastava singolarmente con la sfacciataggine de’ suoi
_ospiti._ Appariva manifesto che quegli sciagurati miravano a trar
partito dall’avvenenza di lei, e poich’ella non s’acconciava ai loro
voleri, le facevano subire mille maltrattamenti. La poveretta andava
ogni mattina al suo lavoro cogli occhi gonfii di lagrime, e ne tornava
ogni sera con lo sgomento dipinto sul viso, per gli amari rimbrotti,
per le ciniche proposte che l’attendevano nel tetto domestico. Pur nè
i segni del pianto, nè l’ansietà che corrugava la sua fronte di sedici
anni toglievano alla sua bellezza. O piuttosto anzi ell’era, nella sua
malinconia, più seducente. Accadde una volta ch’io sentissi scagliarsi
un nugolo d’impropérii contro la giovinetta, nè questa era cosa nuova.
Però agl’improperii successero le minaccie, e udii, o mi parve, la voce
della fanciulla che chiamava aiuto. Obbedendo agl’impulsi dell’umanità,
fui d’un salto in istrada, non ebbi che a spinger con forza la porta
contigua alla mia, e fatto pochi gradini di legno, mi trovai in una
stanza sudicia e affumicata, ove un omaccione teneva per ambe le
braccia l’Emilia (era questo il nome della ragazza), mentre una donna
piuttosto attempata, dall’aspetto di megèra, le menava spietatamente
schiaffi e pugni sul viso. Un bellimbusto tutto odorato di muschio se
ne stava in un angolo, dicendo con voce melliflua e sottile: — Fate
piano, è meglio andar con le buone. — Al mio comparire il giovinotto
se la svignò rapidissimo, e i degni coniugi lasciarono la loro vittima
e rimasero immobili, allibiti. Non so che sarebbe accaduto di loro
se la fanciulla, rasciugandosi la bocca sanguinolenta, non si fosse
interposta, e non mi avesse scongiurato di risparmiarli. Tuttavia non
mi mossi di là senz’aver prima dichiarato che al rinnovellarsi di
una scena simile le cose non sarebbero passate sì lisce, e che chi
avesse posto le mani addosso all’Emilia l’avrebbe avuta da far con
me. Sotto l’aspetto contrito delle due creature abbiette e vilissime
che mostravano di non aver più sangue nelle vene per la paura, si
sarebbe forse potuto scorgere un risolino beffardo, a cui allora
non posi mente, ma che mi tornò poscia più volte al pensiero come
il presagio di ciò che doveva succedere. L’istinto perverso rendeva
indovine quelle anime prave. L’ufficiale apparso così in buon punto
come nemico avrebbe finito coll’essere un efficace alleato. Ciò che
essi volevano che avvenisse della loro Emilia, sarebbe avvenuto. Io
credevo di averla salvata e l’avevo perduta.... Non fu d’altri, fu mia.
Con che arti ingannassi la sua buona fede, con che menzognere promesse
vincessi la sua ritrosia, io non ve lo dirò, o Maddalena. Ho già troppo
parlato. La è una brutta pagina della mia vita, nè il seguito della mia
narrazione basterà a scancellarla. La fanciulla aveva un presentimento
della sua caduta; pur non disperava ancora di me, pur non sapeva
ancor persuadersi che l’uomo il quale l’aveva difesa contro coloro che
volevano trascinarla alla colpa, ve l’avesse trascinata egli stesso per
lasciarla nel fango.
Affrettiamo il racconto. Quando, irresistibile come la marea che sale,
il tedio andava impadronendosi di me, ella mi disse che si sentiva
madre. Nel darmi questa nuova il suo sguardo dolce e profondo mi
ricercò con sì trepida ansietà i moti del volto ch’io seppi nascondere
l’impressione sgradita che la sue parole mi avevano fatto, e volsi il
discorso alle cure che le erano imposte dalla sua nuova condizione.
E, invero, ella era ormai gracilissima, e, se non l’affetto, l’umanità
voleva che le si usasse ogni cortese riguardo. Malcontento di me, ora
per aver cominciato quella tresca, ora per non averla saputa finire
a tempo, io vedevo che un pensiero le logorava la vita, il pensiero
dell’avvenire serbato alla sua creatura. Nè io ero in grado di darle
quei conforti, che, soli, sarebbero riusciti efficaci. Per sottrarmi
alle noie de’ suoi venali parenti avevo un mezzo infallibile, per
consolar lei avrei dovuto parlarle d’un amore che più non sentivo,
rinnovarle promesse, che, a mente fredda, mi sarebbero sembrate
ipocrisie imperdonabili. Le mezze virtù, o Maddalena, di rado ispirano
qualche cosa di buono, e quando non si sappia essere onesti davvero
poco frutta non voler essere ipocriti....
E la povera Emilia, di mano in mano che si avvicinava il giorno che
avrebbe posto il suggello alla sua vergogna, diveniva più inquieta,
più angosciata; strani terrori le assalivano lo spirito; tutte le
sue antiche ritrosie di fanciulla, tutti quegli istinti pudichi che
l’avevano difesa sì a lungo contro le insidie de’ suoi turpi congiunti,
e ch’io avevo saputo vincere con fallaci lusinghe, si ridestavano
adesso più gagliardi che mai. Erano stati un tempo il suo tesoro,
erano adesso il suo tormento. Invano io le avevo promesso che il suo
bambino non le sarebbe stato tolto dal fianco, che nè a lei, nè ad esso
alcuna cosa sarebbe mancata; invano avevo tentato di farle brillare
dinanzi agli occhi il sogno d’un tranquillo avvenire. Accasciata, con
le braccia intrecciate, con le pupille fise a terra senza lagrime,
la si sarebbe detta la statua della desolazione. Così affievolita di
membra e di spirito, ella subì la prova fatale a tante donne. Quando
fui chiamato al suo letto, vidi una gracile creaturina che dormiva
entro una cuna, e lei, quella Emilia già così florida e bella, ridotta
del color della cenere e coi segni della morte sul viso. Ebbene,
o Maddalena, la morte io l’avevo vista mille volte sul campo senza
sgomento, l’avevo recata io stesso con la mia spada senza rimorso,
ma vederla su quella faccia innocente, su quella fronte ond’io avevo
macchiato il candore, ma pensare che quella tragedia si compiva per
cagion mia, era tal cosa da soverchiar le mie forze. Mi chinai sul suo
guanciale, baciai le sue labbra ardenti dalla febbre, e in mezzo alle
lagrime le chiesi che potessi fare per espiar la mia colpa. Ed ella,
già così timida, ella che non mi aveva mai chiesto nulla al mondo, resa
audace dal fuggir della vita: — Oh Gastone — esclamò — se è vero che mi
avete voluto bene — salvatemi dalla collera del Signore, date un nome
a quella povera innocente della vostra figliuola;.... fra poche ore
sarete libero nuovamente.... sposatemi....
Trasognato mi guardai intorno. Non v’era che il medico in un canto,
il quale fece un gesto che voleva dire: — Accontentatela, ella muore.
— La richiesta che mi sarebbe parsa folle in altro momento, e a cui,
lo confesso, non avrei risposto che scrollando le spalle se Emilia
mi fosse stata davanti vegeta e sana, pronunciata in quell’ora, in
quel luogo, mi suonò nell’anima come una voce più che terrena, scosse
ogni mia fibra, domò ogni mia forza di resistenza, e il cinico don
Giovanni d’un tempo non sentì che il bisogno di riparare al suo
fallo. Abbreviamo una scena straziante. Prima di sera le formalità
necessarie furono compiute, prima di sera Emilia fu mia sposa, prima
di sera morì con un sorriso beato sul labbro, e pregando che l’anello
nuziale scendesse con lei nella tomba. Ma il matrimonio doveva rimaner
segreto, e rimase. Noi uomini siam fatti così. La mia colpa, o, come
la chiamavano i miei camerati, la mia buona fortuna fu nota a tutti;
nessuno, all’infuori del medico e del mio colonnello (che oggi è in
Ispagna), seppe in qual modo io avessi tentato lavarne la macchia.
Nessuno suppose che alla povera popolana, divenuta madre a prezzo
della sua vita, io avessi dato il mio nome, nessuno suppose che la
creatura nata da lei non avesse accresciuto il numero dei trovatelli.
Compiangetemi, o Maddalena. Non avevo avuto rossore del vizio, avevo
rossore della virtù.
— Voi siete un nobile cuore, o Gastone — io interruppi. — Se non aveste
il coraggio di confessare il bene, aveste quello, assai più efficace,
di farlo.
Egli non mi rispose, e continuò. — In quartiere mi dicevano:
l’avventura è finita un po’ tragicamente. Bisognava troncarla prima.
— E qualcheduno soggiungeva: — Con queste benedette artigianelle
non bisogna ingerirsi. Nell’_alta società_ sanno più il viver del
mondo, e non ci si attaccano ai panni in questa maniera. — Ma poi
ripigliavano tutti in coro: — A ogni modo son cose che nascono, e
non bisogna poi darsi alla disperazione per così poco. — Io proibii
che mi si discorresse mai più di questa faccenda, e poichè non la si
voleva terminare, con un bel duello imposi silenzio ai motteggiatori.
— Corsero più mesi prima che si risvegliasse in me il sentimento della
paternità. Fanny (la si era battezzata con questo nome) mi ricordava
un episodio che io avrei voluto dimenticare, e oltreacciò ella era
il punto debole del mio segreto, ella era destinata a rivelare quella
che mi pareva a vicenda una generosità e una debolezza. Perciò io la
guardai per qualche tempo con una freddezza non scevra di dispetto, e
le mie visite alla casa ov’io l’avevo affidata alle cure di una buona
nutrice erano scarse, brevi, furtive. Tuttavia, di mano in mano ch’ella
cresceva e mi sembrava che le sue labbra cominciassero a sorridere, e i
suoi occhietti a fissarsi sopra di me in atto di conoscermi, un potere
irresistibile mi richiamava più spesso vicino a lei. Avevo tentato di
riprendere la mia vita elegante, e non c’ero riuscito che a mezzo. A
riempire il vuoto del mio cuore, a dissipare il tedio del mio spirito,
a poco a poco non c’era per me che una via: andare dalla piccola
Fanny. Qualche volta, a metà d’una festa, oppresso, infastidito, io
lasciavo improvvisamente la sala, e correvo alla modesta dimora della
mia bambina. Queste mie visite notturne non disturbavano nessuno; io
avevo la chiave di casa, entravo per lo più non inteso, non visto.
Mi assidevo presso alla sua cuna, porgevo l’orecchio al suo lieve
respiro, contemplavo in silenzio il suo volto leggiadro rischiarato
dai raggi incerti e tremolanti d’un lumicino da notte. Indi, deposto
un bacio sulla sua fronte serena, uscivo più tranquillo, più calmo.
Mi pareva come d’aver preso una boccata d’aria pura. Che cosa v’è di
bello nell’aria? Nulla, ma s’ella manca, si muore. Così, fra il lezzo
di passioni e di piaceri volgari, l’anima affoga se non la ricrea un
affetto casto e verecondo. Malgrado di ciò, credete voi forse ch’io
abbia scacciato lungi da me i falsi ritegni? Ch’io abbia finalmente
sollevato il velo che copriva quella parte della mia storia? No, o
Maddalena. Alla luce di cento doppieri si entra nell’alcova della
cortigiana; nell’ombra della notte, calcandosi in testa il cappello,
e avvolgendosi il ferraiuolo intorno alla persona, si move verso la
culla della propria figliuola. L’ordine di trasferirmi a Venezia col
mio reggimento venne in buon punto per istornar le ricerche de’ miei
conoscenti di Verona, che avevano già cominciato a sospettare di
qualche cosa. Fanny, che aveva passato l’anno ed era già svezzata, mi
seguì con la sua nutrice, che, giunta qui, licenziai per sostituirle
una giovane assai buona e amorevole, che ho ragion di credere non
sappia nemmeno esattamente il mio nome. Trovai alloggio alla mia
bambina in un sito remoto di Venezia presso una vedova tedesca,
la quale vive da sola, e così da circa due anni, visitandola quasi
ogni giorno, me la vidi crescer vicino, e diventar sempre più bella,
e gioconda, e necessaria alla mia felicità. Anche qui ebbi aperte
tutte le porte dell’aristocrazia, anche qui cominciai a slanciarmi
nelle facili avventure. Fatica gettata! La calma del mio spirito se
n’era ita, o, per meglio dire, io non la ritrovavo che presso alla
mia bambina. Ora voi capite, Maddalena, con che animo io sentissi le
voci di guerra che tornavano a spargersi. Fui sorpreso sulle prime di
trovarmi così dissimile da quel ch’io m’ero una volta, quando, come il
cavallo allo squillar delle trombe, io fremevo di gioia all’avvicinarsi
del pericolo. Fui sorpreso di non sentirmi più nè acceso dall’amor
della gloria, nè infiammato dai sogni dell’ambizione. Altri pensieri,
altre cure. In fondo al mio cuore, mal noto a sè stesso, s’era andato
formando a poco a poco un nuovo ideale, l’ideale cioè d’una vita
tranquilla in cui potessi godere le gioie modeste che a tanta parte
degli uomini son pure concesse. Ed ecco lacerarsi la tela delle mie
fantasie. Eccomi slanciato in alto mare quando avevo più bisogno del
porto. E, innanzi tutto, potete crederlo, la mia mente corse a Fanny.
Che avverrebbe di lei? A chi affidarla? E, ve lo giuro, stetti a luogo
perplesso, s’io non dovessi scrivere a mia madre, dirle tutta quanta
la verità, e consegnare a lei la bambina. Non seppi risolvermivi
senz’aver prima fatto un altro tentativo. Il giorno, in cui mia madre
saprà tutto, sarà un gran dolore per lei; non voglio che questo dolore
si aggiunga a quello che sarà già gravissimo di sapermi partito per
una nuova campagna. Oltreacciò, io non so se sarebbe prudente di
avventurare oggi a un lungo viaggio la fanciulletta, di farle cambiare
abitudini, mentre non è peranco impossibile ch’io ritorni, e vinti gli
scrupoli vergognosi e ridicoli, mi sia dato prenderla meco e provvedere
io stesso alla sua educazione. Or bene, quand’ebbi accolta l’idea di
lasciar Fanny per ora in Venezia, pensai che una sola persona potrebbe
vigilarla con affetto di sorella e di madre, una persona che io avevo
veduta cercar nelle cure affettuose verso l’infanzia un conforto
all’isolamento del suo cuore. Quella persona siete voi, o Maddalena,
voi sola. Come una brillante fantasmagoria si è dileguato tutto il
resto che mi era parso bello in Venezia; voi siete rimasta. E io
supplico voi, non già che prendiate in casa vostra la piccola Fanny,
chè dov’ella è può rimanere, e le ho già pagato la pensione di un anno;
ma che non isdegniate di vederla sovente, d’invigilarla, di farmene
avere, fin che sia possibile, le nuove, di tenerle viva la memoria
di suo padre.... E vi supplico anche che udiate oggi questi miei
desiderii che forse saranno gli ultimi. Due cose possono accadere, o
Maddalena. O che, chiamata ad altri destini prima del mio ritorno, voi
dobbiate pensare ad una famiglia vostra, nè certo Fanny può essere un
ostacolo alla vostra felicità; oppure che io muoia.... Non vi turbate,
amica mia. Chi va alla guerra deve aspettarselo. Ma sì nell’uno che
nell’altro caso bramo che Fanny sia restituita ai miei. Nel piego che
vi lascio è una lettera pel mio notaio, la quale contiene la fede di
nascita della fanciulla, il certificato del mio matrimonio e il mio
testamento, in cui nomino erede Fanny della maggior parte della mia
sostanza. Maddalena, per quello che avete di più caro al mondo, non mi
negate ciò che imploro da voi. Ditemi che, finchè non sarete stretta da
più sacri doveri, o finchè non vi giunga la notizia della mia morte,
voi non priverete Fanny delle vostre cura pietose, e che quand’anche
accadesse uno dei due fatti pei quali dovreste spedire la lettera al
suo indirizzo, non vi scosterete dalla povera orfana finch’ella non sia
in altre mani fidate.
Com’ebbe conchiuso il suo dire, Gastone stette immobile a guardarmi
in atto di trepida aspettazione. Il battito delle sue tempia rendeva
testimonianza dell’ansietà del suo animo.
Non saprei esprimere ciò ch’io avessi provato durante questo racconto.
Perchè negarlo? Fu in principio una specie di disinganno, fu qualche
cosa di diverso da quello ch’io m’aspettavo; ma a poco a poco mi parve
come se il mio affetto per Gastone andasse via via sgombrandosi di
tutto ciò che non era casto e purissimo, e, invece della tempesta
presunta, sentii corrermi le fibre una mite e dolce emozione. E fu
appunto questa emozione così nuova e inattesa che mi tenne perplessa
un momento, quantunque io fossi già vinta prima ch’egli terminasse. Ma
fu una sospensione di pochi secondi, ed esclamai vivamente; porgendo la
mano a Gastone — Accetto.
Non dimenticherò mai com’egli si trasfigurasse a queste parole. Quando
un soffio improvviso spazza le nubi che velano il sole, l’effetto non
è più rapido e subitaneo. Io avevo dinnanzi a me un altr’uomo. La sua
fronte si era spianata, i suoi occhi erano inondati di lagrime, ma
traverso quelle lagrime sfavillava la gioia.
Mentre in una mano egli teneva stretta la mia, tolse con l’altra di
tasca un grosso piego, e me lo consegnò, dicendomi: — Ecco qui, o
Maddalena, la storia de’ miei ultimi anni. Uditemi, non ho che un
desiderio, e potete credermi, poichè è un momento solenne questo in cui
parlo, non ho che un desiderio, ed è quello di poter provarvi un giorno
quanto sia grande la mia riconoscenza.... Se la sorte mi concede di
venir io stesso a ridomandarvi il mio sacro deposito, voi lo saprete
allora, o buona, o soave Maddalena.... Oggi io non sono padrone del
domani, oggi non ho diritto nè di fare, nè di chieder promesse....
Era troppo. In quegli accenti v’era una dolcezza quale io non avevo
ancora, nonchè sentita, immaginata nel mondo. Era una speranza che
illuminava per me tutto l’avvenire.
— Oh Gastone! — sclamai con voce rotta dai singhiozzi. — Non parlate
così, non parlate così. Giurarvi fede sino alla tomba, oltre alla
tomba, esser vostra a malgrado della distanza, a malgrado del tempo,
sarebbe troppa felicità. Ma non è, non può essere che un sogno.... Ben
altri cuori palpiteranno per voi, ben altri occhi lagrimeranno durante
la vostra assenza.....
— Nessun cuore come il tuo, nessuna pupilla come la tua casta e amorosa
— egli proruppe, cingendomi delle sue braccia e baciandomi in fronte.
Fu un secondo, fu un minuto, fu un’ora? Non so. So che quel bacio
l’ho qui, che lo sento ancora fra le rughe della mia fronte, so che
nell’anima mi echeggia ancora la musica della sua voce.
. . . . . . .
La giornata piegava al suo termine. Era giunto il momento di
separarsi. Gastone partiva quella sera medesima. Egli mi diede l’esatta
indicazione della casa in cui albergava sua figlia; quindi, nel prender
commiato, mi chiese: — Non volete ch’io porti meco un ricordo vostro?
In uno dei vasi ch’io tenevo nel mio salotto, erano due bianche camelie
appena sbocciate. Ne svelsi una e gliela offersi.
Egli la baciò e la nascose nel petto. Disse poi: — Lasciate ch’io
spicchi l’altra — e com’ebbi assentito alla sua domanda: — Questa
tenetela per memoria mia; e così, in questo salotto medesimo, ci sia
dato mostrarci ancora le due camelie appassite, prima che la nostra
pianta nuovamente fiorisca.
Fece un moto rapido della persona, scosse il capo come a scacciarne
i tristi pensieri, e riacquistala tutta la marziale imponenza
dell’aspetto: — Addio, Maddalena — egli esclamò — io m’affido in voi, e
il cielo vi benedica.
La sciabola urtando sul pavimento mandò un suono stridulo, l’uscio si
richiuse, la cara visione scomparve. Volevo parlare, volevo corrergli
dietro, volevo dirgli un’altra volta che per meritarmi il suo amore
avrei data la vita, ma le mie forze erano stremate, e caddi sopra una
sedia. Quando mi risentii, vidi Giannina curvata sopra di me.
— Padroncina — ella disse — si sente male?
— Oh buona Giannina! — proruppi gettandole le braccia al collo — Io
non credevo che si potesse essere a un tempo così felici e così miseri
com’io sono in questo momento. Egli è partito.... forse non lo vedrò
più.... ma mi ama, e mi ha confidato la cosa più sacra ch’egli abbia al
mondo.... sua figlia.
In quel punto mi si annunziò un servo di mia madre.
— Sua Eccellenza la signora Lucietta — disse il nuovo venuto — mi manda
a chiederle s’ella avesse una camelia bianca da darle pel teatro di
questa sera.
Una camelia bianca! Ce n’era una, ma ell’era sul mio seno, custodita
ormai come una sacra reliquia, e le mie mani corsero al luogo ov’io
l’avevo nascosta, quasi per tema che si volesse rapirmela. E mi parve
che i suoi freddi petali ardessero in quel momento come il cuore di cui
sentivano i battiti.
. . . . . . .