Mi ha sempre colpito come una prova delle dovizie accumulate dai
Veneziani la indifferenza con la quale essi costruivano i loro palazzi
nelle parti più remote della città, lungo le stradicciuole e i canali
ove l’angustia dello spazio non consentiva nemmeno di apprezzare il
lavoro dell’architetto. Il forestiero, che percorre in gondola il
_Canalazzo_ e rimane abbagliato da quella successione meravigliosa di
monumenti, non può ancora formarsi una giusta idea della quantità e
della ricchezza dei marmi profusi su queste isolette, nei tempi antichi
povero asilo di pescatori.
Il palazzo ove noi abitavamo, non era certo tra i più belli di Venezia.
Tuttavia esso era vasto e grandioso, e la facciata che dava sopra uno
de’ nostri _rii_ aveva al primo piano un ampio terrazzo nel mezzo,
su cui si aprivano i cinque finestroni della sala, e tre terrazzini
per parte, che rispondevano ad altrettante stanze e ciascuno dei
quali abbracciava due finestre. Il piano superiore aveva la medesima
disposizione; solo vi mancavano i terrazzini. La cornice che compiva
la facciata era sopraccarica d’ornamenti, e l’architetto più ricco di
fantasia che di buon gusto aveva voluto farvi tagliare nel marmo teste
di mostri, canestri di frutta e di fiori, trofei, e roba simile. Il
terrazzo del primo piano figurava poi d’esser sorretto da sei cariatidi
sotto le quali si spalancava l’immenso portone dell’approdo, sormontato
dallo stemma della famiglia. Ebbene; fin da quando ero bambina,
mi faceva l’effetto che da tutta questa mole si levasse un grido
affannoso: _aria e luce!_ Non potevo scendere in gondola e guardare io
su senza provar compassione per quelle cariatidi a cui non giungeva
un raggio di sole, per quelle finestre che a considerarne l’ampiezza
parevano destinate a consentire allo sguardo immensi orizzonti, e che
invece non avevano dinanzi a sè che un cumulo di tugurî accavallati
gli uni sugli altri, sucidi, poveri, cadenti, e una _fondamenta_
larga forse due braccia, spalleggiata da un muricciuolo sconnesso. E,
di giorno, nulla in verità m’invitava ad affacciarmi alla finestra.
Bisogna però convenire che la sera tutto cambiava d’aspetto. La scena
si cingeva d’un’attrattiva misteriosa. Il tremolìo delle stelle nella
sottile striscia di firmamento concessa alla vista dalle due file di
case che correvano parallele lungo il canale, il silenzio dell’ora
rotto soltanto dallo scivolar d’una gondola o dalla misurata cadenza di
un passante invisibile che percorreva la _fondamenta_ o attraversava il
ponte vicino, e di tratto in tratto ad una finestra un lume improvviso,
una voce ripercossa da quella massa ciclopica di fabbricati, oppure,
nelle sere di luna, uno sprazzo argentino sopra la vetriata d’un terzo
piano, creavano un insieme che offriva largo pascolo alla fantasia.
Oggi, signori miei, il gas ha tutto sciupato. Chi gusterà mai più la
poesia notturna di un rio se un petulante fanale dichiara guerra alla
luna e impedisce allo sguardo abbagliato di riposarsi nel mite chiaror
delle stelle?
La mattina del 29 novembre 1807 era, benchè fossimo così innanzi
nella stagione, mite e serena, e io potei starmene un paio d’ore nel
terrazzino a godere del movimento insolito che regnava nel _rio_ e
nella _fondamenta_ dirimpetto. (Non c’è bisogno di rammentare che noi
Veneziani diamo il nome di _fondamenta_ alle strade che, fiancheggiate
da un lato da case, hanno dall’altro lato un canale). Nelle prime
ore vi fu un passaggio interminabile di barche, molte delle quali
scoperte, bizzarramente ornate e piene d’uomini e di donne in vestito
di gala; poi, fino al mezzogiorno, una furia di popolo che traversava
il ponte e si dirigeva verso San Marco. Tre colpi di cannone tirati dal
vascello ammiraglio e il suono a doppio delle campane della basilica di
San Francesco della Vigna, di San Geremia e dei Frari, annunziarono,
secondo l’avviso già pubblicato il 26 dal podestà Renier, il momento
dell’imbarco delle autorità alla _Piazzetta_. Indi a poco la contrada
si fece silenziosa e deserta. Ad affacciarsi alle finestre pareva di
essere in una città incantata. Non il susurro d’un remo, non un passo
d’uomo, non l’alito d’una mosca. Se qualche volto umano compariva
dietro le vetrate delle case circostanti, era senza dubbio un volto
pallido, malaticcio, di persona tenuta a forza lì dentro. Se ad ogni
mezz’ora una figura si disegnava dietro il parapetto d’un ponte, era
qualche vecchierella che non s’era sentito il coraggio di cacciarsi
in mezzo alla folla, o che serbava fede all’antica Repubblica. Suonò
il vespero, e alcuni colombi del vicinato mossero, secondo il solito,
verso San Marco per recarsi all’usato balcone delle _Procuratie_
a ricevervi il pasto quotidiano, ma li vidi tornarsene indi a poco
sgomenti e andar girando su per una cornice quasi tenendo consulta fra
loro. Venezia era in quel giorno troppo distratta per pensare ai suoi
colombi. Tolsi da un cassetto una ciambella, e sminuzzatala, aprii un
momento la finestra e ne sparsi le bricciole sul terrazzino. Vennero a
uno, a due, a tre, prima timidi e sospettosi, poi confidenti ed alacri,
gemendo di quel loro gemito carezzevole che somiglia il murmure della
marina, allungando il collo e alzando gli occhi per veder la mano che
attraverso lo spiraglio dell’imposta socchiusa continuava a distribuire
loro il nutrimento. Io ero rimasta mezzo appiattata dietro una tendina
per non isgomentare i miei ospiti, ma essi parevan voler farmi animo
affinchè io mi recassi tra loro, ed uscii. Alcuni spiccarono il volo,
tornando però di lì a un istante, altri si sollevarono a mezz’ala
fino al davanzale del poggiuolo, altri, ed erano i più, rimasero
tranquillamente a piluccare lo bricciole non ancora consumate. Si
schiuse una finestra dirimpetto; una giovinetta pallida pallida guardò
quella scena curiosa, indi fece un cenno col capo e sparì. Dalla camera
ov’ella si trovava s’intuonò una canzone, una delle nostre _vilote_
veneziane così soavi e patetiche. Era una voce di donna. Non poteva
esser che quella della ragazza veduta testè, poichè era esile, stanca,
come la sua personcina. Mi giunse agli orecchi una strofa:
Voi far far una ghirlanda
Tutta rose da maschin,
Vogio metterla da banda
Fin che morta sarò mi.
Al canto tenne dietro qualche colpo di tosse. Indi la voce riprese:
Voi far far ’na cassa fonda
Che ghe stemo drento in tre,
Lo mio padre, la mia madre,
Lo mio amore in brazzo a me.
Si fece silenzio. Mi portai la mano agli occhi e vi trovai una lagrima.
Mi guardai attorno. I piccioni erano tutti scomparsi. Era forse per
effetto della malinconia di quel canto? Sciocca! Avevano divorato sin
all’ultimo bricciolo. Ecco la vera ragione della loro partenza.
Rientrai frettolosa nella stanza, chiudendo le imposte. Avevo la
tristezza nell’anima, e il freddo nell’ossa. Il fuoco del camino era
quasi spento e suonai il campanello perchè lo attizzassero. Entrò
Giannina.
— O Giannina — diss’io — non sei andata in piazza?
— Con questa furia di gente? S’immagini se son gusti per me!
— Senti — ripresi — chi è quella ragazza che sta nella casa di fronte e
ha l’aspetto così pallido e malaticcio?
— Ah! — rispos’ella — la Mariettina. Poveretta! Le è morto lo sposo
in guerra nel giugno passato, e lei non seppe più darsene pace e s’è
buttata in tisico.
— Sventurata fanciulla! — sclamai — E sarebbe stata bellina!
— Averla vista un anno fa! — soggiunse Giannina — Nessuno avrebbe certo
pensato che le dovesse capitare una malattia simile.
Giannina si mise a soffiare nel fuoco. Io mi adagiai sopra una sedia
a bracciuoli vicino al caminetto, guardando il bizzarro guizzo delle
fiamme che correvano lungo i tizzoni. La breve giornata di novembre
volgeva al suo termine, una nebbia sottile si calava lentamente per
l’aria, e quasi quasi avrebbe convenuto accendere il lume, quando
cominciò a farsi un po’ di moto. S’intesero nuovamente le artiglierie
e le campane, poi a questi rumori lontani altri ne successero di più
vicini. Cedetti alla curiosità, e, copertami alla meglio, tornai ad
affacciarmi al terrazzo con Giannina. Qualche gondola cominciava a
passar pel canale. Una fra le prime si fermò dinanzi all’approdo di
una casa attigua alla nostra, e i barcajuoli dissero che i loro padroni
erano scesi in _Piazzetta_ e li avevano rimandati. Due o tre finestre
si aprirono; taluno si fece vedere al muricciolo della _fondamenta_.
— Dunque, Toni — disse uno sciancato, rivolgendosi a uno dei
barcajuoli, che stava sparecchiando la gondola — Un grande spettacolo,
non è vero?
— Sono domande da farsi! — rispose l’interrogato, che aveva una grande
voglia di discorrere. — Una cosa simile non s’è veduta mai.
— Come? — esclamò una vecchia da un quarto piano — Neppure quando han
fatto doge il Manin? Neppure quando il _Bucintoro_ andava alle nozze
del mare? Neppure quando son venuti qui i Duchi del Nord? Andate lì,
che siete giovani voi altri, e restate con tanto di bocca aperta per
tutto. Ma quello che s’è visto da noi vecchi non tornerà più, statene
certi....
— Oh la comare — disse beffeggiandola il barcajuolo, e guardando in su
per cogliere la fisonomia della sua interlocutrice — io vi ripeto che
se anche aveste gli anni di _Gerusalemme_ — voleva dire senza dubbio
Matusalemme — non potreste raccontare nulla che fosse paragonabile a
quello che racconteremo noi a’ nostri figliuoli.
— Lasciala cantare, lasciala cantare, Toni — soggiunse un altro ch’era
sopraggiunto in quel momento — e tira innanzi. C’era un’infinità di
gondole?
— Che bella novità! Non ne avreste trovata una disponibile a un
_traghetto_ a pagarla a prezzo d’oro. Gondole, barche, _bissone,
peote_, di tutto c’era. Una flotta....
— Già. E il freddo?
— Chi lo sentiva? Se le aveste viste le nostre gentildonne com’erano in
fronzoli! Pareva che le fossero a un ballo. E per veder meglio volevano
salir sulla prora o sulla poppa della gondola, e smessa la superbia,
si appoggiavano a noi con tutta la persona, tanto da farci venir
l’acquolina in bocca....
— Diamine! E i remi intanto?
— O che, li si poteva forse manovrare i remi! Parevano come inchiodati
fra una gondola e l’altra, ed era già molto tenerli con una mano
diritti come piuoli, tanto per far di tratto in tratto qualche
movimento da mandare innanzi la _baracca_. Già, se si è giunti a
Venezia, fu tutto merito della marea.
— Di’ su, di’ su, e quali erano le bissone più belle?
— Sì, che ho proprio voglia di fare una filastrocca lunga come una
messa cantata. Ma non capite, benedetta gente, che non la finirebbe
più? Certo la _peota_ del console di Spagna era fra quelle addobbate
con maggior lusso. C’erano i gondolieri vestiti alla spagnola, e poi
gli staffieri in piena gala, e a prora e a poppa le bandiere di Spagna
e di _Teluria_....
— Asino! Che _Teluria?_ — saltò a dire il suo compagno, il quale aveva
fino allora atteso solamente a collocar nell’androne gli arredi della
gondola — Etruria dev’essere.
— Via, Etruria e Teluria è tutt’uno.
— Per me — soggiunse il secondo gondoliere salendo lentamente i
gradini della riva — ho trovato più bella la _peota_ del Magistrato
delle acque, e la _bissona_ dei Savi. E dove lasci poi quelle di ca’
Albrizzi, di ca’ Michiel, di ca’ Pisani, per tacer di tante altre?
— Ehi, Toni — gridò dal ponte un nuovo venuto — e l’Imperatore l’hai
visto?
— Come vedo te. Egli era in piedi sulla sua _peota_, circondato da
principi e da principesse, il Re e la Regina di Baviera, la principessa
di Lucca, il principe Eugenio, o chi so io.
— E gli è piaciuto lo spettacolo?
— To! Come s’io gli avessi discorso. Ma, in verità, egli può essere
il più gran principe della terra, che, se non gli piacesse la nostra
laguna, sono pronto a dirgli in faccia che non capisce che cosa sia
bello. D’ingressi trionfali egli ne ha fatti oramai in tanti paesi,
ma Venezia, via, non ce n’è che una. Son cose che abbiamo visto le
mille volte, ma quando lasciate da parte le isole, si entra nel bacino
del Molo e si ha dinanzi tutta quella meraviglia della Riva degli
Schiavoni, e le cupole di San Marco, e il palazzo ducale, e le due
colonne di Marco e Todero, e il campanile, e la Zecca, e la Chiesa
della Salute, e più in fondo le due torri dell’arsenale, non c’è
altro da fare che mettersi in ginocchio e ringraziar Dio e la Madonna
santissima che ci fece nascer veneziani.
— Quest’è vero, Toni — disse un’altra donnicciuola della parrocchia. —
E figuratevi che quantità di gente vi sarà stata sulla Riva.
— Non se ne discorre neanche. E non solo sulla Riva la gente era
pigiata come le acciughe in barile, ma alle finestre, sui ponti, sui
campanili, sui cornicioni delle case, sui tetti, sugli alberi dei
bastimenti. È un miracolo se non son nate disgrazie....
— Anzi, si dice che ce ne siano nate due — interpose un omaccione
venuto in quel punto dalla piazza. — Dicono che sia caduto in acqua e
non abbia potuto salvarsi un marinaio, che s’era spinto troppo avanti
sulla prora del suo legno, e che da uno dei finestrini del campanile
di San Francesco della Vigna sia precipitato un ragazzo, restando sul
colpo.
— O che ci credete voi a queste storie? — interruppe l’ottimista Toni.
— Son notizie false che mettono in giro i _patatuchi_ che ci voglion
male.
Si udì nuovamente la voce stridula del quarto piano:
— Sta a vedere che ora non nasceranno più disgrazie, con sarà più
permesso di rompersi il collo o le gambe!
— Taci, brutta strega — gridarono, guardando in alto, parecchi di
quelli ch’erano colà radunati....
— Sì, sì, ma intanto la _polenta_ rincara, e rincarirà di più....
— Taci, che ti colga il malanno, uccellaccio di malaugurio....
La finestra si chiuse.
— O chi è quella sputasentenze? — chiesero alcuni.
— Non la conoscete? — risposero più voci. — È la Betta, la vedova del
rigattiere. Aveva due figli coi Tedeschi, e le sono morti tutti e due
in guerra. Perciò coi Francesi la non ci ha buon sangue.
— Poveraccia! Non ha poi tutto il torto — osservò una donna. E
soggiunse: — Meno male che adesso non ci hanno più ad esser guerre.
— È naturale. L’Imperatore ha fatto metter giudizio a tutti. E ormai
non c’è più nessuno che osi fiatare. Chi alza il capo suo danno.
— Così dev’essere.
— E anche al caro dei viveri — disse il gondoliere Toni, che non aveva
potuto ancora mandar giù il pronostico della Betta — credete voi che
l’Imperatore non saprà metterci rimedio? Come? Ha dettato la legge ai
Re della terra e non saprà regolare il prezzo del pane e della polenta
in modo che la povera gente possa campare? Aspettate un poco. A tutto
in una volta non gli è dato provvedere, perchè in fin dei conti gli
è un uomo anche lui, e un uomo, per grande che sia, non è Domeneddio,
ma quando si sia messo in quiete, vedrete se non ci penserà, se non la
farà finita con gli abusi!
— Toni ha ragione da vendere — gridarono molti ad un tempo. — Viva
l’Imperatore!
— Viva! viva!
— Come cambiano i gusti! — osservò un venditore di mele cotte, che
doveva esser filosofo e che portava al collo un recipiente di latta
con la sua merce. — Prima si gridava _Viva San Marco_, poi _Viva la
libertà_, più tardi _Viva l’Austria_, e ora finalmente si grida _Viva
l’Imperatore_.
Questo discorso non fece effetto. Invece tutti si volsero da una
parte donde veniva una voce fessa che domandava in tuono pieno di
compunzione:
— E in chiesa gli è andato subito, non è vero?
Era una femminetta, notissima baciapile della parrocchia, la quale
smoccolava il lumicino d’un capitello della Madonna infisso nel muro a
piedi del ponte.
— Altro che subito! — le fu risposto da uno dei presenti. — Appena
sceso in Piazzetta, vi corse difilato col suo seguito.
— Oh benedetto! E dicevano ch’egli era eresiarca!
— Già i preti per un _Te Deum_ più, un _Te Deum_ meno non patiscono
indigestione — brontolò il venditore di mele. E si allontanò gridando a
più riprese con cadenza uniforme: — _Pomi cotti! Chi vuol pomi cotti?_
Intanto s’era fatto bujo davvero. I due gondolieri diedero la buona
notte ai loro interlocutori, e chiusero a catenacci il portone
della riva su cui erano stati fino allora. Gli altri si dispersero
gradatamente.