VI.

Mi ha sempre colpito come una prova delle dovizie accumulate dai

Veneziani la indifferenza con la quale essi costruivano i loro palazzi

nelle parti più remote della città, lungo le stradicciuole e i canali

ove l’angustia dello spazio non consentiva nemmeno di apprezzare il

lavoro dell’architetto. Il forestiero, che percorre in gondola il

_Canalazzo_ e rimane abbagliato da quella successione meravigliosa di

monumenti, non può ancora formarsi una giusta idea della quantità e

della ricchezza dei marmi profusi su queste isolette, nei tempi antichi

povero asilo di pescatori.

Il palazzo ove noi abitavamo, non era certo tra i più belli di Venezia.

Tuttavia esso era vasto e grandioso, e la facciata che dava sopra uno

de’ nostri _rii_ aveva al primo piano un ampio terrazzo nel mezzo,

su cui si aprivano i cinque finestroni della sala, e tre terrazzini

per parte, che rispondevano ad altrettante stanze e ciascuno dei

quali abbracciava due finestre. Il piano superiore aveva la medesima

disposizione; solo vi mancavano i terrazzini. La cornice che compiva

la facciata era sopraccarica d’ornamenti, e l’architetto più ricco di

fantasia che di buon gusto aveva voluto farvi tagliare nel marmo teste

di mostri, canestri di frutta e di fiori, trofei, e roba simile. Il

terrazzo del primo piano figurava poi d’esser sorretto da sei cariatidi

sotto le quali si spalancava l’immenso portone dell’approdo, sormontato

dallo stemma della famiglia. Ebbene; fin da quando ero bambina,

mi faceva l’effetto che da tutta questa mole si levasse un grido

affannoso: _aria e luce!_ Non potevo scendere in gondola e guardare io

su senza provar compassione per quelle cariatidi a cui non giungeva

un raggio di sole, per quelle finestre che a considerarne l’ampiezza

parevano destinate a consentire allo sguardo immensi orizzonti, e che

invece non avevano dinanzi a sè che un cumulo di tugurî accavallati

gli uni sugli altri, sucidi, poveri, cadenti, e una _fondamenta_

larga forse due braccia, spalleggiata da un muricciuolo sconnesso. E,

di giorno, nulla in verità m’invitava ad affacciarmi alla finestra.

Bisogna però convenire che la sera tutto cambiava d’aspetto. La scena

si cingeva d’un’attrattiva misteriosa. Il tremolìo delle stelle nella

sottile striscia di firmamento concessa alla vista dalle due file di

case che correvano parallele lungo il canale, il silenzio dell’ora

rotto soltanto dallo scivolar d’una gondola o dalla misurata cadenza di

un passante invisibile che percorreva la _fondamenta_ o attraversava il

ponte vicino, e di tratto in tratto ad una finestra un lume improvviso,

una voce ripercossa da quella massa ciclopica di fabbricati, oppure,

nelle sere di luna, uno sprazzo argentino sopra la vetriata d’un terzo

piano, creavano un insieme che offriva largo pascolo alla fantasia.

Oggi, signori miei, il gas ha tutto sciupato. Chi gusterà mai più la

poesia notturna di un rio se un petulante fanale dichiara guerra alla

luna e impedisce allo sguardo abbagliato di riposarsi nel mite chiaror

delle stelle?

La mattina del 29 novembre 1807 era, benchè fossimo così innanzi

nella stagione, mite e serena, e io potei starmene un paio d’ore nel

terrazzino a godere del movimento insolito che regnava nel _rio_ e

nella _fondamenta_ dirimpetto. (Non c’è bisogno di rammentare che noi

Veneziani diamo il nome di _fondamenta_ alle strade che, fiancheggiate

da un lato da case, hanno dall’altro lato un canale). Nelle prime

ore vi fu un passaggio interminabile di barche, molte delle quali

scoperte, bizzarramente ornate e piene d’uomini e di donne in vestito

di gala; poi, fino al mezzogiorno, una furia di popolo che traversava

il ponte e si dirigeva verso San Marco. Tre colpi di cannone tirati dal

vascello ammiraglio e il suono a doppio delle campane della basilica di

San Francesco della Vigna, di San Geremia e dei Frari, annunziarono,

secondo l’avviso già pubblicato il 26 dal podestà Renier, il momento

dell’imbarco delle autorità alla _Piazzetta_. Indi a poco la contrada

si fece silenziosa e deserta. Ad affacciarsi alle finestre pareva di

essere in una città incantata. Non il susurro d’un remo, non un passo

d’uomo, non l’alito d’una mosca. Se qualche volto umano compariva

dietro le vetrate delle case circostanti, era senza dubbio un volto

pallido, malaticcio, di persona tenuta a forza lì dentro. Se ad ogni

mezz’ora una figura si disegnava dietro il parapetto d’un ponte, era

qualche vecchierella che non s’era sentito il coraggio di cacciarsi

in mezzo alla folla, o che serbava fede all’antica Repubblica. Suonò

il vespero, e alcuni colombi del vicinato mossero, secondo il solito,

verso San Marco per recarsi all’usato balcone delle _Procuratie_

a ricevervi il pasto quotidiano, ma li vidi tornarsene indi a poco

sgomenti e andar girando su per una cornice quasi tenendo consulta fra

loro. Venezia era in quel giorno troppo distratta per pensare ai suoi

colombi. Tolsi da un cassetto una ciambella, e sminuzzatala, aprii un

momento la finestra e ne sparsi le bricciole sul terrazzino. Vennero a

uno, a due, a tre, prima timidi e sospettosi, poi confidenti ed alacri,

gemendo di quel loro gemito carezzevole che somiglia il murmure della

marina, allungando il collo e alzando gli occhi per veder la mano che

attraverso lo spiraglio dell’imposta socchiusa continuava a distribuire

loro il nutrimento. Io ero rimasta mezzo appiattata dietro una tendina

per non isgomentare i miei ospiti, ma essi parevan voler farmi animo

affinchè io mi recassi tra loro, ed uscii. Alcuni spiccarono il volo,

tornando però di lì a un istante, altri si sollevarono a mezz’ala

fino al davanzale del poggiuolo, altri, ed erano i più, rimasero

tranquillamente a piluccare lo bricciole non ancora consumate. Si

schiuse una finestra dirimpetto; una giovinetta pallida pallida guardò

quella scena curiosa, indi fece un cenno col capo e sparì. Dalla camera

ov’ella si trovava s’intuonò una canzone, una delle nostre _vilote_

veneziane così soavi e patetiche. Era una voce di donna. Non poteva

esser che quella della ragazza veduta testè, poichè era esile, stanca,

come la sua personcina. Mi giunse agli orecchi una strofa:

Voi far far una ghirlanda

Tutta rose da maschin,

Vogio metterla da banda

Fin che morta sarò mi.

Al canto tenne dietro qualche colpo di tosse. Indi la voce riprese:

Voi far far ’na cassa fonda

Che ghe stemo drento in tre,

Lo mio padre, la mia madre,

Lo mio amore in brazzo a me.

Si fece silenzio. Mi portai la mano agli occhi e vi trovai una lagrima.

Mi guardai attorno. I piccioni erano tutti scomparsi. Era forse per

effetto della malinconia di quel canto? Sciocca! Avevano divorato sin

all’ultimo bricciolo. Ecco la vera ragione della loro partenza.

Rientrai frettolosa nella stanza, chiudendo le imposte. Avevo la

tristezza nell’anima, e il freddo nell’ossa. Il fuoco del camino era

quasi spento e suonai il campanello perchè lo attizzassero. Entrò

Giannina.

— O Giannina — diss’io — non sei andata in piazza?

— Con questa furia di gente? S’immagini se son gusti per me!

— Senti — ripresi — chi è quella ragazza che sta nella casa di fronte e

ha l’aspetto così pallido e malaticcio?

— Ah! — rispos’ella — la Mariettina. Poveretta! Le è morto lo sposo

in guerra nel giugno passato, e lei non seppe più darsene pace e s’è

buttata in tisico.

— Sventurata fanciulla! — sclamai — E sarebbe stata bellina!

— Averla vista un anno fa! — soggiunse Giannina — Nessuno avrebbe certo

pensato che le dovesse capitare una malattia simile.

Giannina si mise a soffiare nel fuoco. Io mi adagiai sopra una sedia

a bracciuoli vicino al caminetto, guardando il bizzarro guizzo delle

fiamme che correvano lungo i tizzoni. La breve giornata di novembre

volgeva al suo termine, una nebbia sottile si calava lentamente per

l’aria, e quasi quasi avrebbe convenuto accendere il lume, quando

cominciò a farsi un po’ di moto. S’intesero nuovamente le artiglierie

e le campane, poi a questi rumori lontani altri ne successero di più

vicini. Cedetti alla curiosità, e, copertami alla meglio, tornai ad

affacciarmi al terrazzo con Giannina. Qualche gondola cominciava a

passar pel canale. Una fra le prime si fermò dinanzi all’approdo di

una casa attigua alla nostra, e i barcajuoli dissero che i loro padroni

erano scesi in _Piazzetta_ e li avevano rimandati. Due o tre finestre

si aprirono; taluno si fece vedere al muricciolo della _fondamenta_.

— Dunque, Toni — disse uno sciancato, rivolgendosi a uno dei

barcajuoli, che stava sparecchiando la gondola — Un grande spettacolo,

non è vero?

— Sono domande da farsi! — rispose l’interrogato, che aveva una grande

voglia di discorrere. — Una cosa simile non s’è veduta mai.

— Come? — esclamò una vecchia da un quarto piano — Neppure quando han

fatto doge il Manin? Neppure quando il _Bucintoro_ andava alle nozze

del mare? Neppure quando son venuti qui i Duchi del Nord? Andate lì,

che siete giovani voi altri, e restate con tanto di bocca aperta per

tutto. Ma quello che s’è visto da noi vecchi non tornerà più, statene

certi....

— Oh la comare — disse beffeggiandola il barcajuolo, e guardando in su

per cogliere la fisonomia della sua interlocutrice — io vi ripeto che

se anche aveste gli anni di _Gerusalemme_ — voleva dire senza dubbio

Matusalemme — non potreste raccontare nulla che fosse paragonabile a

quello che racconteremo noi a’ nostri figliuoli.

— Lasciala cantare, lasciala cantare, Toni — soggiunse un altro ch’era

sopraggiunto in quel momento — e tira innanzi. C’era un’infinità di

gondole?

— Che bella novità! Non ne avreste trovata una disponibile a un

_traghetto_ a pagarla a prezzo d’oro. Gondole, barche, _bissone,

peote_, di tutto c’era. Una flotta....

— Già. E il freddo?

— Chi lo sentiva? Se le aveste viste le nostre gentildonne com’erano in

fronzoli! Pareva che le fossero a un ballo. E per veder meglio volevano

salir sulla prora o sulla poppa della gondola, e smessa la superbia,

si appoggiavano a noi con tutta la persona, tanto da farci venir

l’acquolina in bocca....

— Diamine! E i remi intanto?

— O che, li si poteva forse manovrare i remi! Parevano come inchiodati

fra una gondola e l’altra, ed era già molto tenerli con una mano

diritti come piuoli, tanto per far di tratto in tratto qualche

movimento da mandare innanzi la _baracca_. Già, se si è giunti a

Venezia, fu tutto merito della marea.

— Di’ su, di’ su, e quali erano le bissone più belle?

— Sì, che ho proprio voglia di fare una filastrocca lunga come una

messa cantata. Ma non capite, benedetta gente, che non la finirebbe

più? Certo la _peota_ del console di Spagna era fra quelle addobbate

con maggior lusso. C’erano i gondolieri vestiti alla spagnola, e poi

gli staffieri in piena gala, e a prora e a poppa le bandiere di Spagna

e di _Teluria_....

— Asino! Che _Teluria?_ — saltò a dire il suo compagno, il quale aveva

fino allora atteso solamente a collocar nell’androne gli arredi della

gondola — Etruria dev’essere.

— Via, Etruria e Teluria è tutt’uno.

— Per me — soggiunse il secondo gondoliere salendo lentamente i

gradini della riva — ho trovato più bella la _peota_ del Magistrato

delle acque, e la _bissona_ dei Savi. E dove lasci poi quelle di ca’

Albrizzi, di ca’ Michiel, di ca’ Pisani, per tacer di tante altre?

— Ehi, Toni — gridò dal ponte un nuovo venuto — e l’Imperatore l’hai

visto?

— Come vedo te. Egli era in piedi sulla sua _peota_, circondato da

principi e da principesse, il Re e la Regina di Baviera, la principessa

di Lucca, il principe Eugenio, o chi so io.

— E gli è piaciuto lo spettacolo?

— To! Come s’io gli avessi discorso. Ma, in verità, egli può essere

il più gran principe della terra, che, se non gli piacesse la nostra

laguna, sono pronto a dirgli in faccia che non capisce che cosa sia

bello. D’ingressi trionfali egli ne ha fatti oramai in tanti paesi,

ma Venezia, via, non ce n’è che una. Son cose che abbiamo visto le

mille volte, ma quando lasciate da parte le isole, si entra nel bacino

del Molo e si ha dinanzi tutta quella meraviglia della Riva degli

Schiavoni, e le cupole di San Marco, e il palazzo ducale, e le due

colonne di Marco e Todero, e il campanile, e la Zecca, e la Chiesa

della Salute, e più in fondo le due torri dell’arsenale, non c’è

altro da fare che mettersi in ginocchio e ringraziar Dio e la Madonna

santissima che ci fece nascer veneziani.

— Quest’è vero, Toni — disse un’altra donnicciuola della parrocchia. —

E figuratevi che quantità di gente vi sarà stata sulla Riva.

— Non se ne discorre neanche. E non solo sulla Riva la gente era

pigiata come le acciughe in barile, ma alle finestre, sui ponti, sui

campanili, sui cornicioni delle case, sui tetti, sugli alberi dei

bastimenti. È un miracolo se non son nate disgrazie....

— Anzi, si dice che ce ne siano nate due — interpose un omaccione

venuto in quel punto dalla piazza. — Dicono che sia caduto in acqua e

non abbia potuto salvarsi un marinaio, che s’era spinto troppo avanti

sulla prora del suo legno, e che da uno dei finestrini del campanile

di San Francesco della Vigna sia precipitato un ragazzo, restando sul

colpo.

— O che ci credete voi a queste storie? — interruppe l’ottimista Toni.

— Son notizie false che mettono in giro i _patatuchi_ che ci voglion

male.

Si udì nuovamente la voce stridula del quarto piano:

— Sta a vedere che ora non nasceranno più disgrazie, con sarà più

permesso di rompersi il collo o le gambe!

— Taci, brutta strega — gridarono, guardando in alto, parecchi di

quelli ch’erano colà radunati....

— Sì, sì, ma intanto la _polenta_ rincara, e rincarirà di più....

— Taci, che ti colga il malanno, uccellaccio di malaugurio....

La finestra si chiuse.

— O chi è quella sputasentenze? — chiesero alcuni.

— Non la conoscete? — risposero più voci. — È la Betta, la vedova del

rigattiere. Aveva due figli coi Tedeschi, e le sono morti tutti e due

in guerra. Perciò coi Francesi la non ci ha buon sangue.

— Poveraccia! Non ha poi tutto il torto — osservò una donna. E

soggiunse: — Meno male che adesso non ci hanno più ad esser guerre.

— È naturale. L’Imperatore ha fatto metter giudizio a tutti. E ormai

non c’è più nessuno che osi fiatare. Chi alza il capo suo danno.

— Così dev’essere.

— E anche al caro dei viveri — disse il gondoliere Toni, che non aveva

potuto ancora mandar giù il pronostico della Betta — credete voi che

l’Imperatore non saprà metterci rimedio? Come? Ha dettato la legge ai

Re della terra e non saprà regolare il prezzo del pane e della polenta

in modo che la povera gente possa campare? Aspettate un poco. A tutto

in una volta non gli è dato provvedere, perchè in fin dei conti gli

è un uomo anche lui, e un uomo, per grande che sia, non è Domeneddio,

ma quando si sia messo in quiete, vedrete se non ci penserà, se non la

farà finita con gli abusi!

— Toni ha ragione da vendere — gridarono molti ad un tempo. — Viva

l’Imperatore!

— Viva! viva!

— Come cambiano i gusti! — osservò un venditore di mele cotte, che

doveva esser filosofo e che portava al collo un recipiente di latta

con la sua merce. — Prima si gridava _Viva San Marco_, poi _Viva la

libertà_, più tardi _Viva l’Austria_, e ora finalmente si grida _Viva

l’Imperatore_.

Questo discorso non fece effetto. Invece tutti si volsero da una

parte donde veniva una voce fessa che domandava in tuono pieno di

compunzione:

— E in chiesa gli è andato subito, non è vero?

Era una femminetta, notissima baciapile della parrocchia, la quale

smoccolava il lumicino d’un capitello della Madonna infisso nel muro a

piedi del ponte.

— Altro che subito! — le fu risposto da uno dei presenti. — Appena

sceso in Piazzetta, vi corse difilato col suo seguito.

— Oh benedetto! E dicevano ch’egli era eresiarca!

— Già i preti per un _Te Deum_ più, un _Te Deum_ meno non patiscono

indigestione — brontolò il venditore di mele. E si allontanò gridando a

più riprese con cadenza uniforme: — _Pomi cotti! Chi vuol pomi cotti?_

Intanto s’era fatto bujo davvero. I due gondolieri diedero la buona

notte ai loro interlocutori, e chiusero a catenacci il portone

della riva su cui erano stati fino allora. Gli altri si dispersero

gradatamente.

Il quaderno della zia · 第 9 / 29 题