V.

Ma ormai non sarà fuori di proposito il dire qualche parola di più sul

signor Venanzio. Chi era egli? Che cattiva stella l’aveva messo sul

nostro cammino?

Nata di madre nobile e di padre appartenente a quella classe che

i francesi intitolarono _terzo stato_, ho attribuito a questa

disparità d’origine tra i miei genitori le principali amarezze della

mia adolescenza e della mia gioventù; schieratami per tempissimo

dalla parte di quegli ond’io portavo il nome, non ho mai amato

l’aristocrazia. Pur non disconobbi ciò che in lei v’era di buono,

non chiusi gli occhi allo splendore che le era rimasto in onta alla

sua decadenza. La vidi spensierata, corrotta, con la mente ingombra

da pregiudizi, scettica nei crocchi e bigotta nel confessionale,

affabile con la plebaglia e disdegnosa con la media cittadinanza; pur

quella corruzione di rado scendeva fino alla frode e all’intrigo;

quell’imprevidenza si accompagnava sovente a una certa liberalità,

a un bisogno di spargere intorno a sè l’allegria ed il benessere,

quell’angustia d’idee non escludeva una vivacità sempre spontanea e

talora piccante. In mezzo poi alla turba passava di tratto in tratto

qualche veneranda e austera figura di gentiluomo, sulla cui fronte

mesta e pensosa si confondevano il ricordo dell’antica grandezza e la

coscienza dell’umile stato presente. Pochi di questi eletti avrebbero

bastato a salvar dal disprezzo tutta una casta.

Non ho amato dunque l’aristocrazia, ma nemmeno l’odiai, nemmeno fui

accesa verso di lei d’un cieco livore.

Ove ho portato tutta la mia potenza di odio e di sprezzo fu su quegli

uomini, i quali, usciti della classe di mezzo che ha per blasone il

lavoro, si avvinghiano alla nobiltà come piante parassite, rinunciano

a ogni indipendenza di pensiero e d’azione, e cercano di confondersi

seco, acquistandosene i titoli con la consuetudine e facendosi da

lei perdonare l’abuso coi sorrisi compiacenti e con le blandizie

servili. Uno di questi uomini era il signor Venanzio. Il padre di lui

aveva goduto d’una certa riputazione come amministratore di alcune

case patrizie. Non era legale, ma la gran pratica degli affari gli

teneva luogo di studi, e molti dicevano che, quando si aveva lui per

confidente, si poteva fare a meno d’avvocato. Il giovinetto Venanzio

lo accompagnava di qua e di là, e poich’era piuttosto prestante della

persona e aveva un cotal garbo di modi, gli si faceva dappertutto buon

viso. Suo padre voleva iniziarlo nella sua professione, affinch’egli

potesse essergli intanto d’ajuto e succedergli col tempo. Venanzio

obbediva di malavoglia, ma era parimenti un prezioso alleato pel

genitore, rendendosi caro prima alla parte infantile e poi alla parte

femminina della nobiltà. Fanciullo, giuocava coi piccioli rampolli

delle _Eccellenze_, si lasciava dar qualche scappellotto senz’aversene

a male, e non faceva mai opposizione alle _penitenze_ che gli erano

imposte dai futuri membri del Gran Consiglio e del Consiglio dei

Dieci. Ai sedici o diciassett’anni cominciò ad entrare nelle buone

grazie delle gentildonne sulla cinquantina; ai venti, osò voli più

alti, e non dispiacque a meno appassite bellezze. Cinguettava un po’

francese, ballava con grazia e cantava in voce di falsetto. I servitori

delle famiglie patrizie a poco a poco s’erano avvezzati a chiamarlo

_Eccellenza_, e i barcajuoli dei _traghetti_, che lo vedevano sempre

con una gentildonna o con l’altra, gli davano anch’essi il medesimo

titolo. Quantunque il vecchio Agliucci si fosse accorto che il suo

Venanzio cresceva egoista e doppio come le cipolle, egli non rifiniva

di cantarne le lodi, tant’era lusingato dalle accoglienze che si

facevano al suo figliuolo nella buona società. Egli morì, prima assai

che cadesse la repubblica, e molto prima che io nascessi, dimodochè

io parlo di lui soltanto per le relazioni che n’ebbi, non perchè

l’avessi mai conosciuto. So che chiuse gli occhi tranquillo, sicuro

che il suo erede manterrebbe la sua riputazione di valente e probo

amministratore e di confidente dei nobili. Questa seconda parte del suo

presagio si avverò ad esuberanza; non così la prima. Venanzio raccolse

la clientela paterna, ma molti osarono dubitare della sua abilità, e

taluno (ci son tanti maligni a questo mondo!) spinse l’audacia sino a

non crederlo un fior di galantuomo. Su dieci de’ suoi amministrati,

otto andavano in rovina in un pajo d’anni, ma egli aveva la fortuna

che, in onta a tutto, la grande maggioranza dei corbellati non gli

scemava punto la propria benevolenza. Non era un ragioniere come suo

padre, ma vestiva così bene, era così officioso, e, nelle occasioni

solenni, aveva sempre un brindisi pronto. Così campava discretamente,

conduceva una vita elegante, e per le maniere e per l’abito c’era da

scambiarlo con un gentiluomo. Tra le famiglie ch’ebbero la rara ventura

di aver questa gioja per uomo d’affari, vi fu pure la famiglia di mia

madre, Rezzinelli. Il mio nonno materno, per quanto m’assicuravano,

lo teneva caro come la pupilla degli occhi suoi, e pur vedendo ogni

giorno assottigliarsi il suo patrimonio, ripeteva sempre che non poteva

esservi più brava e buona persona di questo signor Venanzio. Allorchè

la mamma, sedicenne appena, uscì di convento, il vecchio Rezzinelli,

che non aveva null’altro di suo tranne un palagio ipotecato, stette

in forse se darla in isposa al nobiluomo Renier o all’Agliucci. Ma il

nobiluomo Renier passava i sessanta, era sciancato e paralitico, e la

mamma, bella come un amore, non volle saperne. L’Agliucci invece, pur

sentendosi assai onorato dall’idea che un’Eccellenza non fosse alieno

dal farlo suo genero, si schermì abilmente, locchè fu giudicato dal

nonno come una prova di singolare modestia. Si presentò mio padre,

vedovo con un figlio, ma ricchissimo e riputatissimo negoziante. Al

momento non c’era di meglio; Venanzio stesso fece vedere al suo cliente

che un partito simile non era da sprezzarsi, che il signor Lisari non

pretendeva dote, che c’era il guajo della nascita plebea, ma che in

casa la superiorità sarebbe stata della moglie, che nessuno avrebbe

detto la signora Lisari, ma bensì avrebbero continuato a dire _Sua

Eccellenza Rezzinelli_: onde il buon vecchio vinse le sue riluttanze,

ammirò il disinteresse e l’abnegazione del suo Venanzio, e consentì a

questa unione.

Visto sua figlia maritata e certo che non le mancherebbero i savi

suggerimenti del suo beniamino, come avesse fornito il suo còmpito

sulla terra, morì. L’Agliucci fu amico di casa...... e il resto si sa,

o almeno s’immagina. Mio padre lo credeva dapprima sincero e leale, e

quando s’avvide dell’inganno non ebbe più la forza di sbarazzarsene. E,

in verità, sbarazzarsi del signor Venanzio era la cosa più difficile

del mondo. Non v’era, in apparenza, uomo meno permaloso di lui,

attribuiva le offese a effetto di cattivo temperamento o di cattiva

digestione, e moveva incontro con dolce sorriso a quelli che non gli

avevano risparmiato nè sfregi, nè ingiurie. Terribili avversari son

questi a cui manca ogni dignità; credete di averla finita, e vi tocca

sempre incominciare da capo. La scena, ch’io avevo fatto a quest’uomo

spregevole il giorno dei funerali dello zio Baldassare, non aveva

sortito alcun pratico risultamento. Ero io che mi ritiravo quando lo

sentivo venire: ecco tutto. Così tirammo innanzi per qualche mese,

mentr’io aspettavo con l’ansietà con cui il malato aspetta l’aurora,

che si compisse il mio ventunesimo anno, e che la legge mi sciogliesse

da ogni subordinazione.

. . . . . . .

Verso la fine del 1807, Venezia era pur lieta e festosa. L’uomo

singolare che aveva riempito il mondo della sua fama stava per giungere

fra le nostre lagune, l’oltraggio di Campoformio pareva cancellato.

Tutti dicevano che si apriva per noi un’era di felicità e di grandezza.

E io volevo sollevar l’anima accasciata dai lutti domestici agli alti

pensieri della patria e della libertà, volevo esultar della gioja che

mio fratello avrebbe provato in quei giorni, se la sorte gli avesse

concesso di vivere alcuni mesi di più e di essere allora in Venezia.

Pur qualche volta, io mi persuadevo, rimproverandomene, che, per quanto

facessi, non riuscivami di sprigionar la vena dell’entusiasmo, mentre

altre fiate, io ero assalita dal dubbio che la grandezza e la felicità

che ci si prenunziavano non fossero quelle che Carlo mi aveva insegnato

ad amare. Nel 1797, egli era insofferente della decrepita repubblica

nostra, chiusa, secondo lui, a ogni spiraglio di luce. Veniva di

Francia, impregnato di quelle idee, pieno di baldi ardimenti, che

parevano destinati a rigenerare il mondo. Dopo, egli fremette contro la

tirannide austriaca e fuggì della sua città per prender le armi, ma, sì

prima che poi, ciò che gli stava addentro nell’anima era l’ideale della

dignità umana restituita a nuovo splendore, l’ideale d’una società ove

non vi fossero nè tiranni, nè schiavi. Alzare un uomo fino alle stelle,

fosse pur vincitore di cento battaglie, costringere il linguaggio

all’espressione dei più servili concetti, rimettere in onore le formule

grate ai despoti antichi per rendere omaggio a colui che aveva spiegato

la bandiera del secolo, era questo il punto a cui si doveva arrivare,

era questa la meta che ci aveva sì lungamente sorriso? Rileggevo

le ultime lettere di Carlo. Esse erano ben lontane dallo spirar

l’entusiasmo che spiravano le prime. Si vedeva che il mondo reale gli

appariva diverso da quello ch’egli si era rappresentato colla fantasia.

Finchè si trattava di sottrar Venezia ai Tedeschi, una fede gagliarda

gli reggeva la lena, ma raggiunto quello scopo, perchè combattere

ancora?

Dissi testè ciò ch’io provassi versa l’aristocrazia. Non m’ero mai

chinata dinanzi al prestigio de’ suoi nomi, illustri un giorno per

nobili imprese, poscia tristamente famosi per folli prodigalità e per

dissolutezze invereconde. Tuttavia a veder gli eredi di coloro che

avevano fatto giungere il grido del leone di Venezia sino alle più

remote contrade, a vederli gareggiare adesso nel baciar la polvere

calcata dal conquistatore, io non potevo a meno di provare un senso di

mortificazione....

L’Imperatore, o (come lo si chiamava nelle _Notizie del Mondo_,

giornale di quei tempi) _l’eroe de’ secoli, l’augustissimo nostro

sovrano, il comune nostro padre_, doveva arrivare in città la domenica,

29 novembre.

— Dicono che bisogna assolutamente andargli incontro con la gondola

sino a Fusina — osservò il giorno innanzi mia madre.

— Dicono! — rispos’io — Chi è che lo dice?

— Oh bella, tutti — ella rispose un poco infastidita — Credi che una

famiglia come la nostra possa farsi scorgere in un momento simile?

Che una Rezzinelli abbia diritto di mancare a una dimostrazione fatta

dall’intera città? Tu già non vuoi mai renderti ragione delle esigenze

portate dal nome di tua madre.

— Io penso al nome paterno, che è pure il mio e dovrebbe essere il

vostro, e penso che questo nome significa oggi tre lutti domestici.

— Già, già, questo è il tuo ritornello. Come se non ci fossi che tu

sola a ricordarli.

— Oh, in verità — risposi io con amarezza — che se li ricordaste non vi

verrebbe la voglia di assistere domani alla cerimonia.

— Hai colto nel segno. Proprio una festa! Ci sarà da non potersi

muovere per cinque o sei ore, si rischierà che ci colga la pioggia, la

nebbia, e che so io, e la chiami una festa!...

— Ma sì, ma sì — saltò a dire Clara, alzandosi da un panchettino

ov’ell’era seduta e agitando con moto leggiadro la sua bella testina

— la mamma ha ragione, e Maddalena è una cattiva... Non badarle, sai,

mamma...

— Sta tranquilla, ci andremo, la mia bimba — rispose mia madre

baciandola in fronte.

Pur Clara non parve appieno rassicurata, e soggiunse. — Bisogna andarci

senza fallo! Non sei già intesa col signor Venanzio?

— Ah! c’è anche il signor Venanzio? gridai.

— No, no, non c’è. So la cortesia di mia figlia e non l’ho invitato,

volendo lasciar piuttosto un posticino per lei.

— Per me! Potevate dispensarvene. Lo sapete pure ch’io non vengo.

Richiamate il signor Venanzio. Egli farà benissimo le mie veci.

— Non ti ricordi, mamma — riprese Clara — che cosa abbia detto il

signor Venanzio? ch’egli non può venire, che va nella _bissona_ dei

Savii, e che spera di far presentare un’epigrafe all’Imperatore.

— Oh perchè non gli presenta un sonetto che aveva già bell’e fatto?

— Che sonetto? — chiese mia madre.

— Oh bella! Quello che aveva composto nel 1798 pegli Austriaci e che il

povero Carlo aveva imparato a memoria. Cominciava così:

O progenie d’Absburgo alma e famosa...

— Che ragazza! — sclamò mia madre indispettita. — Non sai più aprir la

bocca che per dir cose sgradevoli.

Era vero. A poco a poco io andavo perdendo tutta l’amabilità femminile.

Nel dolore, che rende molti migliori, non si era affinata che la mia

intelligenza. Ero acre nel linguaggio, sgarbata nei modi, sarcastica

spesso, avevo acquistata la certezza del male. L’orgoglio nativo,

gl’insegnamenti di mio fratello m’erano un usbergo contro la colpa, ma

io odiavo il vizio più che non credessi alla virtù, e un simile stato

dell’animo è il meno conciliabile con la gentilezza. Esso pone la

rampogna sulle labbra e il disprezzo nel cuore.

Per quel giorno non si disse di più.

Il mattino seguente per tempissimo, mia madre, che nei momenti critici

ricorreva spesso al sistema degli ambasciatori, mi fece chiedere dalla

cameriera se mi fossi risolta ad accompagnarla; ch’ella, dal canto suo,

non poteva a meno di andare. C’era di mezzo il decoro della famiglia

sua. Se avessero saputo che una ch’era nata Rezzinelli era rimasta a

casa in quell’occasione!

Col medesimo plenipotenziario le feci sapere che non avevo mutato

d’avviso, ed ella partì sola con Clara.

Il quaderno della zia · 第 8 / 29 题