VII.

Dopo le cinque, arrivò la gondola di casa con Clara e mia madre. Essa

era elegantissima come sempre, mostrava dieci anni meno della sua età,

e la sua fisonomia acquistava in quella sera una speciale bellezza

dall’animazione che vi era diffusa. Cambiò vestito in un attimo, e

poi comparve in abbigliamento da casa nel salotto da pranzo, vispa,

leggiadra, serena. Del nostro diverbio del giorno innanzi la non si

ricordava nemmeno. Quante cose mi raccontò a tavola! A ogni momento

si rivolgeva a mia sorella e dimandava: — Non è vero Clara? — Ma Clara

era stanca e assonnata, e aveva appena la forza di rispondere di sì. La

gondola nostra, mercè la bravura dei barcaiuoli, era stata sempre in

ottima posizione, mia madre aveva visto davvicino l’Imperatore, aveva

salutato tante conoscenze, ne aveva anche rannodato di quelle ormai

cadute in disuso; tutta gente della _sua classe_ (voleva dir nobili),

e molti le avevan chiesto di me, e dettole che pareva impossibile come

una giovane della mia età e della mia fortuna si ostinasse a menare

una vita così ritirata. Ma già, avevano soggiunto quei tali, non

istaremo molto a trovarle noi un partito che le convenga. Bisogna farla

diventare _dei nostri_.

Io risposi seccamente ch’era un onore a cui rinunziavo assai

volentieri, ma mia madre era in così benevola disposizione d’animo

che non si risentì punto del mio modo poco cortese. Quando il pranzo

fu terminato, Clara, che quasi dormiva in piedi, fu affidata a una

cameriera e mandata a coricarsi. La mamma si alzò, e, presami per

un braccio, si mise a camminar meco su e giù per la stanza. Rammento

sempre come ogni volta che passavamo davanti allo specchio io fossi

costretta ad ammirar la sua svelta persona, e gli occhi scintillanti,

e i capelli neri e finissimi che vagamente le si arricciavano sulle

tempie, e cedessi a lei senza contrasto non solo la palma della

bellezza, ma quasi quasi anche quella della gioventù.

Senza dubbio essa aveva da farmi qualche comunicazione o qualche

proposta, ma non sapeva risolversi, e favellava di cose inconcludenti,

ora ravviandomi una ciocca di capelli, ora aggiustando una piega del

mio vestito, ora infine dando un po’ più di simmetria al _fichu_ ch’io

tenevo al collo.

— Dite la verità, mamma — io le chiesi fermandomi d’improvviso in mezzo

alla stanza — avete qualche argomento che vi sta sul cuore?

Questa domanda così repentina parve sconcertarla, e balbettò con

imbarazzo: — Che pensiero ti frulla pel capo? Che cosa vuoi ch’io

m’abbia?

Poi, incapace com’ella era di tener nulla nascosto, soggiunse in

fretta: — Ebbene, volevo dirti....

Qui s’interruppe nuovamente. Era chiaro ch’ella non sapeva girar la

frase come si conveniva. L’intensa attenzione ch’era certo dipinta sul

mio volto non le rese più agevole l’esprimersi. Essa disse in fretta:

— Che occhi mi fai! Desideravo avvertirti soltanto che ho deciso di

metter Clara in educazione alle Salesiane.

Avrei giurato che non era questa la confidenza ch’ella andava

meditando; tuttavia sclamai: — Volete farla dunque crescere in un

convento?

— Sì — rispos’ella. — Mi sono anche consultata con altri.... con

persone che se ne intendono.... che s’interessano a noi, e tutti a una

voce mi dissero che è un pensiero eccellente. C’è il fiore delle nostre

ragazze. — E qui mi sciorinò una filastrocca di nomi patrizi.

— Pure — osservai — avete pensato a ciò che il povero babbo diceva

dell’educazione claustrale? A ciò che ne diceva mio zio?

— Benedetta creatura che sei! Sempre questi nomi in bocca. È vero.

Tuo padre e tuo zio avevano, su questo proposito, certe idee.... Ma

erano pregiudizi antiquati. Una dozzina d’anni fa era di moda non

aver religione, non andar mai in chiesa, ridere di tutto le cose

sacre.... Bravissimi! Le belle cose che si son viste! E se ne sarebbero

viste ancor di più belle se il Primo Console non avesse rialzato gli

altari.... Ma tu sei una _giacobina_ ostinata....

— Via, mamma, lo sapete, io rispetto le vostre convinzioni, io non

attacco la vostra fede. Ma vi par proprio un debito di religione di

far educar Clara in un modo contrario a quello che suo padre avrebbe

desiderato?

E mio malgrado nel pronunziar queste parole la mia voce tremava e i

miei occhi si fissavano inquieti nel volto di mia madre. Oh che non

avrei dato per mirar la sua fronte altera e serena, per leggere nel suo

sguardo tranquillo la smentita d’ogni oltraggioso sospetto!

Ella invece abbassò alquanto le ciglia, e rispose:

— Ma non sono io che tengo oggi il posto del padre? Non sono io che

debbo pensare oggi al bene della mia creatura?

— Sì, siete voi, ed io, lo so perfettamente, non ho alcun diritto su

mia sorella; ma lasciatemelo dire, anche in ciò che fate per vostra

figlia, voi obbedite a straniere influenze.... È il signor Venanzio che

continua l’opera sua....

— Oh Maddalena, come sei ingiusta! Tu odii quell’uomo!

— E dovrei amarlo? — gridai, facendo un gesto di ribrezzo.

— Eppure egli non anela che a poter trattarti come una figlia!

Quella frase fu per me una rivelazione, non forse inaspettata del

tutto, ma ugualmente terribile.

— Non era dunque di Clara — proruppi — che volevate parlarmi? Era di

questa nuova vergogna che si prepara alla nostra povera casa, e ch’io,

sciagurata che sono, non posso stornare? Ma, checchè avvenga, ch’egli

non osi chiamarmi sua figlia. Non ho fatto nulla per meritarmi un’onta

simile.... Però non sarà vero, ditemi ch’io deliro.... Dio mio! Dio

mio! voi tacete. Dunque non m’ero ingannata?

— Ah tu lo abborri! — sclamò mia madre, percorrendo rapidamente la

stanza. — Tu abborri me.....

— Io abborrirvi?

— Sì, sì.... tu sei pura, tu non hai macchia, tu sei nata per far la

parte di giudice, e la prima che si presenta dinanzi al tuo tribunale

è tua madre. Oh sta bene! Sono queste le idee moderne.... Ma tu non hai

capito che una povera giovane sbalestrata fuori della sua classe doveva

far buon viso a chi le ricordava il suo mondo perduto, la sua infanzia,

le sue abitudini. Ne ho colpa io se, uscita di convento, mi dissero:

la tua famiglia è in rovina, bisogna che tu sposi o il nobile Renier

o il signor Lisari? Il nobile Renier era malato e deforme; prescelsi

l’altro. E sai che cosa mi bisbigliarono all’orecchio, quando, alla

vigilia degli sponsali, io mi mostravo malinconica e perplessa? Mi

bisbigliarono: Prendilo, e poi sarà quel che sarà.

— Oh! mamma, ve ne scongiuro.

— No, no, hai voluto farmi parlare e parlerò. Bada, sai, lo giuro

innanzi a Dio, non ho nulla da rimproverare a tuo padre. Egli fu pieno

di cure e di attenzioni per me.... Ma ebbe il torto di sposarmi. Era

già vedovo, aveva venti anni più di me, aveva un figlio con cui non

potevo andar d’accordo.... O come il buon senso non gli fece intendere

ch’io non gli convenivo? Tuo zio Baldassare l’aveva ben capita, e con

quel suo piglio brusco mi disse poco dopo il mio matrimonio: Nè voi

eravate fatta per la nostra casa, nè noi eravamo fatti per voi. Tuo zio

aveva ragione. Tra i congiunti che m’erano rimasti uno solo mi parlò un

linguaggio severo: lo zio Avogadore, che hai conosciuto bambina. Egli

disapprovava il modo in cui mi avevano sposata, ma mi ripeteva sempre:

Sii savia, modesta, casalinga. Il lusso e la leggerezza delle nostre

donne son quelli che mandano a soqquadro la Repubblica.... Anche quella

voce si è ammutolita. Rimasero gli esempi di cento amiche d’infanzia,

di cento condiscepole, rimase l’eco della frase con cui i miei più cari

s’erano accomiatati da me: Sposalo, sarà quel che sarà....

— Basta così, per carità. Voi dimenticate chi vi ascolta.... Ve ne

supplico, lasciamo il passato, io non ho il diritto di domandarvene

conto. E se fui fredda, riservata con voi, perdonatemi; e se per

avventura obliai il rispetto che una figlia deve a sua madre, son

pronta a chiedervene grazia in ginocchio. Tornerò docile, fiduciosa,

riverente come una volta, amerò Clara come l’ho amata quando ella era

in cuna e io m’ero una ingenua fanciulla, ma snidate quel serpe di casa

nostra, non cambiate il nome onorato di mio padre col nome di lui....

— Dio santo! — ella esclamò. — Ecco una madre che può anche aver

sbagliato, ma che oggi non ha che un mezzo di riparare al suo fallo, e

vuole appigliarsi a quel mezzo, e vuol provvedere all’onore della sua

casa e alla salute della sua anima; ed è sua figlia che le si oppone,

sua figlia che, rigida, inesorabile, non trova parole che di rimprovero

e di condanna....

— Ah no, mamma, pensateci, voi non potete sragionare così. Non potete

credere che se commetteste errori, ch’io non indago e non giudico, la

sola espiazione ne sia quella da voi ideata. Come! Una donna, e badate

ch’io parlo in generale, avrà dimenticato i suoi doveri di sposa,

e l’unica ammenda al suo fallo sarebbe quella di maritarsi, vedova

appena, con l’uomo che la fece traviare dal retto sentiero! Ma la sua

famiglia è dunque per nulla? La sua famiglia, che risentì pur l’effetto

de’ suoi traviamenti, che vide turbata da questi la sua pace domestica,

non ha dunque nessun diritto di chiederle: Sii nostra ora almeno, sii

tutta nostra; di porre a questa condizione il ritorno dell’antica

confidenza e l’oblio?... Lo sa il Cielo, mamma, ch’io non vorrei

parlarvi in questa guisa, ch’io comprendo come altro dovrebb’essere

il linguaggio di una figlia verso la sua genitrice, ma ho taciuto per

tanto tempo che dovete perdonarmi questo primo e forse ultimo sfogo....

— Tronchiamo questo colloquio, o Maddalena — disse mia madre. — Tu sei

giovane, non hai esperienza della vita, non sai che ogni creatura umana

deve obbedire al suo destino...

— Oh il destino! — interruppi — siete voi, donna religiosa, che me ne

parlate? A che cosa serve la volontà?

— Orsù, figliuola mia, ciò che suscita il tuo sdegno non succederà nè

oggi, nè domani. Io non sono dimentica a tal punto dei riguardi del

mondo. Tu intanto potrai ripensarvi con animo riposato, e son certa che

ti convincerai del tuo torto....

— Ah non crediatelo — io risposi prima ch’ella avesse finito la frase.

— Neppure se vivessi mille anni!

Io era esterrefatta. Noi ci trovavamo di fronte, madre e figliuola,

entrambe, profondamente convinte di esser offese nei nostri sentimenti

più legittimi, nei nostri affetti più sacri. O nell’animo di lei, o

nel mio era certo una strana confusione del bene e del male, era in

ambedue una impossibilità assoluta d’intendersi. La barriera che a

poco a poco s’era andata formando tra mia madre e me si allargava ora

repentinamente tanto da parermi ostacolo insuperabile. Avrei offerto

vent’anni di vita per appianarla, per richiamare le lagrime sulle mie

ciglia e le parole affettuose sul labbro, ma tutto era vano. Io non

udivo che le ultime frasi di mio zio: — _Quando sia colmo il calice

delle conciliazioni, quando sentirai che questo tetto non deve più

accoglierti, tu avrai almeno, retaggio supremo, la tua indipendenza._

Uscii della stanza senza dir parola, e mi chiusi nella mia camera.

Non mi coricai, non dormii quanto fu lunga la notte, ma ribattei da

me stessa tutte le obbiezioni che si presentavano al piano il quale

parevami imposto dal mio decoro. Io ero sul punto di esser maggiorenne,

di divenire padrona della sostanza ereditata da mio zio; dovevo ormai

viver sola, abbandonare a ogni costo la casa materna.

Sul far dell’alba si bussò alla mia porta. Aprii. Era mia madre. Ella,

avvezza ad alzarsi sulle undici, s’era tolta del letto in quell’ora;

ella, che non abbandonava la camera prima d’essersi lisciata, profumata

e abbigliata con ogni cura, mi si presentava con la chioma scomposta

e con la veste discinta. Oh il suo cuore era buono, migliore per molti

lati del mio! L’idea d’una rottura con sua figlia non le dava pace, ed

ella veniva per iscancellare ogni traccia delle scene occorse la sera

precedente.

A che ripetere il nostro colloquio? A tutto ella si sarebbe piegata; ad

allontanar da sè quell’uomo, giammai. Invano, vinto ogni riserbo, io le

dipinsi con le tinte più fosche la natura insidiosa di _colui_, invano

le dissi che ov’ella sperava trovar la felicità e la calma non avrebbe

trovato che il rimorso e la rovina, invano le pronosticai un tempo

nel quale egli avrebbe distrutto la sua fortuna, avvelenato il suo

cuore, tradita la sua fede. Ella scrollava il capo, mostrava talora una

vaga apprensione ch’io potessi appormi giustamente, ma finiva sempre

coll’esclamare: Ciò che dimandi è impossibile!

Quand’ella mi lasciò, il mio animo era commosso, ma la mia

determinazione era più ferma che mai, e la mia fantasia correva dritta

alla nuova esistenza che mi si apriva. Stetti così un paio d’ore,

finchè la voce di Clara mi strappò alle mie meditazioni.

Rammentai che anch’essa era in procinto di abbandonare la casa e che

le fredde pareti di un chiostro l’avrebbero accolta fino al dì che,

inesperta del mondo, ella fosse andata a marito. Rammentai che su lei

pure pesava una dura fatalità, e che la infanzia non sorrisa da tutti

gli affetti domestici, non nudrita dalla virtù di esempi illibati,

avrebbe steso un’ombra sul suo avvenire. Onde mi vinse un senso di

tenerezza, da lungo tempo, lo confesso, non provato per lei, e la

chiamai a nome. Ella, che attraversava saltellando la sala, parve

piuttosto maravigliata, e rispose all’appello quasi riluttante e

peritosa. La presi per ambe le mani e l’attirai a me, guardandola fisa

entro que’ suoi grandi occhi, che mi erano sembrati sì belli quand’essa

era bambina e io formavo la mia delizia di vegliare sulla sua cuna e di

tenerla sulle mio ginocchia. Oh quegli occhi erano belli anche adesso,

ma non c’era caso, non mi piacevano più.

— Senti, Clara — le chiesi — e ci vai volentieri in convento?

Ella battè festosamente le palme, e sclamò: — Oh quanto!

— Ma non ti dispiace di lasciare la tua casa, di lasciar noi?

Clara abbassò alquanto le ciglia, grattò col piede il pavimento, e

disse biascicando le parole:

— Sì, mi dispiace, ma non tanto come mi sarebbe dispiaciuto una

volta....

— Spiegati meglio — io soggiunsi.

Ella si schermì, torcendo il volto da un’altra parte. Ma io insistei:

— Di quando intendi parlare, Clarina?

Stretta così, ella rispose a mezza voce, sempre guardando verso terra:

— Di quando tu contraddicevi meno la mamma.

Sentii una trafittura al cuore. — Ma tu credi dunque, o Clara — io le

chiesi — ch’io non voglia bene alla mamma?

Ella non disse nulla e continuò a schermirsi. Mi chinai con la persona

per sorprendere il suo sguardo, che pareva sfuggirmi. Una lagrima lenta

lenta le scendeva lungo la guancia.

— Vedi, cervellino che sei, come lasci correre la tua fantasia. Tu

piangi.... — E continuai, asciugandole gli occhi: — Ti ricordi chi

prendeva le tue difese anni addietro quando facevi le tue bizzarrie

di bambina? Ti ricordi chi, col lembo del tuo grembiale bianco, ti

tergeva le lagrime, e, guardandoti fisa in volto, finiva col farti

sorridere..... Oh mi affliggo che tu te ne vada.

— Verrai a trovarmi — ella interpose timidamente. — E poi

rischiarandosi in viso: — C’è un così bel giardino!...

— Ah! l’hai visto!

— Sì, ormai da due settimane. Mi ci condussero la mamma e il signor

Venanzio.

— Anche il signor Venanzio?

— Anch’egli, e parlò molto attraverso la grata con la superiora, ma non

lo lasciarono andar più avanti.

— Dimmi, e come avviene che a me si discorse soltanto iersera di questa

risoluzione?

— Ah! la mamma voleva comunicartela prima, ma fu il signor Venanzio che

ne la sconsigliò, soggiungendole che v’è sempre tempo.

— Carino! E, in confidenza, tu gli vuoi bene al signor Venanzio?

— La mamma ripete sempre che devo considerarlo come un secondo padre.

— Ah sì!... va.... va, proruppi indispettita, alzandomi bruscamente

dalla seggiola.

— Vedi come mi scacci... E poi dici che non ho ragione...... — ella

mormorò allontanandosi.

Compresi il mio torto, e la trattenni ancora un istante. — Sì, poverina

— le dissi — tu non ne hai colpa. — E piegatami sopra di lei, le diedi

un bacio sulla bocca. Ahimè! nè le mie labbra avevano calore nel darlo,

nè le sue nel riceverlo.

Il quaderno della zia · 第 10 / 29 题