Come si avverano le profezie di sventura! La penna esita a descrivere
la serie di lutti che colpirono la mia casa nel terribile anno 1807.
Era in febbraio quando ci piombò addosso come un fulmine la notizia
della morte di Carlo. Egli era caduto il 5 di quel mese in una
scaramuccia che processe di pochi giorni la battaglia di Eylau.
Credetti che mi si spezzasse il cuore, ma io avevo bisogno di tutte
le mie forze per reggere a novelle prove. Il babbo, ormai innanzi
negli anni e infermiccio, soverchiato dal dolore pella perdita del suo
Carlo, si mise a letto poco dopo ricevuto il fatale annunzio, e passò
di vita entro brevissimi giorni. Rammento i singhiozzi di mia madre
inginocchiata presso il capezzale del moribondo, rammento il bacio da
me deposto su quelle labbra già irrigidite, mentre il prete legge a
bassa voce nel suo breviario e lo zio Baldassare, con passo rapido, con
gesto convulso e con pupilla torva come di belva chiusa nella gabbia,
va su e giù per la stanza. Pur mio padre si spense placido com’era
vissuto, accomunando in un amplesso supremo sua moglie e sua figlia, e
costringendo con amorosa preghiera il riluttante fratello a stringer
la destra a mia madre. Anche Clara fu fatta entrar nella camera, e
anche su lei, poverella, scese, benedicendo, la mano paterna. In quel
momento mi parve che al mio dolore si mescesse qualche cosa di soave e
di santamente ineffabile, mi parve che le battaglie segrete dell’anima
mia si quetassero tutte e le ombre svanissero e rinascesse la fede.
Ahimè! Sarebbe convenuto che il santuario del tetto domestico non fosse
profanato da estrani, sarebbe convenuto.... oh! ma basti per ora di
ciò.
Al babbo tenne dietro lo zio. Però egli, robustissimo di fibra, lottò
per un mese contro la morte. In quel mese io dovetti sempre vegliare
presso di lui. Egli non volle nella sua camera che me e un infermiere.
Un giorno, sentendosi ormai bell’e spacciato, ordinò all’infermiere che
ci lasciasse soli, e presami la mano nella sua, ch’era madida di freddo
sudore, mi disse con voce che sotto l’abituale ruvidezza tradiva una
profonda emozione:
— Maddalena, se mi dispiace morire è per te. Tu resti sola. — E ripetè
cupamente: — Sola! Sappi però ch’io volli metterti in grado di non
chinar la fronte dinanzi a nessuno. Tu sarai ricca, assai più ricca
di tutti gli altri della famiglia. La sostanza di tuo padre, già
assottigliata, fu divisa in tre parti, fra te, tua madre e tua sorella
Clara. La sostanza mia, che è intatta — e pronunziò questa frase con
enfasi — verrà tutta a te.
— Ma, zio — interruppi — questa è una ingiustizia.
— Tu sai pazza — egli rispose bruscamente. — Fin che Carlo era vivo, il
mio erede universale era lui. A te io non assegnavo che trentamila lire
di dote. Tuo fratello però aveva l’obbligo d’abbandonare il servizio
militare entro un anno; di venirsi a stabilir teco, e di non lasciarti
finchè tu non fossi accasata. Ora egli è morto. Tu non hai più nè
fratello, nè padre, nè zio. Non posso darti un appoggio, ti do la
ricchezza, che è una potenza per chi sappia valersene.
— No, no, zio, ve ne supplico — io incalzai — non vogliate creare una
disuguaglianza nel seno della famiglia. Io non potrei consentirvi, io
dovrei riparare all’opera vostra...
Egli non mi lasciò finire la frase, e con uno sforzo gagliardo alzò la
testa dal capezzale, e piantandomi in viso due occhi fiammeggianti —
Bada — esclamò — io ho ancora ore di vita che bastano a rifare il mio
testamento. Sol che tu non muti proposito, chiamo oggi stesso il notaio
e dispongo di tutto il mio a favore d’una pia fondazione. Passerò alla
posterità per un grande filantropo, ma la casa che porta il mio nome
sarà fra pochi anni nella miseria, e tu, tu sconsigliata che ripudii
il benefizio non potrai assistere nè tua madre, nè tua sorella. Ah
tu vorresti ch’io scioccamente prestassi mano a folli scialaqui, tu
vorresti ch’io permettessi che ciò che fu accumulato dall’onesto lavoro
servisse ad alimentar parassiti.... Senti, Maddalena, io rispetto in te
la ragazza e la figlia, non costringermi a dire di più...
— Oh — proruppi piangendo — Siete pur crudele nella vostra generosità.
Ma Clara, Clara, che conta poco più di nove anni, che colpa ha, che
cosa vi ha fatto?
— Che colpa ha? Che cosa mi ha fatto? — diss’egli rapidamente e con
un tuono che mi metteva i brividi addosso — Maddalena, non insistere,
per quanto hai di più caro al mondo, non insistere. — Indi, mutando a
un tratto l’inflessione della voce e l’atteggiamento della fisonomia,
continuò con inusata dolcezza: — Clara, tu dici. Ha essa con le sue
manine carezzato i miei capelli bianchi, come tu solevi dieci anni fa?
Ha essa indovinato, come tu indovinasti, che, quantunque taciturno
e severo, io avevo bisogno d’affetto come il fiore di rugiada? È
ella venuta al pari di te nella mia biblioteca a cacciar la bionda
testina fra i polverosi volumi, a sorridermi d’uno di quei sorrisi
infantili che riscaldano come raggi di sole? Fu essa, come tu fosti,
l’amica, la confidente, la discepola del mio Carlo, di colui nel quale
io avevo riposto il mio orgoglio e le mie speranze? No, Maddalena,
essa ha vissuto in un altro mondo, ha obbedito ad altre influenze. E
tu pretenderesti che questo povero vecchio, sul punto di morire, la
considerasse simile a te? Pur non credere, fanciulla mia, ch’io ti
voglia figliuola snaturata e cattiva sorella. Quando l’imprevidenza
avrà portato i suoi frutti, sarà allora il momento di stendere la mano
soccorritrice, sarà allora il momento di esser generosa. Ma la tua
generosità potrà ricondurre nella nostra casa la quiete e il decoro, la
mia sarebbe oggi una complicità invereconda.
— Dio buono! Ma qual parte volete impormi? A vent’anni volete farmi
arbitra e giudice?
— Io voglio farti — egli ripigliò solennemente — la vigile custode
dell’onor del tuo nome. Chi potrebbe tener le tue veci...? Ah lo so ciò
che intendi dirmi. La tua parola non avrà autorità. La tua presenza
non basterà a nulla impedire.... Ebbene, checchè avvenga, quando sia
colmo il calice delle umiliazioni, quando sentirai che questo tetto
non deve più accoglierti, tu avrai almeno, retaggio supremo, la tua
indipendenza. Rammentalo, ancora un anno, e la legge ti fa padrona di
te.
Io piangevo.
— Piangi, piangi, figliuola mia — egli mi disse — chè il tuo cammino
non è cosparso di rose. Inesperta della vita, tu resti sola in mezzo
a fiere battaglie, ma gli esempi domestici t’insegnino che la grazia e
la bontà a nulla valgono nella donna senza l’energia della lotta, come
a nulla vale nell’uomo la rettitudine dell’animo senza il coraggio di
smascherare le ipocrisie e di tagliare i nodi che non si sciolgono.
No, Maddalena, la virtù vera non è quella che tutto sopporta e a tutto
si piega. La tolleranza del male porta seco l’indifferenza del bene.
Chi non sa armarsi d’un santo flagello per colpire l’iniquità non
trova più sul labbro il sorriso che accoglie le cose belle, non trova
nel petto la calma serena dei sentimenti gentili. Io posso dirtelo, o
figliuola, io che l’ho provato in me stesso, io che ne fui testimone in
altri. Quante esistenze non furono, più delle mie, bersagliate dalla
fortuna! Pure se il mio volto fu di rado illuminato dalla gioia, se
una cura assidua mi fu quasi sempre stampata sul fronte, quale credi
tu che ne fosse la causa? Questa dolorosa certezza di aver più volte
nella mia vita assistito come spettatore impassibile ai danni che con
uno sforzo gagliardo avrei potuto riparare, di essermi sentito mancare
nei momenti più solenni l’energia necessaria per porre ad effetto i
generosi propositi. Ero giovanissimo, ero pieno della baldanza dei
vent’anni, quando, in uno de’ miei primi viaggi a Parigi, vagando per
un sito remoto e disabitato, vidi un ubriaco cader nella Senna. Corsi
sul ciglione dell’argine donde l’infelice era scivolato. Il freddo
dell’acqua l’aveva ridesto al senso del pericolo, il suo volto, pur
dianzi spirante unicamente la stupida ebbrezza, s’era atteggiato allo
spavento e alla disperazione. Avvertì la mia presenza, tese verso di
me le sue mani convulse, mi domandò aiuto con grida strazianti. Io,
nuotatore esperto, ero sul punto di slanciarmi nel fiume, ma esitai
all’aspetto di quella corrente sì rapida, e, nel suo sordo muggito, sì
minacciosa. Il tapinello scomparve, nè più venne a galla. Ripigliai
il mio cammino contristato, arrossente di me medesimo. Avevo sempre
dinanzi agli occhi quella fisonomia disfatta dal terrore, quelle mani
protese, nè l’immagine potè più dileguarmisi dalla fantasia. E, da
quel giorno, ogni volta che lasciai morire infecondo un buon pensiero,
ogni volta che per mancanza di coraggio non feci intero il debito
mio, la tetra visione mi si ripresentò paurosa e beffarda, e una voce
insistente mi ripetè in fondo al cuore: Tu non sei un uomo!
Lo zio Baldassare andava accendendosi in volto con visibile
esaltazione. Tentai calmarlo.
— No, no — egli rispose — non cercare inutili parole di conforto. Cerca
piuttosto d’essere tu stessa quali non fummo nè tuo padre, nè io, quale
era Carlo soltanto, Carlo che, oggi forse, se non lo coprisse la terra,
spazzerebbe via le immondezze di casa nostra...
— Oh zio, mio padre, morendo, ha perdonato!
— Tuo padre era un santo — egli rispose — nè la virtù dei santi può
chiedersi a tutti.
— Oh sono pure infelice! — sclamai, lasciando cadere il capo sulla
sponda del letto.
— Coraggio, Maddalena — egli ripigliò con voce più dolce. — Forse
brilleranno giorni migliori per te. Tu non sei bella, ma la virtù
e la ricchezza ti chiameranno gli adoratori d’intorno. Però sii
guardinga, fanciulla mia. Serbati a chi possa meritarti coll’ingegno
operoso, coll’animo libero, sii un premio all’amore, non uno stimolo
al capriccio. Diffida dei nomi sonori, diffida d’un’aristocrazia
infracidita che forse vorrà sciogliere un poco del tuo oro nel suo
sangue azzurro, ricordati che abbiamo i nostri antenati anche noi,
quantunque non siano di quelli che si fanno effigiare nei medaglioni.
Il tuo bisavolo paterno, o Maddalena, portava un ruvido cappotto di
lana spesso stillante onda marina, il suo braccio non aveva maneggiato
la spada, ma il timone ed il remo, le sue labbra non sapevano
piegarsi a sdolcinature, ma sulla fronte ampia e severa gli si leggeva
l’ardimento del marinaio che sfidò le tempeste, l’orgoglio dell’uomo
che superò mille pericoli. Non dimenticare, o ragazza, queste tue
origini, non arrossirne.
— Io arrossirne! Che dite mai? — proruppi rizzandomi in piedi con moto
subitaneo.
— Il Cielo ti rimeriti di quella onesta fiamma di sdegno che ti
lampeggia negli occhi — egli sclamò consolato. — Ed ora promettimi che
tu rispetterai il mio testamento.... promettimelo.
Il tuono delle sue parole non ammetteva repliche. Chinai il capo
assentendo.
Levò le scarne sue braccia, mi prese faticosamente la testa con ambo le
mani, e appressata la mia fronte alle sue labbra, vi stampò un bacio. —
Indi mi disse:
— Addio, Maddalena, il nostro colloquio è finito.
Mi tolsi di là cogli occhi inondati di pianto. Giunta alla soglia mi
voltai nuovamente. Lo sguardo dell’infermo era sempre fisso sopra di
me; pareva ch’egli volesse scolpire la mia immagine nelle pupille da
cui fuggiva la luce. Esitai, fui sul punto di gettarmi io ginocchio
a’ piedi del suo letto, d’intercedere grazia presso di lui per quelli
che avevano amareggiato i suoi ultimi anni, ma egli mi arrestò con un
gesto, e mi ripetè: — Addio, addio, a più tardi.
. . . . . . .
Tre giorni dopo, immobile dietro le vetrate della mia camera io
vedevo sfilare il funebre corteo che accompagnava all’estrema dimora
colui che, mancati mio fratello e mio padre, simboleggiava per me la
famiglia.
Nella turba mercenaria che, camuffata in foggie strane, seguiva la bara
con aste e gonfaloni, tra le femminuccie pettegole e i bimbi curiosi
accorsi al gradito spettacolo, correvano intanto i comenti che io
udivo, non avvertita.
— Le disgrazie vengono sempre a tre a tre — diceva gravemente una
portatrice d’acqua alla sua vicina.
— Come a tre a tre? — domandava un’altra meno informata delle faccende
di casa nostra. — Non son stati due i defunti? Prima il signor Antonio
e poi il signor Baldassare?
— E il signor Carlo non lo mettete nel conto? Sapete, il figlio del
primo letto del signor Antonio, quel bel giovinotto che partì sei o
sette anni addietro e morì nel febbraio in guerra?
— Ah! è morto anche quello lì?
— Sicuro, non lo sapevate?
— Però, disse una vecchia zitella gran frequentatrice di chiese — il
signor Baldassare aveva assai poca religione.... Dicono che non volesse
nemmeno il prete.
— Gesumaria! che tempi! — esclamò la fruttajola della cantonata.
— E sapete — saltò su a dire un omaccione il quale aveva una voce sì
grossa che gli era impossibile parlare adagio — che ha lasciato tutto
il suo alla nipote?
— Cospetto! Quella lì diventa una bella signora.
— Ma! che fortuna! bisogna nascere con la camiciuola.
— Del resto, ei dev’esser stato un incubo pella famiglia quel signor
Baldassare. Sempre così serio e taciturno. Il vero contrapposto di Sua
Eccellenza Lucietta, tutta gaja ed affabile.
— Che angiolo è quella donna! Anche in questa occasione diede venti
zecchini alla chiesa, e venti ne fece distribuire ai poveri.
— In fin dei conti, adesso la starà meglio anche lei. Era tanto
sacrificata! —
Mi parve che fosse ora di metter termine a quel cinguettio, e sporsi un
momento il capo dalla finestra.
Gli oratori parvero turbati assai e si dileguarono guardandosi in viso.
Molti alzarono gli occhi verso di me e mi fecero un umile e profondo
saluto. Una donna alzò il bambino per disotto le ascelle affinchè mi
vedesse meglio. Avrei giurato ch’ella gli susurrava all’orecchio: —
Vedi, quella giovane lì è la più ricca della parrocchia. Che fortuna!
Ero invidiata e mi sentivo tanto infelice. L’innocente allegria dei
prim’anni era sfumata. Sfumate le speranze, retaggio prezioso della
mia età. Scoloriti i cari volti, mute le domestiche voci che avevano
popolato di sorrisi e di suoni la casa. Le persone così diverse
d’indole, ma così concordi noi cingermi del loro amore, erano scomparse
dalla terra. Prima di tutti il povero Angelo, cui già da dieci anni
copriva la tomba, e ch’io avevo ognor presente allo spirito con quella
sua fede cieca ne’ suoi principî, con quella sua schietta affezione
per mia madre e per me. E, ora, nel corso di pochi mesi, mio fratello,
mio padre, mio zio! Mio zio che mi aveva detto: _tu resti sola!_ Sola!
Ma non viveva mia madre, ma non viveva Clara, la mia sorellina! Oh
maledetto lo spettro che si era frapposto tra me e loro!
Ecco: mi sembra ancora udirlo il campanello che chiama alla colazione.
Esco della mia camera, traverso la sala, guardo i vecchi medaglioni
appesi alle muraglie (non v’è più Angiolo che si prenda cura di loro
e ne levi la polvere e i regnateli!), guardo l’antico orologio di cui
mi suonò all’orecchio fin da bambina l’uniforme _tic-tac_, ed entro
nel nostro gajo tinello d’estate. La luce del sole, moderata dalle
tendine verdi a larghi festoni, si riposa compiacente sui paesaggi a
vivi colori onde sono dipinte lo pareti, e sui fiori e le frutta che
adornano le soprapporte. Mia madre ha lasciato appena il suo telaio
da ricamo, è vestita di mussolina nera, porta un monile di granate al
collo bianchissimo, e un pajo di buccole pur di granato agli orecchi.
Com’è bella, com’è giovane malgrado i suoi quarant’anni! Clara,
anch’essa abbrunata, ripone in fretta la sua pupattola, dono del
signor Venanzio. La mamma mi dà un bacio in fronte; io stento a non
piangere vedendo preparata per tre quella tavola ove solevamo sedere
in cinque. Seggo nondimeno al mio posto, ma non so portare un pezzo di
pane alla bocca. Alla fine il dolore prorompe, e nascondendo il volto
fra le mani, scoppio in singhiozzi.... È pur mia madre quella che mi
tocca, che mi carezza, che mi conforta, sono i suoi capelli ch’io sento
lambirmi le guancie e rasciugar le mie lagrime, è la sua voce che mi
dice: — Su, Maddalena, fatti animo.
— Oh, mamma, mamma, eppure, malgrado tante disgrazie, noi potremmo
ancora esser felici.
— Come? Parla, la mia figliuola, che vuoi ch’io faccia per te?
Le ho cinto il collo delle mia braccia, i miei occhi sono fissi nei
suoi, mi pare che un vago senso d’inquietudine sia dipinto sul suo bel
viso; m’è tuttavia impossibile di trattener la frase che ho già sulle
labbra.
— Viviamo soli, mamma, voi, Clara ed io. Non dovremmo forse bastare a
noi stessi? —
Ahi! La sua fronte si è annuvolata, ed ella cerca di svincolarsi dalla
mia stretta.
— Va, tu se’ una cattiva e una visionaria — ella esclama allontanandosi
alquanto. Indi con accento di dolore sentito: — Ah! mi hanno tolto il
cuor di mia figlia!
— Non è vero, non è vero, mamma — io grido correndole appresso.... In
quell’istante odo nella sala un suono di passi ben noti, mia madre si
ricompone rapidamente, Clara muove verso l’uscio, ed ecco farsi innanzi
lindo, azzimato, il signor Venanzio.
Le mie lagrime cessano di cadere, le parole mi s’impietrano sulle
labbra, un tremito m’invade tutte le membra.
Il signor Venanzio è pure un uomo compito. Il suo abbigliamento è
quale si addice a persona che viene a fare una visita di condoglianza,
il suo volto è coperto da un velo di profonda mestizia; anche il suo
passo di ballerino ha rimesso alquanto della sua elasticità, quasi
per dimostrare che nemmeno le gambe sono in lui estranee al nobile
sentimento della simpatia. Egli bacia la mano a mia madre, poi si china
ed abbraccia Clara che gli è corsa incontro sollecita, e finalmente
viene verso di me umile, ossequioso e compunto.
Il sangue mi sale al capo, e con un gesto imperioso: — Indietro! —
grido — non mi parlale, non mi toccate. Voi siete la causa di tutti i
guai della nostra famiglia. S’io fossi padrona, questa casa vi sarebbe
chiusa per sempre. —
Mi beai un istante della sua confusione, assaporai la voluttà
dell’offesa; indi, senza por mente a ciò che diceva mia madre, uscii
della stanza.
Accoglimi nuovamente, o mia camera silenziosa. Qui, contemplando
i rabeschi delle tue travi, gli stucchi delle tue pareti, ordirò
la tela de’ miei pensieri. Io popolerò di cari fantasimi la tua
solitudine, io ti farò il nido dell’anima mia. Tu ridimmi la calda,
allegra parola che suonava sullo labbra di Carlo, quand’egli veniva,
mattiniero, a svegliarmi; tu serbami i dolci lineamenti paterni, e
le austere ma oneste sembianze di mio zio! Però fino a quando, o mia
camera silenziosa, potremo noi vivere insieme, fino a quando potrò io
accettare l’ospitalità di questo tetto profanato?