Il periodo della vita più ricco d’impressioni, più fecondo di sorprese
e di cambiamenti, è senza dubbio quello che comincia all’estremo limite
dell’infanzia, attraversa l’adolescenza e giunge sino al principio
della giovinezza. Ridire ciò che in questo periodo si è pensato e
sentito, ridire le dolci fantasie e le speranze audaci e i sùbiti
scoramenti è impresa da lasciarsi ai romanzieri di professione. Chi
non vuole inventare, ma domanda alla penna soltanto che gli riproduca
fedelmente il vero, deve, di necessità, esser parco, mentre in così
turbinoso affollarsi d’immagini poche sono quelle che si presentino con
chiari e spiccati contorni. Forse una frase rende lo stato dell’anima
in quell’epoca singolare: non sapersi spiegare e non osar chiedere.
Qui è la differenza dalla prima infanzia, la quale non capisce, ma,
petulante e importuna, non si perita di rivolgere alcuna inchiesta
per ardita che sia. Tra le cose che, undicenne, io non riuscivo a
spiegarmi, e pur non m’arrischiavo d’indagare, era il perchè della
freddezza con cui era stata accolta nella famiglia la mia sorellina
Clara. Per me fu una festa il suo nascere; passar lunghe ore alla
sua culla, era un diletto pieno di soavità. Mi pareva che i lini,
ond’ella era ravvolta, non bastassero a riscaldare le sue tenere
membra, se non vi si mesceva un alito d’amore. Perciò io m’ero stretta
nuovamente a mia mamma, la quale, sola della casa, mostrava di voler
bene alla piccina. Il babbo, per solito così affettuoso, la guardava
appena, e sempre con le ciglia aggrottate, lo zio Baldassare non
poteva sentire il suo vagito senza conturbarsi, e Carlo scansava di
vederla e di discorrerne. Ma perchè? domando io. Ella sì ch’era bella!
Aveva, ancora in fasce, l’occhio dolce e vivace di mia madre, aveva i
lineamenti delicati di lei, e quando mi sorrideva, pareami di veder
mia madre sorridere. Nessuno combatteva le mie simpatie, ma nessuno
le incoraggiava. Se io, con uno sforzo supremo, prendevo Clara in
braccio e la portavo di qua e di là per le stanze, nessuno, all’infuori
della balia, si offriva di pigliarsi il mio fardello, nessuno con
un gesto, con uno sguardo, con una parola, faceva buon viso ai miei
scherzi. Povera bimba! sotto che cattiva stella era nata! La servitù
teneva tratto tratto, su tale proposito, singolari discorsi, di cui
però non poteva cogliere il senso. E questi discorsi erano tenuti
per lo più, dopo le visite del signor Venanzio. Carlo aveva per me
le usate premure, ma aveva anch’egli cambiato d’umore. Diceva che il
1797 era stato per lui un anno tremendo. Tuttavia si occupava della
mia educazione con un fervore incredibile. A sentirlo, ero una scolara
senza l’uguale al mondo. Quantunque non insuperbissi delle sue lodi,
avevo la coscienza di progredire rapidamente. M’ero data allo studio
con passione febbrile; cercavo in esso una distrazione al tedio della
mia vita domestica, facevo dei libri i discreti confidenti de’ miei
pensieri. Se la mestizia del babbo, o di mio zio, o di Carlo m’aveva
turbato, se la sbrigliata gajezza di mia madre m’aveva ferito, se la
sguajataggine del signor Venanzio m’aveva offeso, era ai libri ch’io
chiedevo conforto.
A tredici anni provai un gran dolore. Carlo ebbe per istrada una scena
violenta col signor Venanzio. Altra scena succedette in casa, e, per
la prima volta nella mia vita, vidi la mamma piangere. Io ne capivo
assai poco, capivo però che mio padre, uomo cui la soverchia bontà
toglieva l’energia del volere, era assediato da due opposte influenze,
quella di suo figlio e di suo fratello, e quella di sua moglie. Per
molti giorni non comparve il signor Venanzio. Ma una mattina, mentre
io ero nella camera da letto di mia madre, e Clara raggomitolata sul
pavimento giuocava ai miei piedi, intesi aprir l’uscio. Era desso.
La bimba si levò di terra e gli corse incontro festosa. Egli si chinò
sopra di lei e la coperse di baci. La mamma, udendo la sua voce, venne
in fretta dalla stanza vicina. Io uscii, non so perchè, non so come,
adirata contro il signor Venanzio, contro mia madre, contro la stessa
Clara. Avevo un bisogno immenso di piangere e piansi. La sera Carlo mi
prese per mano, e mi disse — Maddalena, io parto... L’ho deciso... Il
babbo lo sa ed è contento.... Non accorarti, sorelluccia mia. Anche
lontano, vedrò d’esser sempre teco... ti scriverò ogni settimana...
Non ti basta? Ti scriverò ogni giorno... e tu pure mi scriverai, e
faremo conto d’essere insieme... Via, via, piccina... tornerò, sai?...
— Io ero sopraffatta da questa notizia, per modo che non riuscivo a
trovar parole. Quando potei snodare le labbra ruppi in singhiozzi,
gettai le braccia al collo di mio fratello, e con voce rotta gli chiesi
— Ma perchè parti? Ma dove vai? — Egli si svincolò dolcemente dalla
mia stretta e mi disse — Vado nella Repubblica cisalpina, vado dove
vedrò poste in atto le idee che furono il sogno della mia gioventù,
vado dove posso aver modo di lavorare per la liberazione della nostra
povera patria. — Indi mi diede un bacio e soggiunse — Domattina tornerò
a salutarti. Calmati intanto — E mi lasciò. Rimasi alcuni minuti come
trasognata; poi mi venne in animo di favellar con lo zio Baldassare,
di strappargli dalle labbra qualche più persuasiva spiegazione di un
fatto così subitaneo, di pregarlo che s’interponesse per trattener
Carlo. Ma lo zio Baldassare era appunto con Carlo in segreti colloqui.
Stettero insieme tutta la notte. La mattina mio fratello partì, e non
potei vederlo da solo a sola. Lo accompagnammo col babbo e con lo zio
fino alla gondola. Egli ci baciò in silenzio tutti e tre, e disse con
voce commossa — A rivederci. — I gondolieri, puntando coi remi, si
allontanarono dalla riva. — Addio, addio — tornò a dir Carlo. Nel punto
in cui il canale fa una svolta, una grossa barca, di quelle che noi
Veneziani chiamiamo _peate_, tenne ferma la gondola alcuni secondi.
Carlo, spingendo la testa dal finestrino, guardò dalla nostra parte.
Noi eravamo ancora immobili sui gradini dell’approdo, ed egli ci
risalutò più volte coi cenni del capo e col fazzoletto. L’ingombro fu
rimosso, i remi si tuffarono liberamente nell’acqua, e la cara visione
sparì... Anima nobile, anima ardente, quando e dove potrò incontrarti?
Risalimmo le scale senza scambiarci una parola. Giunti nell’ampia
sala che mi pareva più muta, più mesta, più buia del solito, alzammo
gli occhi ad un tempo... poi ci separammo frettolosi. Avevamo tutti
e tre il cuore gonfio, bisognoso di sfogo, ma tutti e tre sentivamo
istintivamente ch’era meglio tacere, non chiedere, non far confidenze
che avrebbero potuto essere accuse... Mia madre era chiusa con Clara
nelle sue camere....
Quante cose imparai in quel giorno! Quante ombre presero forma! Che
fitto velo di tristezza si calò sull’anima mia! O giovinette, cui per
avventura cadesse fra le mani questo quaderno, compiangetemi, e che il
cielo vi salvi dal peggior degli affanni: dubitare della madre nostra.
Nè gioventù, nè beltà, nè ricchezze possono riempire il vuoto lasciato
nell’anima dalla fede perduta verso chi vi nutrì del suo latte.
Mia madre era sempre buona meco, scherzosa, amorevole; le grazie del
volto e il brio naturale di lei che avevano esercitato un fascino
su tutti quelli che le erano vissuti dappresso non potevano certo
rimaner senza effetto sopra di me. Quante volte, vedendola così vispa
e leggiadra, sapendola così pronta alla simpatia e al benefizio, io
sentivo rinascere in cuore l’antica tenerezza! Ma quegli slanci erano
soffocati da altri pensieri che irresistibili mi si affollavano alla
mente e mi costringevano di nuovo in un gelato riserbo. E Clara, la
fanciulla bellissima ch’io solevo tener pargoletta sui miei ginocchi,
che con le mie cure avevo voluto risarcire della freddezza altrui,
perchè non era più ai miei occhi quella d’un tempo? Che forza arcana
mi allontanava da lei, sì che la mobile vivacità delle sue pupille
mi riusciva incresciosa, e le brune ciocche de’ suoi capelli non
m’invitavano più alle carezze, e le inflessioni stesse della sua voce
mi ferivano come suoni sgraditi? Non lo so;... so che quando il signor
Venanzio, fattosi frequentatore sempre più assiduo della nostra casa,
la prendeva tra le sue braccia e la copriva di baci, mi pareva come
se una lama affilata mi trapassasse le carni. Essa, alla sua volta,
vistasi negletta, aveva molto rimesso della sua espansione; non mi
sfuggiva, ma nemmeno mi cercava, e soleva starsene con la mamma, che
omai non faceva mistero delle sue predilezioni per lei.
Oh i giorni mi correvano pur tristi e l’avvenire mi si presentava pur
sotto tetri colori! La procella si librava minacciosa sulla nostra
famiglia senza scoppiar mai. Io ne sentivo l’afa pesante, e m’auguravo
talora che il turbine si scatenasse per uscire da una situazione
intollerabile. Ma era inutile augurio. Ero ridotta a udire intorno a
me querele impotenti, a vedere incancrenirsi le piaghe per mancanza
del coraggio delle amputazioni. E m’adiravo con tutti, e una cupa
misantropia andava investendomi a poco a poco.
Due sole cose mi consolavano: la corrispondenza epistolare con Carlo e
lo studio. Mio fratello s’era arruolato nell’esercito cisalpino, e il
suo reggimento era stato spedito al settentrione della Francia, sulle
coste dell’Oceano. Di là egli mi scriveva regolarmente, mi suggeriva
le letture più acconcie, mi narrava le sue occupazioni, mi confidava le
sue speranze, e, soprattutto, manteneva caldo in me l’amor della patria
e della libertà. Egli era fra quelli che il trattato di Campoformio
non aveva potuto intieramente alienar dalla Francia, e che solo dalle
armi francesi aspettavano la redenzione dei popoli. Perciò anelava
alla guerra, unico mezzo, egli diceva, di finirla per sempre con le
vecchie Corti coalizzate fra loro. Pel genio del Buonaparte aveva
una ammirazione sconfinata, ma lo credeva troppo ambizioso. Di tratto
in tratto vi erano nelle sue lettere divinazioni profetiche — Temo —
egli mi scriveva un giorno — l’onnipotenza militare; mi par di vedere
le antiche legioni romane pronte a passare il Rubicone al cenno di
Cesare. — Un’altra volta deplorava ch’io non potessi leggere l’orazione
scritta pei Comizi lionesi da Ugo Foscolo — quell’Ugo Foscolo — egli
soggiungeva — a cui dobbiamo il _Jacopo Ortis_, e che prima del 97
viveva in Venezia. Vorrei che tu vedessi — erano le sue parole — con
che schietto animo egli invita il vincitore a fare il debito suo verso
l’Italia. Saranno adempiuti i suoi voti? Speriamolo, sorella mia, chè a
questo patto soltanto io potrò risalutare la mia città natale. — Carlo
toccava di rado il tasto doloroso delle faccende domestiche, e se io
mettevo in campo questo argomento, lo schivava con arte grandissima.
Che se per avventura io insistevo, egli mi raccomandava che avessi
pazienza e pensassi che la donna è come di passaggio nella casa in cui
nacque, che il vero suo nido è altrove, che il segreto del suo destino
non è nella sua camera di fanciulla, ma nella sua camera di sposa. —
Tollera il resto — egli mi suggeriva — ma non patire che ti si immoli
sull’altare dell’orgoglio o della ricchezza; non lasciarti, giovinetta
inesperta, dare in braccio di chi non abbia prima conquistato il tuo
cuore... —
Così scriveva mio fratello, confortandomi a sopportare il presente in
vista dell’avvenire. Ma, ohimè, i cari sogni che certo allegravano
le mie coetanee non avevano virtù redentrice per me. Nelle pagine
degli scrittori, e nell’ideale della fantasia, io trovavo la donna
non dissociata mai dalla grazia e dalla bellezza, e mi pareva che,
ove non fossero queste due qualità, nè l’ingegno femminile potesse
aver pregio, nè l’amore sollevarsi a gentile passione. Oh! chè valeva
all’anima mia esser pura ed ardente, se nè il lampo degli occhi la
rivelava, nè la venustà delle membra, nè la musica della voce? Quale
io mi ero, non deforme certo della persona, ma sottile, asciutta,
più alta che non si convenga al mio sesso, priva persino di quella
freschezza di carnagione che suole andar compagna alla gioventù, io
non sapevo vincere il sospetto che lo stimolo dell’interesse e non
altro avrebbe potuto far chiedere la mia mano. Perciò ero guardinga,
gelata, tarda nel rispondere. Mia madre, ch’era tutto l’opposto, e che
ormai si sdilinquiva per Clara, la quale cresceva leggiadra e vezzosa
al pari di lei, non poteva a meno di rimproverarmi il mio contegno, ed
esclamava talvolta — Dio buono! La bellezza la si porta seco nascendo
e non c’è colpa a non averla, ma la cortesia poi dipende da noi altri
stessi. Come vuoi viver nel mondo così diversa da tutti, sfuggendo
tutti...? Basta, sarà sapienza la vostra (e alludeva, oltre che a me,
a Carlo e allo zio, ch’ella credeva ispiratori della mia condotta),
ma è una sapienza che fa essere molto infelici! — Dal suo punto di
vista ell’aveva ragione, nè io potevo dirle tutte le cause che avevano
inacerbito il mio spirito. A ogni modo queste punzecchiature frequenti
portavano il loro sassolino a quella barriera che lenta, insuperabile,
andava formandosi tra mia madre e me.
Io passavo parecchie ore del giorno in biblioteca con lo zio
Baldassare. Discorrevamo di Carlo, rileggevamo le sue lettere, e
vivendo seco in comunione di spirito, riuscivamo per qualche momento
a dimenticare la triste realtà. Il babbo veniva anch’egli talvolta a
prender parte ai nostri colloqui, e il suo viso malinconico e sparuto
s’illuminava di gioia passeggiera, se, parlando del suo figliuolo,
egli ne rammentava l’infanzia, e l’intelligenza precoce, e la bontà
impareggiabile. Allora egli si animava tutto, e si sarebbe detto che
gli anni, corsi dopo quell’epoca, s’involassero da lui come stormo
d’augelli che improvviso lasciano il nido. Ma poi sopraggiungeva
l’idea del presente, l’idea di questo figlio partito dal suo paese,
slanciatosi in mezzo ai pericoli perchè la casa paterna non gli offriva
più asilo ospitale, e quest’idea bastava a raddensar le nubi sulla
fronte del povero vecchio. Vecchio era divenuto realmente mio padre,
ed io me ne accorgevo con indicibile rammarico. I capelli gli si erano
in poco d’ora imbiancati, profondi solchi gli segnavan le gote, e
camminava curvo della persona. Gli si notava in volto quella stanchezza
della vita che desta un senso di così dolorosa pietà e che ha tanta
rassomiglianza con la stanchezza fisica. Chi n’è affetto sembra piegare
il collo e le ginocchia sotto un peso invisibile. Gli è che il peso non
è fuori, ma è dentro, nel cuore. E pensare che un po’ d’energia usata
a tempo avrebbe salvato ogni cosa. Ma mio padre sfuggiva la lotta, e
omai si era deciso a soffrire in silenzio. — Hai ragione, ma è inutile
— egli diceva a suo fratello, se per avventura questi metteva in campo
certi argomenti. In tal guisa si succedevano gli anni, divorando il
tempo più bello della mia giovinezza, abbeverando di fiele e di dubbi
quell’epoca della vita che suol esser sacra alle illusioni e alle
gioie. O spiriti superficiali, che vi atteggiate a censori dei vostri
simili, vi siete mai curati d’indagare le cause di ciò che forma
oggetto dei vostri pretensiosi giudizi? Perchè vedete scorrer l’acqua
torbida e limacciosa, sclamate: era torbida e limacciosa la fonte. Non
è vero: la fonte era limpida e pura, nel suo cristallino zampillo si
frangevano allegri i raggi del sole, attraverso il suo specchio, come
dietro a nitida lente, brillavano le venature del sasso; furono le
immondezze trovate lungo la via che l’hanno resa così.
Precipitavano intanto gli avvenimenti politici. Venezia, fatta
austriaca nel 1797, diveniva francese nel 1805, dopo Austerlitz. Il
signor Venanzio, ch’era stato prima aristocratico, poi democratico
sfegatato, e più tardi devotissimo degli Absburgo, mostrava grande
entusiasmo per questo nuovo cambiamento, e diceva che così almeno
_vi sarà un poco di libertà_. Io non gli badavo. Mi ero avvezza
a considerarlo come un rettile immondo che lo strano capriccio di
qualcheduno della mia famiglia aveva introdotto nella casa. Però le
mutate condizioni di Venezia mi riempivano l’animo di gioia. Era così
rimosso uno tra gli ostacoli che si frapponevano al ritorno di Carlo.
Non erano rimossi tutti pur troppo, nè io nutrivo speranza ch’egli
verrebbe a star lungamente con noi; ma vederlo anche per pochi giorni,
ma udir la sua parola calda ed onesta, ma rinfrancarmi ne’ suoi
consigli, era per me, ormai disavvezza della gioia, un sogno di suprema
felicità. Il Signore mi aveva insidiato anche questa consolazione.
Il reggimento di Carlo, che non aveva preso parte alla campagna del
1805, fu, dalle sponde dell’Oceano, sbalestrato in Germania. Combattè
ad Auerstaedt e a Jena, e dopo una breve sosta in Berlino, ebbe
l’ordine di procedere ancora verso l’Est per fronteggiare i Russi
che si avanzavano. La mia anima era invasa da funesti presentimenti,
e le lettere di mio fratello, per quanto cercassero parer fiduciose
e serene, tradivano esse pure una profonda malinconia. — Fiocca la
neve — egli mi scriveva nel dicembre 1806 dalle rive della Vistola
— e il vento sibila con lugubre suono tra le foreste d’abeti. Noi
tentiamo d’ingannare il freddo raccogliendoci intorno a grandi fiammate
di paglia accesa o di vimini, e di coprire, cantando, il gemito
sinistro del vento. Ahimè! Io penso in quei momenti al nostro focolare
domestico, penso alle nostre canzoni veneziane. E dire ch’io speravo
d’essere questo inverno presso di voi, nella nostra vecchia biblioteca,
ove la vampa del camino manda sì leggieri riflessi; dire che speravo
di rivedere te, e il povero babbo, e il nostro arcigno ma ottimo zio.
Sono invece qui a mille leghe dalla mia Venezia, e chi sa.... Basta,
Maddalena, non voglio amareggiarti, ma se tu sapessi come presto arrivi
una palla! —