Un anno memorabile per tutti i conti fu il 1797. Della caduta della
Repubblica dirò poi. Fu certo un gran fatto, ma prima che esso
accadesse, altri avvennero per me importantissimi. Io compivo in
febbrajo i dieci anni. Fino a sette m’ero intesa a ripetere su tutti
i tuoni: — Che bella bimba! — Dai sette ai nove udii bisbigliare: —
Eppure Maddalena prometteva meglio — Quando toccai i dieci, sorpresi
più volte la frase: — Com’è imbruttita! — E allora la mamma e gli altri
di famiglia, non so se per conforto o per istruzione, mi predicavano:
— Non importa esser belli, bisogna esser buoni — locchè mi faceva
un dispetto da non potersi credere. E quantunque ragazzina affatto,
ci pensavo e ripensavo, ma buon per me che vennero altri accidenti a
distrarmi. Proprio in febbraio ebbi due comunicazioni: prima, che mio
fratello Carlo s’era mosso di Francia per tornare a Venezia; seconda,
che un altro fratellino, o sorellina che fosse, sarebbe arrivato di
lì a pochi mesi per tutt’altra parte. Corsi difilata dalla mamma a
lagnarmi che di questo fratellino, il quale abitava tanto lontano,
non mi si fosse mai tenuto parola; ella sorrise malinconicamente, e mi
licenziò dicendo che aveva male di stomaco. Comunque sia, non mi pareva
che ai due viaggiatori si preparassero troppo festose accoglienze.
Della venuta di Carlo non esultava schiettamente che lo zio Baldassare.
Mio padre forse ne gioiva in cuor suo, ma sembrava che la sua gioia
non fosse scevra di preoccupazioni. Alla mamma era evidente che la
cosa dava gran noja. Quanto all’_altro_ aspettato, era meglio non
discorrerne. Solo a menzionarlo si vedevano musi lunghi da metter
paura. Perciò l’arrivo di Carlo fu per me argomento di consolazione
indescrivibile. Era un bel giovinetto sui diciott’anni, alto,
spigliato, disinvolto, allegro, e che prese subito a volermi bene. La
mia intimità con Angelo, che si era rallentata da qualche mese, subì
un nuovo crollo alle sgarbate parole che il gondoliere pronunciò sul
conto di mio fratello. — Quella gente lì è la nostra rovina — brontolò
il vecchio bisbetico — il suo signor Carlo è un _sanculotto_, un
_giacobino_.
— Che _sanculotto_? che _giacobino_ — proruppi col massimo sdegno. —
Egli è Carlo Lisari, figlio del babbo.
— Sì, sì — soggiunse Angelo senza darmi retta — vogliono farla a
San Marco. Ma vedranno chi la vincerà. Oh! i _parrucconi_ han fatto
andarsene con le pive in sacco ben altri personaggi di questi. Ma se
toccasse a me, o che non ci sono i _piombi_ per nulla?
— Tu farnetichi — diss’io, che non capivo una sillaba di questi
discorsi, e gli voltai le spalle inferocita.
In casa, Carlo, ch’era pettinato moderatamente, declamò contro le code
e le parrucche. E il babbo e lo zio si lasciarono persuadere dalla sua
eloquenza, tantochè parrucche e code scomparvero in brevissimi giorni.
Asserirei il falso se dicessi che la cosa non mi desse noia. Quando mio
padre mi prendeva confidenzialmente sui suoi ginocchi (e continuava
in queste abitudini, benchè io fossi già grandicella) io solevo
occuparmi a giocherellare col suo codino, e mi seppe male di perdere
questo innocentissimo passatempo, che, a creder mio, alimentava la mia
affezione figliale. Ma i miei scrupoli durarono poco, crescendo ogni dì
l’influenza che Carlo esercitava sopra di me. Egli s’era maravigliato
assai di trovarmi così digiuna d’ogni istruzione, e si accinse con
zelo indescrivibile a dirozzare il mio spirito. Ed io ricambiai le sue
premure. Ciò che mi era sembrato fino allora intollerabilmente uggioso
mi accese invece di vera passione. Leggevo poco e di mala voglia, e
in men che non si dice fui ridotta a segno di non potermene star senza
un libro sotto gli occhi o una penna in mano. I miei progressi furono
altrettanto rapidi quanto sino allora erano stati tardi, e lo zio
Baldassare ne trasecolava per la contentezza. La mamma, che da alcuni
mesi era indisposta e passava buona parte della giornata in letto,
ogni volta ch’io mi recavo a salutarla, sosteneva che Carlo avrebbe
finito col farmi perder la salute e ch’ero già divenuta più magra e più
pallida. Ma io mi divertivo siffattamente di quel nuovo sistema di vita
che non l’avrei mutato per tutto l’oro del mondo, e mi pareva sempre di
non fare abbastanza presto ad apprendere tutte le cose che m’insegnava
Carlo. Che arca di scienza che era lui! Altro che l’avo inquisitore!
Questi s’era tanto rimpicciolito a’ miei occhi, che una mattina, dopo
una bella lezione di mio fratello sui due poli e sull’equatore, corsi
in sala, mi presentai dinanzi al ritratto, e gli feci le boccaccie in
segno del mio disprezzo.
Intanto i tempi si facevano grossi davvero. Ogni giorno c’era una
novità, ogni giorno Angelo aveva la faccia più scura. Di tratto
in tratto poi sorgevano paure di tumulti, e allora, anche s’era di
mezzodì, si chiudevano le imposte dei mezzanini e si davano i catenacci
alle porte di strada. Una volta ci fu un serra serra. Si tirò fuori
uno schioppo irrugginito e lo si diede a Tommaso, il cuoco, il quale
era stato militare. Bisogna credere però che collo smettere la divisa
egli avesse smessi altresì gli umori belligeri, inquantochè non parve
assai lieto dell’incarico avuto, e diceva che se mai _fossero venuti_
(nessuno sapeva chi dovesse venire), l’opporre resistenza sarebbe stato
una vera pazzia. Mi ricordo benissimo che Carlo si trovava fuori di
casa e ch’io ero molto inquieta sul conto suo, ma che la confusione
di Tommaso mi esilarava lo spirito. Ed ho sempre negli orecchi la sua
ingenua esclamazione nel sentir battere una imposta per un gagliardo
colpo di vento: _Madonna! Che la fosse una schiopetàa?_ Tommaso era
padovano, e benchè fosse in Venezia da fanciullo in su, nelle grandi
occasioni si serviva del suo dialetto nativo.
Da parecchi mesi si faceva un gran discorrere di un certo generale
Buonaparte, e a questo nome lo zio Baldassare si fregava le mani in
silenzio, e Carlo andava in visibilio e asseriva che un capitano simile
non lo aveva avuto nemmeno l’antichità. Avendo io ripetuto a Angelo
una tale sentenza, egli divenne frenetico, e dichiarò che a spazzar
via simil gente bastava la sua granata. Così dicendo, egli guardò il
domestico arnese, che molto pacificamente era appoggiato alla solita
parete e non sapeva certo a quali eroiche gesta lo si volesse far
servire.
Insomma, nel maggio avvenne la catastrofe. Cadde la Repubblica, e
io, troppo acerba d’età per comprendere la portata politica di questo
avvenimento, serbo una dolorosa memoria della disperazione di Angelo.
Il poveretto ora stringeva i pugni in atto di minaccia contro i
_giacobini_, ora si stemprava in lagrime, e si strappava i bianchi
capelli, e diceva di non voler sopravvivere al _Leone di san Marco_. Se
la prendeva con me, con mio padre, collo zio, con Carlo soprattutto,
e anche un po’ con la mamma, la quale non aveva sposato il nobil uomo
Antonio Renier. Io però stentavo a comprendere come quel matrimonio,
seppur fosse successo, avrebbe potuto salvare la Repubblica. Certo
si è che il dolore d’Angelo non era punto mentito, e ben se ne videro
presto gli effetti. L’indomani d’un giorno in cui egli aveva fatto in
cucina una scena così violenta che il resto della servitù era salito
a lagnarsene con la mamma, intesi bussare all’uscio della stanza
ov’io studiavo con Carlo. Era Angelo. Aveva una faccia così pallida e
stravolta che metteva paura. Mio fratello parve un momento inquieto;
e come gli era nota l’antipatia del vecchio gondoliere per lui, si
levò in piedi, quasi ponendosi in atto di difesa. Ma quel tapinello di
Angelo non minacciava nessuno. Si trascinò sino da me tutto umile, e
benchè io non fossi che una fanciulla, mi prese la mano e me la baciò.
— Padroncina — mi disse — fui or ora da Sua Eccellenza la signora
Lucietta, e vengo a prendere commiato anche da Lei.
— Come! — esclamai, e mi tremava la voce per la commozione — ti hanno
licenziato?
— No, padroncina — egli rispose — ma sto male, vado a casa da mio
genero.
— Angelo, non puoi stare con noi, non puoi farti curare qui? Il babbo e
la mamma sono tanto buoni...
— Sua Eccellenza la signora Lucietta — rispose il vecchio che non
riconosceva altri padroni che mia madre — me l’ha già offerto, ma io
voglio andare a morire coi miei. — E, com’io accennava a interromperlo
— Sì, — continuò egli — mio genero è barcajuolo a _Cà Manin_, e la
Maria, mia figlia, fu per dieci anni cameriera dai Pesaro; essi mi
chiuderanno gli occhi, e mi parleranno sino all’ultimo momento di San
Marco e dei nostri parrucconi. —
V’era nel tuono della sua voce un misto d’ambascia e di rimprovero che
mi faceva pietà e mi confondeva ad un tempo.
— Morire! — sclamai, sforzandomi di sorridere — Che pensieri son
questi? Via, coraggio, Angelo.
— Oh! ci vorrebbe altro ch’io dovessi vivere! No, no, padroncina —
egli soggiunse tentennando il capo — non sono più tempi questi per il
vecchio Angelo. Così fossi morto sei mesi fa, prima che i miei poveri
occhi vedessero questi orrori.... Basta, padroncina, grazie di tutto,
la mi perdoni delle mie mancanze, e si ricordi qualche volta di me che
le ho voluto bene come a una mia creatura, e mi dica un’_Ave Maria_...
se adesso se ne dicono più. —
Tornò a prendermi la mano e a baciarla, poi cogli occhi inondati
di lagrime e con passo incerto si avviò presso l’uscio. Mentre ne
afferrava il saliscendi, parve che gli mancassero le gambe, e Carlo
accorse rapidamente per sostenerlo. Angelo si rizzò con subito sforzo,
e voltandosi con una certa dignità piuttosto sprezzante — Grazie —
disse — non ho bisogno di nulla. —
Indi uscì.
— Pover’uomo! — sospirò Carlo — egli non mi può soffrire e morirà
vittima dei suoi pregiudizi. Tuttavia questa sua tenacità di opinione è
assai rispettabile....
Io però appena badavo alle sue parole. Dallo spiraglio dell’uscio che
aprivasi nella sala seguivo con l’occhio i movimenti di Angelo. Il
vecchio gondoliere girava lentamente tutto all’intorno guardando uno
dopo l’altro i medaglioni infissi nelle pareti. Si fermava davanti a
ciascun ritratto e restava immobile qualche secondo. Allorchè si trovò
al cospetto di quello dell’inquisitore lo guardò con occhio più amoroso
e più intento, e borbottò alcune frasi di cui non potei cogliere che
queste parole: _per l’ultima volta_.
L’antica granata, con cui Angelo faceva guerra ai ragni e negli
ultimi tempi si era proposto di spazzar via Napoleone Buonaparte,
era nell’usato angolo della sala. Il meschinello riuscì a sollevarla
con le deboli braccia, l’appoggiò sulla tela del medaglione e stava
accingendosi per l’ultima volta, come aveva detto pur dianzi, al suo
lavoro quotidiano di ripulitura, quando, o perchè non gli reggessero
le forze, o pel soverchio dell’emozione, stramazzò per terra insieme
al suo arnese. Fummo tosto a soccorrerlo Carla ed io, e subito dopo
accorsero gli altri di casa e la gente di servizio. Lo zio Baldassare,
che se n’intendeva un poco di medicina, gli tastò il polso e disse
che a suo parere egli si risentirebbe, ma che, tra per l’età, tra per
lo stato dell’animo, era a dubitarsi che si trattasse di cosa seria.
Volevano trasportarlo in una stanza disoccupata del palazzo, ma io
mi opposi e dissi — No, babbo; no, zio — la mamma, sempre indisposta,
era rimasta nella sua camera — è meglio che lo mandiamo a casa di suo
genero. —
— E perchè?
— Lo desidera lui. Ha detto che vuol morire fra i suoi. Non è vero,
Carlo?
— È vero — rispose mio fratello — ma non sarà forse il caso di
morire. —
Queste ultime parole furono pronunciate con tuono indagatore, e
assai più con la brama che con la speranza di avere una risposta
soddisfacente. Tutti rimasero muti.
Io mi aggrappai ai fianchi di mio padre, e insistei singhiozzando —
Non negargli quest’ultima grazia, papà mio. Mandalo ove egli desidera
andare. —
Si fece a modo mio. Guardai ancora una volta quei capelli bianchi,
quella faccia leale, quelle mani callose, poi, condotta via da Carlo,
rientrai seco nelle stanza ond’eravamo usciti, e, nascondendo il viso
tra i guanciali del sofà, mi misi a piangere dirottamente. Carlo mi
carezzava i capelli dicendo — Piangi pure, poverina. Era un’anima
onesta. — E poi, fattomisi presso, mi bisbigliava all’orecchio —
Stassera, se sarai buona, dirò al babbo e alla mamma che ti accompagno
in piazza, e invece andremo a vedere come sta Angelo. Io non entrerò
nella camera, sai ch’egli non ne avrebbe piacere, ma ci entrerai tu, e
così potrai vederlo nuovamente. Sei contenta? —
Oh! ero contenta per modo che non seppi far di meglio che gettar le
braccia al collo di Carlo e baciarlo e ribaciarlo su ambe le guancie.
Quel giorno fu a pranzo da noi il signor Venanzio. Aveva dimesso
anch’egli la coda, e parlava di politica con un calore straordinario.
Io ne capivo poco, sempre però quanto bastava ad accorgermi che se lo
zio Baldassare e Carlo erano _giacobini_, il signor Venanzio era più
giacobino di loro. — Ce n’è voluto — egli disse — ma finalmente ci
siamo riusciti. Era tempo che questo _baraccone_ cadesse. L’ho sempre
detto io, e quando non l’ho detto l’ho pensato, che al nostro secolo
non possono durare simili governi. Luce, luce ci vuole ormai, luce e
libertà. Altro che misteri, altro che inquisizioni! E l’aristocrazia,
si può dar nulla di più assurdo? Che cos’è la nascita? Un caso. Mio
padre era amministratore di famiglie patrizie, ma mio nonno vendeva
sardelle salate, e ne ho piacere, e ne vado superbo. Io, non lo nego,
ho vissuto molto coi nobili, ma perchè ci ho vissuto? Per dir loro la
verità schietta e tonda, e son sicuro che da nessuno ne hanno intese
di così grosse come da me! Non le hanno capite? Le hanno pigliate
per complimenti? Tanto peggio per loro. Che colpa ne ho io se sono
diventati anche cretini? Non ho bisogno di domandar scusa alla signora
Lucietta che non ha pregiudizi, e, quantunque nobile, fu sempre
un’eccezione, ma la verità è una sola. Del resto, perchè ho frequentato
io questa casa di preferenza alle altre? Perchè qui vi si respirava
meglio, perchè qui non ci erano fumi, perchè insomma qui vedevo divise
le _mie_ idee... —
A questo punto dovetti fare uno sforzo supremo, per impedire che Carlo
gettasse un bicchiere sul viso al signor Venanzio. Egli ne aveva certo
una voglia grandissima. Lo zio Baldassare si alzò bruscamente da tavola
e uscì della stanza conducendo seco il nipote.
Ma il signor Venanzio non se ne avvide o non se ne curò, e proseguì
il suo discorso rivolgendosi in ispecialità a mio padre, che stava ad
ascoltarlo con la rassegnazione di un santo.
Quand’egli se ne fu andato, Carlo, rientrando nel salotto da pranzo, mi
prese da parte e mi disse — Vedi, Maddalena, quell’uomo lì è una fra le
più sucide e vigliacche creature, che vi siano al mondo.
— Oh! — esclamai — com’è possibile? Se la mamma ne ha tanta
stima? —
Carlo non mi disse nulla, si annuvolò in viso e mi lasciò.
Da un’altra parte della stanza mia madre disputava a mezza voce col
babbo. Favellavano certo dello stesso argomento, e intesi la mamma che
diceva — L’avete preso a perseguitare. In fin dei conti... —
Ma in questo punto fu notata la mia presenza, e il dialogo venne
interrotto.
Perchè mia madre difendeva quell’uomo, e perchè a me spiaceva tanto
ch’ella lo difendesse?