I.

Eravamo, ieri dopo pranzo, secondo il solito, Giannina ed io, sedute

presso il poggiuolo della mia camera che guarda sul Canalazzo. Il sole

s’era appena nascosto dietro le case dirimpetto, il cielo, frastagliato

di nubi rossastre, era percorso da torme allegre di rondinelle, che

ora scendevano rasente i tetti, ora si perdevano nei fondi del limpido

azzurro. Sull’acqua leggermente increspata riflettevansi le calde tinte

dell’orizzonte, e le brune gondolette scivolavano via rapidissime e

silenziose. Era insomma un tramonto veneziano, uno di quei tramonti

che poeti e pittori si son provati inutilmente a riprodurre. Io sentivo

in me la malinconia sublime che desta lo spettacolo delle cose belle,

sentivo il bisogno di evocare le memorie, tristi o liete, della mia

vita.

— Mah! Giannina — esclamai — ti ricordi di quarant’anni fa? Via,

parliamo un poco del passato. —

Giannina è diventata sorda e mi toccò ripetere la frase con voce più

alta.

Ella sollevò lentamente il capo che aveva lasciato cader sonnecchiando

sulla sua calza, mi guardò con un sorriso languido, ahi quanto diverso

da quello d’un tempo, e mi disse — parliamone pure, padroncina. —

Non c’è caso, ho sessantacinque anni, ma Giannina non vuol saperne

di chiamarmi in altra maniera. Ed io, allorchè sento questa parola di

_padroncina_, provo una voglia matta di correre allo specchio (correre,

si intende, come si può alla mia età) e di guardare se per avventura

fossi tornata la giovinetta di mezzo secolo addietro.

Parliamone pure, è presto detto. Ma Giannina ci sente poco, e ha

ormai tante lacune nella sua memoria. Dio mio! Come la povera donna va

decadendo rapidamente! Ha cinqu’anni più di me, ma cinqu’anni in questo

nostro periodo della vita, ove non si cammina ma si corre verso la

tomba, cinqu’anni sono un’epoca intera.

Quando, fattasi notte, lasciammo il terrazzino per rientrare nelle

stanze e Giannina andò in traccia dei fiammiferi per accendere il lume,

io sentii una voce nel cuore che mi ripeteva: Bada, Giannina è vecchia;

bada, i colloqui che per tanti anni furono la tua maggiore dolcezza ti

saranno presto impossibili; la confidente de’ tuoi pensieri non morrà

forse ancora, ma non isperare ch’essa ti renda ciò che le desti in

custodia, non isperare ch’essa ti ripeta ciò che le hai narrato nelle

ore di soave abbandono. Come si cala un’ombra sulle stanche pupille,

così va calandosi un velo sullo spirito della poveretta, e i contorni

delle cose le sfumano ogni dì più innanzi agli occhi della memoria.

Tremai, lo confesso, più per compassione di me che di lei. Son sola;

non ho amici, non ho parenti se non lontani, non ho che l’antico e

devoto affetto di Giannina e la compagnia delle mie rimembranze. Io

vivo nel passato; da poco meno di otto lustri non provo, non desto

simpatie intorno a me. M’illumina il raggio d’altri giorni, la fiamma

d’altri giorni mi scalda. Sorrido all’ebbrezze fuggevoli, piango ai

disinganni amari, ai dolori tremendi d’un tempo ormai svanito da un

pezzo. Se dimenticassi, sarei veramente una mummia. Dimenticare! È

possibile? E perchè no? Non dimentica forse Giannina? Ebbene; io li

vo’ chiamar tutti a raccolta i miei ricordi, e per salvarmi contro le

insidie dell’età, vo’ subito consegnarli alla carta. Scrivo per me,

non per altri. Finchè mi basteranno gli occhi, potrò rileggere questo

quaderno; se diverrò cieca, troverò un’anima pietosa che me lo legga

finchè mi duri l’udito; e quand’io sarò morta, la persona a cui esso

cadrà in mano, lo abbruci: a che pro conservarlo? A che pro percorrer

meco una via seminata di tombe?

Ho detto che richiamerò tutti i miei ricordi, ma non è esatto. Nella

mia esistenza v’è un solo pensiero nel quale consumai quanto fu

grande la mia potenza d’amare, di credere, di soffrire. Perchè dovrei

occuparmi del resto?

Oh! ben io rammento il vecchio palazzo che mia madre, ultimo rampollo

d’una famiglia patrizia decaduta, aveva portato in dote al babbo,

negoziante arricchitosi nel commercio colla Dalmazia e la Grecia.

Di quel palazzo non ho però mai compreso una cosa: perchè lo si

fosse fabbricato sopra un canale interno, sucido e angusto in guisa

che soltanto i gatti dagli abbaini e dai tetti delle case di fronte

potevano vederne l’intera facciata. Ma! I nostri nonni erano pur

curiosi. Rammento la lunga sala un po’ buia co’ suoi finestroni a vetri

ottagoni, con le sue pareti a stucchi, co’ suoi gran medaglioni sulle

soprapporte. E in quei medaglioni mi par di vedere ancora i ritratti

ad olio degli antenati di mia madre, quali in corazza, quali in toga

senatoriale. L’uno avea preso parte alla guerra di Candia, l’altro

aveva manipolato le leggi, quello lì in fondo poi, con quel viso

arcigno e severo, era stato nientemeno che inquisitore. Non so perchè,

quando Angelo, il vecchio barcaiuolo, mi prendeva in braccio perchè

io vedessi meglio quel mio famoso trisavolo, io sentivo venirmi la

pelle d’oca, ciò che non m’impediva però ch’io mi gonfiassi alquanto,

pensando d’avere avuto un parente di quella fatta.

Angelo aveva servito come gondoliere il mio nonno materno, ed era il

solo personaggio della casa che conservasse gelosamente le tradizioni

aristocratiche. Era ormai pensionato, ma per tutto l’oro del mondo

non avrebbe ceduto ad altri la funzione di spazzar via le tele di

ragno dai ritratti gentilizi. Egli adoperava a tal’uopo una granata

di straordinaria lunghezza, che soleva aver domicilio in un angolo

della sala e che nessuno, all’infuori di lui, poteva toccare. A me

piaceva molto di assistere alle sue abili manovre con quell’arma

portentosa, e, per un tacito accordo, egli soleva farmi chiamare

prima di accingersi alla grande impresa. Come si può creder le cure

più minuziose erano consacrate al ritratto dell’inquisitore, e Angelo

trovava invariabilmente che, quando le ragnatele non ne deturpavano

la fisonomia, egli aveva tutto l’aspetto di persona, severa sì, ma

di ottimo fondo. Un’altra occupazione del valent’uomo era quella di

caricare ogni domenica l’orologio a pendolo infisso alla parete della

sala. L’orologio era antico e sentiva i danni dell’età, per cui, se

in origine, caricato alla domenica, faceva il debito suo fino alla

domenica successiva, negli ultimi tempi aveva preso l’abitudine di

fermarsi nella giornata del sabato. Angelo però non mutava sistema;

diceva che pel corso di cinquant’anni, sotto Sua Eccellenza Andrea, e

Sua Eccellenza Pasquale, e Sua Eccellenza Gasparo, aveva fatto così,

e che così farebbe tutta la vita, e che gli orologi non si devono

tormentare. Io avevo molta stima di Angelo, ma quando la mamma sul

dopo pranzo del sabato mi mandava in sala a veder che ora fosse, e

io, trovando le sfere sempre al medesimo posto, non sapevo che cosa

rispondere, dicevo sommessamente che, in onta a ciò che si usava

sotto le loro Eccellenze Andrea, Pasquale e Gasparo, non sarebbe stato

un delitto il caricare quell’orologio ogni sei giorni, invece d’una

volta per settimana. Angelo aveva poi un difetto molto più grave. La

sua devozione per mia madre era illimitata, ma col babbo si teneva in

sussiego, ed era facile accorgersi che non lo aveva nelle sue grazie.

Un giorno si arrischiò fino a dire — Non ho mai capito perchè Sua

Eccellenza la signora Lucietta abbia preferito di sposare il padrone

anzichè il nobil uomo Antonio Renier, che apparteneva ad una gran

famiglia, e che non potè sopravvivere al suo rifiuto. —

Io ripetei questa frase alla mamma, che mi sgridò e mi fece divieto

di passar tanto tempo in cucina. Ma la legge non fu osservata che

quarantotto ore.

Quanto a mio padre, egli aveva un numero infinito di faccende, e

fuori che a pranzo, lo si vedeva pochissimo. Nondimeno io gli volevo

bene, e quantunque sapessi che ci correva molto tra lui e l’avo

inquisitore, non potevo acconciarmi all’opinione sfavorevole di Angelo

sul conto suo. Egli mi parlava con calore straordinario d’un mio

fratello chiamato Carlo, che contava parecchi anni più di me, e ch’io

non avevo mai visto, perchè s’era assentato di Venezia poco dopo la

mia nascita, e stava compiendo in Francia la sua educazione. Di là

scriveva certe lettere lunghe lunghe, che il babbo non rifiniva mai di

leggere, e di trovare assai interessanti, perchè descrivevano, diceva

lui, avvenimenti strepitosi, i quali accadevano in Parigi. Mia madre

invece non pareva aver grande simpatia per questo ragazzo, del quale

discorreva di rado e di malavoglia. Quanto a me, non capivo come una

donnina giovane qual’era mia madre, potesse avere un figliuolo così

grande e grosso. Esposi i miei dubbi in cucina, ove mi si disse che

Carlo era nato da un’altra moglie del papà. — Dunque — sclamai sorpresa

— io ho due mamme. — La qual sentenza produsse un’ilarità sconfinata

nella servitù, e distraendo l’attenzione di tutti i presenti fu causa

occasionale che il gatto _Mauli_ saltasse dall’impiantito sulla tavola,

dalla tavola sulla scansia, e dalla scansia sulla gabbia del canarino

_Joli_, che rimase salvo per miracolo, ma perdette da quel dì il

buonumore. In questo grave avvenimento ammirai per la prima volta la

presenza di spirito di Giannina, l’aiutante femminile del cuoco. Visto

che il micio stava aggrappato alla gabbia con le due zampe anteriori,

e in sì disagiata posizione faceva una specie di altalena che avrebbe

terminato inevitabilmente con una catastrofe, pose una sedia sopra la

tavola, vi montò sopra, ghermì bravamente _Mauli_ per la collottola e

lo slanciò nello spazio. Bellissima impresa per una fanciulla di dodici

anni, chè quel giorno Giannina non ne aveva di più. Mentre si compivano

sì eroiche gesta, Angelo, che prendeva le cose sul serio, mi spiegava

come i bimbi non potessero avere due mamme, nè gli uomini due mogli in

una volta (a meno che non fossero turchi, che Dio scampi e liberi), e

come quindi la madre di Carlo fosse morta prima che S. E. la signora

Lucietta sposasse il babbo. Io ricordo che tutte queste spiegazioni mi

produssero in capo una grandissima confusione.

La mamma era un angiolo di bellezza; vestiva da regina ed era

caritatevole per modo che, nelle rare volte in cui escivamo di casa a

piedi, essa dispensava ai poveri tutto il danaro che aveva in borsa,

e se non l’era sufficiente, se ne faceva prestare dai conoscenti

che incontravamo per via. Da certi colloquii che m’era riuscito

cogliere qualche volta, capivo anzi che le si faceva colpa di spendere

troppo, non solo in carità, ma anche in oggetti di acconciatura,

onde arrivavano a casa innumerevoli polizze da tutti i bottegai delle

_Mercerie_. Io però trovavo che la mamma aveva ragione, giacchè ero

profondamente convinta che quanto più uno spende tanto più è ricco, e

ad esser ricca io ci tenevo moltissimo. Oltre a ciò la mamma era vispa,

allegra, e diceva sempre di non voler darsi pensiero di nulla. Io, per

imitarla, non volli darmi pensiero delle lettere dell’alfabeto, che un

buon prete s’era fitto in capo di farmi imparare.

S’io volessi annoverare qui tutti i personaggi che mi passarono dinanzi

nella mia infanzia, dovrei discorrer senza dubbio dello zio Avogadore,

ch’io conobbi vecchissimo, ma del quale mi restò nella mente lo sguardo

sereno e la parola benevola. In casa nostra credo di averlo veduto tre

o quattro volte; era portato su per le scale, indi lo adagiavano in un

seggiolone a bracciuoli, e il crocchio domestico si faceva completo e

si atteggiava riverente intorno a lui. Mio padre saliva dal banco, lo

zio Baldassare veniva dalla biblioteca, la mamma correva a baciargli la

mano, e Angelo, con una scusa o con l’altra, rimaneva in piedi nella

stanza e guardava il buon vecchio con occhi imbambolati e umidetti

di lagrime. Io poi posavo volontieri la testa sulle sue ginocchia,

mentr’egli mi carezzava i capelli e mi toccava scherzevolmente le

guancie. — Quello sì è un santo — diceva Angelo, dopo averlo messo

in gondola, e ritengo ch’egli avesse ragione. Come spesso mi accadde

di sentire ripetere più tardi — Ah! se ci fosse ancora lo zio

Avogadore! —

Quanto allo zio Baldassare, fratello del babbo, gli era un uomo

piccolo, asciutto, nervoso, serio, con occhi vivi e lampeggianti.

Aveva viaggiato assai, e mia madre, che non lo aveva in gran

simpatia, confessava ch’era un sapientone, tantochè bastava vederlo

per sbadigliare. Soleva passare la maggior parte della giornata

nella biblioteca, ch’era una bella stanza, con le pareti rivestite

dall’alto al basso di librerie assai pregevoli per fregi ed intagli

del Brustolon. Angelo mi narrò che quel lavoro era stato ordinato da

Sua Eccellenza Gasparo, mio nonno, il quale voleva dare un alloggio

decoroso ai quattro mila volumi della sua famiglia. Era però avvenuto

un fatto curioso. Quando le biblioteche furono condotte a termine, si

trovò che costavano troppo, e il nonno, per pagarle, vendette i libri

a un lord inglese. Lo zio Baldassare le aveva ripopolate con nuovi

acquisti. Questo mio zio era uomo di poche parole, ma io non potevo che

dirne bene. Mi tirava amorevolmente le orecchie ogni mattina quand’io

andavo a salutarlo, mi faceva veder spesso di bei libri con figure in

colori, e mi regalava una magnifica bambola nel mio giorno onomastico.

Una volta mi disse che avevo sale in zucca, e si propose di farmi da

maestro.

Un altro individuo che ricorrerà (pur troppo!) assai spesso su queste

pagine, era il signor Venanzio Agliucci, di cui mi toccherà discorrere

diffusamente, ma sul conto del quale sarò adesso brevissima. Non più

nel fiore di giovinezza, aveva però ancora una persona disinvolta e un

aspetto gradevole. Portava con grazia la parrucca, era sempre vestito

con una certa eleganza e moveva le gambe con passo di ballo. Dalle sue

labbra atteggiate a un perpetuo sorriso non uscivano che frasi melate,

la sua persona spargeva intorno a sè dolcissimi effluvii. Accompagnava

la mamma al cembalo, e di tratto in tratto cantava anch’egli un’arietta

e pareva andare in deliquio per la commozione. Lo invitavano spesso

a pranzo, ed egli veniva sempre con un rotolo di carta tutta fregi

intorno ai margini, sulla quale erano vergate scritture portanti il

titolo di _Madrigale_, _sonetto_, ecc., ecc. Al momento delle frutta,

il signor Venanzio apriva il rotolo e declamava con enfasi e gestendo

quelli ch’egli chiamava _parti della sua musa_. Sul conto di lui erano

in casa assai varie opinioni. La mamma lo proteggeva in modo singolare,

Angelo osservava che si poteva dir quello che si volesse a carico del

signor Venanzio, ma che, dopo mia madre, egli era il solo di cui si

capiva a prima vista che se non era nobile, era almeno stato sempre

coi nobili. Il babbo lo riceveva con cortesia, ma senza effusione, e

lasciava apparir chiaro che non gli era simpatico. Lo zio Baldassare

poi non celava il suo dispetto di vederselo attorno, gli rispondeva

appena e andava brontolando fra sè parole che non avevano l’aspetto

di complimenti. — Bellimbusto fannullone ed ipocrita! — l’intesi un

giorno esclamare, mentre il signor Venanzio si accommiatava. In mezzo

a sì discordi pareri io ero neutra, però d’una neutralità piuttosto

sospettosa ed ostile che fidente e benevola. Per quanti doni di

chicche e di ninnoli mi venissero da lui, io non sapevo vincere la mia

riluttanza a dargli un bacio. Oh! era stata ben altra cosa con lo zio

Avogadore, era ben altra cosa anche con lo zio Baldassare!

Il quaderno della zia · 第 4 / 29 题