NON SI RICEVONO VISITE.

Questo pregevole squarcio epigrafico era opera del professore di lingua

italiana di Lidia e Sofia, ma il signor Alzini aveva voluto ritoccarlo

qua e là, e vi aveva aggiunto del proprio la frase peregrina della

_valle di lagrime_.

Insomma, per tornare a noi, nel momento di cui discorriamo, dopo

compite le cerimonie funebri, si eran vuotati gli arredi della defunta,

e la camera, col letto sfatto e le altre masserizie in disordine, aveva

un aspetto di desolazione accresciuta, se è possibile, per virtù dei

contrasti, dall’allegro sole di maggio che penetrava attraverso le

aperte finestre. Lidia e Sofia, approfittando dell’arrivo di alcune

conoscenti, credutesi in obbligo, malgrado il divieto stampato, di fare

alla signora Adelina una sollecita visita di condoglianza, vi si erano

introdotte pian piano, e frugavano per entro i mobili con pochissima

discrezione. Lidia aveva sedici anni e quattordici ne contava Sofia.

Erano entrambe ragazze buone di fondo, ma abbastanza male educate,

com’era facile intendere con una madre che, più di tutto, badava a

mettersi in fronzoli, e un padre che pel decoro esterno salariava

una mezza dozzina di maestri, ma quand’era poi in casa non diceva

che trivialità e spacconate. Le due giovanette non erano certo sì

grulle da credere che la zia Maddalena fosse una maga come pretendeva

Nannetta; però, quel non so che di mistero ond’ella soleva cingere la

sua persona, quel silenzio profondo ch’ella serbava sul suo passato, e

la storia di quel quaderno che la fantesca le aveva visto fra le mani e

che non si sapeva dove fosse nascosto, erano tutte cose che mettevano

in moto la loro immaginazione. Che il libro non si fosse trovato era

certo, perchè il signor Bernardo, padrone di casa e membro della Camera

di commercio, aveva fatto egli pure accurate indagini, alla presenza

di Nannetta, senza riuscire a nulla. Quanto alla signora Adelina, la

non ne sapeva più degli altri. Si ricordava che sua madre, buon’anima,

le aveva parlato più volte della zia Maddalena come di un cervellino

bizzarro, ma ella non s’era mai curata di andare al fondo della

questione. Del resto, si trattava di roba di un mezzo secolo addietro,

e la signora Maddalena non era venuta ad abitare cogli Alzini che da

dieci anni, da quando cioè le era morta una vecchia cameriera con cui

aveva sempre vissuto.

— E da allora in qua — sclamò spiritosamente il signor Alzini — si

può giurare che non vi furono chiacchere sul conto di lei. Ih! ih!

ih! —

E scoppiò in un riso sgangherato, parendogli senza dubbio di aver detto

una cosa arguta e peregrina.

Queste spiegazioni scambiatesi fra marito e moglie a ora di colazione

non avevano sortito altro effetto che quello di solleticare vieppiù

la curiosità delle due sorelle, e vedemmo già com’esse avessero côlto

il primo momento opportuno per metter mano alle loro ricerche. Però

duravano infruttuosamente in queste faccende da una mezz’ora.

— In fin dei conti — osservò Sofia — chi ci assicura che il libro

non sia da un pezzo in mano del babbo, e ch’egli parli come fa, tanto

perchè non lo si annoi su questo argomento? —

— Anche questo può essere — rispose Lidia distrattamente, tirando fuori

per l’ultima volta uno dei cassetti dell’armadio. E lo tirò così in

furia ch’esso cadde per terra, e....

Lidia e Sofia misero un grido e divennero bianche come il bucato. Ecco

che cosa era avvenuto. Il cassetto, a doppio fondo, nel toccar terra si

ruppe, e comparve il libro polveroso tanto cercato e insieme ad esso un

piccolo astuccio. Dunque la chiave dell’enigma era lì, dunque sol che

si sfogliasse quel libro, sol che si aprisse quel cassetto, si sarebbe

saputo qualche cosa intorno alla zia Maddalena. Pur le due giovinette

erano entrambe immobili, estatiche, come per virtù d’incantesimo.

Nessuna delle due osava chinarsi, nessuna delle due osava raccogliere

quel quaderno misterioso che aveva così profondamente colpito la loro

immaginazione.

— Dunque — chiese Sofia — che si fa? — Indi soggiunse, sforzandosi

di sorridere — Sarebbe curioso che fosse il libro del macellaio o del

farmacista.

— Tu dici sempre sciocchezze — rispose seria Lidia — e intanto non hai

coraggio di guardare coi tuoi occhi.

— Non ho coraggio? Tu piuttosto che avevi una curiosità tripla della

mia, e adesso rimani come il Don Bartolo del _Barbiere_. —

In quella, l’orologio del vicino campanile suonò le quattro. Si

avvicinava il momento del pranzo, e con la più buona volontà del mondo

non vi sarebbe stato il tempo necessario a osservare con accuratezza

il volume. Le due timide cospiratrici concessero a sè medesime una

proroga, e deliberarono di rimettere pel momento ogni cosa a posto nel

miglior modo che si potesse, e di tornarsene a sera tarda a prendere sì

il libro che l’astuccio per portarsi in camera entrambi gli oggetti ed

esaminarli con tutto l’agio nel corso della notte.

Ferme in questo proposito, ridiscesero nel salotto, liete anzi che no

di aver differito l’impresa. Apparente contraddizione che, del resto,

tutti intendono, perchè tutti devono averla qualche volta avvertita in

sè stessi. Noi crediamo eziandio che, investigando nel cuore di Lidia

e di Sofia, si sarebbe scoperto senza difficoltà che, ove ciascuna di

loro non avesse avuto paura di esser svergognata dall’altra, anche la

spedizione notturna sarebbe andata a monte. Siccome però le due sorelle

si parlavano in tuono di canzonatura per rimproverarsi a vicenda le

trepidazioni che avevano entrambe, non potè nemmeno far capolino la

proposta codarda di rinunciare al gran conquisto, e sulla mezzanotte,

quando tutti furono coricati, le due giovinette intrapresero e

compirono senza gravi peripezie il famoso trasporto. Unico incidente

del viaggio fu il rumore fatto da un canarino che dormiva nella gabbia

appesa al palco dell’andito e che, alla vista del lume, si scosse

vivamente e urtò con le ali sulle pareti della sua prigione.

— Che cos’è? — sclamarono a un tempo Lidia e Sofia. Ma fatte subito

capaci del vero — Oh! — proruppero in coro — hai paura di tutto.

— Giunte nella loro camera che, per un’esuberanza di precauzione,

chiusero a chiave, e deposto sopra un tavolino il libro e la candela,

apersero prima di tutto l’astuccio. Esso conteneva un medaglione d’oro

di forma antica, nel quale era incastonato un piccolo rubino. Anche

il medaglione si apriva premendone uno dei capi. Ne scattò fuori,

come per opera d’una molla, una ciocca di capelli biondi e finissimi

ch’erano uniti insieme da un sottile filo di seta nera e che nella loro

buia custodia non avevano perduto la prisca elasticità, tantochè si

attortigliarono al dito di Lidia, quasi il contatto d’una cosa viva li

ridestasse alla vita. O a chi mai avevano appartenuto quei capelli? Da

quanti anni erano stati recisi? Da quanti anni la persona che se n’era

fatta bella aveva detto addio alla luce del sole? E che legami avevano

esistito tra lei e la zia Maddalena? Erano capelli d’uomo o di donna?

Pur c’era da scommettere che non fossero d’uomo; erano troppo chiari

di colore, troppo morbidi, troppo ricciuti.... Ma a che pro perdersi in

queste fantasticherie se il libro avrebbe spiegato ogni cosa?

Lidia sedette al tavolino. Sofia rimase in piedi dietro di lei,

appoggiandosi con la persona alla spalliera della seggiola, e spingendo

il braccio per di sopra l’omero della sorella fino a sollevar

la coperta dell’arcano volume. La prima cosa che si presentava

allo sguardo era una mezza dozzina di fogli di carta asciugante

accuratamente incollati lungo il margine interno del libro. Fra

due di questi fogli lo scheletro d’un fiore. Un botanico l’avrebbe

probabilmente giudicata una camelia. Povera sepolta viva! Che affetti,

che speranze, che dolori voleva ella significare? Era ella l’epitaffio

di quella tomba? Appiedi del suo gambo leggevasi sopra un pezzettino

di carta gommata la scritta: 15 _febbraio_ 1812. Indi, girando altri

due fogli, l’occhio si fermava su un manoscritto un po’ tremulo, un po’

ingiallito, quantunque non fosse antichissimo. In fatti, esso portava

in capo la data 23 _luglio_ 1852. Non v’era nessun altro titolo.

Soltanto la scrittura era divisa in capitoli. Lidia cominciò a leggere

mentre Sofia stava intenta cogli orecchi e cogli occhi. Ascoltiamo.

Il quaderno della zia · 第 3 / 29 题