CAPITOLO XLV.

_Regno di Giustino il Giovane. Ambasceria degli Avari. Si

stabiliscono sul Danubio. Conquista dell'Italia fatta da'

Lombardi. Adozione e Regno di Tiberio. Regno di Maurizio. Stato

dell'Italia sotto i Lombardi e gli Esarchi di Ravenna. Calamità

di Roma. Carattere e Pontificato di Gregorio I._

[A. D. 565]

Negli ultimi anni di Giustiniano, l'inferma sua mente era dedicata alle

contemplazioni celesti, ed egli trascurava gli affari di questo mondo

quaggiù. I suoi sudditi erano stanchi di comportare più a lungo la sua

vita e il suo regno: non pertanto tutti gli uomini atti a riflettere,

paventavano il momento della sua morte, come quello che dovea involgere

la capitale nel tumulto, e l'Impero nella guerra civile. Questo monarca

senza prole avea sette nipoti[405], figli o nipoti di suo fratello e di

sua sorella, tutti educati nello splendore di una condizione reale. Il

mondo gli avea veduti negli alti comandi delle province e degli

eserciti; conosciuta era l'indole di ciascun di loro, zelanti n'erano

gli aderenti, e siccome la gelosia del vecchio Sire sempre differiva a

dichiarare il successore qual fosse, ognun d'essi con eguale speranza

poteva ambire l'eredità dello zio. Egli spirò nel suo palazzo, dopo un

regno di trent'anni; e la decisiva opportunità del momento venne colta

dagli amici di Giustino, figlio di Vigilanzia[406]. All'ora di

mezzanotte, i suoi domestici furono svegliati da una importuna folla che

tuonava alla sua porta, e che ottenne di esser ammessa in casa col

significare ch'erano i membri principali del Senato. Questi fausti

deputati svelarono il recente ed importante secreto della morte

dell'Imperatore: riferirono o forse inventarono la scelta che egli avea

fatto morendo del più diletto e più meritevole fra i suoi nipoti, e

scongiurarono Giustino ad antivenire i disordini a cui poteva darsi la

moltitudine, se col ritorno della luce ella vedesse ch'era rimasta senza

signore. Giustino poi ch'ebbe composto il suo aspetto alla sorpresa, al

dolore, e ad una decente modestia, secondando l'avviso di sua moglie,

Sofia, si sottopose alla autorità del Senato. Speditamente ed in

silenzio egli fu condotto al palazzo; le guardie salutarono il nuovo

loro Sovrano, e si compirono, senza frappor dimora i marziali e

religiosi riti della sua coronazione. Dalle mani de' suoi propri

ufficiali gli si vestirono gl'Imperiali arredi, i borzacchini rossi, la

tunica bianca e la veste di porpora. Un soldato felice, ch'egli

incontanente promosse al grado di Tribuno, gli cinse al collo la

militare collana; quattro robusti giovani lo innalzarono sopra uno

scudo; fermo e ritto ivi egli stette a ricevere l'adorazione de' suoi

sudditi; e la benedizione del Patriarca che impose il diadema sul capo

di un Principe ortodosso santificò la loro elezione. Già pieno era

l'Ippodromo d'innumerevol gente, e non sì tosto l'Imperatore si mostrò

sul suo trono, che le voci della fazione azzurra e della verde si

confusero per applaudirlo egualmente. Ne' discorsi che Giustino fece al

Senato ed al Popolo, egli promise di corregger gli abusi che avean

disonorato la vecchiaia del suo predecessore, professò le massime di un

governo giusto e benefico, e dichiarò che alle vicine calende di

Gennaio[407], egli farebbe rivivere nella sua persona il nome e la

liberalità di un Console romano. L'immediato soddisfacimento dei debiti

del suo zio esibì un solido pegno della sua fede e del suo generoso

procedere: una schiera di portatori, carichi di sacchetti d'oro, si

avanzò nel mezzo dell'Ippodromo, ed i creditori di Giustiniano, caduti

d'ogni speranza, accettarono come spontaneo dono, questo pagamento

richiesto dall'equità. Prima che passassero tre anni, l'esempio di

Giustino fu imitato e superato dall'imperatrice Sofia, che liberò molti

indigenti dai debiti e dall'usura: atto di benevolenza che sopra ogni

altro merita la gratitudine, come quello che solleva l'individuo dal più

intollerabile de' mali, ma nell'esercizio del quale la bontà di un

Principe va soggettissima ad esser tratta nell'inganno dai richiami

della prodigalità e da' frodolenti artifizj[408].

[A. D. 566]

Giustino, nel settimo giorno del suo regno, diede udienza agli

ambasciatori degli Avari, e decorata fu la scena in modo da imprimere

ne' Barbari i sensi della maraviglia, della venerazione e del terrore.

Principiando dalla porta del palazzo, gli spaziosi cortili ed i lunghi

portici offrivano in doppio e continua fila, la vista de' superbi

cimieri e degli aurei scudi delle guardie, che presentavano le lance e

le azze loro con più securtà che non avrebbero fatto sul campo della

battaglia. Gli ufficiali, che esercitavano il potere od accompagnavano

la persona del Principe, erano coperti delle più ricche lor vesti, e

disposti secondo l'ordine militare e civile della gerarchia. Come il

velo del santuario fu tratto, gli ambasciatori mirarono l'Imperatore

dell'Oriente assiso in trono, sotto un baldacchino sostenuto da quattro

colonne, e coronato da una figura alata della Vittoria. Essi ne' primi

moti della sorpresa, si sottomisero all'adorazione servile della corte

Bizantina; ma appena alzati da terra, Targezio, Capo dell'ambasceria,

spiegò la libertà e l'orgoglio di un Barbaro. Egli esaltò, mediante la

lingua di un interprete, la grandezza del Cacano, la cui clemenza

permetteva di sussistere ai regni del Mezzogiorno, ed i vittoriosi cui

sudditi aveano valicato i fiumi agghiacciati della Scizia, ed allor

coprivano le rive del Danubio d'innumerevoli tende. L'ultimo Imperatore

avea coltivato, con annui e magnifici doni, l'amicizia di un

riconoscente monarca, ed i nemici di Roma aveano rispettato gli alleati

degli Avari. La stessa prudenza dovea consigliare i nipoti di

Giustiniano ad imitare la liberalità del loro zio, ed a procacciarsi il

benefizio della pace con un popolo invincibile, che si dilettava degli

esercizj della guerra ne' quali era eccellente. La risposta

dell'Imperatore fu conforme a siffatto stile di superba disfida, ed egli

trasse la sua confidenza dal Dio de' Cristiani, dall'antica gloria di

Roma, e da' recenti trionfi di Giustiniano. «L'Impero» ci soggiunse

«abbonda d'uomini e di cavalli e di armi bastevoli a difendere le nostre

frontiere, ed a punire li Barbari. Voi offerite aiuto, voi minacciate

offese; noi abbiamo in non cale la vostra inimicizia ed il vostro

soccorso. I conquistatori degli Avari richieggono la nostra alleanza;

dovremo noi aver temenza de' fuggiaschi e degli esuli loro[409]? Mio zio

si mostrò largo verso la vostra miseria, piegandosi alle vostre umili

preci. Noi vi faremo più importante servigio, quello di farvi conoscere

la vostra debiltà. Ritiratevi dal nostro cospetto; le vite degli

ambasciatori sono sicure; e se ritornerete ad implorare il nostro

perdono, forse assaggerete i frutti della nostra bontà[410]». Porgendo

fede al racconto de' suoi ambasciatori, il Cacano fu sbigottito

dall'apparente fermezza di un Imperatore romano, di cui ignorava

l'indole e le facoltà. In cambio di mandare ad effetto le sue minacce

contro l'Impero orientale, egli portò le armi nelle povere ed incolte

contrade della Germania, ch'erano soggette al dominio de' Franchi. Dopo

due dubbiose battaglie, egli consentì a ritirarsi, ed il Re di Austrasia

sovvenne alla carestia del campo degli Avari mediante un'immediata

provigione di grano e di bestiame[411]. Simiglianti ripetute traversie

aveano come spento l'ardire degli Avari, e dileguata sarebbesi la

potenza loro in mezzo a' deserti della Sarmazia, se l'alleanza di

Alboino, re de' Lombardi, non avesse dato un nuovo scopo alle lor armi,

ed un solido stabilimento alle disastrate loro fortune.

Alboino, nel tempo che militava sotto le bandiere del padre, incontrò in

battaglia, e trapassò colla lancia da parte a parte il Principe de'

Gepidi, suo competitore. I Lombardi, plaudendo a tale prodezza, chiesero

con unanimi acclamazioni al genitore che l'eroico garzone, il quale avea

avuto a comune i pericoli della battaglia, fosse ammesso alla festa

della vittoria. «Vi sovvenga» replicò l'inflessibile Audoino, «delle

sagge costumanze de' nostri maggiori. Qualunque sia il merito di un

Principe, egli non può sedere a mensa col prode, sinchè non abbia

ricevuto le sue armi da una mano straniera e regale». Alboino piegò la

fronte con riverenza alle istituzioni della sua patria; scelse quaranta

compagni, ed animosamente portossi alla Corte di Turisondo re dei

Gepidi, il quale abbracciò ed accolse, secondo le leggi dell'ospitalità,

l'uccisore del proprio suo figlio. Durante il banchetto, mentre Alboino

occupava il seggio del giovane ch'egli avea spento, una tenera

rimembranza sorse nell'animo di Turisondo. «Come caro è quel posto! —

come odioso è chi il tiene! —» Tali furono le parole che sfuggirono,

accompagnate d'un sospiro, dal labbro del padre addolorato. Il suo

cordoglio inasprì il risentimento nazionale de' Gepidi; e Cunimondo,

figlio che gli restava, fu provocato dal vino, o dal fraterno amore, al

desiderio della vendetta. «I Lombardi,» disse il rozzo Barbaro,

«rassomigliano, nell'aspetto e nell'odore, alle giumente delle nostre

pianure sarmatiche». E quest'insulto era una grossolana allusione alle

bianche bende di cui i Lombardi portavano avviluppate le gambe.

«Aggiungi un'altra rassomiglianza,» replicò un baldanzoso Lombardo; «che

tu sai come tirano calci. Visita la pianura di Asfeld, ed ivi cerca le

ossa di tuo fratello; esse vi sono miste con quelle degli animali più

vili». I Gepidi, nazione di guerrieri, balzarono da' loro scanni, e

l'intrepido Alboino, co' suoi quaranta compagni, pose mano alla spada.

Pacificata fu la rissa dalla venerabile interposizione di Turisondo.

Egli salvò il proprio onore e la vita del suo ospite; e poscia ch'ebbe

compito i solenni riti dell'investitura, licenziò lo straniero, cinto

delle insanguinate armi del figlio, dono di un genitor lacrimoso.

Tornossene Alboino in trionfo, ed i Lombardi nel celebrare

l'incomparabile sua intrepidezza, furono costretti a lodare le virtù di

un nemico[412]. È probabile che in quella straordinaria visita egli

vedesse la figlia di Cunimondo, il quale ben tosto salì sul trono de'

Gepidi. Rosamonda o Rosmunda ella chiamavasi, nome ben atto ad esprimere

femminile bellezza, e consacrato dall'istoria e dal romanzo alle novelle

di amore. Il re de' Lombardi, chè il padre di Alboino più non viveva,

era promesso sposo alla figlia di Clodoveo; ma i legami della fede e

della politica immantinente cederono alla speranza di possedere la bella

Rosmunda, e d'insultare la famiglia e la nazione di lei. Si

sperimentarono vanamente le arti della persuasione; e l'impaziente

amatore, con la forza e lo stratagemma, conseguì l'intento de' suoi

desiderj. La guerra era la conseguenza ch'ei prevedeva e cercava; ma i

Lombardi non potevano per gran pezza reggere al furibondo assalto de'

Gepidi, spalleggiati da un esercito Romano. E siccome l'offerta del

matrimonio con disprezzo fu rigettata, Alboino si vide astretto ad

abbandonar la sua preda, ed a partecipare del disonore che impresso egli

avea sulla casa di Cunimondo[413].

[A. D. 566]

Ogni volta che da private ingiurie attossicata viene una contesa

pubblica, un colpo che mortale o decisivo non sia, altro non produce che

una breve tregua, la quale permette a' combattenti di affilare le armi

per azzuffarsi di nuovo. La forza di Alboino non era sufficiente ad

appagare la sua sete di amore, di ambizione e di vendetta; egli piegossi

ad implorare il formidabile aiuto del Cacano; e gli argomenti, da lui

usati, ci chiariscono la politica e l'arte de' Barbari. Nell'attaccare i

Gepidi, egli era stato mosso, dicea, dal giusto desiderio di estirpare

un popolo, la cui alleanza col Romano Impero lo avea fatto il comune

inimico delle nazioni, ed il nemico personale del Cacano. Se le forze

degli Avari e de' Lombardi si collegavano in questa gloriosa contesa,

sicura diveniva la vittoria, ed inestimabile il premio: il Danubio,

l'Ebro, l'Italia e Costantinopoli sarebbero senza ostacolo, esposte alle

armi loro invincibili. Ma se esitavano od indugiavan essi a prevenire la

tristizia de' Romani, lo stesso spirito che avea oltraggiato gli Avari,

gli avrebbe perseguitati sino all'estremità della terra. Il Cacano

ascoltò con freddezza e disdegno queste ragioni speciose: egli ritenne

gli ambasciatori Lombardi nel suo campo, trasse in lungo le pratiche, ed

alternamente venne allegando la sua mancanza di volontà, o la sua

mancanza di attitudine ad assumere la rilevante impresa. In fine

egli dichiarò che l'ultimo prezzo della sua alleanza era, che i Lombardi

dovessero immantinente fargli dono della decima dei loro armenti; che le

spoglie ed i prigionieri si avessero da dividere a parti eguali; ma che

le terre dei Gepidi diverrebbero unicamente il patrimonio degli Avari.

Le passioni di Alboino gli fecero premurosamente accettare tali ardui

patti; e siccome i Romani erano malcontenti della ingratitudine e

perfidia de' Gepidi, Giustino abbandonò quell'incorreggibile popolo al

proprio destino, e rimase tranquillo spettatore del disuguale conflitto.

Cunimondo, spinto a disperazione, divenne più infaticabile e più fiero.

Egli sapea che gli Avari erano entrati sul suo territorio; ma tenendo

per fermo che, rotti i Lombardi, que' stranieri invasori verrebbero

facilmente respinti, mosse rapidamente ad affrontare l'implacabil nemico

del suo nome e della sua stirpe. Ma il coraggio de' Gepidi non fruttò ad

essi che una morte onorata. I più valorosi della nazione caddero sul

campo di battaglia; il re de' Lombardi contemplò con diletto la testa di

Cunimondo, ed il cranio di questo Re fu convertito in una coppa per

saziare l'odio del conquistatore, o, forse, per conformarsi ai selvaggi

usi della sua patria[414]. Dopo questa vittoria, nessuno ulteriore

inciampo potè frenare i progressi de' collegati, e fedelmente essi

tennero i patti del loro accordo[415]. Le belle contrade della Valachia,

della Moldavia, della Transilvania e le parti dell'Ungheria di là dal

Danubio, furono occupate senza resistenza da una nuova colonia di Sciti,

e l'impero Dace del Cacano fiorì con lustro per più di dugento e

trent'anni. Disciolta venne la nazione dei Gepidi; ma nella

distribuzione de' prigionieri, gli schiavi degli Avari furono men

fortunati che i compagni de' Lombardi, la cui generosità adottò un

valoroso nemico, e la cui libertà non poteva accordarsi colla fredda e

deliberata tirannide. Una metà delle spoglie introdusse nel campo di

Alboino più dovizie di quanto un Barbaro potesse computare co' rozzi e

lenti suoi calcoli. La bella Rosmunda fu persuasa e costretta a

riconoscere i diritti del vittorioso suo amante, e la figlia di

Cunimondo parve mettere in dimenticanza que' delitti che imputar si

potevano alle irresistibili sue attrattive.

[A. D. 567]

La distruzione di un potente regno stabilì la fama di Alboino. Ne'

giorni di Carlomagno, i Bavari, i Sassoni e le altre tribù di favella

Teutonica ripetevano ancora i canti in cui si esaltavano le eroiche

virtù, il valore, la liberalità e la fortuna del re de' Lombardi[416].

Ma la sua ambizione non era soddisfatta per anco: ed il conquistatore

de' Gepidi dal Danubio rivolse gli occhi alle più ricche rive del Po e

del Tevere. Quindici anni non erano corsi ancora, dacchè i suoi sudditi,

confederati di Narsete, avevano visitato il dolce clima d'Italia; i

monti, i fiumi, le strade maestre n'erano familiari alla memoria loro;

la narrazione delle loro vittorie, e forse l'aspetto del loro bottino,

avea acceso nella generazione sorgente la fiamma dell'emulazione e

dell'intrapresa. Lo spirito e l'eloquenza di Alboino ne rinvigorì le

speranze, e si racconta ch'egli ragionasse a' loro sensi, col far

imbandire sulla mensa reale le più belle e più squisite frutta che

spontaneamente vengono nel giardino del mondo. Non sì tosto ebbe egli

spiegato all'aure i vessilli, che la natia forza dei Lombardi fu

moltiplicata dalla gioventù, vaga di avventure, della Germania e della

Scizia. I robusti contadini della Pannonia avevano ripigliato i costumi

de' Barbari; ed i nomi dei Gepidi, dei Bulgari, dei Sarmati e dei Bavari

distintamente si possono rintracciare ancora nelle province

d'Italia[417]. Della nazione dei Sassoni, antichi alleati de' Lombardi,

ventimila guerrieri, con le mogli ed i figli accettarono l'invito di

Alboino. Il loro valore contribuì al buon successo delle sue armi; ma

tale era il numero del suo esercito, che la presenza o l'assenza loro

appena scorgevasi in esso. Ogni modo di religione liberamente veniva

praticato dai suoi rispettivi seguaci. Il re de' Lombardi era stato

educato nell'eresia Arriana, ma si concedeva a' Cattolici di pregare

pubblicamente nelle chiese loro per la conversione di essi; mentre i più

ostinati Barbari sagrificavano una capra, o forse un prigioniero, agli

Dei de' loro antenati[418]. I Lombardi ed i loro confederati, erano

uniti dal comune amore che portavano ad un Capo, il quale tutte in sè

accoglieva le virtù ed i vizi di un eroe selvaggio. La vigilanza di lui

provvide un ampio magazzino di armi offensive e difensive per l'uso

della spedizione. La ricchezza portatile de' Lombardi seguiva le mosse

del loro campo. Allegramente essi abbandonarono agli Avari i loro

terreni mediante la solenne promessa fatta ed accettata senza

sorriderne, che non riuscendo nella conquista dell'Italia, que'

volontarj esuli sarebbero tornati al possesso degli antichi lor beni.

Ed a vuoto sarebbero andati i loro disegni se Narsete fosse stato

l'antagonista de' Lombardi, ed i veterani guerrieri, i compagni della

sua vittoria Gotica avrebbero, con ripugnanza, affrontato un nemico che

stimavano e paventavano. Ma la debolezza della corte di Bisanzio giovò

la causa dei Barbari; e fu appunto per la rovina dell'Italia che

l'Imperatore diede una volta ascolto alle querele dei sudditi. Le virtù

di Narsete erano macchiate dall'avarizia, e nel suo regno provinciale di

quindici anni, egli accumulò un tesoro d'oro e d'argento eccedente la

modestia di una sostanza privata. Il suo governo era oppressivo ed in

odio al popolo, e i deputati di Roma con libertà esposero il generale

disgusto. Innanzi al trono di Giustiniano essi arditamente dichiararono

che il servaggio gotico era stato più comportabile ad essi che non il

dispotismo di un eunuco Greco; e che se il loro tiranno immantinente non

veniva rimosso, essi avrebbero consultato il loro bene nella scelta di

un nuovo Signore. Il timore della ribellione era avvalorato dalla voce

dell'invidia e della calunnia che sì di recente avea trionfato del

merito di Belisario. Un nuovo Esarca, Longino, fu mandato a prendere il

posto del conquistatore dell'Italia, e si espressero i bassi motivi del

suo richiamo nell'insultante mandato della Imperatrice Sofia. «Ch'egli

dovesse lasciare agli uomini l'esercizio delle armi, e tornasse al posto

che gli conveniva tra le ancelle del palazzo, ove di nuovo si porrebbe

una rocca nelle mani dell'Eunuco.» — «Io le tesserò un tal filo ch'ella

non saprà facilmente disvolgerlo»! Cotesta dicono fu la risposta, che lo

sdegno e la conoscenza del proprio valore trassero di bocca all'Eroe. In

vece di presentarsi, quale schiavo e vittima allo soglie del palazzo di

Bisanzio, egli ritirossi in Napoli, d'onde, (se può darsi fede a quanto

si credette a que' tempi) Narsete invitò i Lombardi a punire

l'ingratitudine del Principe e del Popolo[419]. Ma le passioni del

Popolo sono furiose e volubili ed i Romani tosto si rammentarono i

meriti o temettero il risentimento del virtuoso lor Generale. Per la

mediazione del Papa il quale intraprese un pellegrinaggio a Napoli a

quest'effetto, accettato fu il pentimento de' Romani; e Narsete,

prendendo un sembiante più mite ed un più sommesso linguaggio, consentì

a porre la sua dimora nel Campidoglio. Ma sebbene giunto egli fosse

all'estremo periodo della vecchiaia[420], intempestiva pure e prematura

ne riuscì la morte, perocchè il solo suo genio avrebbe potuto riparare

l'ultimo e funesto errore della sua vita. La realtà o il sospetto di una

cospirazione disarmò e disunì gl'italiani. I soldati sentirono i torti

fatti al loro Generale, e ne lamentarono la perdita. Essi non

conoscevano il nuovo Esarca, e Longino ignorava egli stesso lo stato

dell'esercito e della provincia. Negli anni precedenti, l'Italia era

stata desolata dalla pestilenza e dalla fame; ed un popolo

disaffezionato attribuiva le calamità della natura alle colpe od alla

stoltezza de' suoi reggitori[421].

[A. D. 562-570]

Qualunque si fossero i motivi della sua sicurezza, Alboino non s'aspettò

d'avvenirsi, nè si avvenne in alcun esercito Romano in campo. Egli salì

le Alpi Giulie, e con disprezzo e desiderio giù volse gli occhi sulle

fertili pianure, a cui la sua vittoria conferì il perpetuo nome di

Lombardia. Un capitano fedele ed uno scelto drappello erano stanziati

nel Foro di Giulio, il moderno Friuli, per guardare i passi de' monti. I

Lombardi rispettarono la forza di Pavia, e porsero ascolto alle

preghiere de' Trevigiani. La tarda e pesante lor moltitudine si avanzò

ad occupare il palazzo e la città di Verona; e Milano che allora sorgea

dalle sue ceneri, fu investita dalle forze di Alboino, cinque mesi dopo

la sua partenza dalla Pannonia. Il terrore precedeva il suo campo; egli

trovò o lasciò per ogni dove una solitudine spaventosa; ed i pusillanimi

Italiani giudicarono, senza cimentarsi, che lo straniero era

invincibile. Fuggendo pe' laghi, su i monti, in seno alle paludi, le

turbe atterrite nascondevano alcuni brani della loro ricchezza e

procrastinavano il momento del loro servaggio. Paolino, patriarca di

Antiochia, trasportò i suoi tesori sacri e profani nell'isole di

Grado[422] ed i suoi successori furono adottati dalla nascente

Repubblica di Venezia, che del continuo arricchivasi per le pubbliche

calamità dell'Italia. Onorato, che teneva la cattedra di S. Ambrogio,

avea credulamente accettato le infide offerte di una capitolazione;

l'Arcivescovo in una col clero e coi nobili di Milano, fu tratto dalla

perfidia di Alboino a ricercare un asilo nei meno accessibili ripari di

Genova. Lungo la costa marittima, sostenuto era il coraggio degli

abitanti dalla facilità di procacciarsi vettovaglie, dalla speranza di

ricevere soccorsi e dalla facoltà di scampare colla fuga. Ma dai colli

di Trento sino alle porte di Ravenna e di Roma, le regioni mediterranee

dell'Italia divennero, senza una battaglia od un assedio, il patrimonio

dei Lombardi. La sommissione del popolo invitò i Barbari ad assumere il

carattere di Sovrani legittimi, e lo sconcertato Esarca fu ridotto alle

funzioni di significare all'Imperatore Giustino la rapida ed irreparabil

perdita delle città e delle province[423]. Una città ch'era stata

diligentemente fortificata dai Goti, tenne saldo contro le armi del

nuovo invasore; e mentre soggiogata veniva l'Italia dai volanti

drappelli dei Lombardi, il campo reale per tre anni non si mosse dinanzi

la porta occidentale di Ticinum o Pavia. Quel coraggio istesso che

ottiene la stima di un nemico incivilito, risvegliò il furore di un

selvaggio, e l'impaziente assediatore si era vincolato con terribile

giuramento a lasciare che l'età, il sesso ed il grado confusi andassero

in un generale macello. L'aiuto della fame finalmente gli porse il

destro di eseguire il suo sanguinoso disegno; ma nel punto in cui

Alboino passava la porta, il suo cavallo inciampò, cadde, e non potè

levarsi. La compassione o la devozione mosse uno de' suoi seguaci ad

interpretare questo come un miracoloso segno dell'ira del cielo. Il

conquistatore fermossi e s'impietosì, ripose la spada nella guaina, e

placidamente riposando nel palazzo di Teodorico, significò alla

moltitudine paventosa che dovesse vivere ed obbedire. Dilettato dal

situamento della città, che più cara era fatta al suo orgoglio per la

difficoltà dell'acquisto, il principe de' Lombardi disdegnò le antiche

glorie di Milano; e Pavia per alcuni secoli fu rispettata come la

capitale di tutto il reame d'Italia[424].

[A. D. 573]

Il regno del fondatore fu splendido ma di breve durata. Prima che

potesse regolare le sue nuove conquiste, Alboino perì vittima del

tradimento domestico e della femminile vendetta. In un palazzo presso

Verona, che non era stato eretto pei Barbari, egli banchettava i suoi

compagni d'armi: l'ubbriachezza era la ricompensa del valore, ed il Re

stesso si lasciò trarre dall'appetito o dalla vanità ad eccedere

l'ordinaria misura della sua intemperanza. Poscia ch'ebbe vuotate molte

capaci tazze di vin Retico o di Falerno, egli comandò che gli si recasse

il cranio di Cunimondo, ch'era il più nobile e più prezioso ornamento

della sua credenza. La coppa della vittoria con orrido applauso passò in

giro tra i capi Lombardi. «Colmatela nuovamente di vino, sclamò il

conquistatore inumano, colmatela fino all'orlo; portate questo calice

alla reina, e pregatela in mio nome di festeggiar con suo padre».

Rosmunda, trambasciata dal dolore e dall'ira, appena ebbe forza di

profferire. «Sia fatto il volere del Signor mio!» e toccando colle

labbra la coppa, pronunziò nel fondo del suo cuore il giuramento che

quell'insulto sarebbe lavato nel sangue di Alboino. Il risentimento di

una figlia sarebbe di qualche indulgenza degno, se trasgredito ella già

non avesse i doveri di una moglie. Implacabile nella inimicizia, od

incostante nell'amore, la regina d'Italia era scesa dal trono nelle

braccia di un suddito, ed Elmichi, port'arme del Re, fu il secreto

ministro de' suoi piaceri e della sua vendetta. Egli non poteva più

addurre scrupoli di fedeltà e di gratitudine onde ribattere la proposta

dell'assassinio; ma Elmichi tremò nel volgere in mente il pericolo al

par che il delitto, e nel rammentare l'incomparabil forza e bravura di

un guerriero, a cui sì spesso era stato vicino nel campo della

battaglia. A forza d'istanze egli ottenne che uno de' più intrepidi

campioni de' Lombardi venisse collegato all'impresa. Ma dall'intrepido

Peredeo altro non si potè conseguire fuor che una promessa di mantenere

il secreto, e la forma di seduzione, usata da Rosmunda, mette in

vergognosa mostra il nessun conto in che ella teneva l'onore e l'amore.

Ella si fe' cedere il posto nel letto da una delle sue ancelle ch'era

amata da Peredeo, e seppe con qualche pretesto spiegare l'oscurità ed il

silenzio del loro congresso, finchè non fu in grado di palesare al suo

compagno ch'egli era giaciuto colla reina de' Lombardi, e che la morte

di lui o quella di Alboino, esser dovea la conseguenza di quel

traditoresco adulterio. Posto nell'alternativa, Peredeo antepose di

essere il complice anzi che la vittima di Rosmunda[425] il cui

imperterrito animo era incapace di timore o di rimorso. Ella aspettò e

trovò ben tosto un favorevol momento. Il Re, oppresso dal vino, era

uscito di tavola, per prendere il pomeridiano suo sonno. L'infedele

mogliera si mostrò sollecita della salute e del riposo di esso: si

chiusero le porte del palazzo, si allontanarono le armi, si mandarono

lungo i seguaci, e Rosmunda, poi che l'ebbe lusingato al sonno con

tenere e dolci carezze, aprì l'uscio della stanza, e spinse i ripugnanti

congiurati a dargli immediatamente la morte. Al primo strepito, il

guerriero balzò giù dal letto; il suo brando, ch'egli tentò di snudare,

era stato legato alla guaina per man di Rosmunda; ed un picciolo

sgabello, unica arma che avesse, non potè per lungo tempo difenderlo

dalle lancie degli assassini. La figlia di Cunimondo sorrise in vederlo

a cadere; il corpo di Alboino fu seppellito sotto lo scalone del

palazzo, e la riconoscente posterità dei Lombardi riverì per gran tempo

la tomba e la memoria del vittorioso lor condottiero.

L'ambiziosa Rosmunda aspirava a regnare sotto il nome del suo amante; la

città e la reggia di Verona paventavano il suo potere, ed una fedel

banda de' nativi suoi Gepidi era presta ad applaudire la vendetta, ed a

secondare i desiderj della loro sovrana. Ma i capi Lombardi, che

fuggirono ne' primi momenti di costernazione e di scompiglio, avevano

ripreso il coraggio e raccolto le forze loro; e la nazione, invece di

sottoporsi al regno di lei, chiese con unanimi grida, che si facesse

giustizia della moglie colpevole e degli assassini del Re. Ella cercò

asilo tra i nemici della sua patria, ed una ribalda che meritava

l'abborrimento degli uomini, fu protetta dall'interessata politica

dell'Esarca. Rosmunda, insieme con la sua figlia, erede del trono

Lombardo, i suoi due amanti, i fedeli suoi Gepidi, e le spoglie della

reggia di Verona, discese l'Adige e il Po, e fu trasportata da un

vascello Greco nel sicuro porto di Ravenna. Longino vagheggiò con

diletto i vezzi ed i tesori della vedova di Alboino: la sorte presente,

e la passata condotta di lei, potevano giustificare le più licenziose

proposte; ed ella agevolmente diede ascolto alla passione di un

ministro, il quale, eziandio nel declino dell'Impero, era rispettato

come l'eguale dei Re. La morte di un drudo geloso era un sacrifizio

facile e grato, ed Elmichi, uscendo dal bagno, ricevè la bevanda letale

dalle mani della sua amante. Il gusto del liquore, i suoi rapidi

effetti, e la sperienza ch'egli avea del carattere di Rosmunda, ben

presto lo convinsero che avvelenato egli era. Elmichi mise la punta del

pugnale sul petto di Rosmunda, la costrinse a vuotare il rimanente della

tazza, e spirò in pochi minuti, colla consolazione ch'ella non sarebbe

sopravvissuta a godere i frutti della sua perversità.

[A. D. 573]

La figlia di Alboino e di Rosmunda fu imbarcata per Costantinopoli,

unitamente alle più ricche spoglie de' Lombardi. La mirabil gagliardia

di Peredeo divertì ed atterrì la corte Imperiale: la sua cecità e la sua

vendetta offrirono un'imperfetta copia delle avventure di Sansone. I

liberi suffragi della nazione, nell'assemblea di Pavia, elessero

Clefone, uno de' più nobili capi Lombardi, a successor di Alboino. Ma

diciotto mesi non erano ancora trascorsi, che il trono venne contaminato

da un secondo assassinio. Clefone fu trafitto dalla mano di un suo

famigliare. L'ufficio regale rimase per dieci anni sospeso, durante

l'età minore del suo figlio Autari, e l'Italia languì divisa ed oppressa

sotto l'aristocrazia ducale di trenta tiranni[426].

Il nipote di Giustiniano, nell'ascendere al trono, avea proclamato una

novella Era di felicità e di gloria. Ed in cambio, gli annali del

secondo Giustino sono contrassegnati dalla vergogna di fuori[427], e

dalla miseria di dentro. Nell'Occidente, l'Imperio romano venne afflitto

dalla perdita dell'Italia, dalla desolazione dell'Affrica, e dalle

conquiste dei Persiani. L'ingiustizia prevalse nella capitale e nelle

province; i ricchi tremavano per le loro proprietà, i poveri per la loro

salvezza: i magistrati ordinarj erano ignoranti o venali; i rimedi,

apprestati all'occasione, pare che fossero arbitrari e violenti, e le

querele del Popolo non potevano più ridursi al silenzio dagli splendidi

nomi di un legislatore e di un conquistatore. L'opinione che imputa al

Principe tutte le calamità de' suoi tempi, può venir sostenuta dallo

storico come una seria verità o come un salutare pregiudizio. Non

pertanto candidamente si può sospettare che i sentimenti di Giustino

fossero puri e benevoli, e che irreprensibilmente egli avrebbe occupato

il trono, se le facoltà della sua mente non si fossero affralite per

l'effetto di una malattia che privò l'Imperatore dell'uso de' suoi

piedi, e lo confinò dentro il palazzo, straniero ai lamenti del Popolo

ed ai vizj del governo. Il tardo conoscimento della sua impotenza lo

determinò a deporre il peso del diadema, e nella scelta di un degno

sostituto egli mostrò qualche indizio di discernimento ed anche di

magnanimità. L'unico figliuolo maschio di Giustino e di Sofia morì nella

sua infanzia: la figlia loro Arabia avea sposato Baduario[428]

soprantendente del palazzo e quindi comandante degli eserciti italiani,

il quale vanamente aspirò a veder confermati i diritti del matrimonio

con quelli dell'adozione. Finchè l'Impero appariva desiderevol cosa a

Giustino, egli solea riguardar con gelosia ed odio i suoi fratelli e

cugini, quasi rivali delle sue speranze; nè potea egli far conto sulla

gratitudine di coloro che avrebbero accettato la porpora come una

restituzione, anzichè come un dono. L'esilio, poi la morte avea tolto di

mezzo uno di questi competitori, e l'Imperatore stesso avea fatto ad un

altro cotali insulti crudeli, ch'egli dovea temerne lo sdegno, od averne

la pazienza in dispregio. Questa domestica animosità lo condusse alla

generosa risoluzione di cercarsi un successore, non nella famiglia, ma

nella Repubblica, e l'artifiziosa Sofia gli raccomandò Tiberio[429], suo

fedele capitano delle guardie, la virtù e la fortuna del quale si

poteano amare dall'Imperatore, come il frutto della giudiziosa sua

scelta. La cerimonia dell'esaltamento di Tiberio al grado di Cesare, o

di Augusto, fu eseguita nel portico del palazzo, in presenza del

Patriarca e del Senato. Giustino raccolse le residue forze del corpo ed

intelletto; ma la popolare credenza che la sua concione fosse inspirata

dalla Divinità, palesa qual opinione si avesse dell'Imperatore, e quale

ne dobbiamo aver di que' tempi[430]. «Tu,» gli disse Giustiniano, «vedi

le insegne della potestà suprema. Tu sei in procinto di riceverle non

dalla mia mano, ma dalla mano di Dio. Onorale, e ne trarrai onore.

Rispetta l'Imperatrice tua madre; tu sei ora il suo figlio; prima eri il

suo servo. Non compiacerti nel sangue; ti astieni dalla vendetta; fuggi

quelle azioni che mi tirarono addosso l'odio pubblico, e consulta

l'esperienza anzi che l'esempio del tuo predecessore. Come uomo, io ho

peccato; come peccatore, anche in questa vita ne fui severamente punito:

ma questi servi (accennando i suoi Ministri) che hanno abusato della mia

confidenza, ed infiammato le mie passioni, compariranno insieme con me

dinanzi al tribunale di Cristo. Io fui abbagliato dallo splendor del

diadema: tu sii saggio e modesto: rammenta ciò che fosti, rammenta ciò

che sei. Tu scorgi a te intorno i tuoi schiavi e i tuoi figli; insieme

con l'autorità, prendi l'affetto di un padre. Ama il tuo popolo come te

stesso; coltiva la benevolenza, mantieni la disciplina dell'esercito:

proteggi lo sostanze del ricco, sovvieni alle necessità del

povero[431]». — L'assemblea, in silenzio ed in lagrime, applaudì i

consiglj, e fu commossa dal pentimento del Principe. Il Patriarca

intuonò le preghiere della Chiesa; Tiberio ricevè genuflesso il diadema,

e Giustino, il quale nel punto della sua abdicazione apparve più

meritevole di regnare, volse al nuovo Monarca le seguenti parole: «Se tu

il consenti, io vivo; se tu l'imponi, io muoio. Possa il Dio del Cielo e

della terra infondere nel tuo cuore tutto ciò che io ho dimenticato o

negletto!» I quattro ultimi anni dell'Imperatore Giustino trapassarono

in una tranquilla oscurità: la sua coscienza non era più tormentata

dalla rimembranza di que' doveri ch'egli non era atto ad adempiere; e la

sua scelta venne giustificata dalla filial riverenza del riconoscente

Tiberio.

[A. D. 578]

Tiberio era tra' Romani del suo tempo uno de' più appariscenti per la

sublime statura e l'avvenenza della persona. Fra le sue virtù[432], la

sua bellezza potè introdurlo al favor di Sofia; e la vedova di Giustino

era persuasa ch'ella conserverebbe il suo posto ed il suo ascendente

sotto il regno di un secondo e più giovane marito. Ma se l'ambizioso

candidato erasi indotto a piaggiare e dissimulare, non era ormai più in

sua balìa il corrispondere alle aspettative di lei o l'adempire le

proprie promesse. Le fazioni dell'Ippodromo domandavano, con qualche

impazienza, il nome della nuova loro Imperatrice; ma il popolo e Sofia

furono presi da stupore sentendo a bandire il nome di Anastasia, secreta

ma legittima moglie dell'imperatore Tiberio. Quanto alleviar poteva il

dolore della delusa Sofia, onori imperiali, palazzo magnifico, numeroso

treno di servi, tutto liberalmente le fu conceduto dalla pietà

dell'adottivo suo figlio. Egli nelle solenni occasioni visitava e

consultava la vedova del suo benefattore: ma l'ambizione di lei ebbe a

sdegno la vana sembianza della dignità reale: e la rispettosa

appellazione di madre serviva ad inasprire, anzi che a placare lo sdegno

di una donna oltraggiata. Mentre ella accettava da Tiberio e ricambiava

col sorriso delle Corti le gentili espressioni di riguardo o di

confidenza, si conchiudeva una secreta alleanza tra l'Imperatrice madre,

e gli antichi nemici di lei; e Giustiniano, figlio di Germano, fu

adoperato come stromento della sua vendetta. L'orgoglio della casa

regnante sopportava con repugnanza il dominio di uno straniero: il

giovine figlio di Germano meritamente godeva il favore del popolo. Il

nome di lui, dopo la morte di Giustino, era stato posto in campo da una

tumultuosa fazione; e l'ossequiosa offerta che del proprio capo egli

fece, non che di un tesoro di sessantamila lire sterline, poteva

interpretarsi come una prova di delitto, o almeno di timore. Giustiniano

ricevè un generoso perdono ed il comando dell'esercito orientale. Il

monarca Persiano fuggì dinanzi alle armi di esso; e le acclamazioni onde

ne fu accompagnato il trionfo, lo dichiararono degno dell'ostro.

L'artificiosa sua protettrice avea scelto il mese della vendemmia, tempo

in cui l'Imperatore soleva tra gli ozj di una campestre solitudine

godere i piaceri di un suddito. Appena ebbe contezza de' disegni di

Sofia, Tiberio si ricondusse a Costantinopoli, ove la sua presenza e

fermezza soffocò la cospirazione. Dalla pompa e dagli onori di cui aveva

abusato, Sofia fu ridotta ad un assegnamento modesto; Tiberio licenziò

il corteggio di lei, ne intercettò il carteggio, e commise ad una

guardia fedele la cura di custodirla. Ma i servigi di Giustiniano non

furono risguardati da quell'eccellente Principe come un aggravamento de'

suoi torti; dopo avergli fatto alcuni blandi rimproveri, egli dimenticò

il tradimento e l'ingratitudine; e fu comunemente creduto che

l'Imperatore allettasse qualche pensiero di contrarre una duplice

alleanza col rival del suo trono. La voce di un angelo (favola propagata

a quel tempo) potè rivelare all'Imperatore che egli avrebbe sempre

trionfato de' suoi nemici domestici; ma Tiberio ritraeva una sicurezza

più ferma dall'innocenza e dalla generosità del suo animo.

All'odioso nome di Tiberio egli aggiunse il popolare soprannome di

Costantino, ed imitò le più pure virtù degli Antonini. Dopo di aver

riferito i vizj o le follie di tanti Principi romani, dolce riesce il

fermarsi per un momento sopra un carattere ragguardevole pei pregi

dell'umanità, della giustizia, della temperanza, e della fortezza, ed il

contemplare un sovrano affabile nella sua reggia, devoto nella chiesa,

imparziale sul seggio de' giudizj, e vittorioso, almeno per mezzo de'

suoi generali, nella guerra Persiana. Il più glorioso trofeo della sua

vittoria fu una moltitudine di prigionieri che Tiberio alimentò,

redense, e rimandò alle natie lor case collo spirito caritatevole di un

eroe cristiano. I meriti o le sventure de' suoi sudditi avevano il più

caro diritto alla sua beneficenza, ed egli misurava le sue larghezze,

non a norma della loro espettazione, ma a norma della propria sua

dignità. Questa massima, comecchè pericolosa in un depositario della

ricchezza pubblica, era contrappesata da un principio di umanità e di

giustizia, che gl'insegnava ad abborrire, come di lega vilissima, l'oro

spremuto dalle lagrime del Popolo. Per sollevare i suoi sudditi, ogni

volta ch'erano stati afflitti da naturali o da ostili calamità, egli

punto non indugiava a discioglierli dai tributi, di cui restavano in

debito, o dalla dimanda di nuove imposizioni. Fieramente egli rigettò le

servili proposte de' suoi ministri che gli offrivano ripieghi compensati

da una oppressione dieci volte maggiore, e le savie ed eque leggi di

Tiberio eccitarono la lode de' tempi susseguenti ed il rammarico della

sua perdita. Costantinopoli tenne per fermo che l'Imperatore avesse

scoperto un tesoro: ma il vero suo tesoro consisteva nella pratica di

una liberale economia, e nel disprezzo di tutte le spese superflue. I

Romani dell'Oriente avrebbero gioito la felicità, se il migliore fra i

doni del cielo, un Principe che ama la patria, fosse rimasto

perpetuamente fra loro. Ma in meno di quattro anni dopo la morte di

Giustino, il degno suo successore cadde sotto il peso di una mortale

infermità, che appena gli lasciò il tempo di restituire il diadema al

più meritevole de' suoi cittadini, secondo l'investitura ond'egli il

teneva. Tiberio tra la folla scelse Maurizio, giudizio più prezioso che

la porpora stessa. Il Patriarca ed il Senato furono chiamati al letto

del principe moribondo: egli diede a Maurizio la sua figlia e l'Impero;

e l'ultimo suo volere fu solennemente bandito dalla voce del Questore.

Tiberio manifestò la speranza in cui era che le virtù del suo figlio e

successore avessero ad innalzare il più nobile monumento alla sua

memoria. Essa fu onorata dalla pubblica afflizione; ma il più sincero

cordoglio si dilegua nel tumulto di un nuovo regno, e gli occhi ed i

plausi degli uomini sono ben presto rivolti al sole che nasce.

[A. D. 582]

L'Imperatore Maurizio traeva la sua origine da Roma antica[433], ma

gl'immediati suoi genitori erano stanziati ad Arabisso, nella

Cappadocia, e la singolare loro felicità li serbò in vita a vedere ed

averla comune la fortuna dell'_augusto_ lor figlio. La giovinezza di

Maurizio era scorsa nella professione della milizia; Tiberio lo promosse

al comando di una nuova e favorita legione di dodicimila confederati; si

segnalarono il suo valore e la sua condotta nella guerra Persiana; ed

egli tornò a Costantinopoli ad accettare come giusta ricompensa,

l'eredità dell'Impero. Maurizio salì al trono nella matura età di

quarantatre anni; ed egli regnò venti anni sopra l'Oriente e sopra se

stesso[434]; cacciando fuor dal suo animo la selvaggia democrazia delle

passioni, e fondando (secondo l'arguto parlare di Evagrio) una perfetta

aristocrazia della ragione e della virtù. Può insorgere qualche sospetto

contro la testimonianza di un suddito, benchè protesti che la secreta

sua lode mai non giungerà all'orecchio del suo sovrano[435], ed alcuni

mancamenti sembrano riporre il carattere di Maurizio al di sotto del più

puro merito del suo predecessore. Il freddo e riserbato suo contegno può

imputarsi ad arroganza; non sempre andò esente di crudeltà la sua

giustizia nè scevra fu di debolezza la sua clemenza; e la rigida sua

economia troppo spesso lo espose al rimprovero di avarizia. Ma i

ragionevoli desiderj di un assoluto Monarca debbono tendere alla

felicità del suo popolo. Maurizio era dotato del senno e del coraggio

che si chieggono a promovere questa felicità, e la sua amministrazione

reggevasi a tenore de' principj e dell'esempio di Tiberio. La

pusillanimità de' Greci avea introdotto una separazione sì intera tra le

funzioni di Re e quelle di Generale, che un semplice soldato il quale

avea meritato ed ottenuto la porpora, di rado o non mai comparve alla

testa de' suoi eserciti. Nondimeno l'Imperatore Maurizio ebbe la gloria

di riporre in trono il monarca Persiano: i suoi luogotenenti condussero

una dubbia guerra contro gli Avari del Danubio, ed egli volse un occhio

d'inefficace pietà sopra l'abbietto e disastroso stato delle sue

province Italiane.

Dall'Italia giungevano del continuo agli Imperatori moleste relazioni di

miseria e dimande di soccorsi, che strappavan ad essi di bocca

l'umiliante confessione dalla propria lor debolezza. La spirante dignità

di Roma unicamente contraddistinguevasi per la libertà e l'energia delle

sue querele. «Se tu sei impotente, inabile,» essa diceva, «a liberarci

dalla spada de' Lombardi, salvaci almeno dalle calamità della fame.»

Tiberio perdonò la rampogna, e sollevò la miseria; si trasportò una

provvigione di grano dall'Egitto al Tevere, ed il Popolo Romano,

invocando il nome, non di Camillo ma di S. Pietro, respinse i Barbari

dalle sue mura. Ma accidentale fu il soccorso, perpetuo ed incalzante

era il pericolo; ed il Clero ed il Senato raccogliendo gli avanzi

dell'antica loro opulenza, unirono una somma di tremila libbre d'oro, e

spedirono il patrizio Panfronio a porre i loro doni ed i loro lamenti a

piè del trono di Costantinopoli. L'attenzione della Corte, e le forze

dell'Oriente, erano volte verso la guerra Persiana: ma la giustizia di

Tiberio applicò il sussidio alla difesa della città; ed egli accommiatò

il Patrizio col migliore consiglio che potesse dargli, ch'era di

corrompere i Capi Lombardi, ovvero di procacciarsi l'aiuto dei Re di

Francia. Nonostante questa debole invenzione, l'Italia continuò a gemere

afflitta, Roma fu di nuovo assediata, ed il sobborgo di Classe, non più

di tre miglia distante da Ravenna, fu saccheggiato ed occupato dalle

truppe di un semplice Duca di Spoleto. Maurizio diede udienza ad una

seconda deputazione di Sacerdoti e di Senatori; le obbligazioni e le

minacce della religione erano vivamente esposte nelle lettere del

pontefice di Roma; ed il suo nunzio, il Diacono Gregorio, era egualmente

idoneo ad invocare i poteri del cielo e quei della terra. L'Imperatore

si apprese con più poderoso effetto al consiglio del suo predecessore:

si persuase ad alcuni formidabili Capi Lombardi di abbracciare

l'amicizia dei Romani, ed uno di essi, Barbaro mansueto e fedele, visse

e morì al servizio dell'Esarca. I passi dell'Alpi furono lasciati liberi

ai Franchi, ed il Papa li confortò a rompere senza scrupolo i giuramenti

fatti e gl'impegni presi co' miscredenti. Childeberto, nipote di

Clodoveo, s'indusse ad invader l'Italia, mediante il pagamento di

cinquantamila monete; ma siccome egli avea veduto con amore alcune pezze

coniate dalla zecca di Bisanzio del peso di una libbra d'oro, il Re di

Austrasia stipulò che per rendere degno di lui il presente, vi si

mescolerebbe un adeguato numero di quelle venerande medaglie. I Duchi

de' Lombardi aveano provocato con frequenti scorrerie i loro potenti

vicini della Gallia. Tosto che temerono una giusta rappresaglia, essi

rinunziarono alla debole e disordinata indipendenza loro; si riconobbero

con unanime accordo i vantaggi del governo reale, l'unione, la

secretezza, il vigore; ed Autari, figlio di Clefone, era già cresciuto

nella forza e nella riputazione di un guerriero. Sotto lo stendardo del

nuovo Re, i conquistatori dell'Italia fecero fronte a tre successive

invasioni, una delle quali era condotta da Childeberto stesso, l'ultimo

della stirpe de' Merovingi che calasse le Alpi. La prima spedizione andò

a male per la gelosa animosità de' Franchi e degli Alemanni. Nella

seconda essi furono rotti in una sanguinosa battaglia con più perdita e

più disonore che non avessero sofferto dalla fondazione della loro

monarchia in poi. Impazienti di vendetta essi discesero per la terza

volta con raddoppiate forze, ed Autari cedè al furor del torrente. Egli

distribuì le truppe ed i tesori de' Lombardi nelle città murate tra le

Alpi e gli Apennini. Una nazione, meno sensiva del pericolo, che della

fatica e della dilazione, tosto mormorò contro la follia de' suoi venti

comandanti; ed i caldi vapori del sole d'Italia infettarono di malattia

quei corpi aquilonari, già spossati dalle vicende dell'intemperanza e

della carestia. Lo forze che mal convenienti erano alla conquista,

furono più che bastevoli alla desolazione del paese; nè i tremanti

nativi sapean distinguere quali fossero i loro nemici e quali i

liberatori. Se la congiunzione delle forze Merovinge ed Imperiali

eseguita si fosse nelle vicinanze di Milano, rovesciato esse avrebber

forse il trono de' Lombardi: ma i Franchi aspettarono per sei giorni il

segnale di un villaggio in fiamme, e le forze de' Greci stettero

oziosamente impiegate nel ridurre Modena e Parma, che ad essi ritolte

furono dopo la ritirata de' Transalpini loro alleati. La vittoria di

Autari rassodò il suo diritto al dominio dell'Italia. A' piedi delle

Alpi Retiche, egli soggiogò la resistenza e predò i nascosti tesori di

una segregata isoletta nel lago di Como. Sull'estrema punta della

Calabria, egli percosse colla sua lancia una colonna, piantata a Reggio

sul lido del mare,[436] dichiarando che quell'antico termine sarebbe

l'immobile confine del suo Reame[437].

Per lo spazio di duecent'anni, l'Italia fu disugualmente divisa tra il

regno de' Lombardi e l'Esarcato di Ravenna. Gli uffizj e le professioni

che la gelosia di Costantino avea separati, furono riuniti

dall'indulgenza di Giustiniano; e diciotto Esarchi vennero investiti,

nella decadenza dell'Impero, di tutta l'autorità civile, militare ed

anche ecclesiastica che rimaneva in Italia al Principe, il qual regnava

in Bisanzio. L'immediata loro giurisdizione che poi fu consacrata come

il patrimonio di S. Pietro, si stendeva sopra la moderna Romagna, le

paludi o valli di Ferrara e Comacchio[438] le cinque città marittime da

Rimini ad Ancona, ed una seconda Pentapoli mediterranea tra la costa

dell'Adriatico ed i colli dell'Appennino. Tre subordinate province, di

Roma, di Venezia e di Napoli, divise dal palazzo di Ravenna per mezzo di

terre appartenenti al nemico, riconoscevano, in pace ed in guerra, la

supremazia dell'Esarca. Pare che il Ducato di Roma racchiudesse i paesi

che la città nei primi quattro secoli avea conquistati nell'Etruria, nel

paese de' Sabini e nel Lazio, e chiaramente sen possono indicare i

limiti lungo la costa, da Civitavecchia a Terracina, e seguendo il corso

del Tevere, da Ameria e Narni sino al porto di Ostia. Le numerose isole

da Grado a Chiozza, componevano la nascente dominazione di Venezia; ma

le più accessibili città sul continente furono rovesciate da' Lombardi,

i quali con impotente rabbia miravano una nuova capitale sorgere in

mezzo dell'acque. Il potere dei Duchi di Napoli era circoscritto dal

golfo e dalle isole addiacenti, dal territorio ostile di Capua, e dalla

colonia Romana di Amalfi[439], i cui industri cittadini coll'invenzion

della bussola hanno tolto il velo che copriva la faccia del Globo. Le

tre isole di Sardegna, di Corsica, e di Sicilia, aderivano tuttora

all'Impero; e l'acquisto della Calabria ulteriore respinse il limite

degli Stati di Autari dalla spiaggia di Reggio fino all'istmo di

Cosenza. In Sardegna i selvaggi montanari conservavano la libertà e la

religione de' loro maggiori; ma i contadini della Sicilia erano

incatenati all'ubertoso e coltivato lor suolo. Roma giaceva oppressa dal

ferreo scettro degli Esarchi, ed un Greco, forse un Eunuco, impunemente

insultava le rovine del Campidoglio. Ma Napoli prestamente acquistò il

privilegio di eleggersi da se stessa i suoi Duchi[440]; l'independenza

di Amalfi era il frutto del commercio; ed il volontario attaccamento di

Venezia all'Impero Orientale, venne finalmente nobilitato mercè di

un'eguale alleanza con esso. Sulla carta dell'Italia, la misura

dell'Esarcato occupa uno spazio molto piccolo, ma essa inchiude un'ampia

proporzione di ricchezze, d'industria e di popolazione. I più fedeli e

valutabili sudditi scamparono dal giogo de' Barbari, e le bandiere di

Pavia e Verona, di Milano e di Padova furono spiegate nei rispettivi

loro quartieri dai nuovi abitatori di Ravenna. Il rimanente dell'Italia

era posseduto dai Lombardi; e dalla regal sede di Pavia si stendeva il

lor regno a Levante, a Settentrione ed a Ponente, sino ai confini degli

Avari, de' Bavari, e de' Franchi, dell'Austrasia e della Borgogna. Nel

linguaggio della geografia moderna, quel regno viene rappresentato dalla

terra-ferma della Repubblica Veneta, dal Tirolo, dal Milanese, dal

Piemonte, dalla riviera di Genova, da Mantova, Parma e Modena, dal gran

Ducato di Toscana, e da una larga porzione dello Stato Ecclesiastico da

Perugia sino all'Adriatico. I Duchi ed in ultimo i Principi di Benevento

sopravvissero alla monarchia, e propagarono il nome de' Lombardi. Da

Capua a Taranto, essi regnarono per quasi cinquecent'anni sopra la

maggior parte del presente Regno di Napoli[441].

Volendo paragonare la proporzione tra il popolo vittorioso ed il vinto,

dal cangiamento della lingua si possono trarre i più probabili indizi.

Secondo questa norma apparisce che i Lombardi dell'Italia e i Visigoti

della Spagna erano men numerosi che i Franchi od i Borgognoni; ed i

conquistatori della Gallia a lor volta, debbono cedere alla moltitudine

de' Sassoni ed Angli che quasi sradicarono l'idioma de' Britanni. La

favella Italiana moderna si è formata appoco appoco, mediante il

mescolamento delle nazioni; la goffaggine de' Barbari nel delicato

maneggio delle declinazioni e delle coniugazioni, li ridusse ad usare

gli articoli ed i verbi ausiliari; e molte nuove idee furono espresse

con voci Teutoniche. Non pertanto il fondo principale de' termini

tecnici e familiari si scorge derivato dal Latino[442]; e se avessimo

sufficiente contezza degli obsoleti, rustici e municipali dialetti

dell'antica Italia potremmo rintracciar l'origine di molti vocaboli che

forse erano rigettati dalla classica purità di Roma. Un numeroso

esercito non costituisce che una picciola nazione, e le forze de'

Lombardi furon tosto diminuite dal ritirarsi che fecero i ventimila

Sassoni, i quali, spregiando una dipendente condizione, se ne tornarono,

dopo molte audaci e pericolose avventure, alla nativa lor terra[443].

Formidabile era l'estensione del campo di Alboino; ma l'ampiezza di un

campo facilmente si conterrebbe nella circonferenza di una città, ed i

marziali abitanti di esso si troverebbero radamente sparsi sopra la

superficie di un vasto paese. Alboino nel calar giù dalle Alpi, conferì

al suo nipote, primo Duca del Friuli, il comando di quella provincia e

del Popolo, ma il prudente Gisulfo avrebbe scansato il pericoloso

uffizio se non gli fosse stato concesso di scegliere, tra i nobili

Lombardi, un numero di famiglie[444] sufficiente a formare una perpetua

colonia di soldati e di sudditi. Nel progresso della conquista non fu

possibile compartire la stessa facoltà ai Duchi di Brescia o di Bergamo,

di Pavia o di Torino, di Spoleto o di Benevento; ma ciascuno di questi,

e ciascuno de' loro colleghi, si stabilì nel distretto assegnatogli con

una mano di seguaci che si raccoglievano sotto il suo stendardo in tempo

di guerra, e comparivano dinanzi al suo tribunale in tempo di pace.

Libera ed onorata era la dipendenza loro: restituendo i doni ed i

beneficj che avevano accettato, essi potevano passare, insieme colle

famiglie loro, nella giurisdizione di un altro Duca; ma l'assenza loro

dal regno veniva punita di morte come delitto di diserzione

militare[445]. La posterità de' primi conquistatori gettò profonde

radici nel suolo, cui per ogni motivo d'interesse e d'onore erano

vincolati a difendere. Un Lombardo nasceva soldato del suo Re e del suo

Duca; e le assemblee civili della nazione spiegavano le bandiere, e

prendevano il nome di un esercito regolare. Le paghe e le ricompense di

quest'esercito si ritraevano dalle province conquistate, e le triste

impronte dell'ingiustizia e della rapina ne disonorarono la

distribuzione, la quale non venne effettuata sin dopo la morte di

Alboino. Molti fra i più ricchi Italiani furono spenti o banditi: diviso

andò il rimanente fra gli stranieri, e sotto il nome di ospitalità

s'impose un tributo, che obbligava i nativi a pagare ai Lombardi una

terza parte de' frutti della terra. In meno di settant'anni questo

sistema artificiale fu abolito e si soggettarono i fondi stabili ad una

dipendenza più semplice e solida[446]. O il proprietario Romano era

cacciato via dal più forte ed insolente suo ospite; ovvero l'annuo

pagamento del terzo del prodotto si permutava, con più equo accordo, in

una proporzionata cessione di terreni. Sotto il dominio di questi

stranieri padroni, le faccende dell'agricoltura nella coltivazione del

grano, delle viti e degli ulivi erano esercitate con degenerata perizia

ed industria dalla mano degli schiavi e dei natii. Ma le occupazioni di

una vita pastorale erano più confacenti all'indolenza de' Barbari. Nelle

ricche praterie della Venezia essi ristorarono ed immegliarono la razza

de' cavalli, pe' quali quella provincia era stata illustre una

volta[447], e gl'Italiani mirarono con istupore una razza di buoi o di

bufali[448]. La spopolazione della Lombardia, e l'ampliazione delle

foreste, somministrarono un vasto campo ai piaceri della caccia[449].

Quell'arte maravigliosa che ammaestra gli uccelli dell'aria a

riconoscere la voce e ad eseguire i comandi del loro signore, era

rimasta incognita al raffinato ingegno de' Greci e de' Romani[450]. La

Scandinavia e la Scizia producono i più animosi e più trattabili

falconi[451]; ammansati essi vennero ed educati da questi erranti

abitatori, sempre usi a stare a cavallo e nel campo. Questo favorito

passatempo dei nostri antenati, fu introdotto dai Barbari nelle province

Romane: e le leggi d'Italia reputavano la spada, ed il falcone come

d'egual dignità ed importanza nelle mani di un nobile Lombardo[452].

Così rapido fu l'influsso del clima e dell'esempio, che i Lombardi della

quarta generazione rimiravano con curiosità e timore i ritratti de'

selvaggi loro antenati[453]. Raso era di dietro il lor capo, ma le

ispide ciocche ricadevano sugli occhi e sulla bocca, ed una lunga barba

rappresentava il nome ed il carattere della nazione. Consisteva il loro

vestire in larghi abiti di tela, giusta la foggia degli Anglo-Sassoni,

ornati al loro modo di larghe striscie di svariati colori. Portavano le

gambe ed i piedi avvolti, in lunghi calzari ed in sandali aperti, ed

eziandio nella serenità della pace la fedele spada continuamente pendeva

al lor fianco. Eppure questo strano apparato e l'orrido aspetto sovente

ricoprivano una buona, gentile e generosa indole; e come cessata era la

furia del terrore, i prigionieri ed i sudditi rimanevano alle volte

sorpresi dell'umanità del vincitore. I vizi de' Lombardi erano l'effetto

delle passioni, dell'ignoranza o dell'ebbrietà; più lodevoli erano le

virtù loro, come quelle che non venivano infettate dall'ipocrisia de'

sociali costumi, nè imposte dai rigorosi freni delle leggi e della

educazione. Io non temerei di uscire del mio soggetto, se fosse in mio

potere il delineare la vita privata dei conquistatori dell'Italia, e

riferirò con piacere la galante avventura di Autari, la quale respira il

vero genio della cavalleria e del romanzo[454]. Dopo la morte di una

principessa Merovingia promessagli in isposa, egli chiese in matrimonio

una figlia del Re di Baviera; e Garibaldo accettò l'alleanza del Monarca

Italiano. Mal tollerando i tardi progressi della trattativa il fervido

amatore si tolse al suo palazzo, e si trasferì alla corte di Baviera

nella comitiva della sua propria ambasceria. In una pubblica udienza

l'incognito straniero si avanzò verso il trono ed informò Garibaldo che

l'ambasciatore era veramente il ministro di Stato, ma ch'egli era

l'amico di Autari, il quale gli aveva affidata la dilicata commissione

di dargli un fedele ragguaglio de' vezzi della sua sposa. Fu chiamata

Teodolinda a sostenere quest'importante esame, e dopo un momento di

silenziosa estasi, egli la salutò Regina d'Italia, ed umilmente richiese

che, secondo il costume della nazione, essa presentasse una coppa di

vino al primo de' nuovi suoi sudditi. Per comando del padre, ella

obbedì. Autari ricevè la coppa, come venne il suo giro, e nell'atto di

restituirla alla principessa, furtivamente lo toccò la mano, e si pose

il dito sul labbro. Alla sera Teodolinda raccontò alla sua nudrice

l'indiscreta famigliarità dello straniero, e l'antica donna la confortò

colla sicurezza, che un tale ardire non potea provenire che dal Re suo

consorte, il quale per la sua bellezza ed il suo coraggio, meritevole

appariva dell'amore di lei. Gli Ambasciatori ebber comiato; ma appena

giunti furono sul confina d'Italia, Autari, sollevandosi sul suo

cavallo, scagliò la scure di guerra contro di un albero, con

incomparabil forza e destrezza: «Tali, egli disse agli stupefatti

Bavari, tali sono i colpi che vibra il Re dei Lombardi». All'avvicinarsi

di un esercito francese, Garibaldo e la sua figlia cercarono un asilo

ne' dominj del loro alleato: e nel palazzo di Verona si consumò il

matrimonio. In capo ad un anno esso fu disciolto per la morte di Autari:

ma le virtù di Teodolinda[455] l'avevano fatta amare dalla nazione in

modo che le fu concesso di donare, insieme colla sua mano, lo scettro

del Regno d'Italia.

[A. D. 643]

Questo fatto, e simiglianti eventi[456] dimostrano che i Lombardi

possedevano la libertà di eleggere il loro Sovrano, ed avevano il buon

senso di non usare ad ogni volta di questo pericoloso privilegio. Le

pubbliche loro entrate derivavano dai prodotti della terra e dagli

emolumenti della giustizia. Allorquando gl'indipendenti Duchi

consentirono che Autari salisse sul trono del suo genitore, essi

dotarono l'uffizio regale colla metà netta de' rispettivi loro dominj. I

più orgogliosi nobili aspiravano all'onore di servire presso la persona

del loro Principe. Egli rimunerava la fedeltà de' suoi vassalli col

precario donativo di pensioni e di benefizj, ed espiava i mali della

guerra, con ricche fondazioni di monasterj e di chiese. Giudice in tempo

di pace, Generale in tempo di guerra, egli mai non usurpava i poteri di

legislatore solo ed assoluto. Il re d'Italia convocava le assemblee

nazionali nel palazzo, o più probabilmente ne' campi di Pavia: il suo

gran Consiglio era composto degl'individui più eminenti pei natali e per

le dignità loro; ma la validità, non meno che l'esecuzione de' suoi

decreti, dipendeva dall'approvazione del popolo _fedele_, del

_fortunato_ esercito de' Lombardi. Circa ottant'anni dopo la conquista

dell'Italia, le costumanze loro, conservate dalla tradizione, furono

trascritte in Latino Teutonico[457], e ratificate dal consentimento del

Principe e del popolo, s'introdussero alcuni nuovi regolamenti, più

conformi alla attuale lor condizione; l'esempio di Autari fu imitato da'

più saggi suoi successori, e le leggi de' Lombardi si son riputate le

meno imperfette de' codici Barbari[458]. Fatti dal loro coraggio sicuri

di possedere la lor libertà, que' rozzi ed impazienti legislatori erano

incapaci di contrappesare i poteri della costituzione, o di discutere le

delicate teorie del governo politico. Degni di morte venivano giudicati

i delitti che minacciavano la vita del Sovrano o la salvezza dello

Stato, ma l'attenzione delle leggi era specialmente volta a difendere le

persone e le proprietà de' sudditi. Secondo la strana giurisprudenza di

que' tempi, il delitto di sangue poteva redimersi con una multa; non

pertanto l'alto prezzo di novecento monete d'oro dimostra il giusto

sentimento che avevano del valore della vita di un semplice cittadino.

Le ingiurie meno atroci, come una ferita, una rottura, un colpo, una

parola di vilipendio, venivano misurate con diligenza scrupolosa e quasi

ridicola; e la prudenza del legislatore incoraggiava l'ignobil pratica

di barattare l'onore e la vendetta con una compensazione in denaro.

L'ignoranza de' Lombardi, sia nello stato di Pagani che di Cristiani,

porse un implicito credito alla perversità e ai danni della stregoneria;

ma i giudici del secolo decimosettimo avrebbero potuto esser ammaestrati

e confusi dalla sapienza di Rotari; il quale decide l'assurda

superstizione, e protegge le sfortunate vittime della popolare e

giudiziale crudeltà[459]. Lo stesso spirito di un legislatore, superiore

al suo secolo ed al suo paese, può rinvenirsi in Luitprando, il quale

condanna, nell'atto che lo tollera, l'empio ed inveterato abuso dei

duelli[460], osservando per la sua propria esperienza, che la causa più

giusta viene sovente oppressa da una fortunata violenza. Qualunque

merito scoprir si possa nelle leggi de' Lombardi, sono esse il genuino

frutto della ragione de' Barbari, che mai non ammisero i Vescovi

d'Italia a sedere ne' loro Consigli legislativi. La successione de' lor

Re si contraddistinse per abilità e valore; la turbata serie dei loro

annali è adorna di grati intervalli di pace, di ordine, di domestica

felicità, e gl'Italiani godettero un più mite e più equo governo, che

non verun altro de' regni fondati sulle rovine dell'Impero

Occidentale[461],

In mezzo alle armi de' Lombardi, e sotto il dispotismo de' Greci, noi

investigheremo di nuovo il destino di Roma[462], che avea aggiunto,

verso il fine del sesto secolo, il più tristo periodo della sua

abbiezione. La traslazione della sede dell'Impero a Costantinopoli, e la

perdita successiva delle province, aveano disseccato le sorgenti della

pubblica e della privata opulenza. Il grand'albero, sotto la cui ombra

le nazioni, della terra s'erano riposate, nudo ormai trovavasi di fronde

e di rami, e l'arido suo tronco era lasciato marcir sul terreno. I

ministri del comando, ed i messaggeri delle vittorie, più non

s'incontravano sulla via Appia o sulla Flaminia: e l'ostile avvicinarsi

de' Lombardi era frequentemente sentito, e continuamente temuto. Gli

abitanti di una potente e pacifica capitale, che visitano senza inquieti

pensieri i giardini dell'addiacente contrada, difficilmente si faranno

un'immaginazione della infelicità dei Romani. Con mano tremante essi

aprivano e chiudevan le porte; scorgevano dall'alto delle mura le fiamme

delle campestri lor case, ed udivano i lamenti de' loro fratelli, che

venivano appaiati come cani, e trascinati in distante schiavitù al di là

del mare e de' monti. Tali perpetui terrori doveano annichilare i

diletti, ed interrompere i lavori della vita rustica; e la campagna di

Roma fu prestamente ridotta allo stato di uno spaventoso deserto, in cui

sterile è la terra, impure son l'acque, e l'acre spira insalubre. La

curiosità e l'ambizione più non traevano le nazioni alla Capitale del

mondo: ma se il caso e la necessità volgeva ivi i passi di un errante

straniero, con orrore egli contemplava il vuoto e la solitudine della

città, e poteva indursi a chiedere. «Dov'è il Senato, e dov'è il

Popolo?» In una stagione di eccessive pioggie, il Tebro straripò, e con

irresistibil violenza si sparse per le valli de' Sette Colli. Nacque una

malattia pestilenziale dall'allagamento stagnante dell'acque, e così

rapido fu il contagio, che ottanta persone morirono in un'ora nel mezzo

di una solenne processione, che si faceva per implorare la divina

mercede[463]. Una società, nella quale il matrimonio viene incoraggiato

e l'industria fiorisce, ben tosto ripara le accidentali perdite della

peste e della guerra; ma siccome la massima parte de' Romani era

condannata ad un'indigenza senza speranza ed al celibato, così la

spopolazione era continua e visibile, ed i cupi entusiasti potevano

aspettare la vicina fine del mondo. Nulladimeno il numero de' cittadini

tuttora superava[464] la misura de' viveri: il precario lor nutrimento

veniva somministrato dalle messi della Sicilia o dall'Egitto; ed il

frequente ritorno della carestia mostra la poca sollecitudine

dell'Imperatore per una distante provincia. All'istessa decadenza e

rovina erano esposti gli edifizj di Roma: le cadenti fabbriche venivano

facilmente rovesciate dalle inondazioni, dalle tempeste e da tremuoti,

ed i monaci che avevano occupato i siti più vantaggiosi, esultavano con

vile trionfo sopra le rovine dell'antichità[465]. Viene comunemente

creduto, che papa Gregorio I attaccasse i templi, e mutilasse le statue

della città; che per comando di questo Barbaro si riducesse in ceneri la

libreria Palatina, e che l'istoria di Tito Livio fosse in particolare il

bersaglio dell'assurdo e maligno suo fanatismo. Gli scritti di esso

Gregorio attestano l'implacabile avversione ch'ei portava ai monumenti

del genio classico, ed egli scaglia la più severa censura contro un

Vescovo, il quale insegnava l'arte della grammatica, studiava i poeti

Latini, e cantava con una stessa voce le lodi di Giove e quelle di

Cristo. Ma le prove della distruttiva sua rabbia sono dubbiose e

recenti, il Tempio della Pace, e il Teatro di Marcello furono demoliti

dalla lenta opera de' secoli, ed una proscrizione formale avrebbe

moltiplicato le copie di Virgilio e di Tito Livio ne' paesi che non

erano soggetti a quell'ecclesiastico dittatore[466].

Al pari di Tebe, di Babilonia e di Cartagine, il nome di Roma si sarebbe

cancellato di sopra la terra, se la città non fosse stata animata da un

vitale principio, che di nuovo la restituì agli onori e al dominio. Una

vaga tradizione era invalsa che due Apostoli ebrei, uno facitor di

tende, l'altro pescatore, fossero stati anticamente posti a morte nel

Circo di Nerone, ed in capo a cinquecent'anni le genuine o fittizie

reliquie loro vennero adorate come il Palladio di Roma Cristiana. I

pellegrini dell'Oriente e dell'Occidente accorsero a prostrarsi innanzi

al limitar sacrosanto; ma da miracoli e da terrori invisibili erano

custodite le urne degli Apostoli; nè senza sbigottimento il pio

Cattolico si avvicinava all'oggetto del suo culto. Fatale era il

toccare, pericoloso il riguardare i corpi dei santi; e coloro che, anche

spinti da' più puri motivi, ardivano di turbare il riposo del santuario,

venivano spaventati da visioni, o perivano di subitanea morte.

L'irragionevole domanda di un'Imperatrice, la quale desiderò di privare

i Romani del loro sacro tesoro, la testa di S. Paolo, fu col massimo

orror rigettata, ed il Papa asserì, probabilissimamente senza mentire,

che un pannolino santificato per la vicinanza del corpo del santo, o la

limatura della sua catena, che alle volte era facile, alle volte

impossibile di ottenere, possedevano un grado eguale di miracolosa

virtù[467]. Ma il potere, egualmente che la virtù degli Apostoli

risiedeva con vivente energia nel petto de' lor successori; e la

cattedra di san Pietro[468] era occupata, nel regno di Maurizio, dal

primo e più grande Pontefice del nome di Gregorio. Il suo avo Felice era

stato Papa egli pure, e come i vescovi erano già vincolati dalla legge

del celibato, conviene che la morte della sua moglie avesse preceduto la

sua consacrazione. I genitori di Gregorio, Silvia e Gordiano erano de'

più notabili tra le famiglie del Senato, ed i più devoti che vantasse la

Chiesa di Roma. Tra le sue parenti, si annoveravano delle sante e delle

vergini; e la sua effigie, unitamente a quella di suo padre e di sua

madre si vedeva espressa, quasi trent'anni dopo, in un ritratto di

famiglia, ch'egli donò al monastero di S. Andrea[469]. Il disegno e il

colorito di questo dipinto porgono una testimonianza onorevole che

l'arte del pingere era coltivata dagl'Italiani del sesto secolo; ma

possiamo formarci il più meschino concetto del gusto e della dottrina

loro, in veggendo che l'epistole di S. Gregorio, i suoi sermoni ed i

suoi dialoghi sono l'opera di un uomo che in erudizione non era secondo

ad alcuno de' suoi contemporanei[470]. La sua nascita e la sua abilità

lo avevano innalzato al posto di prefetto della città, ed egli godè il

merito di rinunziare alle pompe ed alle vanità del mondo. L'ampio suo

patrimonio fu dedicato a fondare sette monasteri[471], uno in Roma[472],

e sei in Sicilia; e l'unico desiderio di Gregorio era di vivere

sconosciuto in quella vita e glorioso nell'altra. Non pertanto, la sua

devozione, e forse era sincera, calcò il sentiero che si sarebbe scelto

da un astuto ed ambizioso politico. I talenti di Gregorio, e lo

splendore che accompagnò la sua ritirata, lo renderono caro ed utile

alla Chiesa; e l'implicita obbedienza si è sempre inculcata come il

primo dovere di un monaco. Tosto ch'ebbe ricevuto il carattere di

Diacono, Gregorio fu mandato a risiedere alla corte di Bisanzio in

qualità di nunzio o ministro della Sede apostolica; ed egli arditamente

prese in nome di S. Pietro uno stile d'indipendente dignità, che il più

illustre laico dell'Impero non avrebbe potuto usare senza delitto e

pericolo. Egli tornossene a Roma con una riputazione giustamente

accresciuta, e dopo un breve esercizio delle monastiche virtù, fu tratto

dal chiostro ed innalzato alla Sedia pontificale per l'unanime suffragio

del Clero, del Senato e del Popolo. Egli solo si oppose, o parve opporsi

al suo esaltamento, e l'umile preghiera che fece a Maurizio onde si

degnasse di non approvare la scelta dei Romani, non servì che a fare

spiccar maggiormente il suo carattere agli occhi dell'Imperatore e del

Popolo. Quando fu pubblicata la fatal conferma del Principe, Gregorio

ricorse all'aiuto di alcuni mercatanti suoi amici, per farsi trasportare

in un paniere fuor delle porte di Roma, e modestamente si nascose per

alcuni giorni fra i boschi ed i monti, finchè discoperto, a quanto

dicesi, fu da una celeste luce il suo ritiro.

[A. D. 590-604]

Il pontificato di Gregorio il Grande che durò tredici anni sei mesi e

dieci giorni, è uno de' più edificanti periodi dell'istoria della

Chiesa. Le sue virtù ed anche i suoi errori formano un singolar

miscuglio di semplicità e di scaltrezza, di orgoglio e di umiltà, di

buon senso e di superstizione, che molto bene si confà alla posizione di

quel Pontefice ed all'indole de' suoi tempi. Nel suo rivale, il

Patriarca di Costantinopoli, egli condannò il titolo anticristiano di

Vescovo universale, titolo che il successore di San Pietro era troppo

superbo per concedere, e troppo debole per assumere; e l'ecclesiastica

giurisdizione di Gregorio era limitata al triplice carattere di Vescovo

di Roma, Primate dell'Italia, ed Apostolo d'Occidente. Di frequente egli

montava sul pulpito, ed accendeva colla sua rozza, ma patetica eloquenza

le passioni, conformi alle sue, dei suoi ascoltatori. Egli interpretava

ed applicava il linguaggio de' Profeti ebrei, ed il popolo, oppresso

dalle presenti calamità, si volgeva alle speranze ed ai timori del mondo

invisibile. I suoi precetti ed esempj determinarono il modello della

liturgia Romana[473], la distribuzione delle parrocchie, il calendario

delle feste, l'ordine delle processioni, il servizio dei Sacerdoti e dei

Diaconi, la varietà ed il cangiamento delle vesti sacerdotali. Sino agli

ultimi giorni del viver suo, egli uffiziò nel canone della messa, che

durava più di tre ore; il canto Gregoriano[474] ci ha conservato la

musica vocale ed istrumentale del teatro, e le rozze voci de' Barbari si

sforzarono ad imitare la melodia della scuola Romana[475]. L'esperienza

gli avea dimostrato l'efficacia di que' riti solenni e pomposi, per

confortar la sventura, confermar la fede, temperar la fierezza e

dissipare il cupo entusiasmo del volgo; ed agevolmente egli perdonò la

tendenza ch'essi hanno a promovere il regno de' preti e la

superstizione. I Vescovi dell'Italia e delle Isole addiacenti

riconoscevano il Pontefice di Roma per loro metropolitano speciale.

L'esistenza stessa, l'unione o la traslazione delle Sedi vescovili

veniva decisa dalla sua discrezione assoluta; e le fortunate sue

incursioni nelle province della Grecia, della Spagna e della Gallia,

poterono dar peso alle più alte pretensioni de' Papi che gli

succedettero. Egli interpose la sua autorità per impedire gli abusi

delle elezioni popolari; la gelosa sua cura mantenne la purità della

fede e della disciplina; ed il pastore apostolico assiduamente

invigilava sopra la fede e la disciplina de' subordinati pastori. Sotto

il suo regno, gli Arriani dell'Italia e della Spagna si raccostarono

alla Chiesa cattolica, e la conquista della Britannia tramanda men

lustro sul nome di Giulio Cesare che su quello di Gregorio I. Invece di

sei legioni, s'imbarcarono quaranta monaci per quell'isola remota, ed il

Pontefice si dolse degli austeri doveri che vietavano di partecipare a'

pericoli della spirituale lor guerra. In meno di due anni egli fu in

grado di significare all'Arcivescovo di Alessandria, ch'essi avevano

battezzato il Re di Kent con diecimila de' suoi Anglosassoni, e che i

missionarj Romani, come quelli della primitiva Chiesa, non d'altro erano

armati se non se di poteri spirituali e soprannaturali. La credulità o

la prudenza di Gregorio era sempre disposta a confermare la verità della

relazione colle prove degli spettri, de' miracoli e delle

risurrezioni[476]; e la posterità ha pagato alla sua memoria lo stesso

tributo ch'egli liberamente concedeva alle virtù della sua o delle

precedenti generazioni. Gli onori celesti furono liberalmente compartiti

dall'autorità de' Pontefici; ma Gregorio è l'ultimo del loro ordine

ch'essi abbian ardito d'inscrivere nel calendario de' Santi.

La potestà temporale dei Papi nacque appoco appoco dalle calamità dei

tempi, ed i Vescovi Romani che dappoi hanno inondato l'Europa e l'Asia

di sangue, erano allora costretti a regnare quai ministri di carità e di

pace. I. La Chiesa di Roma, come s'è innanzi osservato, era dotata di

ampie possessioni in Italia, in Sicilia e nelle più lontane province, ed

i suoi agenti, che comunemente erano suddiaconi, avevano acquistato una

giurisdizione civile ed anche criminale sopra i loro dipendenti e

coloni. Il successore di San Pietro amministrava il suo patrimonio colle

cure di un vigilante e moderato proprietario[477], e le Pistole di San

Gregorio sono piene di salutari avvisi di astenersi da processi dubbiosi

e molesti; di serbare l'integrità de' pesi e delle misure; di concedere

ogni ragionevole dilazione, e di alleggerire la capitazione degli

schiavi della gleba, i quali compravano il diritto di maritarsi col

pagamento di un'arbitraria tassa[478].

La rendita e il prodotto di questi stabili era trasportata alla foce del

Tevere, a rischio ed a spese del Papa; egli usava delle sue ricchezze

come un fedele castaldo della Chiesa e del povero, e liberamente

applicava a' loro bisogni gl'inesauribli compensi dell'astinenza e

dell'ordine. Si tennero per più di trecento anni nel Laterano i

voluminosi conti dell'entrate e delle spese, come il modello

dell'economia Cristiana. Nelle quattro grandi festività, il Papa

distribuiva il quartiere dell'assegnamento al clero, a' suoi domestici,

ai monasteri, alle chiese, ai cimiteri, alle limosinerie ed agli spedali

di Roma e del resto della Diocesi. Nel primo giorno di ciascun mese,

egli dispensava ai poveri, secondo la stagione, la porzione lor fissa di

grano, di vino, di caccio, di erbaggi, di olio, di pesce, di provigioni

fresche, di vestimenta e di denaro; ed i suoi tesorieri continuamente

ricevevan ordine di soddisfare, in suo nome, alle straordinarie

richieste dell'indigenza e del merito. La carità di ogni giorno e di

ogni ora sollevava le urgenti necessità degli infermi e de' disagiati,

degli stranieri e de' pellegrini; nè si accostava il Pontefice stesso al

frugale suo pasto se non dopo aver mandato alcuni piatti della sua

tavola a qualche infelice meritevole della sua pietà. La miseria de'

tempi avea ridotto i nobili e le matrone di Roma ad accettare, senza

rossore, le beneficenze della Chiesa: tre mila vergini ricevevano il

vitto e le vesti dalle mani del loro benefattore; e molti Vescovi

dell'Italia, fuggendo dai Barbari si ripararono alle soglie ospitali del

Vaticano. Gregorio perciò giustamente era chiamato il Padre della

Patria; e tale era l'estrema sensività della sua coscienza, che in pena

della morte di un accattone, ch'era perito sulla strada, egli

s'interdisse per più giorni l'esercizio delle funzioni sacerdotali. II.

Le sciagure di Roma involgevano il Pastore apostolico nelle pratiche

della pace e della guerra; e forse Gregorio non sapeva egli stesso se la

pietà e l'ambizione lo traesse a far le veci del suo assente Sovrano.

Egli scosse l'Imperatore da un troppo lungo letargo; gli espose la reità

e l'incapacità dell'Esarca e de' suoi ministri inferiori, si lagnò che i

veterani fossero tratti da Roma per la difesa di Spoleto, confortò

gl'Italiani a difendere le loro città e i loro altari; e condiscese,

nella crisi del pericolo, a nominare i Tribuni, ed a reggere le

operazioni delle truppe provinciali. Ma lo spirito marziale del Papa era

frenato dagli scrupoli dell'umanità e della religione; liberamente egli

condannò come odiosa ed oppressiva l'imposizione del tributo, quantunque

venisse impiegato in servigio della guerra Italiana, e protesse contro

gli editti Imperiali la devota codardia de' soldati che dalla vita

militare disertavano alla vita monastica. Se vogliamo dar fede alle sue

dichiarazioni, Gregorio avrebbe potuto agevolmente sterminare i Lombardi

per mezzo delle domestiche lor fazioni, senza lasciar vivo un Re, un

Duca od un Conte, e salvare quella sfortunata nazione dalla vendetta de'

loro nemici. In qualità di Vescovo cristiano, egli preferì i salutevoli

uffizi di pace; la sua mediazione sedò il tumulto delle armi; ma troppo

conoscente egli era delle arti de' Greci e delle passioni de' Lombardi,

per impegnare la sacra sua promessa che la tregua sarebbe osservata.

Deluso nella speranza che avea nutrito di una generale e durevol

concordia, gli bastò l'animo di salvar la sua patria senza il

consentimento dell'Imperatore e dell'Esarca. Sospesa sopra di Roma era

la spada dell'inimico; essa ne fu stornata dalla dolce eloquenza e dagli

opportuni donativi del Pontefice, il quale si attraeva il rispetto de'

Barbari e degli Eretici. I meriti di Gregorio furono contraccambiati

dalla corte di Bisanzio con rampogne ed insulti: ma nell'amore di un

Popolo riconoscente, egli trovò il più puro guiderdone di un cittadino,

ed i migliori titoli dell'autorità di un sovrano[479].

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 08 · 第 14 / 27 题