CAPITOLO XLIII.

_Ribellioni d'Affrica. Restaurazione del regno de' Goti, per

opera di Totila. Perdita e riacquisto di Roma. Conquista

definitiva dell'Italia, fatta da Narsete. Estinzione degli

Ostrogoti. Disfatta de' Franchi e degli Alemanni. Ultima

vittoria; disgrazia, e morte di Belisario. Morte e carattere di

Giustiniano. Cometa, terremoti e pestilenza._

La rassegna a cui furono passate le varie nazioni dal Danubio al Nilo,

ha posto in luce per ogni parte la debolezza dei Romani, e

ragionevolmente ci possiamo maravigliare ch'essi pretendessero di

allargare un Impero, del quale non potevano difendere gli antichi

confini. Ma le guerre, le conquiste ed i trionfi di Giustiniano sono i

deboli e perniciosi sforzi della vecchiaja, che esaurisce gli avanzi

della sua forza ed accelera la decadenza delle vitali facoltà. Lieto e

superbo egli andava di aver restituito l'Affrica e l'Italia al dominio

della Repubblica; ma le calamità che seguiron la partenza di Belisario,

diedero a divedere l'importanza del Conquistatore, e compirono la rovina

di queste sventurate contrade.

[A. D. 535-545]

Giustiniano era venuto in opinione che le sue nuove conquiste dovessero

riccamente soddisfare la sua avarizia non men che il suo orgoglio. Un

rapace ministro delle Finanze teneva dietro ai passi di Belisario, e

siccome i vecchi registri de' tributi erano stati arsi dai Vandali, egli

dava pascolo alla sua fantasia con un computo liberale ed un'arbitraria

tassazione delle ricchezze dell'Affrica.[101] L'accrescimento delle

imposte ch'erano levate per conto di un Principe lontano, e la forzata

restituzione di tutte le terre che avevano appartenuto alla corona,

subitamente fece sparir l'ebbrietà della pubblica gioja. Ma l'Imperatore

mostrossi insensibile alle modeste lagnanze del Popolo, finchè fu desto

ed atterrito dai clamori del militare disgusto. Molti soldati Romani

avevano sposate le vedove e le figlie dei Vandali: essi richiamarono

come proprj, pel doppio diritto della conquista e della eredità, i

terreni che Genserico aveva assegnati alle vittoriose sue truppe. Con

disdegno ascoltarono le fredde ed interessate rappresentazioni dei loro

uffiziali che ad essi esponevano, come la liberalità di Giustiniano gli

aveva sollevati da uno stato selvaggio e da una servil condizione; che

s'erano di già arricchiti colle spoglie dell'Affrica, coi tesori, cogli

schiavi e colle masserizie dei vinti Barbari: e che l'antico e legittimo

patrimonio dell'Imperatore non doveva applicarsi che al sostegno di quel

Governo, dal quale in ultimo dipendevano la sicurezza e le ricompense

loro. L'ammutinamento fu in segreto infiammato da un migliaio di

soldati, per la maggior parte Eruli, che avevano attinto le dottrine, ed

erano instigati dal Clero della setta Arriana: e la causa dello

spergiuro e della ribellione veniva santificata dal fanatismo che si

arroga la facoltà di dispensare da ogni dovere. Gli Arriani deplorarono

la rovina della lor Chiesa che per più di un secolo aveva trionfato

nell'Affrica, e giustamente erano adontati per le leggi del

Conquistatore, che proibivano il Battesimo dei loro figliuoli e

l'esercizio di ogni Culto religioso. La massima parte dei Vandali,

scelti da Belisario, dimenticarono la loro patria e la lor religione

negli onori dell'Orientale servizio. Ma una generosa schiera di

quattrocento di loro costrinse i marinai, quando furono in vista

dell'Isola di Lesbo, a volgere il corso altrove: essi approdarono nel

Peloponneso, poi diedero in secco sopra la costa deserta dell'Affrica,

ed audacemente rizzarono, sul monte Aurasio, la bandiera

dell'indipendenza e della rivolta. Nel tempo che le truppe della

provincia ricusavano di obbedire ai loro superiori, in Cartagine si

tramava una congiura contro la vita di Salomone, il quale onorevolmente

teneva il luogo di Belisario: e gli Arriani avevano piamente deliberato

di sacrificare il Tiranno al piede degli altari, durante la celebrazione

degli augusti misteri della festa di Pasqua. Il timore ed il rimorso

rattenne i pugnali degli assassini, ma la pazienza di Salomone porse

ardire ai malcontenti, ed in capo a dieci giorni, si accese nel Circo

una sedizione furiosa, che desolò l'Affrica per più di dieci anni. Il

saccheggio delle città e l'indistinto scempio de' suoi abitatori, non

furono sospesi che dalle tenebre, dal sonno e dall'ubbriachezza: il

Governatore con sette compagni, tra quali era lo storico Procopio, se ne

fuggì in Sicilia. Due terzi dell'esercito parteciparono di questo

tradimento, ed ottomila sollevati radunatisi nei campo di Bulla,

elessero per loro Capo Soza, soldato semplice che possedeva in altissimo

grado le virtù di un ribelle. Sotto la maschera della libertà, la sua

eloquenza sapeva guidare od almeno sospingere le passioni de' suoi

eguali. Egli alzossi a livello di Belisario e del nipote dell'Imperatore

coll'ardire ch'ebbe di affrontargli in campo; ed i vittoriosi Generali

furono costretti a confessare che Soza meritava una causa più pura ed un

più legittimo comando. Vinto in battaglia, egli destramente pose in

pratica le arti della negoziazione; un esercito Romano fu sedotto dalle

sue proteste di fedeltà, ed i Capi che si eran fidati alle sue fallaci

promesse, caddero trucidati, per suo ordine, in una Chiesa di Numidia.

Allorchè ogni ripiego sì di forza che di perfidia fu esausto, Soza con

alcuni Vandali disperati si riparò nei deserti della Mauritania, ottenne

in isposa la figlia di un Principe Barbaro, e deluse i nemici che lo

inseguivano col far girar un falso grido della sua morte. La personale

autorità di Belisario, la dignità, l'ardire e l'indole di Germano,

nipote dell'Imperatore, ed il rigore ed il buon successo della

amministrazione dell'eunuco Salomone restituirono la modestia nel Campo

e mantennero per un tempo la tranquillità dell'Affrica. Ma i vizj della

Corte Bizantina si facevano sentire in quella distante provincia; i

soldati si lamentavano di non ricevere nè paga, nè soccorso, e tosto che

i disordini pubblici furono abbastanza maturi, Soza ricomparve vivo, in

armi ed alle porte di Cartagine. Egli cadde in un singolare cimento; ma

sorrise, fra le agonie della morte, nel sentire che il proprio dardo

aveva traspassato il cuore del suo antagonista. L'esempio di Soza e la

sicurezza che un soldato felice è stato il primo Re, commossero

l'ambizione di Gontari, il quale promise con privato accordo di spartir

l'Affrica coi Mori, se mercè del loro pericoloso ajuto egli poteva

ascendere al trono di Cartagine. Il debole Areobindo, inesperto negli

affari della pace e della guerra, mediante il suo matrimonio colla

nipote di Giustiniano venne innalzato all'uffizio di Esarca.

All'improvviso egli fu oppresso da una sedizione delle guardie, e le

abbiette sue suppliche, che provocarono il disprezzo, non poteron

muovere la pietà dell'inesorabil Tiranno. Dopo un regno di trenta

giorni, Gontari istesso fu spento in un banchetto dal coltello di

Artabano; ed è singolare il vedere che un principe Armeno, della stirpe

reale degli Arsaci dovesse ristabilire in Cartagine l'autorità del

romano Impero. Nella cospirazione che sguainò il pugnale di Bruto contro

la vita di Cesare, ogni circostanza riesce curiosa ed importante agli

occhi della posterità: ma la reità od il merito di questi leali o

ribelli assassinj non poteva interessare che i contemporanei di

Procopio, i quali dalla speranza o dal timore, dall'amicizia o dal

risentimento erano personalmente impegnati nelle rivoluzioni

dell'Affrica[102].

[A. D. 543-558]

Quella contrada andava rapidamente ricadendo nello stato di barbarie

d'onde l'avevano tratta le colonie fenicie e le leggi romane: ogni passo

d'intestina discordia era contrassegnato da qualche deplorabili vittoria

degli uomini selvaggi sopra la società incivilita. I Mori[103], tutto

che ignorasser la giustizia, impazientemente però comportavano

l'oppressione: la vagabonda lor vita e gl'illimitati deserti in cui

abitavano, inutili rendevano le armi di un conquistatore, e ne

allontanavano le catene: l'esperienza aveva dimostrato che nè i

giuramenti nè la gratitudine potevano assicurare la fedeltà loro. La

vittoria del monte Aurasio gli aveva tratti a piegarsi ad una momentanea

sommissione; ma se rispettavano il carattere di Salomone, essi odiavano

e disprezzavano l'orgoglio e la lussuria dei due suoi nipoti, Ciro e

Sergio, ai quali lo zio aveva imprudentemente commesso i Governi

provinciali di Tripoli e della Pentapoli. Una tribù di Mori accampava

sotto le mura di Lepti per rinnovar l'alleanza, e ricevere dal

Governatore i consueti presenti: ottanta de' lor deputati furono

introdotti come amici nella città, ma sull'oscuro sospetto di una

cospirazione; essi vennero trucidati alla mensa di Sergio, e lo strepito

delle armi e della vendetta fu ripercosso dall'eco delle valli del Monte

Atlante, dalle due Sirti sino alle rive dell'Oceano Atlantico. Un'offesa

personale, l'ingiusta esecuzione o l'assassinio di suo fratello, fece di

Antalo un nemico dei Romani.

La sconfitta dei Vandali aveva altre volte segnalato il suo valore; i

principj della giustizia e della prudenza furono anche più riguardevoli

in un Moro. E mentre egli riduceva Adrumeto in cenere, tranquillamente

avvertiva l'Imperatore che si poteva assicurare la pace dell'Affrica col

richiamo di Salomone e de' suoi indegni nipoti. L'Esarca trasse le sue

truppe fuori di Cartagine: ma alla distanza di sei giornate, nelle

vicinanze di Tebeste[104], stupefatto soffermossi all'aspetto delle

superiori forze e del fiero aspetto de' Barbari. Egli propose un

trattato, cercò una riconciliazione, e chiese di vincolarsi coi più

solenni giuramenti. «Con quali giuramenti può egli obbligarsi?»

interruppero i Mori sdegnati. «Giurerà forse pei Vangeli che sono i

libri divini dei Cristiani? È però su questi libri che Sergio suo nipote

aveva impegnato la fede ad ottanta dei nostri innocenti e sfortunati

fratelli. Prima che noi crediamo una seconda volta a' Vangeli, noi

dobbiamo provare la loro efficacia nel punir lo spergiuro e vendicar il

proprio onore vilipeso». Il loro onore fu vendicato nei Campi di Tebeste

con la morte di Salomone, e l'intera perdita del suo esercito. L'arrivo

di nuove truppe e di più abili condottieri tosto represse l'insolenza

dei Mori; caddero diciassette dei loro Principi nella stessa battaglia,

e la dubbia e passaggera sommissione delle loro Tribù venne celebrata

con esuberante applauso dal Popolo di Costantinopoli. Varie successive

incursioni avevano ridotto la Provincia dell'Affrica ad un terzo

dell'estensione dell'Italia; tuttavia gl'Imperatori Romani continuarono

a regnare per più di un secolo sopra Cartagine e la fertile costa del

Mediterraneo. Ma le vittorie e le perdite di Giustiniano tornavano

egualmente di danno all'uman genere; e tale era la desolazione

dell'Affrica, che in molte parti uno straniero poteva per giorni interi

andare errando intorno, senza incontrare il volto di un amico o di un

nemico. La nazione dei Vandali era scomparsa: essi una volta ammontavano

a cento e sessantamila guerrieri, senza contare le donne, i fanciulli e

gli schiavi. Infinitamente era sorpassato il lor numero dal numero delle

famiglie Moresche, spente in una guerra implacabile, e la stessa

distruzione ricadeva sopra i Romani ed i loro alleati, che perivano per

l'effetto del clima, per le scambievoli loro contese, e pel furibondo

odio dei Barbari. Quando Procopio prese terra la prima volta, egli

ammirò come le Città e le campagne erano piene di Popolo, che

fervidamente si esercitava nei lavori del commercio e dell'agricoltura.

In meno di venti anni questa scena di vita e di moto trasformossi in una

solitudine silenziosa; i Cittadini facoltosi fuggirono in Sicilia ed a

Costantinopoli; e lo Storico segreto con fiducia asserisce che cinque

milioni di Affricani eran periti per colpa delle guerre e del governo

dell'Imperator Giustiniano[105].

[A. D. 540]

La gelosia della Corte di Bisanzio non aveva permesso a Belisario di

condurre a fine la conquista dell'Italia: e la improvvisa partenza di

lui raccese il coraggio dei Goti[106], i quali rispettavano il suo

genio, la sua virtù, e perfino il lodevol motivo che aveva tratto il

servo di Giustiniano ad ingannarli ed a rigettar i lor voti. Perduto

essi avevano il lor Re, (perdita di poco momento) la loro Capitale, i

loro tesori, le province, dalla Sicilia alle Alpi, e la forza militare

di dugentomila Barbari, magnificamente forniti di armi e cavalli.

Nondimeno ogni cosa non era perduta, fin tanto che Pavia si manteneva

difesa da un migliajo di Goti inspirati dal sentimento dell'onore,

dall'amore della libertà, e dalla memoria della lor passata grandezza.

Il comando supremo fu per unanime voto offerto al valoroso Uraja; e i

disastri del suo zio Vitige non apparvero un motivo di esclusione fuor

solo che agli occhi suoi. Il suffragio di Uraja fece pendere l'elezione

in favore di Ildibaldo, il cui merito personale veniva esaltato dalla

vana speranza che Teude, suo congiunto, Monarca della Spagna,

s'indurrebbe a sostenere il comune interesse della nazione dei Goti. Il

buon successo delle sue armi nella Liguria e nella Venezia parea

giustificarne la scelta; ma egli tosto mostrò al Mondo ch'era incapace

di perdonare, o di comandare al suo benefattore. La moglie d'Ildibaldo

fu profondamente punta dalla bellezza, dai tesori e dall'orgoglio della

moglie di Uraja; e la morte di questo virtuoso patriotta eccitò

l'indegnazione di un Popolo libero. Un ardito assassino eseguì la loro

sentenza, col troncar il capo d'Ildibaldo nel mezzo di un convito: i

Rugi, tribù forestiera, assunse i privilegj dell'elezione; e Totila,

nipote dell'ultimo re, fu tentato, per vendetta, di dar sè stesso e la

guarnigione di Trevigi in mano ai Romani. Ma il prode e compito giovane

agevolmente fu persuaso ad anteporre il trono dei Goti al servizio di

Giustiniano, e tosto che il palazzo di Pavia fu purgato dall'usurpatore

eletto dai Rugi, Totila ricompose la forza nazionale con cinquemila

soldati e generosamente si accinse alla ristorazione del Regno d'Italia.

[A. D. 541-544]

I successori di Belisario, undici Generali uguali nel grado,

trascurarono di opprimere i deboli e disuniti Goti, sintanto che i

progressi di Totila ed i rimproveri di Giustiniano gli scossero dal loro

letargo. Le porte di Verona furono segretamente aperte ad Artabazo che

entrovvi alla testa di cento Persiani che militavano al servizio

dell'Impero. I Goti sgombrarono dalla città. I Generali romani fecero

alto alla distanza di sessanta stadj per regolare lo spartimento delle

spoglie. Mentre essi non andavano d'accordo fra loro, il nemico discoprì

il numero reale dei vincitori. I Persiani furono immediatamente

sopraffatti, ed Artabazo, col saltar giù dalle mura, salvò a stento la

vita, ch'egli perdè pochi giorni dopo sotto la lancia di un Barbaro da

lui disfidato a singolare tenzone. Venti mila Romani affrontarono le

forze di Totila, presso Faenza, e sui colli di Mugello, che appartengono

al territorio fiorentino. L'ardore d'uomini liberi che combattevano per

ricuperar la lor patria, venne a cimento colla languida tempra di truppe

mercenarie che erano perfino prive dei meriti di un forte e ben

disciplinato servaggio. Al primo scontro queste abbandonarono le loro

insegne, gettarono a terra le armi, e si dispersero da ogni banda con

una viva sollecitudine che sminuì la perdita, ma aggravò la vergogna

della loro disfatta. Il Re dei Goti, che arrossiva per la codardia de'

suoi nemici, seguitò con rapidi passi il cammino dell'onore e della

vittoria. Totila passò il Po, valicò l'Appennino, differì l'importante

conquista di Ravenna, di Fiorenza e di Roma, e marciò pel cuore

dell'Italia a stringere Napoli di assedio, o per meglio dire di blocco.

I Condottieri romani, imprigionati nelle rispettive loro città, ed

intesi ad accusarsi vicendevolmente fra loro della comune disgrazia, non

ardirono di perturbar la sua impresa. Ma l'Imperatore, intimorito per

l'estremità ed il pericolo in cui erano le sue conquiste d'Italia, mandò

in soccorso di Napoli una flotta di galee, ed un corpo di soldati Traci

ed Armeni. Questi approdarono in Sicilia, che li fornì di provvisioni

copiose; ma gl'indugj del nuovo comandante, Magistrato che nulla sapeva

di guerra, trassero in lungo i mali degli assediati; ed i soccorsi

ch'egli lasciò cadere con mano timida e tarda, furono successivamente

tagliati fuori dalle navi armate che Totila aveva posto in crociera nel

golfo di Napoli. Il principale uffizial dei Romani fu trascinato con una

corda intorno il collo al piè delle mura, d'onde con tremante voce

esortò i Cittadini ad implorare, come faceva egli stesso, la clemenza

del vincitore. Essi chiesero una tregua, colla promessa di arrendere la

città, se in capo a trenta giorni non appariva alcun soccorso efficace.

In luogo di un mese l'audace Barbaro volle concederne tre, giustamente,

confidando che la fame avrebbe anticipato il termine del loro accordo:

Prese ch'ebbe Napoli e Roma, le Province di Lucania, dell'Apulia e di

Calabria si sottomisero al Re dei Goti. Totila condusse il suo esercito

alle porte di Roma, piantò il Campo a Tibur o Tivoli, venti miglia

distante dalla Capitale, e tranquillamente esortò il Senato ed il Popolo

a paragonare la tirannia de' Greci colla felicità di cui godevano sotto

il governo dei Goti.

I rapidi successi di Totila possono in parte esser ascritti alla

rivoluzione che tre anni di esperienza avevan prodotto nei sentimenti

degli Italiani. Per comando od almeno in nome di un Imperatore

Cattolico, il Papa[107], lor padre spirituale, era stato divelto dalla

chiesa di Roma ed era morto di fame o di assassinio in un'Isola

deserta[108]. Alle virtù di Belisario erano succeduti i varj, ed

uniformi vizj di undici Capi, a Roma, a Ravenna, a Fiorenza, a Perugia,

a Spoleto ecc. i quali abusavano dell'autorità per appagare la libidine

e l'avarizia loro. La cura di accrescere i prodotti del fisco era

commessa ad Alessandro, scriba sottile, da lungo tempo versato nelle

frodi e nelle oppressioni delle scuole di Bisanzio e che traeva il suo

soprannome di _Psalliction_ (_Le forbici_) dal destro artifizio in cui

sapeva ridurre il peso senza[109] guastare il conio delle monete d'oro.

In vece di aspettare che rifiorisse la pace e l'industria, egli impose

una grave tassa sopra le sostanze degli Italiani. Nondimeno le sue

presenti e future angherie riuscirono meno odiose che il proseguimento

di un arbitrario rigore contro le persone e le proprietà di quanti

avessero, sotto i Re Goti, avuto parte nell'esazione o nella spesa del

pubblico denaro. I sudditi di Giustiniano, che scansavano queste

parziali vessazioni, venivano oppressi dall'irregolar peso di mantenere

i soldati che Alessandro frodava e disprezzava; ed il furioso correre di

costoro in cerca di ricchezze o di viveri, provocava gli abitatori del

Paese ad aspettare, od implorare dalle virtù di un Barbaro la loro

liberazione. Totila[110] era casto e temperante, e di quanti si

commisero alla sua fede, od amici o nemici, nessuno rimase ingannato. Il

Re Goto pubblicò un bando che fu ben ricevuto dai contadini dell'Italia,

col quale imponeva che continuassero nei loro importanti lavori, e

vivessero sicuri che pagando essi le tasse ordinarie, egli col suo

valore e colla disciplina delle sue truppe li difenderebbe dalle

calamità della guerra. Totila attaccò, una dopo l'altra, le città forti,

e tosto che si erano arrese alle sue armi, ne demoliva le

fortificazioni, onde salvare il Popolo dai disastri di un assedio

futuro, privare i Romani dell'arti della difesa, e decidere la tediosa

contesa delle due nazioni, mediante un eguale ed onorevol conflitto sul

campo della battaglia. I prigionieri e disertori romani si lasciavano

trarre ad arrolarsi nel servizio di un avversario liberale e cortese.

Gli schiavi furono adescati colla ferma e fedele promessa che mai non

verrebbero restituiti ai loro padroni, e dai mille guerrieri di Pavia si

formò insensibilmente, nel Campo di Totila, un nuovo popolo collo stesso

nome di Goti. Sinceramente egli tenne gli articoli dell'accordo, senza

cercare od accettare alcun sinistro vantaggio da espressioni ambigue, o

da eventi non preveduti. La guarnigione di Napoli aveva stipulato che

sarebbe trasportata per mare; l'ostinazione dei venti impedì quel

tragitto; ma essa fu generosamente provvista di cavalli, di provvisioni

e di un salvocondotto fino alle porte di Roma. Le mogli dei Senatori

ch'erano state sorprese nelle ville della Campania, furono restituite

senza riscatto ai loro mariti, la violazione della castità femminile fu

inesorabilmente punita di morte; e nella dieta salutare che impose ai

Napolitani affamati, il Conquistatore sostenne le parti di un medico

umano ed attento. Le virtù di Totila meritano un'egual lode, sia che

procedessero da sana politica, o da principi di Religione, o da istinto

di umanità. Egli spesso arringava le sue truppe, e sempre ad esse

ripeteva che i vizj e la rovina di una nazione sono cose

inseparabilmente congiunte; che la vittoria è il frutto della morale,

non meno che della militare virtù, e che i Principi ed anche i Popoli

sono risponsabili dei delitti che trascurano di castigare.

[A. D. 544-548]

Gli amici ed i nemici di Belisario con eguale ardore lo sollecitavano

perchè salvasse il paese ch'egli aveva soggiogato; e la guerra Gotica fu

imposta al Comandante veterano o come un pegno di fede, o come una

specie di esilio. Eroe sulle rive dell'Eufrate, schiavo nel palazzo di

Costantinopoli, egli accettò con ripugnanza la penosa cura di sostenere

la sua propria fama, e di ammendare i falli de' suoi successori. Aperto

era il mare ai Romani. Si raccolsero le navi ed i soldati a Salona,

presso il palazzo di Diocleziano. Belisario rinfrescò e passò a rassegna

le sue truppe a Pola nell'Istria, costeggiò l'Adriatico, entrò nel Porto

di Ravenna, e spedì ordini anzi che ajuti, alle subordinate città. Il

primo suo discorso pubblico fu rivolto ai Goti ed ai Romani, in nome

dell'Imperatore, il quale aveva sospesa per breve tempo la conquista

della Persia, e dato ascolto alle preghiere de' suoi sudditi Italiani.

Leggermente egli toccò le cagioni e gli autori dei disastri recenti;

cercando di allontanare il timor del castigo per le cose passate, e la

speranza dell'impunità per le future, coll'adoperarsi con più zelo che

buon successo ad unire tutti i membri del suo Governo in una ferma

colleganza di affezione e di obbedienza. Giustiniano, suo grazioso

Signore, era propenso a perdonare ed a premiare, ed era loro interesse,

ugualmente che loro dovere, di richiamare sulla buona via i loro delusi

fratelli, ch'erano stati sedotti dalle arti dell'usurpatore. Nessuno

però si lasciò indurre a disertare gli stendardi del Re Goto. Belisario

tosto si avvide, che mandato lo avevano a rimanere l'ozioso ed impotente

spettatore della gloria di un giovane Barbaro; e la sua lettera

all'Imperatore ci offre una genuina e vivace pittura delle angustie di

un nobile animo. «Eccellentissimo Principe, noi siamo arrivati in

Italia, privi di uomini, di cavalli, di armi e di denaro, cioè di quanto

fa bisogno alla guerra. Nell'ultimo nostro giro pei villaggi della

Tracia e dell'Illirico, abbiamo raccolto con estrema difficoltà da

quattromila reclute, ignude ed affatto inesperte nel maneggio delle

armi, e negli esercizj del Campo. I soldati già stanziati nella

Provincia sono malcontenti, sbigottiti e senza cuore. Al rumore di un

inimico essi abbandonano i loro cavalli e gettano a terra le armi. Non

si possono levare contribuzioni, perchè l'Italia è nelle mani dei

Barbari; il difetto di pagamento ci ha privato del diritto di comandare,

ed anche di ammonire. Siate certo, o temuto Sire, che la maggior parte

delle vostre truppe è già passata dalla parte dei Goti. Se la sola

presenza di Belisario bastasse a terminare la guerra, il vostro

desiderio sarebbe appagato; Belisario è nel mezzo dell'Italia. Ma se

bramate di conquistare, si richieggono ben altri apparecchi: senza una

forza militare, il titolo di Generale è un nome vano. Sarebbe utile di

restituire al mio servizio i miei veterani e le mie guardie domestiche.

Prima che io possa entrare in Campo, conviene ch'io riceva un adeguato

rinforzo di truppe sì di grave che di leggiera armatura, e senza denaro

contante non si può conseguire l'indispensabil ajuto di un poderoso

corpo della cavalleria degli Unni[111]». Un ufficiale, in cui Belisario

mettea fiducia, fu spedito da Ravenna per accelerare e condurre i

soccorsi; ma negletta ne fu l'ambasciata, ed il messaggiero si trattenne

per un vantaggioso matrimonio in Costantinopoli. Il Generale romano,

poscia che la sua pazienza fu vinta dall'indugio e dal vedere tutte le

sue speranze tradite, ripassò l'Adriatico, ed aspettò in Dirrachio

l'arrivo delle truppe, che lentamente venivano raccolte tra i sudditi e

gli alleati dell'Impero. Le sue forze erano tuttora insufficienti alla

liberazione di Roma, la quale strettamente era assediata da Totila. La

via Appia, lunga quaranta giornate di marcia, era coperta dai Barbari, e

siccome la prudenza di Belisario voleva evitare una battaglia, egli

antepose la sicura e spedita navigazione di cinque giorni dalla costa

dell'Epiro alla foce del Tevere.

[A. D. 546]

Il Re dei Goti, poich'ebbe o colla forza o cogli accordi, ridotto

all'obbedienza le città di minor conto nelle province mediterranee

dell'Italia, passò, non ad assaltare, ma a circondare ed affamare

l'antica capital dell'Impero. Roma era tribolata dall'avarizia, e difesa

dal valore di Bessa, condottier veterano di estrazione Goto, il quale

con un presidio di tremila soldati occupava lo spazioso circuito di

quelle venerabili mura. Dalle angustie del Popolo egli traeva un

vantaggioso commercio, e segretamente s'allegrava che continuasse

l'assedio. In servigio di lui erano stati riempiti i granai. La carità

di Papa Vigilio aveva provveduto e fatto imbarcare una gran quantità di

grano dalla Sicilia; ma le navi che fuggirono ai Barbari, furono

sequestrate da un rapace Governatore, il quale compartiva uno scarso

vitto ai soldati, e vendea il rimanente ai facoltosi Romani. Il medinno,

ossia la quinta parte di un sacco di grano, si permutava contro sette

monete d'oro; e se ne davano sino a cinquanta quando trovavasi un bue; i

progressi della carestia accrebbero ancora questi esorbitanti prezzi, e

l'avarizia dei mercenari spesso giungeva a privarsi della porzione loro

assegnata, che appena era bastante per sostentarne la vita. Un'insipida

e mal sana mistura, in cui la crusca superava tre volte la quantità

della farina, faceva tacere la fame dei poveri; essi a poco a poco si

ridussero a cibarsi di cavalli morti, di cani, di gatti, di sorci, ed

avidamente schiantavano le erbe ed anche le ortiche che crescevano fra

le rovine della città. Una folla di pallidi e maceri spettri, oppressi

il corpo dalle malattie e l'animo dalla disperazione, attorniò il

palazzo del Governatore, gli rappresentò con utile verità che il padrone

aveva l'obbligo di mantenere i suoi schiavi, ed umilmente richiese

ch'egli provvedesse alla sussistenza loro, o permettesse che uscissero

dalla città, ovvero ordinasse l'immediato loro supplizio. Bessa, con

insensibile calma, rispose che egli non poteva nutrire, non gli

conveniva di lasciar partire, e non aveva il diritto di uccidere i

sudditi dell'Imperatore. Non pertanto, l'esempio di un cittadino privato

avrebbe potuto mostrare a' suoi compatriotti che un Tiranno non può

togliere il privilegio di morire. Trafitto dalle grida di cinque figli

che vanamente dimandavan del pane, egli ordinò a questi che gli

venissero dietro; si avanzò, con tranquilla e tacita disperazione, sopra

uno dei ponti del Tevere, e copertosi il volto, si gettò capovolto nel

fiume, al cospetto della sua famiglia e del Popolo romano. Ai ricchi e

pusillanimi, Bessa[112] vendeva il permesso di partire, ma la maggior

parte de' fuggiaschi rendeva l'anima sulle pubbliche strade, od era

arrestata dai volanti drappelli dei Barbari. In quel mezzo,

l'artifizioso Governatore blandiva il maltalento e ridestava le speranze

dei Romani colla vaga riferta di flotte e di eserciti che accorrevano in

loro aiuto dalla estremità dell'Oriente. Più ragionevol conforto essi

trassero dalla sicura nuova che Belisario avea pigliato terra nel porto

del Tevere, e senza numerarne le forze, essi fermamente confidarono

nell'umanità, nel coraggio e nella perizia del loro grande liberatore.

La previdenza di Totila avea preparato ostacoli degni di un tale

antagonista. Novanta stadii sotto la città, nella parte più ristretta

del fiume, egli congiunse le due rive, mediante una forte e solida opera

di legname nella forma di un ponte, su cui innalzò due gran torri,

custodite da' più valorosi de' suoi Goti, e piene di armi scagliabili e

di macchine offensive. Una valida e massiccia catena di ferro difendeva

l'approccio del ponte e delle torri; e la catena, da un capo all'altro,

sulle sponde opposte del Tevere, era guardata da una numerosa e scelta

mano di arcieri. Ma l'impresa di sforzare queste barriere e di

soccorrere la capitale ci presenta uno splendido esempio dell'ardire e

della condotta di Belisario. La sua cavalleria si avanzò dal Porto,

lungo la strada maestra, per tenere a freno i movimenti e divertire

l'attenzione del l'inimico. L'infanteria e le provvigioni erano

distribuite in due cento grossi battelli, ed ogni battello era schermito

da un alto riparo di spesse tavole, traforate da molti piccoli pertugi

per la scarica delle armi da lanciare. Nella fronte, due grandi navi,

insieme legate, sostenevano un castello ondeggiante, che dominava le

torri del ponte, e conteneva un magazzino di fuoco, di zolfo e di

bitume. La flotta intiera, condotta dal Generale in persona, fu

laboriosamente sospinta contro la corrente del fiume. Cedè la catena al

peso di essa, ed i nemici che custodivano le rive furono ammazzati o

dispersi. Tosto che la flotta toccò la principale barriera, la macchina

incendiaria in un momento fu aggrappata al ponte; una delle torri, con

dugento Goti dentro, andò in fiamme; gli assalitori alzarono il grido

della vittoria, e Roma era salvata, se la cattiva condotta degli

Ufficiali di Belisario non avesse sovvertito gli effetti della sua

sapienza. Egli precedentemente avea mandato ordine a Bessa di secondar

le sue operazioni con un'opportuna sortita dalla città, ed aveva imposto

ad Isacco suo luogotenente, di non abbandonare la stazione del Porto. Ma

l'avarizia rendè Bessa immobile; mentre il giovanile ardore d'Isacco lo

diede nelle mani di un superiore nemico. L'esagerato romore della

disfatta di costui rapidamente pervenne all'orecchio di Belisario: egli

ristette, lasciò vedere, in quel solo momento della sua vita, qualche

emozione di sorpresa e di perplessità, e con ripugnanza fece suonare la

raccolta per salvar la sua moglie Antonina, i suoi tesori ed il solo

porto che possedesse sulle coste della Toscana. Il travaglio del suo

animo gli produsse una febbre ardente e quasi mortale: e Roma rimase

abbandonata senza difesa alla clemenza od allo sdegno di Totila. La

continuazione delle ostilità aveva invelenito gli odii nazionali; il

clero Arriano fu ignominiosamente cacciato di Roma. L'Arcidiacono

Pelagio tornò, senza alcun successo, dal campo dei Goti ove era andato

ad Ambasciatore, ed un Vescovo Siciliano, inviato o nunzio del Papa,

ebbe mutilate ambe le mani per avere ardito di mentire in benefizio

della Chiesa e dello Stato.

[A. D. 546]

La carestia aveva rilassato la forza e la disciplina del presidio di

Roma. Esso non poteva ricavare alcun servizio efficace da un Popolo

moribondo; e l'inumana avarizia del Mercatante finì con assorbire la

vigilanza del Governatore. Quattro sentinelle Isauriche, mentre

dormivano i loro compagni ed assenti erano gli Ufficiali, si calarono

con una corda giù dal bastione, e segretamente proposero al Re Goto

d'introdurre le sue truppe nella città. Con freddezza e sospetto fu

accolta l'offerta; essi ritornarono senza alcun danno; due volte

ripeterono la visita loro; due volte fu esaminata la piazza; si riseppe

la cospirazione, ma non vi si pose mente; ed appena Totila ebbe

acconsentito al tentativo, essi dischiusero la porta Asinaria, e misero

dentro i Goti. Questi fecero alto in ordine di battaglia, sino allo

schiarire del giorno, temendo un qualche tradimento od aguato; ma le

truppe di Bessa, insieme col lor condottiere, avevano già cercato

altrove uno scampo; ed allorquando si fece istanza al Re perchè ne

infestasse la ritirata, assennatamente egli rispose che nessuna vista

era più grata che quella d'un nemico fuggente. I Patrizii a cui restava

qualche cavallo, Decio, Basilio ec. accompagnarono il Governatore: i

loro confratelli, tra i quali l'Istorico nomina Olibrio, Oreste e

Massimo, cercarono nella chiesa di San Pietro un asilo: ma l'asserzione

che non più di cinquecento persone rimasero nella capitale, inspira

qualche dubbio intorno alla fedeltà della sua narrazione o del suo

testo. Subito che la luce del sole ebbe manifestato intera la vittoria

dei Goti, il loro Monarca divotamente visitò la tomba del Principe degli

Apostoli; ma nel mentre ch'egli pregava all'altare, venticinque soldati

e sessanta cittadini venivano passati a fil di spada nel vestibolo del

Tempio. L'Arcidiacono Pelagio[113] si fece innanzi a lui, e tenendo in

mano il Vangelo esclamò: «oh Signore abbi pietà del tuo servo.» —

«Pelagio» disse Totila con insultante sorriso, «il tuo orgoglio ora

discende fino alle suppliche». — «Io sono un supplichevole» replicò il

prudente Arcidiacono; «Iddio ora ci ha fatti vostri sudditi, e come

vostri sudditi noi abbiamo diritto alla vostra clemenza». L'umile sua

preghiera salvò le vite dei Romani; e la castità delle vergini e delle

matrone rimase intatta dalle passioni dei bramosi soldati. Ma furono

essi ricompensati colla libertà del saccheggio, poscia che le più

preziose spoglie erano state messe in serbo pel tesoro reale. Le case

dei Senatori andavano copiosamente fornite di oro e d'argento; e

l'avarizia di Bessa non s'era travagliata con tanto delitto e vergogna

se non se in benefizio del Conquistatore. In questa rivoluzione, i figli

e le figlie dei Consoli romani sperimentarono la miseria ch'essi avevano

o schernito o sollevato; essi andarono errando in cenci per le contrade

della città, ed accattarono, forse inutilmente, il pane innanzi alle

porte delle ereditarie lor case. Rusticiana, figlia di Simmaco, e vedova

di Boezio, aveva generosamente consacrato le sue ricchezze ad alleviare

le calamità della fame. Ma i Barbari furono mossi a furore dal racconto

ch'ella avesse eccitato il popolo a rovesciare le statue del Gran

Teodorico. La vita di questa veneranda Matrona sarebbe stata immolata

alla memoria di quel Re, se Totila non avesse rispettato in lei i

natali, le virtù ed anche il pio motivo della vendetta. Il giorno

seguente, egli proferì due discorsi, uno de' quali, felicitava ed

ammoniva i vittoriosi suoi Goti. L'altro rampognava il Senato come si

farebbe co' più abbietti schiavi, e l'incolpava di spergiuro, di follia

e di ingratitudine; aspramente dichiarando che i loro beni ed onori

erano giustamente ricaduti ne' compagni delle sue armi. Nondimeno egli

consentì ad obbliare la ribellione loro, ed i Senatori ricambiarono la

sua clemenza collo spedire lettere circolari ai loro discendenti e

vassalli nelle province d'Italia, colle quali strettamente ingiugnevan

loro di togliersi dalle bandiere de' Greci, di coltivare in pace i

terreni, e d'imparare dai loro padroni il dovere dell'obbedienza al Re

Goto. Inesorabil mostrossi Totila contro la città che per sì lungo tempo

avea rattenuto il corso delle sue vittorie: un terzo delle mura, in

differenti parti, fu demolito per ordine suo; già si allestivano le

fiamme e le macchine per consumare o mandar sossopra le più magnifiche

opere dell'antichità. Il Mondo era nello stupore pel fatal decreto che

Roma dovesse esser cangiata in un pascolo per gli armenti. Le ferme e

moderate rimostranze di Belisario sospesero l'esecuzione della sentenza;

egli ammonì il Barbaro di non contaminar la sua fama col distruggere

que' monumenti, che formavano la gloria de' trapassati e la delizia dei

viventi; e Totila secondò l'avviso di un nemico col preservar Roma qual

ornamento del suo Regno, od il miglior pegno di riconciliazione e di

pace. Come egli ebbe significato agli Ambasciatori di Belisario il suo

proponimento di risparmiar la città, egli collocò un esercito in

distanza di cento e venti stadj, ad osservare le mosse del Generale

romano. Col rimanente delle sue forze egli avviossi ver la Lucania e

l'Apulia, ed occupò sulla vetta del monte Gargano[114] uno dei campi di

Annibale[115]. Trascinati furono i Senatori dietro il suo trono, indi

confinati nelle fortezze della Campania: i cittadini, con le mogli ed i

figli loro furono dispersi in esiglio; e per lo spazio di quaranta

giorni Roma non offrì che l'aspetto di una solitudine desolata ed

orrenda[116].

Roma fu ben presto ricuperata mediante una di quelle azioni alle quali,

secondo l'evento, l'opinione pubblica suole applicare i nomi di temerità

o di eroismo. Poscia che partito fu Totila, il Generale romano sortì dal

Porto conducendo mille cavalli, tagliò a pezzi i nemici che s'opponevano

al suo andare, e visitò con pietà e con ossequio lo spazio vacante della

città sempiterna.

Deliberato di custodire un posto così riguardevole agli occhi del genere

umano, egli raccolse la maggior parte delle sue truppe intorno al

vessillo da lui piantato sul Campidoglio. L'amor della patria, e la

speranza di trovar cibo, richiamò nella città i suoi antichi abitanti; e

le chiavi di Roma furono mandate per la seconda volta all'Imperator

Giustiniano. Le mura, ovunque erano state demolite dai Goti, si

ripararono con materiali rozzi e dissimili; si ristorò il fosso, si

piantarono in abbondanza i triboli[117], per guastare i piè dei cavalli,

e siccome non si poteva subito rifabbricar nuove porte, si pose a

guardia dell'ingresso lo spartano riparo de' più valenti guerrieri. Allo

spirare di venticinque giorni, Totila ritornò con frettolose marcie

dall'Apulia per vendicare il danno ricevuto e l'offesa. Belisario

aspettò ch'egli si avvicinasse. I Goti furono per tre volte respinti in

tre generali assalti; essi perdettero il fiore delle lor truppe; il

vessillo reale fu lì lì per cadere nelle mani del nemico, e la fama di

Totila si affondava, come erasi sollevata, insieme colla gloria delle

sue armi. Non rimaneva se non che Giustiniano terminasse con un valido e

tempestivo sforzo la guerra ch'egli aveva ambiziosamente intrapresa.

L'indolenza e forse l'impotenza di un Principe che disprezzava i suoi

nemici ed invidiava i suoi servi, trasse in lungo le calamità

dell'Italia. Dopo un diuturno silenzio, si comandò a Belisario di

lasciare una sufficiente guernigione in Roma, e di trasportarsi nella

Lucania, i cui abitatori, infiammati di cattolico zelo, avevano scosso

il giogo dei loro Arriani conquistatori. In questa ignobile guerra,

l'Eroe, invincibile contro il potere dei Barbari, fu bassamente vinto

dagli indugi, dalla disobbedienza, e dalla codardìa de' suoi propri

Ufficiali. Egli si riposò ne' suoi quartieri d'inverno di Crotona,

pienamente fidando che i due passi de' colli Lucani fossero custoditi

dalla sua cavalleria. Questi passi restarono abbandonati per tradimento

o per viltà; e la rapida marcia de' Goti appena diede a Belisario il

tempo di salvarsi sulle coste della Sicilia. Alfine si raccolse una

flotta ed un esercito per soccorrere Rusciano, o Rossano[118], fortezza

posta in distanza di sessanta stadj dalle rovine di Sibari, e nella

quale i nobili della Lucania s'erano ricoverati. Al primo tentativo le

forze romane furono dissipate dalla tempesta. Nel secondo esse

avvicinaronsi al lido; ma viddero i poggi coperti di arcieri, il luogo

dello sbarco difeso da una linea di lance, ed il Re dei Goti impaziente

di venire a battaglia. Il Conquistator dell'Italia si ritirò sospirando,

e continuò a languire in inglorioso ed inoperoso ozio, sino al momento

in cui Antonina, che s'era portata a Costantinopoli a ricercare

soccorso, ottenne, dopo la morte dell'Imperatore, la permissione del suo

ritorno.

[A. D. 548]

Le cinque ultime campagne di Belisario dovettero affievolir l'invidia

de' suoi competitori, gli occhi dei quali erano rimasti abbagliati ed

offesi dallo splendore della prima sua gloria. In vece di liberare

l'Italia dai Goti, egli era andato errando come un fuggitivo, lungo la

costa, senza osare di internarsi nel paese, o di accettare la baldanzosa

e replicata disfida di Totila. Eppure nel sentimento dei pochi che sanno

separare i consiglj dagli avvenimenti, e paragonare gli stromenti con

l'esecuzione, egli comparve più consumato maestro nell'arte della

guerra, che non nei tempi della sua prosperità quand'egli traeva due Re

prigionieri innanzi al trono di Giustiniano. Il valore di Belisario non

era raffreddato dagli anni; la speranza aveva maturato il suo senno; ma

pare che le morali virtù dell'umanità e della giustizia cedessero alla

dura necessità dei tempi. La parsimonia o povertà dell'Imperatore

costrinse Belisario a deviare dalla regola di condotta che gli aveva

meritato l'amore e la confidenza degli Italiani. Si mantenne la guerra,

mediante l'oppressione di Ravenna, della Sicilia e di tutti i fedeli

sudditi dell'Impero; e la sua severità verso Erodiano, o meritata fosse

od ingiusta, condusse questo Uffiziale a dare Spoleto in mano ai nemici.

L'avarizia di Antonina, alla quale l'amore altre volte aveva fatto

deviamento, regnava allora senza rivale nel cuore di essa. Belisario

medesimo aveva sempre pensato che le ricchezze, in un secolo corrotto,

sono il sostegno e l'ornamento del merito personale. Nè può presumersi

ch'egli macchiasse il suo nome pel servizio pubblico, senza appropriarsi

una parte di quelle spoglie. L'Eroe aveva sfuggito la spada dei

Barbari[119], ma il pugnale della cospirazione lo aspettava nel suo

ritorno. In mezzo alle ricchezze ed agli onori, Artabano che aveva

punito il Tiranno dell'Affrica, si lamentò dell'ingratitudine delle

Corti. Egli aspirò alla mano di Prejecta nipote dell'Imperatore, il

quale desiderava di ricompensare il suo liberatore. Ma la pietà di

Teodora pose in campo ad ostacolo l'anteriore di lui matrimonio.

L'orgoglio della real discendenza venne irritato dalla adulazione, ed il

servizio di cui egli andava altero, aveva provato ch'era capace di fatti

sanguinosi e superbi. Risoluta fu la morte di Giustiniano, ma i

cospiratori ne differirono l'esecuzione, finchè potessero sorprendere

Belisario disarmato e senza guardie nel palazzo di Costantinopoli. Non

si poteva nutrire alcuna speranza di smuovere la sua fedeltà, da lungo

tempo provata; ed essi giustamente paventavano la vendetta o piuttosto

la giustizia del veterano Generale, che speditamente poteva adunar

l'esercito della Tracia, onde punir gli assassini e forse godere i

frutti del loro delitto. La dilazione condusse qualche confidenza

indiscreta, e qualche confessione mossa dal rimorso. Artabano ed i suoi

complici furono condannati dal Senato; ma l'estrema clemenza di

Giustiniano non li punì che col ditenerli prigionieri nel suo proprio

palazzo, sino al momento in cui perdonò loro quel criminoso attentato

contro il suo trono e la sua vita. Se l'Imperatore dimenticava i suoi

nemici, egli cordialmente doveva abbracciare un amico di cui non si

ricordavano che le vittorie, e che più caro era fatto al suo Principe

dalle recenti circostanze del loro comune pericolo. Belisario riposò

delle sue fatiche nell'alta carica di Generale dell'Oriente e di Conte

dei Domestici, ed i più antichi Consoli e patrizj rispettosamente

cederono la precedenza del grado all'incomparabil merito del primo dei

Romani[120]. Il primo de' Romani continuò ad essere l'umile schiavo

della sua moglie; ma il servaggio dell'abitudine e dell'amore divenne

men vergognoso, poscia che la morte di Teodora ebbe tolto di mezzo

l'abbietto influsso del timore. Giovannina, loro figlia e sola erede dei

loro tesori, fu promessa in moglie ad Anastasio, nipote

dell'Imperatrice[121], l'amorevol interposizione della quale aveva

anticipato le gioje dei loro giovanili amori. Ma il potere di Teodora

cadde insieme colla sua vita. I genitori di Giovannina cangiarono di

consiglio, e l'onore e forse la felicità di essa furono sacrificati alla

vendetta di un'insensibil madre che disciolse le imperfette nozze,

innanzi che venissero ratificate dalle cerimonie della Chiesa[122].

[A. D. 549]

Prima che Belisario partisse, Perugia fu assediata, e poche città si

tennero inespugnabili contro le armi de' Goti. Ravenna, Ancona e Crotona

tuttavia resistevano a' Barbari; e quando Totila chiese in isposa una

delle infanti di Francia, egli fu punto dal giusto rimprovero che il Re

d'Italia non meritava questo titolo, finchè non fosse riconosciuto dal

Popolo romano. Tremila de' più valorosi soldati rimanevano a difesa

della capitale. Per sospetto di monopolio essi trucidarono il

Governatore e significarono a Giustiniano, col mezzo di una deputazione

del clero, che se non perdonava questa violenza e non faceva pagar loro

il soldo arretrato, immediatamente avrebbero accettato le allettanti

proposte di Totila. Ma l'uffiziale che succedè al comando (il suo nome

era Diogene) meritò la stima e la confidenza loro; ed i Goti, invece di

rinvenire una facil conquista, trovarono una vigorosa resistenza per

parte de' soldati e del popolo, il quale pazientemente sostenne la

perdita del Porto e di tutti i soccorsi che riceveva dal mare. L'assedio

di Roma si sarebbe forse levato, se la liberalità di Totila verso

gl'Isauri non avesse eccitato al tradimento alcuno dei venali loro

compatriotti. In una notte tenebrosa, mentre le trombe Gotiche sonavano

da un altro lato, essi tacitamente aprirono la porta di S. Paolo. I

Barbari si gittarono nella città; e la fuggente guernigione fu tagliata

fuori, prima che potesse raggiugnere il porto di Centumcella. Un

soldato, allevato nella scuola di Belisario, Paolo di Cilicia, si ritirò

con quattrocento uomini nel molo di Adriano. Essi respinsero i Goti, ma

erano minacciati dalla fame, e la loro avversione a mangiar carne di

cavallo, gli confermò nel divisamento di arrischiare una disperata e

decisiva sortita. Ma il loro ardire a poco a poco raffreddò per le

offerte di una Capitolazione. Essi riceverono le loro paghe arretrate, e

conservarono le armi e i cavalli, col porsi al servizio di Totila. I

loro Capi che allegarono una lodevole affezione alle mogli ed ai figli

loro rimasti nell'Oriente, furono licenziati con onore; più di quattro

cento nemici che avevano cercato un asilo nei santuarj, andarono

obbligati della loro salvezza alla clemenza del vincitore. Egli più non

nutriva il disegno di sovvertire gli edifizj di Roma[123], città che

omai rispettava come la sede del Gotico Regno: il Senato ed il Popolo

furono richiamati alla lor Patria; liberalmente si provvide ai mezzi di

sussistenza; e Totila, in ammanto di pace, celebrò i giuochi equestri

del Circo. Nel tempo ch'egli divertiva gli occhi della moltitudine, si

allestivano quattro cento vascelli per imbarcar le sue truppe. Le città

di Reggio e di Taranto cederono alle sue armi. Egli passò nella Sicilia,

oggetto dell'implacabil suo sdegno, e l'Isola fu spogliata dell'oro e

dell'argento che conteneva, dei frutti della terra, e di un infinito

numero di cavalli, di greggi e di mandre. La Sardegna e la Corsica

obbedirono alla fortuna dell'Italia; ed una flotta di trecento galee si

portò sulle coste della Grecia[124]. I Goti sbarcarono a Corcira e

sull'antico Continente dell'Epiro, si trassero fino a Nicopoli, trofeo

di Augusto, e a Dodona[125], una volta famosa pei responsi di Giove. Ad

ogni nuova vittoria, il prudente Barbaro ripeteva a Giustiniano il

desiderio che nutriva della pace, vantava il buon accordo dei loro

predecessori, ed offeriva di impiegare le armi de' Goti per servire

l'Impero.

[A. D. 549-551]

Giustiniano era sordo alla voce della pace; ma trascurava di sostenere

la guerra; e l'indolenza della sua natura tradiva in qualche modo la

pertinacia delle sue passioni. L'Imperatore fu tolto di questo salutare

letargo dal Papa Vigilio e dal Patrizio Cetego, che si presentarono

dinanzi al suo trono, e lo scongiurarono, in nome di Dio e del Popolo,

d'imprendere nuovamente la conquista e la liberazione dell'Italia. Il

capriccio non meno che il senno influì nella scelta dei Generali. Una

flotta, carica di un esercito, e condotta da Liberio, fece vela in

soccorso della Sicilia; ma l'avanzata età e la poca esperienza di costui

vennero ben presto all'aperto, e gli fu dato un successore, prima che

toccassero le spiagge dell'Isola. Il cospiratore Artabano fu tratto

dalla prigione ed innalzato agli onori militari nel posto di Liberio,

piamente credendosi che la gratitudine avrebbe animato il suo valore, e

rinvigorito la sua fedeltà. Belisario riposava all'ombra dei suoi

allori, ma il comando dell'esercito principale era serbato a

Germano[126], nipote dell'Imperatore, che veduto aveva il suo grado ed

il suo merito per lungo tempo oppressi dalla gelosia della Corte.

Teodora lo aveva offeso nei diritti di cittadino privato, relativamente

al matrimonio de' suoi figliuoli, ed al testamento del suo fratello; e

quantunque pura ed irreprensibile fosse la condotta di lui, tuttavia

Giustiniano sentiva di mal animo che riputato venisse degno della

confidenza dei malcontenti. La vita di Germano era una lezione di

obbedienza assoluta: nobilmente egli ricusò di prostituire il suo nome

ed il suo carattere nelle fazioni del Circo. La gravità de' suoi costumi

veniva temperata da un'innocente giovialità; e le sue ricchezze

sollevavano senza interesse l'indigenza e il merito de' suoi amici. Il

valore di Germano aveva già prima trionfato degli Schiavoni del Danubio,

e dei ribelli dell'Affrica. La prima nuova della sua promozione fece

risorgere le speranze degli Italiani; e gli si diede in segreto la

sicurezza che una flotta di disertori romani abbandonerebbe le bandiere

di Totila all'avvicinarsi di lui. Il secondo suo matrimonio con

Malasonta, nipote di Teodorico, rendeva Germano accetto ai Goti

medesimi: ed essi con ripugnanza si muovevano contro il padre di un

fanciullo reale, ultimo rampollo della stirpe degli Amali[127].

L'Imperatore gli assegnò uno splendido stipendio. Germano contribuì alle

spese colle sue private sostanze. I suoi due figli erano attivi e ben

veduti dal Popolo; ed egli, nella prontezza e nel buon successo delle

leve che fece, superò l'aspettazione degli uomini. Gli fu permesso di

scegliere alcuni squadroni di cavalleria Trace. I Veterani ugualmente

che i giovani di Costantinopoli e d'Europa, si impegnarono a volontario

servigio, e fin dentro al cuore della Germania, la fama e la liberalità

del Comandante gli attirò l'ajuto dei Barbari. I Romani si avanzarono

sino a Sardica; un esercito di Schiavoni fuggì all'aspetto delle armi

loro: ma due giorni dopo la definitiva loro partenza, i disegni di

Germano caddero troncati dalla malattia e dalla morte di esso. Nondimeno

la spinta ch'egli aveva dato alla guerra d'Italia, continuò ad operare

con efficacia e vigore. Le Città marittime, Ancona, Crotona,

Centumcella, resisterono agli assalti di Totila. Lo zelo di Artabano

ricuperò la Sicilia, e l'armata navale dei Goti fu disfatta presso ai

lidi dell'Adriatico. Quasi eguali in forza erano le due flotte, di cui

una aveva quarantasette, l'altra cinquanta galee: la perizia e la

destrezza dei Greci determinò la vittoria; ma le navi furono così

strettamente arraffatte che di quello dei Goti, dodici soltanto

scamparono dal disastroso conflitto. Essi affettarono di tenere a

spregio un elemento di cui non avevan pratica, ma la propria loro

esperienza confermò la verità della massima, che il padrone del mare

sempre lo divien della terra[128].

Dopo la morte di Germano, le nazioni furono provocate al riso dalla

strana novella che il comando degli eserciti Romani era affidato ad un

Eunuco. Ma l'Eunuco Narsete[129] dee venir posto fra i pochissimi che

hanno saputo sottrarre al disprezzo ed all'odio dell'uman genere quel

nome infelice.

Un corpo debole e diminutivo nascondeva l'animo di uno statista e di un

guerriero. Perduto egli aveva la giovinezza nel trattare la rocca e la

spola nei bassi ufficj domestici, e nel servizio del lusso feminile; ma

in mezzo a quelle ignobili cure, segretamente egli esercitava le facoltà

di una mente vigorosa e perspicace. Straniero nelle scuole e nel campo,

egli studiava nel palazzo le arti d'infingere, di adulare, e di

persuadere; e tosto che avvicinossi alla persona dell'Imperatore,

Giustiniano con sorpresa e piacere diede ascolto ai virili consigli del

suo Ciamberlano e Tesoriere privato[130]. Si sperimentò e si accrebbe

l'abilità di Narsete mercè delle frequenti ambascerie: egli condusse un

esercito in Italia; acquistò una cognizione pratica della guerra e del

paese, ed ebbe l'animo di gareggiare col genio di Belisario. Dodici anni

dopo il suo ritorno, l'Eunuco fu scelto a compiere la conquista che il

primo dei Generali romani aveva lasciato imperfetta. In luogo di cedere

al bagliore della vanità e della adulazione, egli seriamente dichiarò,

che se non riceveva forze adeguate all'impresa, mai non consentirebbe ad

avventurar la sua gloria e quella del suo Sovrano. Giustiniano accordò

al favorito ciò che forse avrebbe negato all'Eroe. La guerra Gotica

rinacque dalle sue ceneri, ed i preparativi non furono indegni

dell'antica maestà dell'Impero. Fu posta in sua mano la chiave

dell'erario per formar magazzini, levar soldati, provvedere armi e

cavalli, saldare le paghe arretrate, e adescare la fedeltà dei disertori

e fuggiaschi. Le truppe di Germano erano in armi tuttora: esse fecero

alto a Salona, aspettando il novello condottiero, e la ben nota

liberalità di Narsete gli creò legioni di sudditi e di alleati. Il Re

dei Lombardi[131] adempì e superò gli obblighi di un trattato col

fornire duemila e duecento de' suoi più prodi Guerrieri, coi quali

venivano tremila dei loro marziali seguaci. Tremila Eruli combattevano a

cavallo sotto Filemuto, nativo loro condottiero; ed il nobile Arato, che

aveva adottato i costumi e la disciplina di Roma, comandava una banda di

veterani della stessa nazione. Dagisteo fu tratto dalla prigione per

capitanare gli Unni, e Kobad, nipote del gran Re, splendeva colla tiara

regale alla testa de' suoi fedeli Persiani, che s'erano dedicati alla

fortuna del loro Principe[132]. Assoluto nell'esercizio della sua

autorità, più assoluto per l'amore delle sue truppe, Narsete condusse un

numeroso e valente esercito da Filippopoli a Salona, d'onde costeggiò il

lido Orientale dell'Adriatico sino ai confini dell'Italia, ove fu

arrestato il suo andare. L'Oriente non poteva fornire vascelli atti a

trasportare tanti uomini e tanti cavalli. I Franchi, i quali in mezzo al

generale scompiglio, avevano usurpato la maggior parte della Provincia

di Venezia, ricusavano il passo agli amici dei Lombardi. Teja, col fiore

delle forze Gote, occupò la stazione di Verona, e quell'abile Capitano

aveva coperto l'addiacente contrada di selve abbattute e di acque tratte

fuori del letto de' Fiumi[133]. In questi frangenti, un Ufficiale

sperimentato propose un disegno che dalla stessa sua temerità era fatto

sicuro; cioè che l'esercito romano cautamente movesse lungo il lido del

mare, mentre la flotta, precedendo la sua marcia, avrebbe

successivamente gettato un ponte di battelli sulle foci del Timavo,

della Brenta, dell'Adige e del Po, fiumi che cadono nell'Adriatico a

settentrione di Ravenna. Nove giorni riposò nella città il Comandante

romano, raccolse i residui dell'esercito d'Italia, e mosse alla volta di

Rimini per accettar la disfida di un insultante nemico.

[A. D. 552]

La prudenza di Narsete lo spinse ad una pronta e decisiva azione. Il suo

esercito era l'ultimo sforzo dello Stato; le spese di ciascun giorno

crescevano l'enorme debito, e le nazioni non assuefatte alla disciplina

ed al travaglio potevano temerariamente condursi a volgere le armi una

contro l'altra o contro il loro benefattore. Le stesse considerazioni

avrebbero dovuto rattemperare l'ardore di Totila. Ma consapevole egli

era, che il Clero ed il Popolo d'Italia agognavano ad una rivoluzione:

egli si avvide od insospettì dei rapidi progressi che facea il

tradimento, e stabilì di commettere il regno dei Goti alle venture di

una giornata campale, in cui i prodi fossero animati dall'imminente

pericolo, ed i mal affetti fossero rattenuti dalla reciproca loro

ignoranza. Da Ravenna il Generale romano continuò la sua marcia, punì la

guernigione di Rimini, traversò in linea retta i Colli di Urbino e

riprese la via Flaminia, nove miglia di là dalla Rocca Forata, ostacolo

dell'arte e della natura che poteva fermare o ritardare i suoi

passi[134]. Adunati erano i Goti nelle vicinanze di Roma; senza

frapporre dimora essi avanzarono all'incontro di un superiore nemico, e

i due eserciti si accostarono fra loro alla distanza di cento stadi, fra

Tagina[135] ed i sepolcri dei Galli[136]. Il superbo messaggio di

Narsete portò l'offerta non di pace ma di perdono. La risposta del Re

Goto certificò il suo proponimento di morire o di vincere. «Qual giorno»

disse il messaggero «stabilisci tu per la pugna»? «L'ottavo giorno,

replicò Totila»: ma tosto, nel mattino seguente, egli tentò di

sorprendere un nemico che sospettava della frode, ed era preparato per

la battaglia. Diecimila Eruli e Lombardi di provato valore e di dubbia

fedeltà, furono collocati nel centro. Ciascuna delle ale era composta di

ottomila Romani; la cavalleria degli Unni guardava la destra, e la

sinistra veniva coperta da mille cinquecento Cavalieri scelti, i quali,

a norma del bisogno, dovevano sostenere la ritirata dei loro amici, o

circondare il fianco dell'inimico. Dal posto ch'erasi eletto alla testa

dell'ala diritta, l'Eunuco cavalcò lungo la linea, esprimendo colla voce

e cogli atti la sicurezza in cui era della vittoria, spronando i soldati

dell'Imperatore a punire i delitti e la temerità di una masnada di

ladroni, ed esponendo ai loro sguardi le catene d'oro, le collane, e le

armille che dovevano essere il guiderdone della militare virtù.

Dall'evento di una semplice zuffa, essi trassero un augurio di successo

felice, e videro con piacere il coraggio di cinquanta arcieri che

difesero una piccola altura contro tre successivi attacchi della

cavalleria de' Goti. Gli eserciti in distanza di non più di due tiri

d'arco, consumarono la mattina nella terribile aspettativa della

tenzone, ed i Romani presero qualche necessario cibo, senza trarsi la

corazza dal busto, o torre la briglia ai cavalli. Narsete aspettava che

fosse primo ad assalire il nemico; ma Totila differì l'attacco in sino

ch'ebbe ricevuto l'ultimo rinforzo di duemila Goti. Il Re, intanto che

traeva in lungo le ore mediante inutili pratiche di accordo, mostrò in

un angusto spazio la forza e l'agilità di un guerriero; ricche d'oro

erano le sue armi: la purpurea sua bandiera ondeggiava all'aure: egli

vibrò in alto la lancia, l'afferrò colla destra, la trapassò alla

sinistra; si rovesciò indietro, si ricompose sulle staffe, e maneggiò un

ardente corsiero in tutti i passi ed in tutte le evoluzioni della scuola

equestre. Come fu giunto il rinforzo, egli ritirossi nella sua tenda,

prese il vestimento e le armi di un semplice soldato, e diede il segnale

della battaglia. La prima linea di cavalli si trasse innanzi con più

coraggio che prudenza, e lasciò dietro di sè la fanteria della seconda

linea. Essi furono ben presto impegnati tra le corna di una mezza luna,

in cui a poco a poco eransi piegate le ali del nimico, e furono assaliti

per ogni banda dai tiri di quattromila arcieri. Il loro ardore ed anche

lo estremo in cui erano, li trasse a sostenere un disuguale conflitto da

presso, in cui non potevano valersi che della lancia contro un nemico

che sapeva egualmente maneggiar bene tutte le armi. Una generosa

emulazione infiammò i Romani, ed i loro barbarici ajuti; e Narsete, che

tranquillamente osservava e regolava i loro sforzi, rimase incerto a chi

dovesse aggiudicare la palma dell'intrepidezza maggiore. La cavalleria

Gotica fu sconcertata e posta in disordine, incalzata da vicino e messa

in rotta, e la linea dell'infanteria, in cambio di presentare le aste, o

di aprire i suoi intervalli, venne calpestata sotto i piedi dei fuggenti

cavalli. Seimila Goti caddero trucidati senza mercede, nel campo di

Tagina. Il loro Principe con cinque seguaci fu sopraggiunto da Asbad

della schiatta de' Gepidi: «risparmia il Re d'Italia,» sclamò una voce

fedele, ed Asbad cacciò la sua lancia nel corpo di Totila. Vendicato

immantinente dai fidi Goti fu il colpo; essi trasportarono il moribondo

Monarca sette miglia lungi dalla scena della sua sventura, e gli ultimi

suoi momenti non furono amareggiati dalla presenza di un inimico. La

compassione gli somministrò il rifugio in un oscuro sepolcro; ma i

Romani non si riputarono paghi della loro vittoria finchè non ebbero

contemplato il cadavere del Re dei Goti. Il suo cappello, adorno di

gemme, e l'insanguinato suo vestimento, furono presentati a Giustiniano

dagli ambasciatori del trionfo[137].

Narsete, poi ch'ebbe sciolto il debito della pietà verso l'Autore della

vittoria e verso la Beata Vergine sua particolare tutela,[138]

ringraziò, ricompensò e licenziò i Lombardi. I villaggi erano stati

ridotti in cenere da questi imperterriti selvaggi: essi avevano stuprato

le matrone e le vergini sopra gli altari. La ritirata loro fu

diligentemente tenuta d'occhio da un forte distaccamento di forze

regolari, inteso a prevenire la ripetizione di somiglianti disordini. Il

vittorioso Eunuco condusse il suo esercito per la Toscana; accettò la

sommissione de' Goti, udì le acclamazioni e spesso le querele

degl'Italiani; e circondò le mura di Roma col resto delle sue

formidabili forze. Narsete assegnò a se stesso ed a ciascuno de' suoi

luogotenenti il posto di un reale o finto attacco intorno alla vasta

circonferenza della città, nel tempo stesso che notava un sito mal

guardato e di facile ingresso. Nè le fortificazioni del molo di Adriano,

nè quelle del porto, poterono trattenere a lungo i progressi del

conquistatore; e Giustiniano ricevè di bel nuovo le chiavi di Roma, la

quale, durante il suo regno, era stata cinque volte presa e

ripresa[139]. Ma la liberazione di Roma fu l'ultima calamità del popolo

romano. I Barbari, alleati di Narsete, troppo spesso confondevano i

privilegi della pace e della guerra: la disperazione de' fuggiti Goti

trovò qualche conforto in una sanguinosa vendetta; e trecento giovani

delle famiglie più nobili, che erano stati spediti come ostaggi di là

del Po, vennero dispietatamente trucidati dal successore di Totila. Il

destino del Senato porge un terribile esempio delle vicissitudini delle

cose umane. Fra i Senatori che Totila aveva bandito dalla patria loro,

alcuni furono riscattati da un ufficiale di Belisario, e trasportati

dalla Campania nella Sicilia; nel mentre che altri erano troppo

colpevoli per fidare nella clemenza di Giustiniano o troppo poveri per

procacciarsi cavalli, e giugnere al lido del mare. I loro confratelli

languirono per cinque anni in uno stato di miseria e di esiglio. La

vittoria di Narsete ravvivò le loro speranze; ma i furibondi Goti

impedirono il prematuro loro ritorno alla Metropoli; e tutte le fortezze

della Campania furono tinte di sangue patrizio[140]. Dopo un periodo di

tredici secoli l'istituzione di Romolo fu estinta; e se i nobili di Roma

continuarono a prendere il titolo di Senatore, poche tracce in seguito

si possono scorgere di pubbliche adunanze o d'ordine costituzionale.

Salite seicent'anni all'insù, e contemplate i Re della terra in atto di

ricercare udienza, quali schiavi e liberti del Senato Romano[141]!

[A. D. 553]

La guerra Gotica era viva tutt'ora. I più valorosi della nazione si

ritirarono oltre il Po, e Teja con unanime consenso fu eletto per

succedere all'estinto Eroe e per vendicarlo. Il nuovo Re tostamente

mandò un ambasciatore ad implorarono per meglio dire a comprare l'ajuto

dei Franchi, e nobilmente profuse per la pubblica salvezza le ricchezze

che erano state raccolte nel palazzo di Pavia. Il rimanente del tesoro

reale era custodito dal suo fratello Aligerno dentro Cuma nella

Campania; ma la rocca fortificata da Totila, era strettamente assediata

dalle armi di Narsete. Il re Goto con rapide e segrete mosse si avanzò

dalle Alpi al piè del Vesuvio, in soccorso dell'assediato fratello,

ingannò la vigilanza dei Capi romani, e piantò il suo campo sulle rive

del Sarno o Draco,[142] che da Nocera discende nel golfo di Napoli. Il

fiume separava i due eserciti; si consumarono sessanta giorni in

combattimenti dati in distanza e senza alcun frutto, e Teja mantenne

questo posto importante, finchè fu abbandonato dalla sua flotta e da

ogni speranza di ricevere vettovaglie. Con ripugnanti passi egli salì

sul monte Lattario, dove i medici di Roma, dal tempo di Galeno in poi,

mandavano i loro malati per godere i benefizj dell'aria e del

latte[143]. Ma i Goti bentosto si appresero ad un più generoso partito

che fu di calar giù del colle, di licenziare i loro cavalli, e di morire

colle armi in mano anzi che perdere la libertà. Il Re marciava alla lor

testa, portando nella destra una lancia, ed un ampio scudo nella

sinistra: colla prima egli stese morti i primi assalitori; coll'altro si

schermiva dall'armi che ogni mano ambiva di scagliare contro di lui.

Dopo una pugna di più ore, il suo braccio sinistro si sentì affaticato

dal peso di dodici giavellotti ch'erano conficcati nel suo scudo. Senza

muoversi dal suo posto, nè sospendere i colpi, l'Eroe ad alta voce gridò

ai suoi seguaci che gli recassero un altro scudo; ma nel momento in cui

il suo fianco rimase scoperto, fu trafitto da un dardo mortale. Egli

cadde: ed il suo capo, levato in alto sopra una lancia, significò alle

nazioni che il regno de' Goti aveva cessato di essere. Ma l'esempio

della sua morte non servì che ad animare i compagni che giurato avevan

di perire insieme col lor condottiere. Così pugnarono finchè le tenebre

calarono sopra la terra. Essi riposarono la notte armati. Si rinnovò il

combattimento col ritorno della luce, e si mantenne egualmente accanito

sino alla sera del secondo giorno. Il riposo di una seconda notte, la

mancanza d'acqua, e la perdita dei loro campioni più prodi, determinò i

Goti superstiti ad accogliere i facili patti d'accordo che l'avvedimento

di Narsete si piegò a proporre. Essi accettarono l'alternativa di

risiedere in Italia, come sudditi e soldati di Giustiniano, o di

partirne con una porzione delle private loro ricchezze per andare in

traccia di qualche independente contrada[144]. Non pertanto, il

giuramento di fedeltà o l'esiglio fu del pari rigettato da un migliajo

di Goti, che si dischiusero una via, prima che fosse firmata la

convenzione, ed audacemente effettuarono la loro ritirata sin dentro le

mura di Pavia. Il coraggio, non meno che la situazione di Aligerno, lo

mosse ad imitare anzi che a deplorar suo fratello: robusto e destro

arciere egli trapassava con una sola freccia l'armatura e il petto del

suo antagonista, e la militare sua condotta difese Cuma[145] oltre un

anno contro le forze de' Romani. L'industria loro avea scavato l'antro

della Sibilla fino a farne una prodigiosa mina[146]; una quantità di

combustibili, vi fu introdotta onde incendiare le travi alzate a

sostenere il terreno: le mura e la porta di Cuma sprofondarono nella

spelonca, ma le rovine formarono un profondo ed inaccessibil precipizio.

Aligerno stette solo ed imperturbato sui rottami di una rupe;

fintantochè tranquillamente ebbe osservato la disperata condizione del

suo paese, e giudicato più onorevol partito essere l'amico di Narsete

che lo schiavo de' Franchi. Dopo la morte di Teja, il Generale romano

separò le sue truppe per ridurre all'obbedienza le città dell'Italia.

Lucca sostenne un lungo e fiero assedio; e tale fu l'umanità o la

prudenza di Narsete, che la ripetuta perfidia degli abitanti non potè

provocarlo a punire di morte i loro statichi; sani e salvi essi furono

rimandati indietro, ed il riconoscente loro zelo finalmente vinse

l'ostinazione de' loro concittadini[147].

[A. D. 553]

Prima che Lucca si fosse arresa, l'Italia fu allagata da un nuovo

diluvio di Barbari. Teodebaldo, giovine e debole principe, nipote di

Clodoveo, regnava sui popoli dell'Austrasia ossia sui Franchi orientali.

I suoi tutori avevano freddamente e con ripugnanza ascoltato le

magnifiche promesse degli ambasciatori Goti. Ma il valore di un popolo

guerriero soverchiò i timidi consigli della Corte: i due fratelli,

Lotario e Buccellino[148], duchi degli Alemanni, assunsero la condotta

della guerra d'Italia: e settantacinquemila Germani calarono,

nell'autunno, giù dalle Alpi Retiche nella pianura di Milano. La

vanguardia dell'esercito Romano era stanziata presso il Po, sotto la

condotta di Fulcari, baldanzoso Erulo, il quale temerariamente opinava,

che la bravura personale sia il solo dovere e merito di un comandante.

Nel mentre che senz'ordine e precauzione egli moveva lungo la via

Emilia, un'imboscata di Franchi subitamente saltò fuori dell'anfiteatro

di Parma: sorprese restarono le sue truppe e poste in rotta: ma il loro

capitano ricusò di fuggire dichiarando nell'estremo istante, che la

morte era meno terribile che il corrucciato aspetto di Narsete. La morte

di Fulcari, e la ritirata dei duci rimasti in vita, determinarono

l'ondeggiante e ribelle naturale dei Goti; essi corsero sotto i vessilli

de' loro liberatori, e gli ammisero dentro le città che tuttor

resistevano alle armi del generale Romano. Il conquistatore dell'Italia

aperse un libero varco all'irresistibile torrente de' Barbari. Essi

passarono sotto le mura di Cesena, e risposero con minacce e rimproveri

all'avviso di Aligerno, che i tesori Gotici più non poteano pagare i

travagli di un'invasione. Duemila Franchi furono distrutti dalla perizia

e dal valore di Narsete stesso, che sortì di Rimini alla testa di

trecento cavalli, onde punire la licenza e la rapina, che

contrassegnavano la loro marcia. Sui confini del Sannio, i due fratelli

spartirono le forze loro. Coll'ala destra Buccelino imprese di

saccheggiare la Campania, la Lucania ed il Bruzio: colla sinistra,

Lotario si accinse allo spogliamento della Puglia e della Calabria.

Seguitaron essi la costa del Mediterraneo e dell'Adriatico, sino a

Reggio e ad Otranto, e le estreme terre dell'Italia furono il termine

del distruttivo loro avanzarsi. I Franchi ch'erano cristiani e

cattolici, si contentarono del semplice sacco e di qualche uccisione

accidentale. Ma le chiese, risparmiate dalla lor pietà, furono poste a

ruba dalla sacrilega destra degli Alemanni, che sacrificavano teste di

cavalli alle native loro divinità de' boschi e de' fiumi[149], essi

fusero o profanarono i sacri vasi; e le rovine degli altari e de'

tabernacoli furono macchiate del sangue de' Fedeli. Buccelino era mosso

dall'ambizione, Lotario dall'avarizia. Il primo aspirava a ristabilire

il regno dei Goti: il secondo, dopo d'aver promesso al fratello di

riportargli sollecitamente soccorso, tornò per la stessa strada a porre

in sicuro i suoi tesori oltre l'Alpi. La forza de' loro eserciti era già

ridotta a male dal cambiamento del clima e dal contagio delle malattie:

i Germani s'inebbriarono de' vini d'Italia, e l'intemperanza loro

vendicò in qualche guisa le calamità di un popolo senza difesa.

[A. D. 554]

All'entrare della primavera, le truppe imperiali che avean difese le

città, si adunarono in numero di diciottomila uomini nelle vicinanze di

Roma. Le ore loro d'inverno non s'erano consumate nell'ozio. Seguendo

gli ordini e l'esempio di Narsete, esse avean ripetuto ogni giorno i

loro militari esercizj a piedi ed a cavallo, aveano assuefatto il loro

orecchio al suono della tromba, e praticato i passi e le evoluzioni

della danza Pirrica. Dallo stretto della Sicilia, Buccelino con

trentamila Franchi ed Alemanni lentamente si mosse verso Capua, occupò

con una torre di legno il ponte di Casilino, coprì la sua destra col

fiume Volturno, ed assicurò il resto del suo campo con un riparo di

acuti pali con un cerchio di carri, le cui ruote erano conficcate nel

suolo. Con impazienza egli aspettava il ritorno di Lotario, ignorando

ahi misero! che il suo fratello non poteva più ritornare, e che il

condottiero col suo esercito era perito per una strana malattia[150]

sulle rive del Benaco, fra Trento e Verona. Le insegne di Narsete ben

tosto si avvicinarono al Volturno, e gli occhi dell'Italia stavano

ansiosamente fissi sopra l'evento di questa finale contesa. Forse

l'abilità del generale Romano molto era superiore nelle tranquille

operazioni che precedono il tumulto di una battaglia. I giudiziosi suoi

movimenti intercettarono i viveri ai Barbari, li privarono de' vantaggi

del ponte e del fiume, e nella scelta del terreno e del momento

dell'azione, li ridussero a conformarsi alla volontà del nemico. Nel

mattino di quell'importante giornata, quando le file erano già formate,

un servo, per qualche triviale mancamento, fu ammazzato dal suo padrone,

uno de' Capi degli Eruli. Si commosse la giustizia o la collera di

Narsete: egli intimò all'offensore di comparirgli dinanzi, e senza

ascoltarne le discolpe, diede il segnale all'esecutor della morte. Se il

crudel padrone non avea infranto le leggi della sua nazione,

l'arbitrario supplizio non era meno ingiusto di quel che pare essere

stato imprudente. Gli Eruli sentirono l'oltraggio: essi fecero alto: ma

il generale Romano, senza calmare il loro sdegno od aspettarne la

risoluzione, proclamò ad alta voce che se non si affrettavano ad

occupare il lor posto, avrebbero perduto l'onore della vittoria.

Disposte erano le sue truppe in una lunga fronte, colla cavalleria sulle

ale[151]: nel centro erano i fanti di grave armatura: gli arcieri ed i

frombolieri occupavano la retroguardia. I Germani si avanzarono sotto la

forma di un triangolo o di un cono. Essi penetrarono il debole centro di

Narsete che li raccolse con un sorriso nel laccio fatale, ed ordinò alle

sue ale di cavalleria di girare lentamente sui loro fianchi e di

circondare la lor retroguardia. Le forze de' Franchi e degli Alemanni

erano composte di fanteria: una spada ed uno scudo pendevan loro dal

fianco, ed essi usavano per offensive lor armi una pesante scure ed un

giavellotto uncinato, ch'erano solamente formidabili nel combatter corpo

a corpo, ovvero da presso. Il fiore degli arcieri Romani a cavallo, ed

armati di tutto punto, scaramucciava senza pericolo intorno a questa

immobile falange, suppliva colla prestezza de' moti alla debolezza del

numero, ed appuntava i suoi strali contro una moltitudine di Barbari, i

quali, in cambio di corazza e di elmetto, erano coperti da un lungo

vestimento di pelli o di tela. Questi soffermaronsi, sbigottirono,

confuse ne andaron le file, e nel decisivo momento, gli Eruli,

preferendo la gloria alla vendetta, piombarono con rapida furia sulla

testa della loro colonna. Il loro duce Sindballo ed Aligerno, principe

de' Goti, meritarono il premio di un sommo valore; ed il loro esempio

trasse le truppe vittoriose a compiere colle spade e coll'aste la

distruzione dell'inimico. Buccelino e la miglior parte della sua armata,

perì sul campo di battaglia, nelle acque del Volturno, o per le mani dei

contadini furenti: ma può sembrare impossibile che una vittoria[152],

alla quale non sopravvissero più di cinque Alemanni, non abbia costato

che la perdita di ottanta soldati ai Romani. Settemila Goti, residui

della guerra, difenderono la fortezza di Campsa sino all'altra

primavera: ed ogni messo di Narsete annunziava la riduzione di qualche

italiana città, i cui nomi venivano corrotti dalla ignoranza o dalla

vanità dei Greci[153]. Dopo la battaglia di Casilino, Narsete entrò

nella Capitale: le armi ed i tesori dei Goti, dei Franchi e degli

Alemanni pubblicamente furono posti in mostra: i soldati, inghirlandati

il capo, cantavano le glorie del Conquistatore, e Roma per l'ultima

volta vide la similitudine di un trionfo.

[A. D. 554-568]

Dopo un regno di sessant'anni, il trono dei re Goti fu tenuto dagli

Esarchi di Ravenna, che in pace ed in guerra rappresentavano l'Imperator

de' Romani. La giurisdizione loro fu ben presto ridotta ai limiti di una

ristretta provincia; ma Narsete, primo e potentissimo degli Esarchi,

amministrò per forse quindici anni l'intero regno d'Italia. Come

Belisario, egli avea meritato gli onori dell'invidia, della calunnia e

della disgrazia: ma il favorito Eunuco tuttor godeva la confidenza di

Giustiniano, o veramente il condottiere di un esercito vittorioso

intimoriva e reprimeva l'ingratitudine di una Corte vigliacca. Nondimeno

Narsete non usò di una debole e nociva indulgenza per assicurarsi l'amor

delle truppe. Immemore del passato, e non curante dell'avvenire, esse

male spendevano le presenti ore della prosperità e della pace. Le città

dell'Italia risuonavano allo strepito de' stravizzi e de' tripudj: le

spoglie della vittoria si consumavano in sensuali piaceri, e null'altro

(dice Agatia) più rimanea da farsi, se non se cangiare gli scudi e gli

elmi contro il molle liuto e l'anfora capace[154]. In una virile

concione, non indegna di un censore Romano, l'Eunuco biasimò questi

disordinati vizj, che svergognavano la fama de' guerrieri, e ne

mettevano la salute in periglio. I soldati arrossirono ed obbedirono: si

confermò la disciplina, si restaurarono le fortificazioni: fu

sovrapposto un duca alla difesa ed al militare comando di ciascuna delle

principali città[155]; e l'occhio di Narsete scorreva su tutto il vasto

prospetto che si stende dalla Calabria alle Alpi. Gli avanzi della

nazione Gotica sgombrarono il paese, o si mescolarono co' natii: i

Franchi, invece di vendicar la morte di Buccelino, abbandonarono, senza

altro conflitto, le loro conquiste italiane, ed il ribelle Sindballo,

Capo degli Eruli, fu soggiogato, preso ed impiccato sopra un elevato

patibolo per la inflessibile giustizia dell'Esarca[156]. Lo stato civile

dell'Italia, dopo l'agitazione di una lunga tempesta, fu determinato da

una sanzione prammatica, che l'Imperatore promulgò a richiesta del Papa.

Giustiniano introdusse nelle scuole e ne' tribunali dell'Occidente la

giurisprudenza ch'egli avea stabilito; ratificò gli atti di Teodorico e

del suo successore immediato, ma cassò ed abolì ogni atto che la forza

aveva estorto od il timore avea sottoscritto, durante l'usurpazione di

Totila. Si formò una teoria di moderazione che riconciliasse i diritti

della proprietà colla sicurezza della prescrizione, i privilegi dello

Stato colla povertà del popolo, ed il perdono delle offese con

l'interesse della virtù ed il buon ordine sociale. Sotto gli Esarchi di

Ravenna, Roma scadde al secondo grado. Non pertanto ai senatori fu

concessa la permissione di visitare le loro possessioni in Italia, e di

accostarsi senza ostacolo al trono di Costantinopoli: si lasciò al Papa

ed al Senato la cura di regolare i pesi e le misure; e si destinarono

stipendi ai legisti ed ai medici, agli oratori ed ai grammatici per

conservare o raccendere la face della scienza nella capitale antica. Ma

invano Giustiniano dettava benefici editti[157], e Narsete secondava i

desiderj dell'Imperatore col ristorare città e specialmente col

rifabbricare le chiese. La possanza dei re è molto più efficace nel

distruggere; e i venti anni della guerra Gotica aveano condotto

all'estremo la miseria e la spopolazione dell'Italia. Sin dalla quarta

campagna, sotto la disciplina di Belisario medesimo, cinquantamila

agricoltori perirono di fame[158] nell'angusta regione del Piceno[159];

ed una stretta interpretazione di quanto asserisce Procopio porterebbe

le perdite dell'Italia oltre l'intero ammontare de' suoi abitatori

presenti[160].

[A. D. 559]

Io bramerei di credere, ma non ardirei affermare che Belisario

sinceramente si rallegrasse de' trionfi di Narsete. Nondimeno la

consapevolezza delle sue proprie imprese poteva insegnargli a stimare

senza gelosia il merito di un rivale; ed il riposo del provetto

guerriero fu coronato da un'ultima vittoria che salvò l'Imperatore e la

capitale. I Barbari che ogni anno visitavano le province dell'Europa,

erano meno disanimati da qualche accidentale sconfitta, che eccitati

dalla doppia speranza di saccheggiare o di riscuoter sussidj.

Nell'inverno vigesimo secondo del regno di Giustiniano, il Danubio gelò

molto profondamente. Zabergan prese a condurre la cavalleria dei

Bulgari, ed il suo stendardo fu seguito da una promiscua moltitudine di

Schiavoni. Il selvaggio Comandante passò, senza trovar contrasto, il

fiume ed i monti, sparse le sue truppe sopra la Macedonia e la Tracia, e

si avanzò con non più di settemila cavalli sino alle lunghe mura che

dovevan difendere il territorio di Costantinopoli. Ma le opere dell'uomo

sono impotenti contro gli assalti della natura; un recente terremoto

aveva crollato le fondamenta della muraglia; e le forze dell'Impero

stavano impiegate sulle distanti frontiere dell'Italia, dell'Affrica e

della Persia. Le sette scuole[161] o compagnie delle guardie o truppe

domestiche erano cresciute fino al numero di cinquemila cinquecento

uomini, che avevano le pacifiche città dell'Asia per ordinaria loro

stazione. Ma in luogo dei prodi Armeni, incaricati di questo servizio, a

poco a poco si eran posti cittadini infingardi, che compravano di tal

guisa un'esenzione dai doveri della vita civile, senza essere esposti ai

pericoli della milizia. In mezzo a tali soldati, pochi eran quelli che

avessero il cuore di sortir dalle porte; nè alcuno di loro poteva

indursi a rimanere in campo, a meno che mancasse di forze e di agilità

per fuggire dai Bulgari. Le riferte dei fuggitivi esagerarono il numero

e la ferocia di un nemico, che avea stuprato le vergini sacre, ed

abbandonati i fanciulletti alla voracità dei cani e degli avoltoj. Una

flotta di contadini, imploranti cibo e difesa, aumentava la

costernazione della città, e le tende di Zabergan erano piantate in

distanza di venti miglia[162] sulle rive di un fiumicello che circonda

Melanzia, e quindi cade nella Propontide. Giustiniano fu sbigottito; e

quelli che non avevan veduto[163] l'Imperatore, se non nei vecchi suoi

anni, si compiacquero in supporre che egli avesse _perduto_ l'alacrità

ed il vigore della sua giovinezza. Per comandamento di lui, si levarono

i vasi d'oro e d'argento ch'erano nelle chiese dei dintorni, ed anche

dei sobborghi di Costantinopoli: di tremanti spettatori erano coperti i

bastioni; la porta aurea era affollata di inutili generali e di tribuni;

ed il Senato dividea colle plebe le fatiche ed i timori.

Ma gli occhi del Principe e del Popolo stavan volti sopra un Veterano

indebolito dagli anni, il quale dal pubblico pericolo fu costretto a

ripigliar l'armatura con cui era entrato in Cartagine ed aveva difeso

Roma. Si raccolsero in fretta i cavalli delle stalle reali, de'

cittadini privati, ed anche del Circo; il nome di Belisario risvegliò

l'emulazione dei vecchi e dei giovani; ed il primo suo accampamento fu

stabilito in faccia ad un vittorioso nemico. La prudenza del Generale,

ed il lavoro de' fidi paesani, assicurò il riposo della notte, mediante

un fosso ed una trinciera. Artificiosamente s'immaginarono innumerabili

fuochi e nubi di polvere per magnificare l'opinione della sua forza: i

suoi soldati immantinente passarono dalla sfidanza alla presunzione; e

mentre diecimila voci chiedevano la battaglia, Belisario ben si astenne

dal mostrare che nell'ora del cimento egli sapeva di non poter far conto

che sulla fermezza di trecento Veterani. Il mattino seguente, la

cavalleria de' Bulgari mosse allo scontro. Ma essi udirono i clamori

della moltitudine, videro le armi e la disciplina che presentava la

fronte dell'esercito; furono assaliti sui fianchi da due corpi, posti in

aguato nei boschi: i loro guerrieri che primi si fecero innanzi, caddero

sotto i colpi dell'attempato Eroe e delle sue guardie; e la rapidità

delle loro evoluzioni fu resa inutile dallo stretto attacco e dal ratto

inseguir dei Romani. In questa azione i Bulgari non perdettero più di

quattrocento cavalli, così frettolosamente si diedero a fuggire; ma

Costantinopoli fu salva, e Zabergan, il quale sentì la mano di un

maestro di guerra, si tenne in una rispettosa distanza. Numerosi però

erano i suoi amici nei consiglj dell'Imperatore, e Belisario obbedì con

repugnanza agli ordini dell'invidia e di Giustiniano che gli vietarono

di compiere la liberazione del suo Paese. Nel ritorno ch'egli fece nella

capitale, il Popolo, consapevole ancora del pericolo corso, accompagnò

il suo trionfo con acclamazioni di gioja e di gratitudine, che furono

imputate come delitto al General vittorioso. Ma quando egli entrò nel

palazzo, taciturni stettero i Cortigiani, e l'Imperatore, dopo un freddo

abbraccio e senza ringraziarlo, lo rimandò a confondersi colla turba

degli schiavi. Sì profonda fu l'impressione che fece la gloria dell'eroe

sopra gli animi, che Giustiniano, nel settantesimo settimo anno della

sua età, si lasciò indurre ad inoltrarsi quaranta miglia fuor della

capitale, per esaminare in persona le riparazioni delle lunghe mura. I

Bulgari perderono la state nelle pianure della Tracia; ma la cattiva

riuscita dei baldanzosi lor tentativi contro la Grecia ed il Chersoneso,

dispose alla pace il loro animo. La minaccia che fecero di scannare i

prigionieri che avevano in mano, accelerò il pagamento dei grossi

riscatti che ricercarono; e la partenza di Zabergan fu affrettata dalla

voce sparsa che si fabbricavano sul Danubio dei vascelli a due ponti per

tagliargli fuori il passaggio. Dimenticato venne ben presto il pericolo;

e la vana questione se l'Imperatore avesse mostrato più senno o più

debolezza, servì a divertire gli oziosi della Capitale[164].

[A. D. 561]

Circa due anni dopo l'ultima vittoria di Belisario, l'Imperatore ritornò

da un viaggio fatto in Tracia per salute, per affari, o per divozione.

Giustiniano si dolse di un mal di testa; e lo studio con cui non si

lasciava entrar alcuno da lui, accreditò il grido che fosse morto. Prima

dell'ora terza del giorno, s'era portato via tutto il pane dalle

botteghe de' fornaj, chiuse erano le case, ed ogni cittadino, preso da

terrore o da speranza, si apparecchiava ad un sovrastante tumulto. I

Senatori stessi, impauriti e sospettosi, si radunarono all'ora nona; ed

il Prefetto ricevè da essi l'ordine di visitare tutti i quartieri della

città e di bandire una illuminazione generale pel ristabilimento della

salute di Giustiniano. Si tranquillò il fermento; ma ogni accidente

metteva in chiaro l'impotenza del Governo, e la faziosa indole del

Popolo. Le guardie erano pronte ad ammutinarsi ogni volta che si

cangiavano di quartiere o che sospesa veniva la paga: le frequenti

calamità degli incendj e dei terremoti porgevano opportunità di

disordini: le contese degli Azzurri e dei Verdi, degli Ortodossi e degli

Eretici degenerarono in sanguinose battaglie; ed il Principe dovè

arrossire per se stesso e pei suoi sudditi in presenza dell'ambasciatore

Persiano. I capricciosi perdoni e gli arbitrarj castighi amareggiarono

il disgusto e la noja di un lungo Regno: si tramò una cospirazione

dentro il palazzo; e se i nomi di Marcello e di Sergio non ci inducono

in errore, i più virtuosi ed i più dissoluti fra i Cortigiani intinsero

egualmente nella stessa congiura. Stabilito era il tempo di mandarla ad

effetto; mediante il loro grado essi avevano accesso alla mensa reale,

ed i loro schiavi neri[165] erano collocati nel vestibolo e nei portici

per annunziare la morte del Tiranno, ed eccitare una sedizione nella

Capitale. Ma l'indiscrezione di un complice salvò i miseri avanzi dei

giorni di Giustiniano. Scoperti furono i cospiratori ed arrestati coi

pugnali nascosti sotto le vesti. Marcello si uccise di propria mano, e

Sergio fu tratto a forza dal Santuario[166]. Stimolato dal rimorso,

ovvero adescato dalla speranza di salvarsi, egli accusò due ufficiali

della casa di Belisario; e la tortura gli trasse a dichiarare che eransi

condotti a norma delle segrete istruzioni del loro Signore[167]. La

posterità non crederà facilmente che un Eroe, il quale, nel vigore degli

anni, aveva disdegnato le più lusinghiere offerte dell'ambizione e della

vendetta, abbia divisato l'assassinio del suo Principe, quando non

poteva più sperare di sopravvivergli a lungo. I suoi seguaci si

affrettarono a fuggire; ma, quanto a lui, gli sarebbe toccato di

sostener la fuga colla ribellione, e vissuto egli era abbastanza per la

natura e per la gloria. Belisario comparve innanzi al consiglio, meno in

atto di timido che di sdegnato: dopo quarant'anni di servizio,

l'Imperatore lo aveva anticipatamente giudicato colpevole; e

l'ingiustizia era santificata dalla presenza e dall'autorità del

Patriarca. La vita di Belisario graziosamente fu risparmiata; ma si

sequestrarono tutti i suoi beni, e dal dicembre al luglio egli fu

custodito qual prigioniero nel suo proprio palazzo. Al fine la sua

innocenza venne all'aperto; gli si restituirono la libertà e gli onori;

e la morte, accelerata forse dal cruccio e dal cordoglio, lo tolse dal

mondo, otto mesi circa, poscia che fu liberato. Il nome di Belisario non

potrà morire giammai: ma in luogo delle esequie, de' monumenti e delle

statue, così giustamente dovute alla sua memoria, si legge negli

Istorici che i suoi tesori, spoglie dei Goti e dei Vandali, furono

immediatamente confiscate a profitto dell'Imperatore. Qualche onesta

porzione però ne fu lasciata per l'uso della sua vedova. Siccome

Antonina aveva molto di che pentirsi, ella consacrò gli ultimi avanzi

della sua vita e delle sue sostanze alla fondazione di un monastero.

Tale è il semplice e veritiero racconto della caduta di Belisario e

dell'ingratitudine di Giustiniano[168]. Finzione di posteriori

tempi[169] è quella, ch'egli venisse accecato, e ridotto dall'invidia ad

accattare il pane, esclamando. «Date un obolo al General Belisario». Ma

questa favola ha ottenuto credito, o per meglio dire favore, quale

strano esempio delle vicissitudini della fortuna[170].

Se l'Imperatore potè rallegrarsi per la morte di Belisario, egli non

godè questa abbietta soddisfazione, che per lo spazio di otto mesi,

ultimo periodo di un regno di trent'otto anni, e di una vita di ottanta

tre. Sarebbe difficile delineare il carattere di un Principe, il quale

non è il più cospicuo oggetto de' proprj suoi tempi: ma le confessioni

di un nemico si possono ricevere come la migliore testimonianza delle

sue virtù. La rassomiglianza di Giustiniano col busto di Domiziano[171]

viene maliziosamente avvertita da Procopio; il quale riconosce però

ch'egli era ben proporzionato della persona, rubicondo di carnagione, e

piacevole nell'aspetto. L'Imperatore era accostevole, paziente

nell'ascoltare, cortese ed affabile nel discorrere, e padrone delle

fiere passioni che imperversano con sì distruttiva violenza nel petto di

un despota. Procopio ne loda il temperamento, per poterlo rimproverare

di una placida e deliberata tranquillità; ma nelle cospirazioni che

attaccarono l'autorità e la persona di Giustiniano, un giudice di

miglior fede approverebbe la giustizia od ammirerebbe la clemenza

dell'Imperatore. Incomparabile egli mostrasi nelle virtù private della

castità e della temperanza; ma un imparziale amore della bellezza

sarebbe riuscito meno pregiudizioso, che non la conjugale sua tenerezza

per Teodora; e l'austero suo governo di vita era regolato dalla

superstizione di un monaco, non dalla prudenza di un filosofo. Brevi e

frugali erano i suoi pasti: nei digiuni solenni, egli si contentava di

acqua e di erbaggi; e tale era la sua robustezza, egualmente che il suo

fervore, che spesso egli passava due giorni ed altrettante notti senza

gustare alcun cibo. Non meno rigorosa era la misura del suo dormire:

dopo un riposo di solo un'ora, il corpo era svegliato dall'animo, e con

maraviglia de' suoi ciamberlani Giustiniano vegliava, o studiava sino

allo spuntare del giorno. Un'applicazione così indefessa gli raddoppiava

il tempo da spendere nell'imparare[172] e nello spedire faccende; e si

può seriamente dargli rimprovero che confondesse l'ordine generale della

sua amministrazione a forza di minuta diligenza fuori di luogo.

L'Imperatore si reputava musico ed architetto, poeta e filosofo, legista

e teologo; e se gli riuscì male l'impresa di riconciliare le Sette

cristiane, la riforma della giurisprudenza Romana resta qual nobile

monumento del suo ingegno e della sua industria. Nel governo

dell'Impero, egli comparve meno saggio o meno felice: pieni di sventure

furono i tempi; il popolo giacque oppresso e malcontento; Teodora abusò

del suo potere; una sequela di cattivi ministri fece torto al giudizio

dell'Imperatore, e Giustiniano non fu amato in vita, nè compianto dopo

morte. Profonde radici avea messo nel suo cuore l'amor della fama, ma

egli cedeva alla meschina ambizione dei titoli, degli onori, e della

lode contemporanea, e mentre si adoperava a cattivarsi l'ammirazione de'

Romani, egli ne perdè la stima e l'affetto. Il divisamento della guerra

di Affrica e d'Italia fu concepito ed eseguito con ardire, e la

perspicacia di Giustiniano scoprì l'abilità di Belisario nel Campo, e di

Narsete nel palazzo. Ma ecclissato è il nome dell'Imperatore dal nome

de' vittoriosi suoi Capitani, e Belisario vive mai sempre per accusare

l'invidia e l'ingratitudine del suo sovrano. Il parziale favore degli

uomini applaudisce il genio del conquistatore, che guida e regge i suoi

sudditi nell'esercizio delle armi. I caratteri di Filippo secondo e di

Giustiniano si contraddistinguono per quella fredda ambizione che si

compiace nella guerra, e scansa i pericoli del Campo. Tuttavia una

statua colossale di bronzo rappresentava l'Imperatore a cavallo, in atto

di muovere contro i Persiani, nelle vesti e nelle armi di Achille. Nella

gran piazza davanti alla chiesa di Santa Sofia, sorgeva questo monumento

sopra una colonna di bronzo, sostenuta da un marmoreo piedistallo di

sette gradini: e la colonna di Teodosio, che pesava settemila

quattrocento libbre di argento, fu tolta via dallo stesso luogo per

effetto dell'avarizia e della vanità di Giustiniano. I Principi, suoi

successori, si mostrarono più giusti o più indulgenti per la sua

memoria. Andronico il Vecchio, nel principio del secolo decimoquarto

restaurò ed abbellì quella statua equestre: dopo la caduta dell'Impero,

i Turchi vittoriosi la fusero per farne cannoni[173].

Io chiuderò questo capitolo con un cenno sopra le comete, i tremuoti e

la peste che atterrirono od afflissero il secolo di Giustiniano.

[A. D. 531-539]

I. Nel quinto anno del suo Regno, e nel mese di settembre, fu veduta per

venti giorni, nella parte occidentale del Cielo, una cometa,[174], che

vibrava i suoi raggi verso settentrione. Otto anni dopo, mentre il Sole

era nel segno del Capricorno, apparve un'altra cometa nel Sagittario: a

poco a poco ne cresceva la mole; il capo era nell'Oriente, la coda

nell'Occidente ed essa restò visibile per più di quaranta giorni. Le

nazioni che le riguardavano stupefatte, attendevano guerre e disastri

dalla infausta loro influenza, e questa aspettativa fu largamente

adempiuta. Gli Astronomi dissimularono la loro ignoranza intorno la

natura di queste risplendenti stelle, che affettavano di rappresentare

quai meteore ondeggianti per l'aria; e pochi fra loro si accostavano

alla semplice idea di Seneca e de' Caldei ch'esse non sieno che pianeti

distinti dagli altri per un più lungo periodo ed un moto più

eccentrico[175].

Il tempo e la scienza hanno giustificato le congetture e le predizioni

del filosofo Romano, il telescopio ha aperto nuovi Mondi agli occhi

degli Astronomi[176], e nel ristretto spazio che ci offrono l'istoria e

la favola, si è già trovato che una stessa cometa si è mostrata sette

volte alla terra, in sette eguali rivoluzioni di cinquecento e

settantacinque anni, ciascuna. La _prima_[177] che risale a mille

settecento e sessantasette anni di là dall'era Cristiana, fu

contemporanea di Ogige padre dell'antichità greca. E questa sua comparsa

spiega la tradizione, da Varrone serbataci, che sotto il Regno di Ogige

il pianeta Venere cangiò di colore, di grandezza, di figura e di corso;

prodigio senza esempio, sì nelle antecedenti che nelle susseguenti

età[178]. La favola di Elettra, settima delle Pleiadi, le quali furono

ridotte a sei dopo il tempo della guerra Trojana, indica oscuramente la

_seconda_ venuta che seguì nell'anno mille cento e novantatre. La Ninfa

Elettra, moglie di Dardano, non ebbe l'animo di sostenere la rovina

della sua patria, essa abbandonò le danze delle sue celesti sorelle,

fuggì dal Zodiaco al Polo settentrionale, ed ottenne, colle scarmigliate

sue chiome, il nome della _Cometa_. Il _terzo_ periodo cade nell'anno

seicento e diciotto, data che esattamente concorda colla tremenda cometa

della Sibilla, e forse di Plinio, la quale levossi nell'Occidente, due

generazioni prima del Regno di Ciro. La _quarta_ apparizione, successa

quaranta quattr'anni prima della nascita di Cristo, è di tutte le altre

la più splendida e la più importante. Dopo la morte di Cesare, un astro

lungo-chiomato trasse gli occhi di Roma e delle nazioni, durante i

giuochi dati dal giovane Ottaviano in onore di Venere e del suo zio.

L'opinione volgare ch'esso trasportasse al Cielo la divina anima del

Dittatore, fu accarezzata e consacrata dalla pietà del politico

Ottaviano: nel mentre che la segreta sua superstizione riferiva la

cometa alla gloria de' proprj suoi tempi[179]. Si è già accennato che la

_quinta_ visita accadde nel quinto anno di Giustiniano, il quale

coincide coll'anno cinquecentotrentuno dell'era Cristiana. E degno è di

ricordo che in questa, come nella precedente apparizione, la cometa fu

seguitata, sebbene con più lungo intervallo, da un'osservabile

pallidezza del Sole. Il _sesto_ ritorno, intervenuto nell'anno mille

cento e sei, vien rammentato dalle cronache dell'Europa e della China; e

nel primo fervore delle Crociate, i Cristiani ed i Maomettani poterono

con egual ragione immaginarsi ch'essa pronosticasse la distruzione degli

Infedeli. Il _settimo_ fenomeno, che porta la data del mille seicento e

ottanta, si presentò agli occhi di un secolo illuminato[180]. La

filosofia di Bayle, dissipò il pregiudizio, cui la Musa di Milton aveva

così recentemente adornato, che la cometa dalle orride sue chiome scuote

la pestilenza e la guerra[181]. La strada tenuta da questa cometa nel

Cielo, venne osservata con singolare e dottissima diligenza da Hamstead

e da Cassini. E la scienza matematica di Bernoulli, di Newton e di

Halley investigarono le leggi delle sue rivoluzioni. Quando avverrà

l'_ottavo_ periodo, nell'anno duemila duecento cinquantacinque, i loro

calcoli saranno forse verificati dagli Astronomi di qualche Capitale,

innalzata dove ora si stendono i deserti della Siberia o dell'America.

II. L'avvicinarsi di una cometa molto presso al Globo da noi abitato,

può desolarlo o distruggerlo; ma i cambiamenti, avvenuti sulla sua

superficie, fino ad ora sono stati l'opera dei Vulcani e dei

tremuoti[182]. La natura del suolo indica i paesi più esposti a questi

formidabili scotimenti, che prodotti sono da sotterranei fuochi, e

questi fuochi vengono accesi dall'unione e dalla fermentazione del ferro

e dello zolfo. Ma le epoche e gli effetti loro sembrano posti oltre il

giungere dell'umana curiosità, ed il filosofo dee discretamente

astenersi dal predire i terremoti, sinchè sia giunto a noverare le

stille d'acqua, che colano in silenzio sopra il minerale infiammabile, e

misurato abbia le caverne che accrescono colla resistenza l'esplosione

dell'aria imprigionata. Senza assegnar la cagione, l'istoria dee

distinguere i periodi in cui questi eventi calamitosi sono stati rari o

frequenti, ed osservare che questa febbre della terra infuriò con

insolita violenza durante il Regno di Giustiniano[183]. Ogni anno di

quel Regno è segnato dai ripetimento di tremuoti, di una tal durata che

Costantinopoli fu agitata per più di quaranta giorni, e di una tale

estensione che il commovimento si comunicò a tutta la superficie del

Globo, od almeno dell'Imperio Romano. Si sentì una scossa d'impulsione o

di vibrazione: si spalancarono nella terra enormi fessure, si videro

lanciati in aria corpi grossi e pesanti, il mare alternativamente si

avanzò e si ritrasse oltre gli ordinarj suoi limiti, ed, una rupe fu

divelta dal Libano[184], e scagliata nei flutti, dove a guisa di molo

essa difese il nuovo porto di Botri[185] nella Fenicia. Il colpo che

sbatte un formicajo, può schiacciar nella polvere molte migliaia

d'insetti: non pertanto la verità dee tirarci a confessore che l'uomo ha

lavorato con molta industria alla propria sua distruzione. Lo

stabilimento delle grandi città che racchiudono una nazione nel recinto

di una muraglia, quasi realizza il desiderio nutrito da Caligola, che il

Popolo Romano non avesse che un solo capo. Dicesi che due cento

cinquantamila persone perissero nel tremuoto di Antiochia, il quale

avvenne al tempo in cui la festa dell'Ascensione aveva accresciuto con

una grande affluenza di stranieri la moltitudine dei cittadini. La

perdita di Berito[186] fu di minor grandezza, ma di maggior valore.

Questa città, situata sulla costa della Fenicia, era illustre per lo

studio delle leggi civili, che aprivano le più sicure strade

all'opulenza ed agli onori. Le scuole di Berito riboccavano de' più

begl'ingegni che sorgessero in quell'età, ed il tremuoto schiacciò per

avventura più di un giovane che vivendo sarebbe divenuto il flagello o

il difensore della sua patria. In mezzo a questi disastri l'Architettura

si mostra la nemica del genere umano. La capanna di un selvaggio o la

tenda di un Arabo, possono venir rovesciate, senza che ne provi danno

chi abita in essa; e ben si apponevano i Peruviani nel deridere la

follia dei conquistatori Spagnuoli, che con tanto dispendio e travaglio

si fabbricavano i proprj sepolcri. Piombano sul capo di un patrizio i

ricchi suoi marmi: sotto le rovine dei pubblici e privati edifizj un

Popolo intero ritrova la tomba, e l'incendio viene alimentato e

propagato dagli innumerabili fuochi che fanno di mestieri alla

sussistenza e all'industria di una grande città. In luogo della

scambievole simpatia che può confortare ed assistere que' che cadono tra

le rovine, in terribil modo essi provano l'effetto dei vizj e delle

passioni, che più frenate non sono dal timor del castigo. Le crollate

case vengono poste a sacco dall'avarizia che di nulla ha paura; la

vendetta coglie il momento, e sceglie la vittima; e la terra spesso

ingoja l'assassino e lo stupratore, nel punto istesso che consumano il

loro misfatto. La superstizione circonda d'invisibili terrori il

presente pericolo: e se l'immagine della morte può alle volte servire

alla virtù od al pentimento degli individui, il Popolo impaurito vien

più fortemente mosso ad aspettare la fine del Mondo, od a scongiurare

con servili omaggi la collera di una divinità vendicatrice.

[A. D. 542]

III. L'Etiopia e l'Egitto si riguardarono in ogni età come la fonte

originale ed il seminario della pestilenza[187]. In un'aria umida,

calda, stagnante, si genera questa febbre Affricana dall'imputridire

delle sostanze animali, e specialmente degli sciami di locuste, non meno

funeste agli uomini dopo la morte che in vita. Il fatale contagio che

spopolò la terra al tempo di Giustiniano e de' suoi successori[188], si

manifestò da principio nelle vicinanze di Pelusio, tra la Palude

Serboniana, ed il ramo Orientale del Nilo. Di là movendo per doppia

strada, si diffuse nell'Oriente, sopra la Siria, la Persia e le Indie, e

penetrò nell'Occidente lungo le coste dell'Affrica e sopra il Continente

dell'Europa. Nella primavera del secondo anno, Costantinopoli fu

travagliata dalla peste per tre o quattro mesi: e Procopio che ne

osservò i progressi ed i sintomi coll'occhio di un fisico[189] ha

gareggiato colla diligenza e coll'arte di Tucidide nella descrizione

della pestilenza di Atene[190]. Il morbo si manifestava talvolta colle

visioni di una fantasia perturbata, e la vittima cadeva d'ogni speranza

tosto che aveva udito le minacce e sentito il colpo di un invisibile

spettro. Ma il più della gente erano sorpresi da una leggiera febbre,

nel proprio letto, in mezzo alle contrade, tra le usate loro faccende;

febbre leggiera sì che nè il polso, nè il colore del volto porgeva

nell'ammalato alcun segno di un vicino pericolo. In quel dì istesso o

nel secondo o nel terzo si dichiarava il malore coll'enfiagione delle

glandole, particolarmente dell'anguinaja, delle ascelle, e sotto

l'orecchio, e quando questi bubboni o tumori si aprivano, scorgevasi

ch'essi contenevano un carbonchio, ossia una sostanza nera, grossa come

una lente. Se il tumore veniva a tutta la sua gonfiezza e si riduceva a

suppurazione, l'infermo era salvato da questo mite e naturale

sgorgamento dell'umore morboso. Ma se i bubboni continuavano a rimaner

duri ed asciutti, ben presto seguiva la cancrena, ed il quinto giorno

era comunemente l'ultimo della vita dell'appestato. Accompagnata spesso

veniva la febbre da letargo o delirio. I corpi degli ammalati si

coprivano di negre pustole o carbonchi, sintomi di una morte immediata.

E ne' temperamenti troppo deboli per produrre un'eruzione, al vomito di

sangue teneva dietro la cancrena negli intestini. Per le donne gravide

la peste riusciva generalmente mortale; nondimeno fu tratto vivo un

bambino, fuor del corpo della madre morta d'infezione, e tre madri

sopravvissero alla perdita dei loro feti appestati. La gioventù era la

stagione della vita più soggetta al pericolo, e le donne venivano meno

attaccate dal male che non gli uomini. Ma ogni grado ed ogni professione

soggiaceva del pari all'indistinta ferocia della peste, e molti di

quelli che ne scampavano, perdevano l'uso della parola, senza aver

sicurezza che il malore non tornasse ad assalirli[191]. Zelanti ed abili

si mostrarono i medici di Costantinopoli. Ma i cangianti sintomi e la

pertinace furia del morbo, inutili facevano gli sforzi dell'arte: gli

stessi rimedj producevano effetti contrarj, ed il successo

capricciosamente sconvolgeva i loro pronostici di morte o di guarigione.

Confusi andarono l'ordine de' funerali e il diritto delle sepolture;

quelli che rimanevano senza amici o famiglie, giacevano insepolti per le

contrade o nelle desolate lor case; e fu conferita ad un magistrato

l'autorità di raccogliere i promiscui mucchi di cadaveri, di

trasportarli per terra o per acqua e di sotterrargli dentro fosse

profonde scavate fuori del recinto della città. I più viziosi tra gli

uomini sentivano destarsi qualche rimorso nell'animo all'aspetto del

loro proprio pericolo e della pubblica infelicità. La confidenza della

salute ravvivava di bel nuovo le passioni e l'abitudine loro; ma la

filosofia dee tenere in non cale l'osservazione di Procopio che le vite

di tali uomini fossero guardate da uno special favore della fortuna o

della Providenza. Egli si scordava, o forse si sovveniva in segreto che

la pestilenza aveva assalito la persona stessa di Giustiniano; ma la

rigorosa dieta dell'Imperatore può suggerire, come avvenne di

Socrate[192], un più ragionevole ed onorevole motivo del suo

risanamento. Durante la malattia del Principe, la pubblica costernazione

si manifestò ne' vestimenti de' cittadini; e la trascuranza e lo

sgomento loro apportarono una generale carestia nella capitale

dell'Oriente.

[A. D. 542-594]

Inseparabile sintomo della peste è quello di essere appiccaticcia ed

atta per mezzo della respirazione degli infetti a trasfondersi nei

polmoni e nello stomaco di quelli che ad essi stanno vicini. Nel tempo

che i filosofi credono a questo fatto e ne sbigottiscono, è singolare

che l'esistenza di un sì reale pericolo venisse negato dal Popolo il più

propenso ai vani ed immaginarj terrori[193]. Nondimeno i concittadini di

Procopio s'erano persuasi, mediante alcune poche e parziali esperienze,

che l'infezione non s'attaccava anche col parlar più d'appresso agli

appestati[194]; e questa persuasione giovava a sostenere l'assiduità

degli amici e dei medici nella cura degli infermi, che una disumana

prudenza avrebbe condannati alla solitudine, ed alla disperazione. Ma

tal funesta sicurezza, non altramente, che la predestinazione dei Turchi

dovette aumentare i progressi della contagione; e le salutari cautele a

cui l'Europa va debitrice della sua salvezza, erano sconosciute al

governo di Giustiniano. Non s'impose alcun freno alle frequenti e libere

relazioni delle province Romane: dalla Persia fino alla Francia le

nazioni erano mescolate ed infettate dalle migrazioni e dalle guerre; ed

il pestifero odore che si ricetta per anni interi in una balla di

cotone, veniva trasportato per l'abuso del traffico, sino alle più

distanti contrade. Il modo con cui propagossi la peste viene spiegato

per l'osservazione fatta da Procopio medesimo, che sempre essa

spargevasi dal lido del mare nell'interno de' paesi, che le isole e le

montagne più segregate dalle altre, successivamente venivano visitate

dal morbo, e che i luoghi, sfuggiti al furore del suo primo passaggio,

erano esposti al contagio dell'anno seguente. I venti poterono

diffondere quel veleno sottile; ma a meno che l'atmosfera sia

preventivamente disposta a riceverlo, l'infezione deve ben presto venir

meno in tutti i climi freddi o temperati del Globo. Tale si era

l'universale corruzione dell'aria, che la pestilenza scoppiata nell'anno

decimo quinto di Giustiniano, non fu repressa nè mitigata da veruna

differenza delle stagioni. Coll'andar del tempo, la prima sua malignità

si diminuì e disperse, il morbo alternativamente languì e rinacque, ma

non fu che in capo ad un calamitoso periodo di cinquantadue anni, che

l'uman genere ricuperò la sanità di prima, e che l'aria riprese le sue

qualità pure e salubri. Non ci rimangono fatti su cui stabilire un

computo, od almeno una congettura del numero delle persone che da quella

straordinaria mortalità furon tolte al Mondo. Solamente io trovo che

durante tre mesi, cinquemila ed in ultimo diecimila persone morivano

ogni giorno in Costantinopoli; che molte città dell'Oriente rimasero

affatto vuote, e che in molti distretti dell'Italia le messi marcivano

sul suolo e la vendemmia sui tralci. Il triplice flagello della guerra,

della peste e della fame afflisse i sudditi di Giustiniano, ed il suo

Regno è funestamente contrassegnato da una visibile diminuzione della

specie umana, danno che in alcune delle più belle contrade del Globo non

si è potuto riparare più mai[195].

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 08 · 第 9 / 27 题