XXXIII.

«Da quel momento la pace entrò nel suo cuore, ed il suo volto fu

sempre animato da una serena rassegnazione. Vedeva avanzarsi la morte

a gran passi, e ne parlava senza terrore. Il mio povero babbo era

profondamente credente; aveva quella fede consolante che toglie ogni

squallidezza alla morte; che anima di spiriti aleggianti, di memorie,

d'affetti e di speranze, la tristezza glaciale della tomba.

«Ci parlava con dolcezza di quando saremmo uniti, in un piccolo nido

d'amore, e la sua anima invisibile vivrebbe tra noi:

«--Allora non mi spaventeranno le distanze ed i biglietti di strada

ferrata, diceva sorridendo. Se vi _scrittureranno_ per la China, io

sarò là prima dì voi; entrerò in tutte quelle case da bambole, e vi

cercherò la meno inospitale, la più europea; poi verrò a prendervi,

v'accompagnerò nel viaggio, ed allo sbarco vi susurrerò all'orecchio:

«Contrada tale, numero tale,» e voi ci andrete credendovi guidati dal

caso, e troverete il nido scelto da me: e ci starete comodi e

felici... Non mi direte, come facevate prima: «Grazie, babbo; come sei

buono, babbo; tu pensi sempre a noi.» No; non lo direte; sarà il caso,

sarà la fortuna che ringrazierete; ma non importa, io vi vedrò

contenti, ed il mio spirito esulterà. Allora non sarete più

imbarazzati come ora dinanzi a me. Vi crederete soli, e non assumerete

quell'aria freddamente cerimoniosa; io potrò udire le vostre parole

d'amore; pormi tra i vostri sguardi per leggerne l'espressione

passionata; contare i vostri baci, misurare e risentire la vostra

felicità.

«Tutto codesto diceva colla sicurezza della sua fede robusta; e lo

diceva sorridendo per consolarci nel nostro dolore. Quando Gualfardo

si mostrava un po' espansivo con me, il povero malato dimenticava ogni

sofferenza, ed era contento; non avea vissuto che per me, e credendomi

felice non sentiva di morire.

«Era una strana situazione. Sapevo che Gualfardo non mi amava più, nè

mi amerebbe più mai. «So tutto» m'aveva detto, quando avevo voluto

confessargli il mio amore per Max, «so tutto.» Ma non era vero. Egli

poteva avermi veduta all'albergo, stare alla finestra con Max. E

quando dopo tali apparenze accusatrici, mi diceva: «So tutto» doveva

credermi più colpevole che non fossi.

«No, non sapeva tutto. Non sapeva che Max aveva avuta tanta

generosità, tanta poesia giovanile nel cuore, da rispettare, nella

donna che amava, la fidanzata d'un altro. Non sapeva che, leggiera,

incostante, compromessa, in quell'ora stessa che mi credevo obbligata

a rendergli la sua parola, a scindere il nostro impegno, ero ancora

onesta e degna di lui.

«No; non sapeva tutto questo, ed io dovevo nascondere il mio amore per

lui, possentemente ravvivato da quel ravvicinamento, da quella

comunanza d'affetti e di dolori, dalle nobili manifestazioni dei suoi

sentimenti; dovevo nasconderlo perchè sapevo che non troverebbe mai

più la via del suo cuore. Ch'egli non dimenticherebbe mai la colpa di

cui mi accusavano le apparenze; che, anche quando in un impeto

generoso mi aveva detto sinceramente: «Volete essere mia sposa

domani?» anche allora poteva perdonarmi, poteva darmi il suo nome, la

sua vita, ma non obbliare il passato, non rendermi la sua fiducia, il

suo amore.

«Ed allora appunto che io dovevo dissimulare a Gualfardo i miei

sentimenti, egli si forzava di mostrarsi espansivo con me per

consolare il babbo, ed io cercavo di fargli credere simulate in favore

del malato quelle dimostrazioni, che gli corrispondevo con tutta

l'espansione del mio cuore.

«Quella situazione strana sarebbe stata insopportabile, se la

preoccupazione continua e più saliente di vedere spegnersi lentamente

una cara vita, non ne avesse distratto il nostro spirito. Subivamo nei

nostri rapporti sensazioni ed impressioni, volta a volta attraenti,

repulsive, angosciose; ma non erano che sensazioni, ed il pensiero non

ci si arrestava mai. Il pensiero di entrambi noi, era fisso alla

malattia del babbo, ad alleviare i suoi dolori. Mai una volta mi

domandai, che sarebbe di me quando quell'ultimo parente avesse cessato

di soffrire. Tuttavia sentivo che nel tempo stesso che perderei il

babbo, perderei anche Gualfardo. Ma lo sentivo senza pensarci. Il mio

cuore viveva con tutte le sue potenze d'affetto, d'amor proprio, di

tendenza istintiva alla felicità, di rimpianti, e d'aspirazioni; ma

nella mia mente io ero completamente dimenticata, e con me tutto il

mondo; non esisteva che quel filo di vita del mio povero babbo.

«E quel filo di vita si spense, senza angoscie, senza convulsioni

d'agonia.

«Era trascorso poco più d'un mese dal mio arrivo a Torino. II babbo

era deperito di giorno in giorno. Non lasciava più il letto. Le gambe

gli si erano gonfiate enormemente; non si nutriva quasi più. E quella

gonfiezza saliva, ed aumentava sempre.

«Da molte notti Gualfardo rimaneva a vegliare il malato con me. Non ci

coricavamo più, non uscivamo più di camera. Quando uno era spossato si

addormentava per poco nella poltrona da una parte del letto, mentre

l'altro vegliava dall'altro lato. Era la vigilia degli Ognissanti. Da

due giorni e due notti non avevo più riposato un minuto. Le cure che

la malattia richiedeva erano faticose, ed io consentivo a dividerle

con Welfard, ma non a cederle a nessuno. Ero in uno stato di

abbattimento; indebolita, convulsa. Il babbo, che aveva appena un filo

di voce, mi accennò di accostarmi, e tenendomi abbracciata colle poche

forze che gli restavano, mi disse:

«--Riposati un poco nella poltrona, mia cara. Mi farà bene a vederti

dormire; e Gualfardo mi veglierà. Poi soggiunse:

«--Tuo marito mi veglierà;--e ci guardò entrambi con un sorriso di

gioia celeste.

«--Ma tu come stai, babbo? gli chiesi con un senso di paura che non

potevo spiegarmi. E se avesti bisogno di me?

«--Tuo marito ti sveglierebbe; dille che si riposi, Gualfardo;

diglielo tu. E lo fissava coll'occhio pieno d'ansietà, come se

desiderasse ardentemente di vedermi dormire.

«Gualfardo, che lo comprese meglio di me, ed indovinò che voleva

togliermi al supremo dolore di vederlo morire, strinse il mio capo sul

suo cuore, e baciandomi in fronte, mi disse:

«--Sì, Fulvia; dormi. Io ti sveglierò:--e mi condusse alla poltrona,

mi accomodò i cuscini, mi coperse con uno scialle, poi tornò presso il

babbo.

«All'istante il sonno mi vinse. Un sonno profondo, senza sogni. Non so

quanto tempo durasse. Quando mi svegliai ero nella mia camera, sulla

stessa poltrona. Accanto a me era seduta la vecchia serva del babbo. E

sulle mie ginocchia un pezzo di carta su cui era scritto a matita:

--«Coraggio, Fulvia. Non ha voluto che lo vedeste morire; non vuole

che lo vediate più. Ha desiderato di rimanere per sempre nella vostra

memoria come lo vedeste ieri sera quando vi baciò e vi sorrise.

Obbedite e siate forte. Lo spirito del povero babbo vi vede e vi

benedice.--Io l'accompagnerò fino all'ultimo. Farò come se fosse mio

padre. Non uscite dalla vostra camera.

«WELFARD.»

* * * * *

«Dopo tante veglie e fatiche la natura aveva vinto, ed avevo dormito

l'intera notte ed una parte del mattino. Povero, caro babbo! Aveva

avuto l'eroismo di pensare ad addormentarmi, perchè non lo vedessi

morire. Santi eroi dell'affetto, della famiglia! A codesti non si

fanno monumenti, e statue. Ma hanno un monumento nel cuore dei

superstiti che hanno amato; e se i loro spiriti possono vederlo,

devono esserne più consolati.

Tempesta e bonaccia: Romanzo senza eroi · 第 38 / 46 题