«Per tutto quel giorno il babbo fu così spossato dall'emozione, che
non ebbe la forza di vestirsi per fare una passeggiata. Rimase in
abito da camera, steso nella sua poltrona. Non mangiò quasi nulla, e
ripetutamente si lagnò di non vedere Gualfardo. Io gli dissi una
quantità di scuse: aveva trascurato a lungo le sue lezioni durante la
mia assenza, ed ora, che io era presso il nostro caro malato,
desiderava di riparare il tempo perduto. Andava in iscena un'opera
nuova, ed egli doveva dirigere le prove d'orchestra. Era occupato egli
stesso a scrivere un'opera, ed aveva frequenti abboccamenti col poeta
che gli scriveva il libretto.
«Ma il babbo non s'appagava di quelle ragioni che egli sapeva al pari
di me.
«--I giorni scorsi lavorava qui--mi diceva;--e tra una lezione e
l'altra passava a vedermi. Dovrebbe oggi venire più che mai, dacchè ci
sei tu. Voi non v'amate come prima. Ieri me ne sono accorto. Perchè
non vi parlavate punto tornando dallo scalo? Tu non lo guardavi
nemmeno; ed egli se ne andò appena fosti giunta. Ebbi una grande
fatica a salire la scala da solo. Egli mi reggeva sempre. Come è
andata a non scontrarvi a Milano?
«Tutte queste domande mi straziavano il cuore. Rispondevo vagamente,
cercando di rassicurarlo, ma vedevo che non potrei ingannarlo a lungo.
L'assenza di Gualfardo lo tormentava, ed a me non riesciva di
spiegarla.
«Dopo due giorni il babbo era tanto inquieto, che mi obbligò a mandare
la serva da Gualfardo per vedere se non fosse malato. Profittai di
questa sua idea, e senza mandare, rientrai dopo un tempo conveniente
per lasciargli credere che fosse eseguita la sua commissione, e gli
dissi, che Gualfardo era a letto con una infreddatura al capo, che
sperava di alzarsi presto, ed appena uscirebbe di casa verrebbe da
noi. Che del resto il suo male non era grave.
«Il mio povero malato si crucciò tutta notte, vegliò angosciato
pensando al suo giovane amico. Io dormivo nella sua camera stesa sopra
un sofà senza spogliarmi, per esser pronta ad assisterlo sempre. Lo
sentii sospirare, rivoltarsi nel letto, e mi domandò da bere con una
frequenza straordinaria. Aveva una febbre violenta.
«Al mattino mi disse:
«--Fulvia, Gualfardo dev'essere malato più seriamente che non dice.
Siamo appena in settembre e fa un caldo soffocante. Con un caldo così
non si sta letto per un'infreddatura. Manda ancora stamane a vedere
come sta. E poi appena sarò alzato prenderemo una carrozza; tu mi
accompagnerai, ed andremo a vederlo.
«Non era possibile esporre il povero babbo in quello stato ad una
scoperta dolorosa. Andando da Gualfardo lo avremmo trovato fuori,
avrebbe compreso d'essere ingannato, avrebbe scoperto la verità, ne
sarebbe morto di dolore.
«Corsi nella mia camera e scrissi in fretta questo biglietto, che
mandai a Gualfardo:
--«Il babbo sta male e vi domanda ad ogni momento. Nello stato in cui
è ridotto, non posso dirgli perchè non venite più; lo ucciderei. La
nostra unione è la sola speranza che lo conforti nei suoi dolori.
--«Siate generoso, Welfard. Venite per lui. Lasciategli la sua dolce
illusione; e quando il vostro ufficio pietoso sarà compito, mi
lascierete sola col mio dolore; non mi vedrete mai più, ed io vi
benedirò pel bene che avrete fatto al mio povero babbo.
«FULVIA.»
«Mandai la serva con quel biglietto; la mandai in carrozza per avere
più presto la risposta. L'aspettai in un'angoscia inesprimibile. Omai
non mi facevo illusione sullo stato del babbo. La sua vita, la breve
vita che gli rimaneva ancora, dipendeva da quella risposta.
«Dopo mezz'ora la serva tornò con un altro biglietto. Lo apersi
tremando, ed in quel momento pregai dal fondo del cuore come da gran
tempo non avevo pregato. La mia fede era così grande, così vera in
quell'ora di dolore, da credere che la mia preghiera potrebbe
modificare la risposta di Gualfardo già scritta, già nelle mie mani.
«Non erano che quattro parole:--«Fra un'ora verrò.»
«Misi un grido di gioia, corsi in camera del babbo, e gli dissi:
«--Gualfardo è guarito, sta bene, fra un'ora verrà.
«E lo dissi con tanta gioia, pensando da che pericolo lo salvava
quella notizia, che il povero babbo, tratto in inganno, scambiò quel
trasporto figliale per un trasporto d'amore, e, sempre preoccupato di
me e del mio avvenire, mi abbracciò tutto consolato, e mi disse:
«--Dunque sei ben contenta di vederlo; dunque lo ami; sarai felice con
lui? Quanto bene mi fa questo pensiero. Temevo che tu non l'amassi.
«Quella parola fu un altro rimprovero. Sì. Amavo Gualfardo con tutta
la mia riconoscenza di figlia. Ma non era quello l'amore cui pensava
il mio povero babbo.
«Esatto come sempre, Gualfardo giunse all'ora indicata. Egli fu
generoso fino all'eroismo. Debbo pur dirlo, per quanto la sua
generosità fosse per me una tortura. Mi salutò colla solita dolcezza
tranquilla, mi strinse la mano e mi baciò sulla fronte. Ma intanto mi
susurrò all'orecchio col suo sguardo più cerimonioso:
«--Perdonate, Fulvia; è necessario fingere per la pace del babbo.
«E tutto il conforto, tutta la dolcezza che m'avea posta nell'anima la
soave intimità di quel saluto, dileguarono a quelle parole.
«D'allora egli fu sempre assiduo presso il babbo come lo era stato
durante la mia lontananza. Quando li vedevo uscire insieme, e
Gualfardo si metteva un braccio del povero babbo intorno al collo, e
lo cingeva alla vita per sorreggerlo nello scendere la scala, poi
entro la carrozza gli accomodava i cuscini, e mi salutavano tutti e
due dalla finestra dove correvo per vederli ancora, pensavo con dolore
che io era estranea a quel cuore che mio padre credeva mio, che non
m'era più data la suprema delle gioie di rendergli una vita d'amore in
compenso della sua generosa devozione.
«A misura che lo vedevo così nobile, così buono, la memoria di Max
diveniva più scolorita nella mia mente. Ed in quell'atmosfera di
affezioni calme, legittime, sante, il mio amore per Max mi sembrava un
romanzo, una follia. E ne arrossivo ogni giorno più. Mentre prima lo
avrei gridato sui tetti, ora mi vergognavo di ripensarci io stessa.
Era perchè il mio cuore si apriva per la prima volta ad un sentimento
basato su qualche cosa di serio, di grande. Ad un amore inspirato
dalla riconoscenza figliale, dalla virtù. Dinanzi a questi due nobili
moventi, cos'erano più la bella voce ed il carattere bizzarro di Max?
«Quante lagrime ho sparse in quelle ore tristi in cui rimanevo sola a
rassettare la stanza del mio povero babbo, a rifare quel letto, ad
accomodar quei guanciali, dove pur troppo tra poco non riposerebbe
più!
«Poi tornavano; rivedevo quelle cure amorose dell'elegante giovane pel
povero vecchio infermo, e quelle attenzioni delicate, figliali, che mi
inondavano l'anima di riconoscenza e d'amore, e ricevevo ancora il suo
bacio, il saluto soave e fatale, come l'oppio che inebria ed uccide.
«Ne venni al punto d'attendere, d'invocare ansiosamente quelle ore di
disperante commedia; di accogliere con passione quel bacio
convenzionale, di valermi del vantaggio della nostra strana situazione
per stringere al mio cuore quell'uomo che non mi amava più, per
serrare la sua mano tra le mie, per parlargli come ad un fidanzato,
per pascere il mio cuore innamorato con una cara e funesta illusione.
«Nessuno, al vederci così uniti nell'affetto, nella cura comune d'un
caro infermo, che entrambi chiamavamo babbo, nessuno avrebbe
sospettato mai che tempesta mi fervesse nell'animo e che abisso ci
separasse.
«Intanto la malattia del babbo procedeva rapida, inesorabile. Gli si
eran gonfiate le gambe, le mani, il volto; omai non usciva più, ed a
stento ci riesciva di collocarlo in una poltrona per rifargli il
letto. Era una poltrona lunga dove il malato stava disteso; e mentre
io accomodavo il letto, Gualfardo apriva le finestre, poi spingeva
lentamente la poltrona per far movere il babbo e fargli respirare un
po' d'aria.
«Oh! in quel momento mi sarei gettata in ginocchio, avrei baciato i
suoi piedi, per implorare che mi lasciasse dedicargli la mia vita.
Tutta la mia riconoscenza di figlia si volgeva in amore per lui, tanto
generoso, buono, servizievole nella sua apparenza fredda ed elegante.
Ed io stupida e leggiera non avevo saputo indovinare quel nobile
cuore.
«Intanto il babbo insisteva sempre a pregarci perchè ci sposassimo
prima ch'egli morisse.
«Noi ripetevamo che volevamo aspettare che fosse guarito, che per
allora non pensavamo che a lui; non volevamo fare un matrimonio nella
tristezza; avremmo celebrate insieme le nostre nozze e la sua
guarigione.
«Ma egli non s'illudeva sul suo stato, ed un giorno ci disse, quasi
piangendo:
«--Perchè non volete darmi questa consolazione? Siete tanto buoni
tutti e due, e potete respingere la preghiera d'un moribondo? Fulvia,
te lo domando pel bene che ti voglio, pei tormenti che soffro, pel
dolore della nostra separazione; Gualfardo, te lo domando in nome di
tua madre, nella solennità della morte; datemi questo conforto, questo
pensiero di pace. Che vi veda uniti, che possa dire: lascio a mia
figlia l'amore e l'appoggio del più nobile degli uomini, ed allora
morrò contento.
«A quell'appello straziante per una grazia impossibile, io scoppiai in
pianto. Credetti giunta l'ora terribile di svelare la verità, di
troncare quel misero filo di vita con un ultimo, grande dolore.
«Ma Gualfardo, generoso, grande, clemente come un Dio, si alzò, venne
a me stendendomi le mani, e mi disse:
«--Volete essere mia sposa domani, Fulvia?
«Poi, col piglio sommesso con cui soleva dirmi dopo un bacio quel
crudele «_Perdonate_» che mi gelava il cuore, tornò a ripetere
stringendomi le mani:
«--Volete?
«Egli perdonava; faceva sacrificio di sè, del suo sdegno, dinanzi al
desiderio d'un moribondo; e per risparmiargli un dolore diceva
realmente a me, che non amava più, a me, che disprezzava: «Volete
essere mia sposa?»
«Era troppo grande sacrificio per lui; troppa grande gioia per me che
la meritavo così poco.
«Ebbi il coraggio di respingerla, e, con uno sguardo che voleva dire:
«Secondatemi» risposi:
«--Domani è impossibile, Welfard. Dovete prima far venire le vostre
carte. Scrivete; procuratevele, e poi ci sposeremo subito.
«Gualfardo mi strinse ancora le mani, poi me le lasciò cadere
susurrandomi:
«--Brava!
«Era una parola crudele. Mi diceva che liberandolo da me lo aveva
salvato. Eppure mi fece del bene. Il suo amore era perduto per me. Mi
era ancora un conforto la sua stima.
«Ma il babbo disse con tristezza:
«--Ci vorranno almeno otto o dieci giorni. Il vostro paese è tanto
lontano! Non avrò tempo a vedervi uniti!
«Allora fui io che presi la mano di Gualfardo, e traendolo accanto al
letto dissi:
«--Tu avrai tempo a vederci sposi, ed a vivere con noi molti anni,
babbo. Ma per farti piacere noi ci uniamo ora qui; davanti a Dio e
davanti a te; tu ci benedirai, e sarà come se fossimo già sposati.
«Ed alla mia volta susurrai a Gualfardo: «Perdonate.»
«Egli comprese ch'io non davo valore a quella cerimonia; che volevo
soltanto ingannare pietosamente il povero malato; ancora una volta mi
disse: «Brava!» e s'inginocchiò accanto a me, ed il babbo congiunse le
nostre mani e ci benedisse.