«Come avevo presentito, perdendo il babbo perdetti anche Gualfardo.
«Egli vegliò il cadavere, ordinò i funerali e mandò una carrozza a
prendermi per la messa di requie; tutto ciò senza che io lo vedessi.
Poi terminato quel doloroso compito se ne andò, e non lo rividi più.
«Ero in una specie d'apatia. L'isolamento pesava su me, mi gelava il
cuore. Non pensavo nulla. Mi sentivo sola e profondamente infelice.
«Mi erano rimaste nella mente quelle ultime parole scritte da
Gualfardo, che interpretavano pure l'ultima volontà del povero babbo:
«Non uscite dalla vostra camera.»
«Mi pareva che non dovessi uscirne più; che dovessi passare il resto
de' miei giorni solitaria ed inerte in quei dodici metri quadrati di
spazio, per obbedire a due ordini egualmente sacri.
«Non ricevevo nessuno. La serva mi recava continuamente delle lettere.
Ne avevo aperte alcune sbadatamente e ci avevo trovato una carta da
visita colle iniziali P. C. scritte a mano.
«Quella formola _per condoglianza_, che ricorreva persino ad
un'abbreviazione per sbrigarsi più presto da un dovere di società che
non aveva nessun lato piacevole, mi parve uno scherno al mio dolore,
mi irritò; e d'allora a misura che la serva mi recava quelle buste le
gettavo sulla tavola senza aprirle.
«Non so quanto tempo rimanessi così, muta, triste, isolata nella mia
camera. Forse qualche settimana appena, forse pochi giorni. Ma nella
mia memoria quel tempo occupa uno spazio grande, mi pare di esserci
rimasta un anno.
«Un giorno la serva entrò con una lettera. Io la presi e la gettai
sulla tavola.
«Ma no. Ella tornò a darmela. Bisognava che io la leggessi; l'aveva
recata un signore, che stava aspettando la risposta.
«--Chi è? domandai.
«La serva non lo sapeva. Era già venuto due volte, ed essa non l'aveva
introdotto, dicendogli che io non ricevevo ancora. Ora era tornato con
quella lettera, ed attendeva ch'io gli facessi dire una parola.
«Lessi la lettera. Era dell'agente teatrale che mi aveva proposto la
scrittura per Nuova-York. Aveva aspettato a lungo la mia decisione in
proposito. Non ricevendola era venuto per vedermi; alla porta gli
avevano detto che il mio babbo stava male; che io non abbandonavo più
la sua camera.
«Aveva compreso che in quel momento non potevo pensare ad altro, e,
nella necessità di fare la compagnia, aveva scritturata un'altra
donna.
«Ma ora, al momento di partire, quella signora s'era ammalata alle
tonsille, ed il medico le aveva consigliato un lungo riposo, se non
voleva perdere affatto la voce.
«Per questo egli, informato della mia disgrazia che mi lasciava
nell'isolamento, veniva a proporre ancora a me quella scrittura
ridivenuta disponibile. L'arte potrebbe distogliermi da' miei tristi
pensieri, ecc., ecc.
«In realtà mi sentivo sola ed infelice. Il babbo e Gualfardo, le due
grandi affezioni, e le sole che mi legassero a Torino, erano entrambe
perdute per me.
«L'amore dell'arte non mi parlava punto al cuore in quelle ore di
sconforto.
«--Ma se potessi ancora trovarvi un interessamento,--pensai.--Se
potessi ancora appassionarmi di qualche cosa, dare uno scopo alla mia
vita!
«Non istetti a riflettere un istante di più. Feci entrare
l'impresario. Firmai la scrittura, e gli promisi d'essere pronta a
partire fra dieci giorni.