«--Torino! Porta Susa! Chi scende! Porta Susa!
«Queste grida ripetute a varie distanze e lo spalancarsi della
portiera, mi strapparono alle mie fantasticaggini. Scesi dalla
carrozza e mi avviai all'uscita, triste, confusa, umiliata all'idea di
incontrarmi con Gualfardo.
«Avevo fatti pochi passi, quando sentii prendermi di mano la valigia,
ed udii una voce ben nota dirmi:
«--Ben tornata, Fulvia.
«Era Gualfardo.--Pensai che, per un carattere freddo e chiuso come il
suo, aveva fatto molto a domandare che lo lasciassero passare entro lo
scalo per incontrarmi un minuto prima, e quel pensiero mi serrò il
cuore come un rimorso.
«--Come va, Gualfardo? gli dissi.
«--Bene, bene, e voi? Passate di qui, a destra. Il vostro, biglietto?
E mentre rimetteva il biglietto alla guardia, riprese:
«--Ecco il babbo.
«Io gli corsi incontro per abbracciarlo.
«--Ben tornati, disse il babbo.
«Quel plurale mi sorprese. La gioia del mio ritorno lo confondeva.
«--È un pezzo che state ad aspettarmi? domandai.
«--No, giungo or ora, rispose il babbo.
«--Ah, sei venuto solo? gli chiesi stupita che rispondesse in
singolare alla domanda che gli avevo fatto in plurale.
«--Sicuro. E voialtri avete fatto buon viaggio?
«--Come, voialtri? Io.
«--Ma non siete venuti insieme?
«--Son venuta colla contralto; ma tu non la conosci punto. A
proposito, nello scendere è sgusciata via. Non l'ho più vista.
«Intanto eravamo usciti sotto il portico, e Gualfardo fece avanzare
una carrozza. Quando io ed il babbo vi fummo entrati, Gualfardo mi
domandò la ricevuta del mio bagaglio, e voleva rimanere per farmelo
condurre a casa subito. Io risposi che non occorreva; potevo far
ritirare i bauli con comodo il domani.
«Egli ci mise dell'insistenza, come se gli desse noia d'entrare in
carrozza con noi. Allora il babbo gli disse:
«--Almeno metti qui le valigie che t'imbarazzano.
«Un altro plurale! Io non avevo che una valigia.
«--Sì, dissi; posate la mia valigia. Ed intanto tiravo fuori il
portafogli per dargli la ricevuta del bagaglio.
«Egli posò sul sedile dinanzi a noi la mia valigia, prese lo scontrino
che gli porgevo, e via.
«--Gualfardo! gli gridò il babbo. Anche l'altra, che ne fai di
quell'impiccio?
«Gualfardo tornò indietro. Era un po' arrossito, ed il suo occhio ebbe
qualche cosa di triste in risposta al mio sguardo attonito.
«Egli aveva due valigie!
«--Ma io non ne ho che una, gli dissi. Quella non è mia...
«--È mia, disse Gualfardo.
«Sentii vagamente che in quella parola c'era qualche cosa di
spaventoso, e tuttavia non compresi ancora.
«--Vostra! esclamai. Mi siete venuto incontro colla valigia?
«--Ma sì;--ed entrando in carrozza soggiunse: Tanto fa che venga con
voi; il bagaglio lo prenderò domani; e diede l'indirizzo al cocchiere.
Poi, fissandomi con quella sua aria impassibile da tedesco che metteva
i brividi, mi disse:
«--Vi sono venuto incontro fino a Milano; ecco perchè ho la valigia.
«--Ah? che? come? Non vi siete scontrati? Ora capisco perchè volevi
nascondere la valigia colla scusa di rimanere a ritirare il bagaglio.
Non volevi ch'io ridessi!
«Così esclamava il babbo, e rideva, e trovava un umorismo infinito a
pensare che Gualfardo mi era venuto incontro senza trovarmi; ed
attribuiva la confusione di Gualfardo e la mia confusione unicamente
alla paura del ridicolo.
«Oh Dio! il ridicolo! avrei voluto vedere tutta Torino a bocca
squarciata, tenendosi le costole dal ridere per conto mio; avrei riso
più forte di tutti, avrei danzato di gioia se avessi potuto non essere
che ridicola.
«Ero rimasta fulminata dalle parole di Gualfardo. Avevo udito le
osservazioni del babbo meccanicamente; ma nel mio interno avevo ben
altra preoccupazione.
«Che cosa aveva fatto Gualfardo a Milano? Come e perchè non mi aveva
trovata? Sapeva qualche cosa? Sapeva tutto? O non sapeva nulla?
«Il suo volto era perfettamente impassibile. A giudicare da quello si
poteva credere che non sapesse nulla.
«Cento domande mi vennero alle labbra nell'ansietà di quel momento. Ma
sentivo battermi il cuore con tale violenza, e provavo un'angoscia ed
un'umiliazione tanto profonde, che non avrei potuto pronunciare una
parola su quell'argomento, senza tradirmi col rossore e col tremito
della voce.
«Così non dissi più altro, e mi diedi a guardare fuori dallo
sportello, ed a fissare i passeggieri con tanta attenzione, come se
tra essi cercassi una persona aspettata, dalla cui presenza dipendesse
il massimo interesse della mia vita.
«E Gualfardo, seduto di contro a me, stava ritto come un palo per
lasciarmi padrona dello sportello, e non fece più la menoma allusione
al suo viaggio. Pareva che, ai nostri occhi, l'andare incontro a
qualcheduno per sette ore di ferrovia e non trovarlo, e tornare
indietro ciascuno per suo conto, e vedersi soltanto allo scalo
d'arrivo, fosse la cosa più naturale del mondo.
«Il babbo pensava, forse, che fosse nato tra noi uno di quei malumori
da innamorati, che hanno bisogno di esaurirsi in silenzio, per dar
luogo all'ansia della riconciliazione; e, dopo quella prima espansione
di meraviglia, non cercò più spiegazione. Del resto, taciturno per
abitudine come tutte le persone avvezze ad una vita monotona,
laboriosa, e solitaria, non soleva mai cercare il fondo delle cose
quando per giungervi gli occorreva un soverchio dispendio di parole.
«Quando la carrozza si fermò in via Roma, alla porta della nostra
casa, Gualfardo scese pel primo, mi aiutò a scendere alla mia volta,
prese la mia valigia da una mano e la sua dall'altra, e s'avviò verso
la scala. Il cuore mi si allargò. Se saliva così col suo piccolo
bagaglio, era dunque disposto a rimanere a colazione con noi.
Incoraggiata da quell'idea lo guardai in volto; era perfettamente
calmo. Grazie ad Apollo, grazie a tutte le divinità protettrici degli
amanti, il suo viaggio non l'aveva condotto a nessuna scoperta; egli
non sapeva nulla.
«Tutto questo pensai nell'istante ch'egli impiegò a muovere due passi.
Al terzo, la serva che era scesa per incontrarci, lo fermò per
isbarazzarlo delle valigie.
«In quel momento credo che il sangue abbia sospesa la circolazione
nelle mie povere vene, tanto era vitale per me la risposta ch'egli
stava per dare a quella serva.
«--Ah, bene! Poichè sei qui, ti lascio la valigia della tua padrona, e
profitto della carrozza per portare a casa la mia.--Disse questo col
solito piglio tranquillo. E cedette la valigia. Se ne andava! Mi
lasciava appena arrivata. Che voleva dire? Sapeva perchè ero stata a
Milano? Si allontanava per sempre?
«Questo pensiero mi traversò la mente spaventoso, come l'idea della
morte, che ci empie di terrore nell'istante di cadere in deliquio.
Esso mi strappò una domanda angosciosa:
«--Gualfardo! mi lasciate?... e tosto, sentendo la stranezza di
quell'impeto, soggiunsi: Non restate a colazione con noi?
«--Non posso, mi rispose, senza neppure notare la mia agitazione. Sono
due giorni che manco alle lezioni. Verrò questa sera.
«Due giorni! Gli porsi macchinalmente la mano, e salii le scale di
corsa senza aver mente a rispondere una parola.
«Due giorni! Mio Dio! Quanto può aver scoperto in due giorni!