«Per tutti i vizi che la morale condanna, per tutte le colpe che la
legge punisce, dovrebbe essere espiazione sufficiente la tortura
morale che io soffersi quel giorno. Mi sentivo avvilita in faccia a
Gualfardo; sentivo ch'egli aveva diritto di sprezzarmi, e ne piangevo
con tutta l'amarezza del mio cuore. Pensavo:
«--Questa sera, o mi darà un bacio, come soleva prima che partissi, ed
io dovrò renderlo,--io che l'ho tradito,--fare la parte di Giuda,
piegarmi all'onta della finzione. O non mi darà il solito bacio, ed
allora vorrà dire che sa tutto, che non si considera più mio
fidanzato, ma ha bastante fede nella mia lealtà per aspettare che gli
faccia io stessa la confessione che gli debbo.
«Ed allora pensavo seriamente a quella confessione. La dovevo io
realmente? Non avevo ricusato di sposare Max per evitarla? Ed ora
perchè la farei? Max non era che un amico per me.
«Sì, ma un amico che ero andata a vedere segretamente; un amico da cui
aspettavo una lettera con tutta l'ansietà del mio cuore.
«Ed un istante sentivo di dovere aprir l'animo mio a Gualfardo ad ogni
costo.
«Poi andavo alla finestra, guardavo un poco la gente, pensavo che,
forse, neppur la metà di quelle signore che avevano marito, nutrivano
per esso un sentimento più caldo dell'affettuosa stima ch'io aveva per
Gualfardo. Che, forse, una gran parte di esse avevano amato un altro
prima di sposar quello, che se ne ricordavano ancora; eppure non erano
meno buone mogli, ed i loro mariti non erano infelici per questo; e
nessuno faceva a quelle donne una colpa dei loro sentimenti
combattuti; nessuno le disprezzava. Ricordai parecchie signore ch'io
conosceva in quelle identiche circostanze; erano signore ammodo, cui
il mondo non faceva la menoma eccezione, il menomo rimprovero.
«Allora le mie idee presero un altro indirizzo.
«Certo io ero troppo scrupolosa. Infine mi ero contenuta decorosamente
con Max; egli sapeva il mio impegno; tra noi non s'era parlato che
d'un sentimento fraterno. Io non avevo tradito i miei doveri verso
Gualfardo. Ero ancora degna di lui. D'altra parte, quanti giovani
avevo io conosciuti mentre cantavo? Quanti m'avevano corteggiata?
Quanti m'avevano parlato con meno riserbo di Max? Io non li avevo
lusingati, avevo respinto il loro amore. Precisamente come avevo fatto
con Max. Forse che pensavo di fare a Gualfardo la cronaca di quelle
galanterie? Nemmeno per ombra. E perchè dovrei farmi un dovere di
narrargli la mia relazione con Max? Perchè gli altri li avevo respinti
senza soffrirne, e Massimo lo avevo ricusato con dolore? Ma questo non
era che un merito di più.
«Poi vennero le penombre della sera. Non vidi più la gente in istrada.
Non vidi più nulla intorno a me; ed allora guardai nella mia
coscienza.
«E vidi che tutto ciò era sofisma per ischermirmi da un dovere penoso.
Vidi che la mia colpa non stava nel sentimento involontario ch'io
provavo per Max, ma nelle piccole ipocrisie d'amicizia con cui lo
alimentavo; in quella specie di compromesso col mio dovere, con cui
cercavo di ricusare il suo amore, e di serbarlo vivo al tempo stesso;
di mantenermi in dolci rapporti con lui, senza spezzare il mio vincolo
con Gualfardo, che per una cara abitudine si era immedesimato colla
mia esistenza; e da cui non avevo il coraggio di sciogliermi.
«In realtà io non desideravo di sposar Max. Egli aveva un grande
ingegno, una posizione agiata, un avvenire largo di promesse, una
salute fiorente, una maschia bellezza, e tutte quelle attrattive di
parola, di voce, di modi, di eleganti cognizioni, che guadagnano tutte
le simpatie, che aprono tutte le porte.
«Un uomo così, nel matrimonio ha tutto a dare, nulla a ricevere. Per
farmi sua moglie avrebbe dovuto sacrificarmi la sua libertà. Farmi
vivere colle sue rendite ed i suoi guadagni, perchè la sua carriera
legale sarebbe stata inconciliabile colla vita girovaga di un'artista.
E poi egli non avrebbe avuto alcun bisogno di farmi continuare a
cantare. Per adattarsi alla vita di famiglia avrebbe dovuto far
violenza al suo carattere gioviale, brillante; alle sue abitudini
chiassose e disappensate; imporsi una gravità, una monotonia, un
ordine d'esistenza a cui non era punto inclinato, e che gli avrebbero
costato un vero sacrificio.
«Ed io, cosa avrei potuto dargli in compenso di tutto codesto? Il mio
amore. Ma quante donne potevano dargli altrettanto, e per di più
censo, bellezza, ingegno...
«Decisamente nel matrimonio a lui sarebbe toccata la parte bella della
generosità; a me quella umiliante dell'egoismo. Ecco perchè non
desideravo di sposare Max.
«Invece Gualfardo era avviato alla stessa mia carriera del teatro. Non
guadagnava più di me; e non poneva nessun ostacolo a che io
continuassi a cantare, e contribuissi quanto lui e più di lui alla
vita comune.
«Egli pure aveva molto ingegno; a lui pure sorrideva la gloria, ma la
stessa gloria, lo stesso ingegno che sorridevano a me. Eravamo pari. E
poi egli era taciturno, serio, compassato; non attirava le simpatie.
Ed era quindi più in grado di apprezzare il mio affetto. Era delicato
di salute e misantropo, due cose che creavano a lui il bisogno della
famiglia, a me la gioia e l'orgoglio di fargliene sentire i vantaggi.
«Per tutte queste ragioni io mi spaventavo all'idea di perdere l'amore
di Gualfardo, malgrado la libertà che mi risulterebbe da quella
perdita.