«L'indomani colla prima corsa dovevo partire. Egli sarebbe venuto a
prendermi per accompagnarmi allo scalo, per salutarmi ancora. E poi?
Poi nulla. Non c'era prospettiva d'un altro ritrovo, non c'era
avvenire per noi. Scriverci... era tutto.
«Erano le undici. Mi restavano quattro ore per finire di mettere in
sesto la mia valigia, spettinarmi, svestirmi, dormire, poi rivestirmi,
ripettinarmi. Ed avevo il cuore così angosciato, ero in tale
eccitamento nervoso che prevedevo di passare una terza notte di
veglia. Rinunciai affatto a coricarmi. Mi abbandonai in una poltrona
col capo tra le mani, decisa ad aspettare là il momento della
partenza.
«Avrei voluto che quel momento fosse giunto. Avrei voluto essere già a
Torino. Avrei voluto non essere stata a Milano. Appena Max non mi era
più accanto, mi sentivo profondamente umiliata e pentita della mia
posizione. Ripensavo ad una ad una tutte le mie conoscenze, per
cercare se ve ne fosse qualcuna a cui potessi confidare quella mia
gita misteriosa. No; tutte quante erano troppo oneste persone per
accettare una simile confidenza. Forse sapendola avrebbero cessato di
frequentarmi.
«Oh Dio! Avevo commesso un'azione da non poter confessare alle persone
oneste! Dopo ciò, che importava che io stessa fossi onesta? Ed in
vero, avevo perduta quella onestà morale, che risulta dalla lealtà del
nostro procedere. E pensavo:
«--Una donna che abbia un amante, che conviva seco, ma gli sia fedele,
è più onesta di me che mento a due innamorati, ed alla società. Ecco a
che sono ridotta.
«Piangevo di vergogna, di rimorso, della disperante impossibilità di
cancellare dalla mia vita quel passo fatale.
«E pensavo a quei romanzi che fanno tanto dispetto a leggerli, perchè
vi si vedono esseri che potrebbero essere felici, purchè si
spiegassero francamente, ed invece si sacrificano per una fedeltà
esagerata, ad un principio e ad una promessa che farebbero assai
meglio a revocare, nell'interesse stesso della persona a cui l'hanno
impegnata. Noi eravamo appunto in quella circostanza. Ci
sacrificavamo; perchè? Per fare un romanzo?
«Avremmo potuto essere felici, sposarci, amarci tranquillamente.
Gualfardo non ne sarebbe morto; lo sapevo bene. Eppure non mi sentivo
il coraggio di dirgli:
«--Dopo quanto avete fatto per me, malgrado il vostro nobile
carattere, la vostra generosità, il vostro animo leale, la vostra
fedeltà, il vostro rispetto per la mia gioventù abbandonata, malgrado
tutto ciò, io vi sono stata infedele moralmente, e vi ridomando la mia
parola per esserlo in fatto. Voi foste tutto per me; in compenso io
non voglio esser nulla per voi. Ho trovato un uomo il cui ingegno mi
affascina; un uomo dal carattere impetuoso e giovanile; un uomo che ha
le virtù ed anche i difetti che non avete voi. Io voglio quei difetti,
voglio quelle virtù, voglio quell'uomo. Che importa se sono egoista ed
ingrata? Rinunciate ai vostri progetti d'avvenire; rinunciate a me che
sceglieste fra tante; io non voglio combattere i miei sentimenti, io
voglio essere felice.»
«Guai alla donna che ha il coraggio di affrontare una simile
spiegazione. Il suo cuore dev'essere arido per non spezzarsi; ed
allora la felicità che cerca, potrà trovarla per sè, ma non potrà
renderla a nessuno.
«S'udì ruotar la carrozza in corte, e Massimo salì a prendermi per la
partenza. Mi trovò mesta; volle consolarmi e mi fece piangere. Il
cameriere prese la valigia e ci precedette. Noi ci stringemmo ancora
una volta la mano e scendemmo le scale, e salimmo in carrozza, e
traversammo la città scura e dormente, e giungemmo allo scalo
senz'avere scambiata una parola. C'era ancora un quarto d'ora da
aspettare. Ci sedemmo in un angolo riposto, e ci ripetemmo le più
sincere promesse di _sempre_ e di _mai_.
«O propositi profondamente veri, amore profondo, profondo dolore da
cui eravamo compresi! Calde inspirazioni di quelle proteste, di quei
giuramenti! Che fu di voi? Ahi, tutto passa. _Sic transit_.
«Poco dopo di noi giunse la contralto. Ella salutò, ci precedette, ed
andò a mettersi in carrozza. Max ed io traversammo insieme la sala
d'aspetto, ed insieme ne uscimmo dall'altro lato. Io entrai nel
carrozzone dov'era la contralto. Egli salì sul predellino e rimase là
guardandomi muto e melanconico. Lentamente s'era fatto una luce
scialba e triste, e Max mi disse:
«--Incomincia ad albeggiare.
«In quella il convoglio si mosse; egli mi strinse forte la mano e si
allontanò. Fu l'ultima parola, l'ultimo ricordo senza amarezza che mi
rimase di lui. D'allora non potei più veder l'alba senza sentirmi
stringere dolorosamente il cuore, senza rivedere tutti quei fantasmi
d'amore, di gioia, e sentirne la morte nel gelo di quell'ora, nella
malinconia di quella luce, nella ricordanza di quella parola. E
pensando ad una ad una le cose e le idee a me care, su cui cominciava
ad albeggiare, mi ripetei poi sempre rabbrividendo: non vedranno il
tramonto.