XXVII.

«L'indomani colla prima corsa dovevo partire. Egli sarebbe venuto a

prendermi per accompagnarmi allo scalo, per salutarmi ancora. E poi?

Poi nulla. Non c'era prospettiva d'un altro ritrovo, non c'era

avvenire per noi. Scriverci... era tutto.

«Erano le undici. Mi restavano quattro ore per finire di mettere in

sesto la mia valigia, spettinarmi, svestirmi, dormire, poi rivestirmi,

ripettinarmi. Ed avevo il cuore così angosciato, ero in tale

eccitamento nervoso che prevedevo di passare una terza notte di

veglia. Rinunciai affatto a coricarmi. Mi abbandonai in una poltrona

col capo tra le mani, decisa ad aspettare là il momento della

partenza.

«Avrei voluto che quel momento fosse giunto. Avrei voluto essere già a

Torino. Avrei voluto non essere stata a Milano. Appena Max non mi era

più accanto, mi sentivo profondamente umiliata e pentita della mia

posizione. Ripensavo ad una ad una tutte le mie conoscenze, per

cercare se ve ne fosse qualcuna a cui potessi confidare quella mia

gita misteriosa. No; tutte quante erano troppo oneste persone per

accettare una simile confidenza. Forse sapendola avrebbero cessato di

frequentarmi.

«Oh Dio! Avevo commesso un'azione da non poter confessare alle persone

oneste! Dopo ciò, che importava che io stessa fossi onesta? Ed in

vero, avevo perduta quella onestà morale, che risulta dalla lealtà del

nostro procedere. E pensavo:

«--Una donna che abbia un amante, che conviva seco, ma gli sia fedele,

è più onesta di me che mento a due innamorati, ed alla società. Ecco a

che sono ridotta.

«Piangevo di vergogna, di rimorso, della disperante impossibilità di

cancellare dalla mia vita quel passo fatale.

«E pensavo a quei romanzi che fanno tanto dispetto a leggerli, perchè

vi si vedono esseri che potrebbero essere felici, purchè si

spiegassero francamente, ed invece si sacrificano per una fedeltà

esagerata, ad un principio e ad una promessa che farebbero assai

meglio a revocare, nell'interesse stesso della persona a cui l'hanno

impegnata. Noi eravamo appunto in quella circostanza. Ci

sacrificavamo; perchè? Per fare un romanzo?

«Avremmo potuto essere felici, sposarci, amarci tranquillamente.

Gualfardo non ne sarebbe morto; lo sapevo bene. Eppure non mi sentivo

il coraggio di dirgli:

«--Dopo quanto avete fatto per me, malgrado il vostro nobile

carattere, la vostra generosità, il vostro animo leale, la vostra

fedeltà, il vostro rispetto per la mia gioventù abbandonata, malgrado

tutto ciò, io vi sono stata infedele moralmente, e vi ridomando la mia

parola per esserlo in fatto. Voi foste tutto per me; in compenso io

non voglio esser nulla per voi. Ho trovato un uomo il cui ingegno mi

affascina; un uomo dal carattere impetuoso e giovanile; un uomo che ha

le virtù ed anche i difetti che non avete voi. Io voglio quei difetti,

voglio quelle virtù, voglio quell'uomo. Che importa se sono egoista ed

ingrata? Rinunciate ai vostri progetti d'avvenire; rinunciate a me che

sceglieste fra tante; io non voglio combattere i miei sentimenti, io

voglio essere felice.»

«Guai alla donna che ha il coraggio di affrontare una simile

spiegazione. Il suo cuore dev'essere arido per non spezzarsi; ed

allora la felicità che cerca, potrà trovarla per sè, ma non potrà

renderla a nessuno.

«S'udì ruotar la carrozza in corte, e Massimo salì a prendermi per la

partenza. Mi trovò mesta; volle consolarmi e mi fece piangere. Il

cameriere prese la valigia e ci precedette. Noi ci stringemmo ancora

una volta la mano e scendemmo le scale, e salimmo in carrozza, e

traversammo la città scura e dormente, e giungemmo allo scalo

senz'avere scambiata una parola. C'era ancora un quarto d'ora da

aspettare. Ci sedemmo in un angolo riposto, e ci ripetemmo le più

sincere promesse di _sempre_ e di _mai_.

«O propositi profondamente veri, amore profondo, profondo dolore da

cui eravamo compresi! Calde inspirazioni di quelle proteste, di quei

giuramenti! Che fu di voi? Ahi, tutto passa. _Sic transit_.

«Poco dopo di noi giunse la contralto. Ella salutò, ci precedette, ed

andò a mettersi in carrozza. Max ed io traversammo insieme la sala

d'aspetto, ed insieme ne uscimmo dall'altro lato. Io entrai nel

carrozzone dov'era la contralto. Egli salì sul predellino e rimase là

guardandomi muto e melanconico. Lentamente s'era fatto una luce

scialba e triste, e Max mi disse:

«--Incomincia ad albeggiare.

«In quella il convoglio si mosse; egli mi strinse forte la mano e si

allontanò. Fu l'ultima parola, l'ultimo ricordo senza amarezza che mi

rimase di lui. D'allora non potei più veder l'alba senza sentirmi

stringere dolorosamente il cuore, senza rivedere tutti quei fantasmi

d'amore, di gioia, e sentirne la morte nel gelo di quell'ora, nella

malinconia di quella luce, nella ricordanza di quella parola. E

pensando ad una ad una le cose e le idee a me care, su cui cominciava

ad albeggiare, mi ripetei poi sempre rabbrividendo: non vedranno il

tramonto.

Tempesta e bonaccia: Romanzo senza eroi · 第 32 / 46 题