«Non vidi più Giorgio, non vidi più alcuno fuori di Max. Egli mi
lasciò, appena per qualche ora, al tempo del pranzo. Poi tornò. Faceva
un gran caldo. Aprimmo il balcone; ci sedemmo l'uno accanto all'altro
tenendoci per mano, e guardando, giù nella via, le signore che
andavano al teatro Manzoni a piedi ed a capo scoperto per pigliare il
fresco. Eravamo sereni ed ilari come due fanciulli. Io gli dissi:
«--Ecco, io non potrò mai andare a teatro con voi. Eppure sarei tanto
felice se lo potessi. Seduta in un palchetto in faccia ad uno sposo
amato, come si devono risentire tutte nell'anima le situazioni
passionate del dramma! Vi sono certe scene che non ho mai potuto udire
senza provare un gran desiderio di ripeterle con una persona amata.
«Allora egli volle che ne citassi qualcuna; ma la mia memoria non me
ne suggeriva; ero tutta assorta nella bella scena reale che
rappresentavamo noi due per noi soli. E gli risposi:
«--Suggeritemi voi, così vedrò se i nostri pensieri si sono accordati
prima di conoscerci.
«Ed egli a citarmi le cose più strambe, passando dagli amori di
Arlecchino e Colombina, alla tomba di Giulietta; ricordando le
situazioni più comiche, evitando a bello studio tutte le scene di
passione. E ridevamo come due scolari in vacanza. Io gli chiesi:
«--Che cosa fanno stasera al Manzoni?
«--Non lo so, mi rispose; vado a vedere.
«--Sì, poi mi racconterete la commedia; e se non la sapete dovrete
inventarla.
«--Accettato. Le scene di sentimento le reciteremo a braccio.
«E scese a leggere il manifesto. Io lo guardavo dalla finestra.
«La commedia annunciata era il _Terenzio_. Egli risalì, felice che
dovessimo parlare in versi martelliani. Io mi prestai di buon grado
alla scena tra Terenzio e Creusa, e da parte di Max, i versi di
Goldoni non furono peggiorati certo.
«Quando cominciò la gente ad uscir dal teatro, gli dissi che lo
spettacolo era finito, e che doveva ritirarsi. E ci lasciammo
stringendoci la mano. Giovani, liberi, innamorati, riuniti
misteriosamente, ci lasciammo con una stretta di mano, e fummo felici,
«sotto l'usbergo del sentirci puri.»