«Ebbi un'altra notte d'insonnia angosciosa; ed ancora mi alzai
all'alba, ed ancora passai una mattina in ansietà assurde e ridicole
per chi m'avesse osservata a sangue freddo, ma che per me erano una
vera agonia.
«Alle dieci s'udì una corsa rumorosa su per le scale, come d'un
cameriere che accorra ad un appello impaziente, o d'un ragazzo che
giochi; e la sbarra risuonava forte. Ed immediatamente il mio uscio fu
aperto con impeto. E, senza farsi annunciare, senza bussare, senza
chieder permesso, Max irruppe in camera tutto ansante, e mi prese
nelle sue braccia.
«Era dunque ancora lui, impetuoso, passionato, che non faceva mai
nulla come gli altri. Non era vero ch'egli fosse mutato. Alteramente
bello ed alteramente imprudente come prima, dimenticava il mondo
dinanzi al suo amore, non soffriva l'indugio d'un'ambasciata, correva
lieto e spensierato dove lo portava il cuore.
«Com'era felice di vedermi! Anch'io fui felice, Furono belle ore; ore
di gioia inebriante. E quel bacio sulla mia fronte, quel bacio che
aveva descritto nella sua lettera, fu quanto di più intimo, di più
colpevole avvenisse tra noi. Egli mi stringeva le mani, e mi diceva:
«--Voi mi siete sacra per la vostra ingenua fiducia, Fulvia. Sono
contento d'amarvi così. Credetelo pure, io conosco il mondo, e vi
giuro che la sola felicità vera, è quella che si può rammentare senza
rimorso.
«Perchè, s'egli può rammentarmi senza rimorso, ne rimase tanto a me? I
doveri d'una donna sono dunque così differenti e maggiori? E, da lei
che è più debole, si dovrà pretendere di più? Cosi è. Egli mi
rispettava, faceva il suo dovere di uomo d'onore; era onesto e grande.
Io mi creavo un segreto, preparavo una menzogna per ingannare un
nobile cuore, ed ero colpevole.
«Ma allora non pensavo più a fare esami di coscienza.
«Max possedeva tutte le superiorità. La bellezza, la forza, l'ingegno,
il carattere; ed in esse io trovava una scusa alla mia debolezza, ed
una protezione contro le accuse del mondo e della mia coscienza.