XXIV.

«Alle tre, non reggendo più a quell'immobilità angosciosa, uscii,

traversai la galleria senza nemmanco pensare che mi si potrebbe

riconoscere, andai in duomo, m'inginocchiai dietro il coro, ed in

quella penembra solenne, piansi amaramente.

«Per la prima volta pensai a lungo senza raccapriccio alla morte. Quel

primo novissimo di cui non è dato dubitare, mi pareva in quel momento

la cosa più desiderabile che rimanesse per me in questo mondo. La mia

agitazione era così grande, che nulla dovea sedurmi più di quella

tranquillità assoluta e secura. Pensavo che i morti dovevano gustare

una pace deliziosa adagiati nelle loro casse, dove non vi sono

fidanzati da ingannare, nè amanti da attendere, nè alberghi per

ospitare un errore.

«Avrei voluto partir subito; correre a Torino. Ma avevo scritto che

giungerei sabato colla contralto. Che cosa penserebbero il babbo e

Gualfardo a vedermi arrivare il giovedì, e sola? Eppure, in tanta noia

ed in tanto cruccio, non andavo a cercar consiglio dalla contralto.

L'idea di vederla trattar leggermente quell'agonia della mia coscienza

mi faceva male. Comprendevo omai tutta la gravità del mio passo, e

qualunque fosse il giudizio indulgente di lei, sentivo che non

potrebbe modificare il mio. Nell'uscire scontrai un prete nella

navata; e desiderai d'esser quel prete. Poi vidi un vecchio cieco che

vendeva amuleti e coroncine; e desiderai d'esser quel cieco. E

pensavo. Ecco due uomini che non hanno amori, e non sentono rimorsi, e

sono felici. In quello stato d'animo non credevo ad altre passioni nè

ad altri errori, nè ad altre miserie.

«Nel traversare la Piazza del Duomo per tornare a casa mi trovai in

faccia a Giorgio.

«Se fossi stata più devota l'avrei creduta una grazia concessa dal

cielo alla mia preghiera. Egli non riderebbe de' miei rimorsi, de'

miei dolori. Era un'anima nobile, un amico.

«Gli strinsi la mano con effusione, e come cosa convenuta, egli venne

con me; era contento di rivedermi, ed io ero felice d'averlo trovato.

Gli dissi tutto, tutto il peso che avevo sul cuore. Ed egli mi narrò

come mi avesse amata. Ed io pure gli narrai come allora l'avevo

compreso. E fin che rimase nel mio cuore una piega da svolgere non

cessai dalle confidenze.

«Mi disse che gli facevo male a parlare del mio amore per Max. Ma io

avevo bisogno di parlarne; avevo bisogno di accusarmi.

«Giorgio era uomo di spirito. Checchè avesse nel cuore, non fece la

menoma scena di gelosia. Parlò di Max come ne parlava sempre, con

entusiasmo, colla più calda amicizia. Dissipò tutti i miei terrori.

«--Max non amava un'altra. Non vedeva più Vittoria. E non penserebbe

mai a disprezzarmi per essermi trattenuta a Milano per lui. Max non

era nè severo, nè formalista; guardava ai fatti, e nessuno conosceva

meglio di lui, che io era un'onesta giovane. La sua mamma era in

campagna sul lago di Como; egli c'era forse andato a passare una

giornata, e per questo non aveva ricevuto il mio biglietto, e non era

venuto.»

«Tutto codesto mi disse colla sua bella voce un po' commossa, ed io ne

ebbi profondo conforto.

«Si trattenne a lungo. Passò tutta la sera con me. Si parlava sempre

del passato. E v'erano momenti in cui la sua bella voce mesta mi

commoveva. Ed allora riprendevo a parlare di Max, ed esageravo il mio

amore per lui con espressioni da romanzo. Ero così indisposta contro

di me, mi giudicavo così severamente, che quell'emozione involontaria

alla voce di Giorgio mi sembrava una colpa. E sentivo orrore di me.

Impaurita de' miei sentimenti, li prendevo tutti in mala parte. Se un

accattone m'avesse commossa domandandomi un soldo, mi sarei accusata

d'amare quell'accattone. Se un poeta ignoto m'avesse commossa colle

sue rime, o un maestro colle sue melodie, mi sarei accusata d'amare

quel poeta e quel maestro.

«Però m'accusavo a torto. Ora, ripensando a tutto quel passato, se

v'ha cosa in cui possa riposare la mente senza scontento di me, se

v'ha memoria di cui possa gloriarmi, è quella della sera passata con

Giorgio, della sua lealtà, del suo nobile contegno, della sua vera

amicizia.

Tempesta e bonaccia: Romanzo senza eroi · 第 29 / 46 题