«Giungemmo a Milano sull'imbrunire. Bisogna aver provato a sentirsi un
simile inganno sulla coscienza, per comprendere l'angoscia di quel
momento. Non mi ero premunita, come le donne da commedia o da romanzo,
di un denso velo per coprirmi il volto. Faceva un caldo soffocante;
ero vestita di chiaro, con un cappello tondo. Chiunque m'avesse veduta
una volta poteva riconoscermi. Allo scalo c'era un mondo di gente
coll'occhio intento ai nuovi arrivati, per cercare fra essi le persone
che aspettavano.
«Mio Dio! Mi pareva che tutti quegli occhi fossero là per me sola; che
tutta quella gente non avesse altro affare a questo mondo che di
domandarsi a vicenda perchè io giungessi a Milano, e che vi cercassi
se non Max; e perchè lo cercassi dacchè avevo un fidanzato.
«Non potevo capire che i facchini gridassero forte i numeri dei colli,
nel distribuire le merci, ed i conduttori d'omnibus e di carrozze
facessero tanto chiasso, mentre io giungevo con tanto mistero. Mi
pareva che tutti avessero a star zitti, ed a camminare in punta di
piedi, ed a sgusciar via al più presto, come feci io.
«Entrammo in una carrozza da nolo; non osai entrare nell'omnibus
dell'albergo, per non esser veduta. Mi pareva di non aver diritto di
essere a Milano; e che ogni primo venuto potesse ricordarmelo. Si
passò in via della Spiga per condurre la contralto da' suoi parenti,
poi per la via Gesù, Monte Napoleone, via Pietro Verri, e piazza
Belgiojoso, mi feci condurre all'Albergo della Bella Venezia. Non
avrei mai avuto il coraggio di affrontare gli sguardi dei camerieri
dell'albergo di Milano. Non c'era mascalzone sulla terra, in cui non
vedessi un giudice, e dinanzi a cui non chinassi la fronte.
«Massimo non seppe e non saprà mai che immenso sacrificio io gli abbia
fatto, e quanto quella follia sia costata al mio cuore.
«Avevo preparato a Firenze un biglietto per avvertirlo del mio arrivo,
e lo avevo impostato allo scalo. Non c'era caso che egli si alzasse
avanti la prima distribuzione della posta. Così il mattino seguente
alle otto avrebbe la mia lettera.
«Non mi fu mai possibile di tener conto, ne' miei calcoli, del tempo
che impiegherebbe il fattorino a recarsi da Max, ed egli a vestirsi ed
a venire da casa sua all'albergo--dalla via del Cappuccio alla piazza
S. Fedele--circa un chilometro di strada. Alle otto si cominciava la
distribuzione delle lettere; e mi pareva che alle otto Max busserebbe
alla mia porta.
«Tutta notte vegliai, angosciata dalla paura di non destarmi
abbastanza presto per essere in ordine a quell'ora mattutina. Alle sei
mi alzai senz'aver chiuso un occhio. Alle sette ero vestita per
ricevere. Con un'ora dinanzi a me, guardai trenta volte l'orologio e
feci dei calcoli infinitesimali, per persuadermi che avevo il tempo di
prendere il caffè prima che Max venisse. Ordinai quella bibita con
tanta premura che dovettero credere che mi prendesse male. Poi
m'inquietai che non fosse lì subito, e nel tempo che il cameriere
impiegò a scendere le scale e risalire, mi pentii dieci volte di aver
dato quell'ordine, e mi spaventai all'idea d'essere scoperta da Max
prendendo il caffè, come non so di che umiliazione. Appena fu recato
il vassoio, dissi al cameriere di aspettare, ed afferrata la tazza
ingollai tutto il caffè bollente in un fiato, bruciandomi la bocca e
lo stomaco, e rimandai tosto il servo col corpo del delitto.
«Non erano che le sette e mezzo. Ancora mezz'ora, mezzo secolo da
aspettare!
«Andai allo specchio e rifeci toletta; mi ravviai i capelli, rilavai
le mani, ecc. Finalmente sentii il primo tocco delle otto. Era come se
Max avesse bussato. Gettai alla rinfusa tutti gli oggetti da toletta
nella scatola senza prendere un minuto per ordinarli; e prima che
l'ottava ora fosse suonata, corsi a sedermi sul sofà, come se me ne
restasse appena il tempo.
«Oh Dio! Le ore avevano cessato di suonare, e Max non era ancora
giunto; ed il mio uscio rimaneva chiuso. Ne ero sbalordita come se da
quell'uscio avessi veduto entrare la guglia del duomo.
«Là, immobile su quel sofà, coll'occhio intento e l'orecchio teso,
rimasi ore dopo ore, e ad ogni passo di cameriere che saliva le scale,
il mio cuore si mettava a ballare una pazza tarantella. S'è molto
scritto sul senso di divinazione dell'amore che ci fa riconoscere il
_noto passo_ della persona amata; ma in realtà codesto si riduce ad
una questione di scarpe. Quelle di Massimo scricchiolavano quand'ero a
Milano. Supposto che le avesse cambiate, addio _noto passo_; non
l'avrei riconosciuto più. Intanto scricchiolavano tutte le scarpe dei
servitori, e, se non ne presi un aneurisma, è un fenonemo da notare
negli annali della medicina.
«Passò il mezzogiorno, ed un'ora, e le due, ed ero sempre sola. Non
c'era pensiero desolante che non mi venisse in mente.
«Max era innamorato d'un'altra e non pensava più a me. O aveva
rinnovata la sua relazione colla marchesa Vittoria, e stava a Monza
nella villa di lei, e non aveva nemmanco idea della mia lettera e del
mio arrivo. O la lettera l'aveva ricevuta, sì; ma giudicava la mia
condotta severamente; come meritava. Gli sembravo un'avventuriera, una
donna senza decoro ad andarmene così di città in città per dare
appuntamento ad un giovinotto in una camera d'albergo. E non si
degnava neppure dì venire a porgermi la mano. Era un rimprovero, una
lezione.
«E quest'idea era la più insistente, la più terribile. Mi pareva di
vedermi dinanzi la bella figura tanto dignitosa di Gualfardo, fissarmi
con uno sguardo di sprezzo, che mi trafiggeva il cuore.