«Quella lettera mi fece una profonda impressione. Lessi più e più
volte quel periodo chiuso nella parentesi, e lo ripensai ancora ed
ancora dopo aver piegata la lettera, e mi trovai di saperlo a mente.
«Mi nascondevo il volto tra le mani, e ad occhi chiusi vedevo Massimo
dinanzi a me, e sentivo il suo bacio. O Dio! Non era vero ch'egli non
fosse temibile per me. Ero d'una debolezza dinanzi a lui! Egli aveva
l'energia che mancava a me; e quello sguardo d'aquila che penetra
nell'anima. Con questo mi conosceva; con quella mi dominava.
«Se, quando io gli avevo detto in quella sera burrascosa: «Non vi amo
più» egli fosse rimasto umiliato dalla mia parola, e l'avesse
accettata, io mi sarei esaltata in quel capriccio, e vi avrei
persistito, e quell'amore sarebbe finito come la simpatia per Giorgio.
Max invece mi scrutò il cuore e vide che l'amore viveva, ma era
sopraffatto soltanto da una fantasia bizzarra; ed, ardito ed energico,
s'oppose alla mia fantasia, mi dimostrò il mio proprio inganno, e mi
disse:
--«Sii sincera; non vedi che mi ami?» Ed io fui sincera, il capriccio
svanì, l'amore rimase.
«Egli mi dominava coll'ascendente del suo grande ingegno e della sua
anima leale; e non poteva non esser temibile. Dovevo fuggirlo. Dovevo
fuggirlo.
«Codesto pensavo, poi ripensavo il suo bacio, poi guardavo la mia mano
per vedere se fosse realmente _la bella mano candida_, o se gli
preparasse una delusione. Dove poi? Quando? Io non ne sapevo nulla. Ma
chi può dire da quanto tempo ha cominciato ad abbozzarsi nel nostro
pensiero un errore prima che una circostanza futile, o una
catastrofe,--uno zeffiro o una bufera,--lo spingano nella realtà dei
fatti?
«Quella sera non ricevevo alcuno perchè dovevo fare i preparativi
della partenza. Però quando si presentò la signora contralto colla
quale avevo stretto amicizia, la mia cameriera credette dover fare
un'eccezione in suo favore e la introdusse.
«Ebbi sempre il baco delle confidenze. Le mostrai la lettera. Era una
donna franca e gioviale. Buona in realtà, onesta anche; ma senza
raffinatezze. A lei, bacio più bacio meno, non era quello che
disturbasse la digestione. In quella lettera non trovò che da ridere.
E come ne rise!
«Quanto a me, l'ultimo pensiero che avrei potuto avere, sarebbe stato
di ridere di quella lettera, e di un sentimento che mi dava
l'impressione di tenermi sospesa per virtù d'incanto sul cratere di un
vulcano. Però, appunto perchè a' miei occhi tutto codesto era tanto
serio e grave, che mi tormentava in una continua alternativa di
aspirazioni e di terrori, di audacia e di rimorso, mi sentii consolata
al vedere che quella giovane non lo considerava che come un gioco.
«Dunque io mi esageravo i miei torti, e Massimo pure si esagerava la
gravità dei nostri rapporti; non c'era alcun male. Infatti non ero io
onesta come prima, e degna della mano d'un uomo d'onore? Questo mi
rasserenò e diede alle mie idee ed al mio giudizio un carattere meno
severo.
«La contralto era milanese; ella doveva partire con me da Firenze per
Torino, dov'era scritturata. Ma voleva fermarsi due giorni a Milano.
--«Si fermi anche lei» mi disse. «Che paure ha? È forse la prima volta
che vede il signor Massimo? Se ha saputo rispettarla prima lo saprà
ancora. E poi la ci ha da essere anche lei.
«Tolga Iddio ch'io voglia scaricare, colla viltà di Eva, la
responsabilità di un mio errore sull'amica tentatrice. Ero libera ed
in età di ragione e d'esperienza, e quel che feci lo feci perchè
volli.
«Ma è un fatto che, una volta ch'ella ebbe messa la questione sotto un
punto di vista falso, io non la presi più che da quel lato. «Essere o
non essere Massimo capace di rispettarmi;--essere o non essere io ben
risoluta di rimanere onesta.»
«E, poichè di codeste due cose ero certa, non pensai che il male ha
tante gradazioni; che un fidanzato è oltraggiato non solo dall'ultima
conseguenza dell'infedeltà, ma da qualunque dimostrazione d'amore
prodigata ad un altro, fosse pur solo una stretta di mano; Una
lettera... una gita misteriosa poi... ed un bacio! Santa pazienza!
«Tutto codesto non pensai, e spedii questo telegramma al babbo:
«Pietro Zorra, via Roma, 10.
--«Vengo colla contralto. Resto Milano due giorni. Arriverò sabato.
«FULVIA.»
* * * * *
«Tre volte avevo scritto e riscritto «saluta Gualfardo» e tre volte il
rimorso me lo avea fatto cancellare. Finii per contare le parole colla
precisione d'un avaro, e persuadermi che era affatto impossibile
raddoppiare il prezzo del telegramma per aggiungere quel saluto e quel
nome. Dio m'è testimonio che l'avarizia non c'entrava, ed avrei dato
fin l'ultimo soldo, per poter salutare Gualfardo colla coscienza
tranquilla ed il cuore contento.